Archivi del mese: febbraio 2009

“Stanno consegnando il paese alla criminalità”

Un’intervita illuminante al giudice antimafia Roberto Scarpinato, da http://www.pieroricca.org/2009/02/27/roberto-scarpinato-e-le-intercettazioni/

Il sistema di potere trasversale si appresta a blindarsi definitivamente nella certezza dell’impunità con due semplici riforme: il conferimento della responsabilità operativa dell’azione penale agli organi di polizia, controllati dal governo, e la drastica riduzione dell’uso delle intercettazioni nelle indagini e della possibilità di pubblicazione di documenti giudiziari. Sembrano tecnicismi, in realtà è in gioco quel che resta della separazione dei poteri. Finalmente non si parlerà più di “toghe rosse”, spiega con amara ironia il magistrato Roberto Scarpinato, da vent’anni in prima linea contro la mafia a Palermo. Non ce ne sarà più bisogno. La magistratura, già depotenziata, perderà l’ultimo strumento di indagine contro il crimine organizzato e il malaffare politico-economico. In un contesto di grave sofferenza democratica (assenza di opposizione, giornalismo addomesticato), ormai “l’unico momento di visibilità per conoscere il modo in cui viene esercitato il potere sono le intercettazioni, sono le macchine: la riforma delle intercettazioni deve passare perché da quel momento in poi noi non conosceremo più quel che succede in questo Paese”. Nel video un passaggio del suo intervento di lunedì 23 febbraio alla Casa della Cultura di Milano.

Gioacchino Genchi accusa

Da http://www.beppegrillo.it/2009/02/gioacchino_genc.html:

Questa è un’intervista che non si può commentare.
Beppe Grillo.

Intervista a Gioacchino Genchi:

“Io svolgo l’attività di consulente tecnico per conto dell’autorità giudiziaria da oltre vent’anni, lavoro nato quasi per caso quando con l’avvento del nuovo codice di procedura penale è stata inserita questa figura, come da articoli 359 e 360 che danno al Pubblico Ministero la possibilità di avvalersi di tecnici con qualunque professionalità allorquando devono compiere delle attività importanti. Mi spiace che Martelli se lo sia dimenticato, Cossiga me lo abbia ricordato, proprio il nuovo codice di procedura penale che ha promulgato il presidente Cossiga inserisce questa figura che è una figura moderna. Che è nelle giurisdizioni più civili ed avanzate, mentre prima il Pubblico Ministero era limitato, e doveva per accertamenti particolari avvalersi solo della Polizia giudiziaria, il nuovo codice ha previsto queste figure.
Per cui per l’accertamento della verità, nel processo penale, accertamento della verità significa anche a favore dell’indagato o dell’imputato, il Pubblico Ministero non ha limiti nella scelta delle professionalità di cui si deve avvalere. Io ho fatto questa attività all’interno del Dipartimento della Pubblica sicurezza.

Abbiamo svolto importanti attività con Arnaldo La Barbera, con Giovanni Falcone poi sulle stragi. Quando si è reso necessario realizzare un contributo esterno per il Pubblico Ministero, contenuto forse scevro da influenze del potere esecutivo, mi riferisco a indagini su colletti bianchi, magistrati, su eccellenti personalità della politica, il Pubblico Ministero ha preferito evitare che organi della politica e del potere esecutivo potessero incidere in quelle che erano le scelte della pubblica amministrazione presso la quale i vari soggetti operavano.
Nel fare questo ho fatto una scelta deontologica, cioè di rinunciare alla carriera, allo stipendio, per dedicare tutto il mio lavoro al servizio della magistratura. Questa scelta, anziché essere apprezzata è stata utilizzata dai miei detrattori che fino a ieri mi hanno attaccato in parlamento, al contrario.

Il ministro Brunetta non poteva non riferire che la concessione dell’aspettativa non retribuita che io avevo chiesto era perfettamente regolare, è stata vagliati da vari organi dello Stato, dal Ministero dell’Interno, dal Ministero della Funzione pubblica e dalla presidenza del Consiglio dei Ministri di Berlusconi, la stessa che mi ha attaccato in maniera così violenta e così assurda dicendo le fandonie che hanno fatto ridere gli italiani perché tutto questo can can che si muove nei miei confronti, questo pericolo nazionale, cioè una persona che da vent’anni lavora con i giudici e i Pubblici Ministeri nei processi di mafia, di stragi, di omicidi, di mafia e politica più importanti che si sono celebrati in Italia, rappresenta un pericolo.

Forse per loro! Per tutti quelli che mi hanno attaccato perché poi la cosa simpatica (è chiaro che ora sto zitto, non posso parlare sono legato al segreto) ma mi scompiscio dalle risate perché tutti i signori giornalisti che mi hanno attaccato, da Farina a Luca Fazzo a Lionello Mancini del Sole 24 ore, al giornalista della Stampa Ruotolo, sono i soggetti protagonisti delle vicende di cui mi stavo occupando. Questo è l’assurdo!

Gli stessi politici che mi stanno attaccando, sono gli stessi protagonisti di cui mi stavo occupando. Da Rutelli a Martelli, Martelli conosciuto ai tempi di Falcone. Parliamo di persone che comunque sono entrate nell’ottica della mia attività. Martelli nei computer di Falcone quando furono manomessi, Rutelli perché è amico di Saladino usciva dalle intercettazioni di Saladino, Mastella per le evidenze che tutti sappiamo e così via, poi dirò quelli che hanno parlato alla Camera al question time, quel giornalista che gli ha fatto il comunicato, cose da ridere! Tra l’altro questi non hanno nemmeno la decenza di far apparire un’altra persona.

No, compaiono loro in prima persona! Sapendo che loro entravano a pieno titolo nell’indagine. Questo è assurdo. Io continuo a ridere perché il popolo italiano che vede questo grande intercettatore, che avrebbe intercettato tutti gli italiani, ma che cosa andavo ad intercettare agli italiani? Per farmi sentire dire che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Per sentir dire che i figli hanno perso il posto di lavoro o che sono disoccupati? Che c’è una crisi economica? Ma perché mai dovrei andare ad intercettare gli italiani? Ma quali sono questi italiani che hanno paura di Gioacchino Genchi?

Quelli che hanno paura di Gioacchino Genchi sono quelli che hanno la coscienza sporca, e quelli che hanno la coscienza sporca sono quelli che mi hanno attaccato. E con questo attacco hanno dimostrato di valere i sospetti che io avevo su di loro. Anzi, più di quelli di cui io stesso mi ero accorto, perché devo essere sincero, probabilmente io avevo sottovalutato il ruolo di Rutelli nell’inchiesta Why not.

