Radiografia del business atomico

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13316&Itemid=78:

di Maurizio Ricci – 26 febbraio 2009
È CHIARISSIMO perché la Francia voglia costruire quattro centrali nucleari in Italia. Nonostante il gran parlare di rinascita del nucleare, i reattori effettivamente in costruzione in Europa sono, in tutto, tre: due in Francia, uno in Finlandia. La commessa italiana più che raddoppia il libro degli ordini, un traguardo assai appetibile per Areva, portabandiera dell’industria atomica francese …
… nel momento in cui deve difendersi dalla concorrenza degli altri reattori di terza generazione (i Toshiba-Westinghouse e i General Electric), deve cavarsi fuori dalla maretta creata dal divorzio con il partner tedesco di sempre, la Siemens e deve difendersi dalle polemiche sui ritardi nei progetti già in corso. Una salutare boccata di ossigeno. Non è altrettanto chiaro perché li voglia far costruire l’ Italia. Le motivazioni che vengono offerte sono, sostanzialmente, tre. Cominciamo dalla quarta, che nessuno dice ad alta voce, perché è poco elegante, ma che è fra le più efficaci. Il nucleare è, anzitutto, un grande business, di quelli che piacciono alle grandi aziende, perché muovono una montagna di soldi, vasti giri d’ affari, appalti, commesse: è l’ aria che i grandi gruppi, come quelli dell’ energia, respirano più volentieri. Torniamo ora alla prima motivazione ufficiale, questa, invece, proclamata ai quattro venti: si tratta di assicurare la certezza dell’ approvigionamento nazionale di energia, viste le incertezze sul gas, protagonista assoluto, oggi, dell’ elettricità italiana. È una motivazione solida. L’ obiezione che Gazprom si prepara a dimezzare il prezzo del suo gas (visto il crollo del petrolio) ha il fiato corto: il problema del prezzo del metano e della sua disponibilità si riproporranno presto, non appena la congiuntura mondiale sarà tornata al bello. Una seconda motivazione esplicita – assai più fragile – è che si tratta di partecipare ad un importante sviluppo tecnologico. Enel ed Edison, i più importanti gruppi italiani, fanno già nucleare, sia pure fuori dai confini nazionali. I dirigenti dell’ Enel si sono più volte vantati di poter utilizzare, nelle loro centrali, tutte le tecnologie nucleari oggi disponibili. Può essere ipocrita, visto che in Italia, poi, il nucleare non l’ abbiamo voluto. Ma non si può dire che i tecnici italiani non vedano un reattore. Inoltre la tecnologia di terza generazione dei reattori in programma è, per unanime ammissione, transitoria. Se tutto andrà bene, nel 2030 dovrebbero arrivare i reattori di quarta generazione, quelli, per dirla in breve, che non producono scorie. È opportuno partire, come da scaletta, fra il 2020 e il 2025 con reattori destinati a durare 50 anni, ma che, dopo 5 anni, sarebbero già obsoleti? Infine, l’ energia atomica non produce anidride carbonica e, dunque, effetto serra. Che è vero, ma è anche vero che non è la sola. Considerando il costo effettivo degli impianti nucleari che si stanno costruendo in Europa, le quattro centrali italiane costeranno all’ incirca 20 miliardi di euro. Ovvero, un punto e mezzo del Pil incident-nucleaire-tricastin-web.jpgnazionale. È legittimo chiedersi se – nel governo e nelle aziende – qualcuno abbia provato a valutare quali effetti avrebbe avuto un programma altrettanto ambizioso di sviluppo delle fonti rinnovabili: quali risultati avrebbe dato, come avrebbe posizionato l’ industria italiana nella tecnologia futura dell’ energia, quale sarebbe stato l’ impatto sull’ occupazione. È noto che, esaurita la fase del cantiere, nelle centrali atomiche lavorano in pochi, soprattutto se la tecnologia la compri all’ estero. Ci sono altri interrogativi da sciogliere. L’ Italia si riaffaccia al nucleare senza aver preventivamente risolto né il problema delle scorie, né quello della localizzazione delle centrali. Per ora, al mondo, solo la Finlandia ha individuato un luogo, geologicamente sicuro, in cui immagazzinare i residui che resteranno radioattivi per migliaia di anni. In Italia, siti simili – al riparo, per dire, dai terremoti – non esistono. Quanto ai luoghi dove costruire le centrali, si è parlato molto di ” brown sites “, cioè dei posti in cui le centrali già c’ erano. Sarebbe, però, sorprendente tornare, ad esempio, a Trino, in mezzo alle risaie del Vercellese, con le falde acquifere a diretto contatto del Po. C’ è ancora un elemento che serpeggerà, più o meno sottotraccia, nel dibattito dei prossimi giorni. Ed è la tesi che il kilowattora atomico costi poco. Questa è, come minimo, una scommessa. Il costo del kilowattora nucleare è determinato dal costo di costruzione dell’ impianto, perché, fino a che la spesa non sarà ammortizzata, gli incassi servono a compensare il capitale investito nella centrale. È un costo rigido: la centrale atomica non si può spegnere o abbassare. Il reattore deve funzionare al 90-95 per cento della capacità, producendo, dunque, tot kilowattora, quale sia il prezzo finale. Quindi, l’ investimento effettuato dalle aziende è il parametro cruciale. Avranno l’ aiuto di sussidi, a carico dello Stato e del contribuente? Finora, questo è stato assolutamente escluso. Tuttavia, è bene sapere che, in Francia, il kwh nucleare costa poco, sia perché gli impianti sono già stati ammortizzati, sia perché lo Stato francese si fa carico dei costi delle infrastrutture, come di quelli del futuro smantellamento delle centrali obsolete, non piccoli, se si pensa quanto sta costando alla Sogin sbaraccare le vecchie centrali italiane. In Italia, ad oggi, questo non sarebbe possibile. Tutti i costi dell’ energia sono in bolletta: il sistema energetico italiano, oggi, si sostenta da solo. Quindi avremo un kwh nucleare che costerà tanto o poco, a seconda di quanto costeranno i kwh da altre fonti. Questa è la scommessa ed è tutta a carico del consumatore. Perché, poi, nell’ attuale sistema italiano, il prezzo del kwh in bolletta è quello del produttore marginale, cioè più costoso. Potrebbe essere la centrale nucleare, costretta a produrre in ogni caso.

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