Rutelli ha dimostrato probabilmente di avere il carbone bagnato e per questo si è comportato come si è comportato. Quando ci sarà la resa della verità chiariremo quali erano i rapporti di Rutelli con Saladino, quali erano i rapporti del senatore Mastella, il ruolo di suo figlio, chi utilizzava i telefoni della Camera dei Deputati… chiariremo tutto! Dalla prima all’ultima cosa. Questa è un’ulteriore scusa perché loro dovevano abolire le intercettazioni, dovevano togliere ai magistrati la possibilità di svolgere delle intercettazioni considerati i risultati che c’erano stati, Vallettopoli, Saccà, la Rai eccetera, la procura di Roma immediatamente senza problemi però apre il procedimento nei confronti del dottor Genchi su cui non ha nessuna competenza a indagare, perché la procura di Roma c’entra come i cavoli a merenda. C’entra perché l’ex procuratore generale di Catanzaro ormai fortunatamente ex, ha utilizzato questi tabulati come la foglia di fico per coprire tutte le sue malefatte e poi le ha utilizzate come paracadute per non utilizzarle a Catanzaro, dove probabilmente il nuovo procuratore generale avrebbe immediatamente mandato a Salerno.
Perché in quei tabulati c’è la prova della loro responsabilità penale. Non della mia. Quindi, non li manda a Salerno che era competente, non li manda al procuratore della Repubblica di Catanzaro che avrebbe potuto conoscere quei tabulati e quello che c’era, non li manda al procuratore della Repubblica di Palermo dove io ho svolto tutta la mia attività ma li manda a Roma che non c’entra niente.

Quindi si va a paracadutare questi tabulati sbagliando l’atterraggio perché in una procura che non ci azzecca nulla. Perché tra l’altro in quei tabulati c’erano delle inquisizioni che riguardavano magistrati della procura della Repubblica di Roma! Su cui stavamo indagando. Ora la procura di Roma indaga su di me e sui magistrati della procura della Repubblica di Roma. Si è ripetuto lo scenario che accadde tra Salerno e Catanzaro e si è ripetuto lo scenario che era già accaduto tra Milano e Brescia all’epoca delle indagini su Di Pietro. Con la sola differenza che all’epoca si chiamava Gico l’organo che fece quelle attività, adesso si chiamano Ros, ma sostanzialmente non è cambiato nulla.

In ultima analisi dico che io sono comunque fiducioso nella giustizia. Hanno cercato di mettermi tutti contro, hanno cercato di dire ad esempio, nel momento in cui c’era un rapporto di collaborazione con la procura di Milano anche fra De Magistris e la procura di Milano, un’amicizia personale fra De Magistris e Spataro, che siano stati acquisiti i tabulati di Spataro. Assurdo! Non è mai esistita un’ipotesi del genere. Nemmeno per idea! Come si fa a togliere a De Magistris l’appoggio della magistratura associata? Diciamo che ha preso i tabulati di Spataro. Come si fa a mettere il Csm contro De Magistris? Diciamo che ha preso i tabulati di Mancino.

Adesso i Ros dicono che nei tabulati che io ho preso ci sono, non so quante utenze del Consiglio superiore della magistratura. Non abbiamo acquisito tabulati del Csm, sono i signori magistrati di cui abbiamo acquisito alcuni tabulati, quelli sì, tra cui alcuni della procura nazionale antimafia ben precisi, due, solo due, che hanno contatti col Csm.

Ha inquisito il Quirinale! Ma quando mai? Se però qualcuno del Quirinale ha chiamato o è stato chiamato dai soggetti di cui ci siamo occupati validamente, bisogna vedere chi dal Quirinale chi ha avuto contatti con queste persone, ma io non ho acquisito i tabulati del Quirinale. A parte che se fosse stato fatto sarebbe stata attività assolutamente legittima perché, sia chiaro, le indagini in Italia non si possono fare soltanto nei confronti dei tossici e magari che siano pure extracomunitari, oppure quelli che sbarcano a Lampedusa nei confronti dei quali è possibile fare di tutto, compresa la creazione dei lager.

La legge è uguale per tutti. Tutti siamo sottoposti alla legge! Perché sia chiaro. Questo lo devono capire. Nel momento in cui a questi signori li si osa sfiorare solo da lontano, con la punta di una piuma, questi signori si ribellano e distruggono le persone che hanno solo il coraggio di fare il proprio lavoro.
Gli italiani questo l’hanno capito. E hanno capito che questo dottor Genchi di cui hanno detto tutte le cose peggiori di questo mondo… e io adesso pubblicherò tutti i miei lavori, dal primo sino all’ultimo pubblicherò tutte le sentenze della Corte di Cassazione, delle Corti d’Appello, delle Corti di Assise, dei tribunali che hanno inflitto centinaia e centinaia di anni di carcere col mio lavoro.
Ma le sentenze di cui io sono più orgoglioso non sono le sentenze di condanna, ma sono le sentenze di assoluzione! Sono quelle persone ingiustamente accusate anche per lavori fatti dal Ros che sono state assolte grazie al mio lavoro e che rischiavano l’ergastolo! E che erano in carcere. Persone che erano in carcere perché avevano pure sbagliato l’intestatario di una scheda telefonica. E adesso questi signori vengono ad accusare me di avere fatto lo stesso lavoro che loro… ma non esiste completamente!
Tutte queste fandonie e la serie di stupidaggini che sono state perpetrate addirittura in un organismo che è il Copasir! Che si deve occupare dei servizi di vigilanza sulla sicurezza, non sui consulenti e sui magistrati che svolgono la loro attività sui servizi di sicurezza! Noi abbiamo trovato delle collusioni di appartenenti ai servizi di sicurezza, con delle imprese che lavorano per i servizi di sicurezza, che lavorano nel campo delle intercettazioni, che costruiscono caserme con appalti dati a trattativa privata per milioni di euro, noi stavamo lavorando su quello! Stavamo lavorando su quello e ci hanno bloccato perché avevano le mani in pasta tutti loro! Questa è la verità.

Questa è la verità e adesso mi hanno pure dato l’opportunità di dirla perché essendo indagato io non sono più legato al segreto perché mi devo difendere! Mi devo difendere con una procura che non ci azzecca nulla con la competenza, la procura di Roma, mi difenderò alla procura di Roma.

Però sicuramente la verità verrà a galla! E non ci vogliono né archivi né dati perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che De Magistris iniziasse le indagini, ma sono chiarissime! E l‘attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l’ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata.”

Grasso: Senza intercettazioni Provenzano sarebbe libero

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13306&Itemid=48:

Roma. “Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa Nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall’attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese visive che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?”.
La domanda retorica viene dal Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso al termine dell’audizione svoltasi oggi in Commissione Antimafia nell’ambito della quale “da tecnico” ha evidenziato molte criticità del ddl con il quale il governo vuole modificare il regime delle captazioni visive e ambientali. “Nonostante i tanti passi in avanti fatti con le modifiche al ddl – ha detto Grasso – mi pare che ci siano problemi generali che continuano a rimanere”. Tra questi, con diretta incidenza sulle indagini di criminalità organizzata, c’é appunto quello della “perfetta equiparazione tra riprese visive e acquisizione dei tabulati: saranno utilizzabili le riprese, fatte con telecamere piazzate dalla polizia, dal momento che ora é richiesta una autorizzazione equipollente a quella per le intercettazioni?”. Secondo Grasso il ddl avrà una “refluenza sui reati di mafia e terrorismo”. “Già abbiamo molti problemi perché sempre più i clan comunicano con Skype e altri mezzi che non sono intercettabili – ha aggiunto il capo della procura antimafia – se poi ci limitano anche l’uso degli strumenti che abbiamo, come appunto le intercettazioni, allora diventa una contraddizione invocare la necessità di dare maggiore sicurezza ai cittadini e poi togliere agli inquirenti gli strumenti per la prevenzione dei reati. Vanno puniti gli eccessi nel ricorso alle intercettazioni, ma non si possono togliere le intercettazioni”.

Quando la mafia e’ dentro lo Stato

Da http://www.antimafiaduemila.com/component/option,com_docman/task,doc_download/gid,326/Itemid,/, il testo integrale dell’intervento del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso tenuto lo scorso 29 ottobre 2008 a Velletri (RM) per l’inaugurazione dell’Istituto Superiore di Tecniche Investigative dell’Arma. :

Istituto Superiore di Tecniche Investigative dell’Arma dei Carabinieri
Lectio magistralis del Procuratore Nazionale Antimafia:
Il contrasto alla criminalità mafiosa: lo stato della criminalità in Sicilia dopo l’arresto dei vertici di cosa nostra

La criminalità organizzata ed in particolare la mafia è stata spesso rappresentata come una piovra dai mille tentacoli o un cancro della società.
In verità, come affermava Falcone, la mafia non è ne una bestia misteriosa, né una malattia inguaribile. E’costituita da precise organizzazioni composte da uomini, che accumulano danaro, che pongono in essere traffici criminali, che intrecciano rapporti con l’economia, la finanza, la politica e con altre componenti sociali,.
Allora bisogna smantellare le organizzazioni, arrestare gli uomini, sequestrare e confiscare tutte le ricchezze, intervenire efficacemente sui traffici, distruggere le alleanze.
Cosa nostra è l’organizzazione mafiosa per eccellenza, nel senso che sul suo originario modello, sul suo metodo e sulle sue peculiari caratteristiche, che di seguito approfondirò, si è costruita una tipologia utilizzata per definire anche le altre organizzazioni tradizionalmente insediate in alcune regioni del nostro Paese.
La mafia siciliana, Cosa nostra, rispetto alle altre similari organizzazioni, ha delle caratteristiche peculiari, che possono riconoscersi in una struttura unitaria, verticistica, capace di imporre direttive e strategie, che esercita un esasperato controllo del territorio, non disdegnando la ricerca del consenso nell’ambito di un profondo radicamento sociale, col fine ostentato di una partecipazione al potere tramite un interessato rapporto con entità esterne, amministrazioni locali e con la politica.
Sarebbe, d’altronde, del tutto fuorviante e riduttivo tentare di spiegarne la secolare continuità limitandosi a considerarla con esclusivo, o principale, riferimento alla sua, pur violentissima, componente criminale.
La mafia in un passato non tanto lontano è stata una modalità di gestione del sistema di potere e la sua violenza è stata legittimata da una secolare storia di impunità. I nemici erano coloro che mettevano in forse l’assetto di potere e contro di loro ogni mezzo era buono, purché ottenesse lo scopo di eliminarli fisicamente o delegittimarli.
Negli anni ’80 e ’90 la violenza mafiosa era andata oltre i limiti consentiti, colpendo uomini delle istituzioni, alcuni dei quali tanto noti da essere assurti a eroi dell’immaginario collettivo. Una pluralità impressionante di stragi ed omicidi c.d. eccellenti di appartenenti alla polizia giudiziaria, sia dell’Arma dei Carabinieri che della polizia di Stato, magistrati, prefetti, politici, giornalisti, imprenditori, persino sacerdoti, hanno fatto qualificare la sua azione come terrorismo mafioso, proprio per il carattere eversivo riscontrato in un così violento e continuo attacco a rappresentanti delle istituzioni ed a vittime innocenti.
La storia di Cosa Nostra negli ultimi trent’anni è storia di misteri irrisolti. In molti casi le rivelazioni dei pentiti, le inchieste, la celebrazione dei processi hanno chiarito solo in parte l’esatto svolgimento dei fatti. Si può affermare che non c’è mai un omicidio di mafia, commesso al di fuori delle dinamiche interne dell’organizzazione, chiarito in tutte le sue componenti: mandanti interni all’organizzazione, mandanti esterni, esecutori materiali e causali, talvolta plurime, del fatto criminale. E spesso, anche per effetto di questa imprecisione giudiziaria, é prevalsa l’intuizione che Cosa Nostra, in certi casi, altro non sarebbe stata che il braccio armato di poteri occulti in grado di indicare ai mafiosi questioni d’affari o politiche da risolvere, strategie da perseguire, bersagli da colpire. Fra una giustizia dimezzata, quanto ai risultati raggiunti, e una rappresentazione mediatica dietrologica e talvolta troppo fantasiosa, esistono ancora tanti vuoti da colmare, tante verità da ricercare.
Ogni ricostruzione di mafia contiene in sé, quasi inevitabilmente, il suo punto debole. Ad esempio, i delitti Mattarella e La Torre hanno un’alta carica di interesse politico: due politici, di altissimo livello, che consideravano la Sicilia come un possibile laboratorio di nuove esperienze all’insegna della trasparenza. Con la eliminazione fisica di questi due uomini si risolsero d’un sol colpo, tanti problemi che era troppo lungo e complicato risolvere con le logiche e coi tempi della politica e del compromesso.
L’omicidio, dunque, come soluzione anche delle difficoltà della politica. Questa è la grande specificità della situazione palermitana: nessun altro paese ha visto tanti vertici istituzionali decapitati. Ma sarebbe riduttivo affermare che ciò accadeva solo perchè quegli uomini si opponevano all’organizzazione mafiosa. Si opponevano sì all’organizzazione, ma come facente parte di un sistema di potere che è qualcosa di più della semplice organizzazione criminale. Mafia ed altre entità esterne, insomma, si ritrovavano spesso ad avere una coincidenza di interessi.
Il delitto, quindi, era un modo di risolvere anche il problema di un sistema di potere messo in crisi nel suo complesso.
Possiamo arrivare alla conclusione che Cosa Nostra, pur avendo sempre avuto interessi propri, è stata contemporaneamente portatrice di interessi altrui. Entità esterne, almeno in tantissime occasioni, hanno armato la sua mano. Non bisogna infatti presupporre una diversità fra Cosa Nostra e gli altri poteri: i confini molto spesso si confondono.
La convivenza fra Cosa Nostra e il sistema di potere, è molto di più che una semplice ipotesi investigativa. Ecco perché considerare Cosa Nostra un antistato è sempre stato un errore grossolano, così come lo stereotipo del vuoto di Stato, in cui ha avuto la possibilità di infiltrarsi e prendere posizione.
Da un lato Cosa Nostra è fuori e contro lo Stato, perché non ne accetta le leggi, cercando di imporre le proprie regole, dall’altro è dentro e con lo Stato, attraverso le relazioni esterne con suoi rappresentanti della società e delle istituzioni infedeli ed interessati.

Questo è il quadro generale. Questo è il filo conduttore di tante trame.
Nella motivazione della sentenza di primo grado, da me redatta come giudice “a latere” della Corte d’Assise del maxi-processo contro la mafia, a proposito dei cosiddetti omicidi eccellenti, con riferimento alla “contiguità” di determinati ambienti imprenditoriali e politici, che ponevano in luce il vero volto della mafia, sin da allora così scrivevo:
“È lecito supporre che per tali omicidi si sia verificata una singolare coincidenza, ovvero, cosa più probabile, una deliberata convergenza di interessi, rientranti tra le finalità terroristico-intimidatrici dell’organizzazione, ed interessi connessi alla gestione della “cosa pubblica”. Tale ultima ipotesi, se esatta, presuppone un intricato intreccio di segreti collegamenti tra i detentori delle rispettive leve del potere politico e mafioso, che vanno, certamente, al di là della prospettata “contiguità”.
Prendiamo un altro esempio: Falcone era certamente il nemico numero uno di Cosa nostra, ma era anche avversato, specie negli ultimi momenti della sua vita, da tanti centri di interessi, al punto da divenire un magistrato scomodo. L’Italia degli affaristi, degli intrallazzi, della corruzione e degli eterni compromessi, non ha mai accettato la figura di un magistrato impegnato nel recupero globale della legalità. Falcone era molto di più di uno dei tanti magistrati italiani integerrimi. Stava diventando il promotore di una stabile e concreta strategia globale antimafia. Detestava la logica dell’emergenza. Riteneva che il fenomeno andava affrontato con misure che rendessero permanente la straordinarietà dell’intervento, attraverso nuove strutture altamente specializzate di coordinamento delle indagini sia nell’ambito della magistratura che della polizia giudiziaria. Falcone non si sarebbe mai accontentato di un ridimensionamento dell’ organizzazione mafiosa. Il suo obiettivo era aggredire proprio quella specificità che faceva di Cosa Nostra uno dei soggetti che partecipava al sistema di potere. Ecco perché la sua presenza era ingombrante proprio per il potere. Ecco perché non furono solo i mafiosi a sentirsi danneggiati dalla sua azione passata e presente, nonché insidiati dalla sua attività futura. Identica opinione può sostenersi per Borsellino, chiamato a raccoglierne la pesante e pericolosa eredità.
Del resto il terrorismo-mafioso ha trovato più volte definitiva consacrazione in sentenze, divenute irrevocabili, nelle quali è stato riconosciuto il carattere “eversivo” assunto dalla criminalità organizzata in talune occasioni: possono ricordarsi, ad esempio, quelle emesse relativamente alla strage al treno rapido 904 Napoli-Milano del 23.12.1984, in ordine alla quale emersero commistioni fra cosa nostra e camorra e la destra eversiva napoletana nonché, in tempi più recenti, le sentenze relative alle stragi avvenute in Roma, Firenze e Milano nel 1993 e 1994.
Del resto, Cosa Nostra ha una propria strategia che può, in senso generale e astratto, con le dovute precisazioni, definirsi politica. L’occupazione e il governo del territorio in concorrenza con le autorità legittime, il possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilità di un esercito clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte queste caratteristiche ne fanno un’organizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo.
La strategia politica di Cosa Nostra non è mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la violenza.
Si potrebbe osservare che non sempre sono necessarie l’imposizione, la corruzione e la violenza; spesso la strategia politica mafiosa si fonda sull’interazione e sul consenso, frutto della comunanza di interessi e della condivisione di codici culturali.
I mafiosi affiliati a Cosa nostra e ad altre associazioni similari sono poche migliaia e quasi tutti con un bagaglio culturale molto scarso; sia per le attività illegali complesse, come i traffici di droghe e di armi, il riciclaggio del denaro sporco, e ancor più per le attività legali, a cominciare dagli appalti di opere pubbliche, la cooperazione di vari soggetti, appartenenti alle classi medio-alte e comunque meglio dotati sul piano delle conoscenze e delle esperienze, è assolutamente indispensabile.
Immaginate analfabeti o semianalfabeti come Totò Riina e Bernardo Provenzano cimentarsi da soli e con altri loro pari con i traffici internazionali, con il riciclaggio dei capitali, con gli investimenti, con le speculazioni in borsa.
Per quanto riguarda l’evoluzione storica, rispetto allo stereotipo mafia vecchia – mafia nuova, secondo cui a una mafia rispettosa delle regole e delle istituzioni si sarebbe in certi momenti avvicendata una mafia eversiva e stragista, è più vicino alla realtà ricostruire lo sviluppo del fenomeno mafioso, come del resto di tutti i fenomeni di durata, come un intreccio di continuità e trasformazione-innovazione, per cui convivono la persistenza di alcuni aspetti, come, da un lato, la signoria territoriale ed il rispetto delle strutture tradizionali, e dall’altro, l’elasticità e la capacità di adattarsi ai mutamenti del contesto sociale ed economico e di coglierne le opportunità.
Nelle formulazioni di uso comune i rapporti tra mafia e contesto sociale vengono letti nell’ottica separatezza-infiltrazione (si parla infatti di mafia e economia, mafia e potere, mafia e politica, mafia e istituzioni ecc.), come se si trattasse di mondi diversi, in contatto tra loro per una sorta di disfunzione patologica. Bisogna rifuggire da una duplice tentazione: la generalizzazione (per cui tutto è mafia: capitalismo, Stato ecc. = mafia) e il riduzionismo, che considera impraticabile qualsiasi tentativo di analisi complessiva.
In Sicilia, secondo recenti rilevazioni, i gruppi criminali di tipo mafioso conterebbero circa 5.500 affiliati, cioè lo 0,11% della popolazione, che ammonta a circa 5 milioni (uno su mille). Una battaglia uomo ad uomo non avrebbe storia e allora perché non si riesce a debellare questo fenomeno?
L’aspetto probabilmente più caratterizzante della criminalità organizzata siciliana è la presenza di un’area “grigia” della società costituita da elementi o gruppi che, pur non facendo parte integrante dell’organizzazione, stabiliscono con essa contatti, collaborazioni, forme di contiguità più o meno strette.
Nel rapporto tra mafia e società è dunque rinvenibile un blocco sociale mafioso che è di volta in volta complice, connivente, o caratterizzato da una neutralità indifferente. Tale blocco comprende in primis una “borghesia mafiosa” fatta di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti, imprenditori e politici che o sono strumentali o interagiscono con la mafia in una forma di scambio permanente fondato sulla difesa di sempre nuovi interessi comuni.
La cosiddetta “zona grigia” rappresenta a ben vedere la vera forza della mafia: essa è costituita da individui e/o gruppi che vivono nella legalità e forniscono un fondamentale supporto di consulenza per le questioni legali, gli investimenti, l’occultamento di fondi, la capacità di manovrare l’immenso potenziale economico dell’organizzazione criminale.
Pregresse indagini, attraverso intercettazioni ambientali, hanno colto un medico che reggeva la famiglia mafiosa di Brancaccio, dedicarsi di mattina in sala da pranzo alla cura degli affari che riguardavano le attività criminali del mandamento: attività estorsiva, gestione della c.d. cassa, sostegno ai detenuti e rispettive famiglie, reclutamento dei nuovi affiliati, neutralizzazione di un associato che aveva iniziato a collaborare, rapporti e contatti con gli altri capi, etc. Il pomeriggio, invece, spostatosi nel salotto “buono” si dedicava al sostegno di candidati alle consultazioni elettorali regionali, al controllo illecito dei flussi di spesa pubblica, ad influenzare le procedure amministrative di nomina di medici e primari nel settore della sanità regionale, ad orientare ai proprio interessi le procedure comunali in materia di modifiche al piano regolatore, infine, anche a ricercare rapporti con giornalisti e vertici nazionali di uno schieramento politico al fine di trovare soluzioni a livello mass-mediatico e politico favorevoli a Cosa Nostra (abolizione ergastolo, 41 bis O.P., legge sui pentiti, etc.).
Nel corso delle conversazioni si evidenziavano anche precisi riferimenti alla necessità di inserire tra i funzionari della Regione Siciliana operanti a Bruxelles un tecnico “amico”, che potesse fornire in anticipo precise informazioni sugli orientamenti dei flussi di finanziamento verso determinate materie e iniziative, in modo da poter “mettere il cappello” sulle opere pubbliche più appetibili.
Quando ero Procuratore a Palermo sono state svolte indagini veramente emblematiche sotto questo profilo. Alludo a quelle, in cui un assessore regionale, addirittura, dava suggerimenti ad un capomafia dell’agrigentino per creare una crisi nella giunta comunale e poter poi attuare, esautorati gli assessori contrari, i propri disegni politici. In questo caso si è arrivati al punto di ribaltare i rapporti: non più di intermediazione, ma addirittura di suggerimento sulle soluzioni politiche da creare al Comune per potere soddisfare le richieste mafiose.
Ovvero, come nel caso della successiva indagine «Gotha», l’instaurazione di rapporti in cui si cercava di utilizzare per la candidatura alle elezioni amministrative persone molto vicine, addirittura legate da vincoli di parentela con soggetti appartenenti all’organizzazione mafiosa.
Per citare un altro esempio, ricordo che tale ribaltamento di prospettiva era stato – fra la fine del 1993 e l’inizio del 1994 – addirittura teorizzato dall’allora reggente capo di Cosa nostra, Bagarella: ad un suo collaboratore diceva che dovevano smetterla di farsi prendere in giro dai politici come lo zio Totò (cioè Salvatore Riina), e che dovevano ormai entrare a piè pari nella politica, perché così nessuno poteva più scherzare, e se si sbagliava e non si faceva ciò che loro richiedevano, sapevano bene quale era la sanzione.
Un’altra indagine molto indicativa sotto questo aspetto è quella sul comune di Villabate, nel corso della quale si è accertato che un politico locale, con ottimi rapporti con i referenti nazionali e con gli uffici pubblici romani, era, al contempo, presidente del consiglio comunale, dirigente di una filiale di banca e favoreggiatore di Provenzano al quale procurava il documento con cui espatriare a Marsiglia, per sottoporsi all’operazione per un tumore alla prostata, che ne stava mettendo in crisi la latitanza. Tutto ciò, per dare degli esempi del condizionamento, dell’infiltrazione della criminalità organizzata negli enti locali e in quelle situazioni ambientali che ancora oggi non appaiono assolutamente fuori da questo contesto e che, purtroppo sono presenti in altre realtà del Sud.
Indagare sulla mafia è un compito difficile ma insieme entusiasmante, presuppone la conoscenza e la comprensione di un fenomeno, non solo criminale, che, in una sostanziale continuità, si trasforma e si adatta al variare dell’intensità della repressione, delle condizioni sociali, economiche e politiche.
La mafia del latifondo, la mafia urbana, la mafia dei mercati, la mafia edilizia, la mafia della droga, la mafia degli affari e così via, non sono che i vari modi di chiamare la stessa organizzazione in relazione all’attività prevalente del momento, in genere quella che dà i maggiori profitti illeciti col minimo rischio di responsabilità penali.
Oggi, nonostante gli esaltanti successi raggiunti sia sotto il profilo repressivo che preventivo dal punto di vista patrimoniale (a Palermo sono stati sequestrati in 10 anni beni per un valore di 12 mila miliardi di vecchia lire), non può essere sottovalutato il pericolo concreto rappresentato dalla criminalità mafiosa. L’esperienza vissuta ci insegna che se si allenta la pressione investigativa, l’attenzione delle istituzioni e della politica, l’organizzazione piano piano, nonostante i colpi ricevuti, si ristruttura, si riorganizza, si rafforza economicamente, riprende le relazioni esterne, temporaneamente interrotte per il timore delle indagini.
Certo, abbiamo raggiunto dei grossi successi come la cattura di Provenzano, ma è stata frutto di un progetto investigativo, perseguito negli anni e che via via ha portato a far terra bruciata di tutto il regime di affari, di appalti che gli stava intorno. Poi si è passati ad arrestare i prestanome, poi coloro che ne gestivano la latitanza direttamente sotto il profilo logistico, alimentando il sistema di comunicazione attraverso i”pizzini”. Successivamente si è arrivati a scoprire anche alcune «talpe» nelle istituzioni, che certamente facevano uscire «spifferi» – sulle indagini – che arrivavano alla mafia. Provenzano alla fine è stato costretto a rivolgersi all’ambito strettamente familiare ed amicale. La conclusione positiva è stata frutto di questo progetto investigativo, perseguito da quando sono arrivato a Palermo come Procuratore della Repubblica con il contributo decisivo (per eccezionale livello professionale, dedizione e spirito di sacrificio, qualità e quantità delle risorse umane e tecnologiche impiegate), non solo delle strutture investigative della Polizia di Stato (Servizio Centrale Operativo e Squadra Mobile di Palermo) ma anche dell’Arma dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo Speciale, Reparti Territoriali di Palermo e Monreale), cui va il mio personale plauso e penso quello dell’intero Paese.
Infine, la più importante operazione nel contrasto all’organizzazione Cosa Nostra degli ultimi anni è costituita da quella denominata “Gotha”, che ha permesso la ricostruzione anche storica delle vicende di mafia degli ultimi 25 anni.
Le conversazioni intercettate hanno riguardato gli argomenti più disparati, dalla censura di Papa Giovanni Paolo II per la dura condanna della mafia ad Agrigento alla ricerca di una raccomandazione per un esame universitario, alla valutazione sull’opportunità di procedere all’eliminazione di un “Capofamiglia” la cui nomina veniva ritenuta “illegittima”.
I dialoghi, captati con estrema difficoltà dentro un gabbiotto in lamiera ove i mafiosi si riunivano, hanno avuto per oggetto l’attuale organizzazione dell’associazione mafiosa; i rapporti tra le sue diverse articolazioni e i loro esponenti di vertice, in un gioco assai complesso ed estremamente fluido di alleanze e di contrapposizioni; il ruolo di vertice di PROVENZANO Bernardo; i rapporti degli associati con imprenditori e uomini politici; le attività criminali volte al controllo del territorio ed all’acquisizione di risorse economiche (progetti omicidiari, estorsioni, danneggiamenti, istruzioni per il perfetto killer, etc….), le dinamiche interne dell’associazione negli anni della “guerra di mafia” e alcuni dei delitti più gravi allora commessi.
Il profitto, il danaro è la ragione d’essere del crimine organizzato, portarglielo via è la soluzione, trovarlo il problema.
E’ noto che le principali attività criminose nelle quali si realizza l’accumulazione di ricchezza illecita da parte di Cosa nostra (fase dell’accumulazione primaria) sono costituite dalle estorsioni, dalla gestione illecita degli appalti pubblici e dal traffico di sostanze stupefacenti, cui di recente si sono aggiunte anche altre lucrose attività (la gestione delle lotterie e delle scommesse clandestine, l’illecito smaltimento dei rifiuti ecc.).
Cosa nostra ha sempre cercato di rendere invisibile il suo patrimonio, tentando di nascondere o quanto meno di mimetizzare le sue ricchezze.
Al di là di alcuni dati che incidono sulla vita generale dell’organizzazione (la fine delle stragi e di altri delitti eclatanti, il ricorso all’omicidio come estrema ratio ecc.), due cambiamenti nell’azione di Cosa nostra hanno avuto immediata ripercussione anche sotto l’aspetto economico: la diversa strategia nel settore delle estorsioni (riscossione a tappeto per somme limitate, che molto difficilmente inducono la vittima a denunciare il reato), ed il mutato ruolo dell’organizzazione nel traffico internazionale degli stupefacenti (niente più raffinerie di eroina, ma sempre più stretti legami con la ‘ndrangheta calabrese per l’importazione della cocaina), hanno reso più difficile il compito di ricostruire i percorsi del denaro investito ed – ancor più – di quello ricavato.
Della eccezionale gravità del fenomeno mafioso e, insieme, della importanza della sua repressione ai fini della più ampia azione di contrasto alla criminalità organizzata si è presa da tempo coscienza anche in sede internazionale.
Del resto Cosa Nostra, ben consapevole degli enormi guadagni che può garantire il traffico degli stupefacenti ha stretto alleanze con altre associazioni criminali, italiane e straniere, come dimostrano accertati collegamenti tra esponenti di “cosa nostra” ed esponenti della ‘ndrangheta, della camorra e della Sacra Corona Unita, da un lato; e, dall’altro, con associazioni criminali del resto d’Europa e, principalmente, dell’Albania, dei Paesi dell’Est europeo, della Turchia e dell’America Latina (Colombia e Argentina).
La recente cattura di Lo Piccolo Salvatore, colui che avrebbe voluto prendere in mano le redini dell’organizzazione, l’ultimo dei componenti della Commissione provinciale di Palermo, ha definitivamente decapitato l’organizzazione.
Ancora oggi, nonostante i gravi colpi ricevuti, con la quasi totalità dei componenti del suo organismo di vertice a scontare l’ergastolo nelle patrie galere, attraverso il sistema delle estorsioni, delle intimidazioni diffuse, degli attentati incendiari, dell’inserimento nel mondo dei pubblici appalti, continua comunque ad esercitare un pesante, violento ed esteso controllo sulle attività economiche, sociali e politiche nel territorio.
Proprio le indagini dirette alla cattura dei più importanti latitanti di Cosa Nostra palermitana continuano a svelare progressivamente l’esistenza di una vasta rete di fiancheggiatori nei più svariati settori della società e dell’economia, evidenziando la perdurante ed estrema pericolosità dell’organizzazione mafiosa, nonché la sua straordinaria capacità di infiltrare il tessuto economico e sociale e il mondo della politica e dell’amministrazione.
In sintesi, si può convenire che è in atto una fase di transizione i cui esiti non sono prevedibili con certezza, sia per quanto riguarda il futuro definitivo assetto di vertice, sia l’indirizzo politico-criminale dell’organizzazione.
In particolare, per quanto riguarda i prossimi scenari, non è possibile prevedere con ragionevole certezza quali saranno – dopo l’arresto di Bernardo PROVENZANO e di Salvatore LO PICCOLO – le strategie di Cosa Nostra; in particolare, non è possibile prevedere se continuerà la strategia (finora perseguita) di “sommersione” ovvero se prevarranno i fattori di instabilità e di crisi, collegati alla situazione dei capi condannati in via definitiva all’ergastolo, che potrebbero provocare un improvviso deterioramento dei precari equilibri interni, sia a causa di iniziative concertate con talune fazioni dell’organizzazione mafiosa, sia per iniziativa di gruppi o soggetti emergenti, decisi a sottrarsi alle direttive generali e a ridisegnare nuove geografie interne del potere.
Ora non v’è dubbio che il mafioso che sarà in grado di accumulare nuovamente enormi profitti, di controllare parti rilevanti del territorio, di influenzare a suo favore i flussi della spesa pubblica, non potrà non difendere il suo potere tentando di piegare le istituzioni ai suoi interessi, tentando di procurarsi una stampa connivente e ammiccando alla politica.
Un sistema di relazioni informali, basato sul principio dell’amicizia strumentale, sostituisce spesso l’esercizio dei diritti di cittadinanza e lascia spazio a forme di appartenenza ed intermediazione alternative e spesso illegali.
In una situazione in cui il proprio ruolo sociale, la propria credibilità professionale, la propria possibilità di scambio, contatto, inserimento, dipendono strettamente dalle proprie conoscenze l’atteggiamento prevalente non è il rifiuto degli equilibri consolidati qualora essi vedano il prevalere di elementi mafiosi, ma piuttosto il compromesso.
Il politico influente, l’imprenditore stimato, l’uomo d’onore fanno parte di una rete di amicizie strumentali alla quale si cerca di connettersi, in mancanza di altre reti di rapporti basate su valori diversi (onestà, capacità professionale, affidabilità, ecc.). Per cui, al di là delle grandi dichiarazioni di principi, degli schieramenti politici, degli spazi istituzionali di dibattito e di azione, si strumentalizzano i rapporti interpersonali, “amicali”, per prendere le decisioni, per fare affari, per veicolare capitali, conoscenze, persino identità, e questo in particolar modo negli ambienti affaristici.
La legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere. Perché la mafia attenta a tutti questi valori, perché è violenza, sopraffazione, intimidazione, prevaricazione, collusione, corruzione, compromesso, contiguità complicità. La mafia è eclissi di legalità. Forte e diffuso è il rischio di un assordante silenzio, della disattenzione, dello sconforto, della rassegnazione, della rimozione, del rifugio nel mito di martiri ed eroi in una oleografia staccata dalla realtà di oggi.
Finché la mafia esiste bisogna ricordarlo, parlarne, discuterne, reagire. Il silenzio è l’ossigeno grazie al quale i sistemi criminali, la pericolosissima simbiosi di mafia economia e potere, si rafforzano, si riorganizzano.
I silenzi di oggi saremo destinati a pagarli più duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre meno liberi.
Come Procuratore Nazionale Antimafia non posso che pensare alla repressione, con tutte le mie forze, con tutto il mio impegno, di tutti i traffici illeciti, di tutte le mafie nazionali e straniere, dovunque si trovino, ma oggi ho bisogno anche della collaborazione della società tutta e dei giovani in particolare.
Io sto dalla parte dell’antimafia concreta, dell’antimafia della repressione e dell’antimafia che chiede consenso e aiuto a tutte le altre componenti della società, dell’antimafia della speranza.
Oggi abbiamo la piena conoscenza della realtà sociale in cui viviamo e del suo condizionamento da parte di tanti fattori come la mafia e nessuno può più accampare alibi. Oggi si può, si deve, scegliere da che parte stare.
Per fortuna ci sono tante iniziative, tanti cambiamenti che lasciano ben sperare. Imprenditori che denunciano il racket, i giovani di Addio Pizzo, Confindustria siciliana pronta ad espellere chi sottosta all’estorsione, una madre spinta alla collaborazione con la giustizia dalle figlie educate dalle insegnanti alla legalità e così via. Purtroppo si tratta di iniziative ancora isolate che devono coordinarsi coi tanti movimenti antimafia, come Libera, la fondazione Falcone, la fondazione Caponnetto, Riferimenti in Calabria, ed altre iniziative del genere promosse nel Paese. Come i giovani di Locri che sotto lo sguardo perplesso, se non pavido, degli adulti, hanno osato scendere in piazza per ridare speranza e dignità ad una regione abbandonata come un vuoto a perdere e hanno urlato, rompendo il secolare silenzio: “ora ammazzateci tutti!!!” Un grido disperato per non fare cancellare del tutto la Calabria dai progetti dell’economia, della cultura, della politica, che è diventato, così l’ho inteso io, un inno alla resistenza: “siamo disposti a morire per non far morire la Calabria tutta”. Questi giovani, che sono riusciti, insieme a quelli di Addio Pizzo, a quelli contro il racket e la Camorra, a creare una rete telematica, virtuale e virtuosa, tra i giovani di tutta Italia, sono la nostra Speranza. La speranza di riconquistare spazi per una forte azione antimafia nell’unità dei movimenti della società civile.
Allora cerchiamo questi spiragli di speranza di farli diventare brecce, dei varchi attraverso cui gli eserciti dell’antimafia riconquistino le posizioni perdute.
La magistratura, ben consapevole che non appena si allenta la presa, la morsa della repressione, il nemico riconquista le posizioni perdute, non ha mai mollato. Pur con alterne vicende, fortune, errori, successi, insuccessi, si è sempre distinta come testimonianza di un impegno, di un esempio, che possa far guardare ad essa come preciso e visibile punto di riferimento nel contrasto alla mafia.
Al Presidente della Corte di Assise che lo interrogava nel corso del processo per la strage di Capaci, Buscetta riferì che Falcone, a lui che prevedeva che sarebbe stato preso per pazzo e che non sarebbero sopravvissuti a quell’avventura, ripeteva sempre: “non importa dopo di me ci saranno altri magistrati che continueranno”.
Dopo la strage di Capaci, Borsellino, sebbene fisicamente e moralmente distrutto per la perdita del suo compagno ed amico Falcone, si assunse la sua pesante eredità con la precisa consapevolezza che presto avrebbe seguito il suo destino; aveva deciso di continuare e si era buttato senza un attimo di tregua nelle indagini, imponendosi ritmi massacranti con l’ansia di una vera lotta contro il tempo.
Questo il suo grande insegnamento: “Andare avanti pur sapendo quale destino ti attende”.
Noi magistrati, con al nostro fianco le forze di polizia, ci siamo stati, ci siamo e ci saremo sempre nel contrasto alla mafia e a qualsiasi tipo di criminalità e di illegalità, nell’estenuante ricerca della verità e della giustizia.
Siamo tra quelli, ingenui o idealisti che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed agli autori delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco e tutte le illegalità anche le più piccole. Si sappia che noi magistrati andremo avanti a tutta forza.
Ci impegneremo ancora di più nel nostro lavoro, con la massima professionalità, cercheremo di accelerare anche di un sol giorno il lento procedere della giustizia.

Qualcuno continua a chiamarla “GIUSTIZIA”

Il COPASIR indaga su genchi e il CSM indaga su De Magistris.

Come volevasi dimostrare gli inquisitori sono diventati inquisiti e gli inquisiti giudici.

Infatti, quello che c’è di più assurdo in questa vicenda è che chi indaga sono le stesse persone e gli amici di quelli sui quali Genchi e De Magistris stavano indagando.

Questo, in Italia – qualcuno abituato ai “lodi” – continua a chiamarla “GIUSTIZIA”!

Cosa sapeva il Viminale?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13102/78/:

di Giorgio Bongiovanni – AntimafiaDuemila
La morte di Borsellino, la trattativa, l’agenda rossa, il blitz di Mezzojuso, il covo di Riina… tutti misteri ancora irrisolti
Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando.
Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta».
È così che i giudici d’Appello del Borsellino Bis chiudevano la loro sentenza di condanna contro il Gotha mafioso responsabile della morte di Paolo Borsellino, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio.
Un giudizio che in molti passaggi ha messo in evidenza le “connessioni mafiose” e i “suggeritori”, “mandanti”, “coordinatori”, “istigatori” e “supporti” esterni” che hanno contribuito alla strage. Eseguita sì dalla mafia ma, così come in quasi tutti gli omicidi “eccellenti”, come risultato di ibridi connubi fra criminalità e centri di potere occulto.
Per questo è fondamentale sgomberare il campo da qualsiasi ombra come quella che fino ad oggi ha nascosto la verità sulla cosiddetta “Trattativa”. Quel patto scellerato avviato nel 1992 dagli uomini del Ros e Cosa Nostra che, secondo le indagini, determinò l’accelerazione della morte del giudice Paolo Borsellino. Vicende a cui si riferisce Massimo Ciancimino, il testimone oculare di quegli avvenimenti, che sta verbalizzando le sue dichiarazioni con i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dell’accusa al processo sulla mancata cattura di Provenzano, in cui sono imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia l’ex capo del Sismi Mario Mori e il capitano Mario Obinu.
Un episodio, quello di cui parla il figlio dell’ex sindaco di Palermo, che potrebbe vedere coinvolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino in quel “dialogo” già a partire dal giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Quel giorno il vicepresidente del Csm si sarebbe incontrato con Paolo Borsellino. A confermarlo è l’annotazione dell’agenda grigia del giudice. Cosa si erano detti Mancino non lo ricorda ma, la cosa importante, secondo le rivelazioni di Ciancimino e che la trattativa in quella data era già ampiamente avviata.
Una tesi questa che però Mancino smentisce categoricamente: “Non c’è stata nessuna trattativa”. Inoltre “non conoscevo personalmente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto qualche cosa in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.” Parole che suscitano lo sdegno del fratello del giudice Salvatore Borsellino, secondo il quale: “Il vicepresidente del Csm non poteva non conoscere il magistrato del pool di Palermo che il 23 maggio 1992 aveva portato sulle spalle la bara di Giovanni Falcone”, e che era destinato a ricoprire la carica di capo della superprocura antimafia, dopo la morte del suo collega. “Credevo – ha detto inoltre Salvatore Borsellino – che ci dovesse essere un limite alla decenza in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni” ma “mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore”.

La trattativa
Intanto i nuovi verbali di Massimo Ciancimino, trasmessi alla procura di Caltanissetta, fanno già parte del fascicolo sui mandanti della strage di via d’Amelio. Le sue dichiarazioni parlano di quella trattativa tra Stato e mafia intavolata a giugno del 1992, attraverso la mediazione di suo padre “Don” Vito Ciancimino. In quel momento lo Stato italiano era in ginocchio per il violento attacco mafioso. Lima era stato ucciso da poco, subito dopo era toccato a Giovanni Falcone.
E’ a quel punto che De Donno incontra su un volo Palermo-Roma Massimo Ciancimino durante il quale gli chiede di poter interloquire con suo padre.
La risposta, diversamente da quanto ha sempre sostenuto Mori, non tarderà ad arrivare. Secondo Massimo Ciancimino perverrà quasi subito e sarà affermativa. Suo padre era disposto a dialogare con il Ros anche perché speranzoso di ricevere in cambio delle agevolazioni per la sua situazione processuale.
Così a giugno i militari si incontravano con “Don Vito” 2 o 3 volte, chiedendogli di fare da tramite per contattare Riina e concordare con il boss la fine delle stragi.
La risposta, a quanto dice Mori, arrivò a luglio di quell’anno ma la “vera apertura” della controparte, secondo i militari, si avrà ad agosto dopo la strage di Via d’Amelio. Un periodo che non coincide con la datazione di Ciancimino, il quale anticipa l’incontro con Mori nel periodo a cavallo delle due stragi.
Un dettaglio non da poco che potrebbe provare la consapevolezza di Paolo Borsellino dell’esistenza della trattativa alla quale, per onestà morale e rettitudine professionale, si sarebbe opposto con tutte le sue forze, fino alla morte. La contropartita infatti prevedeva una serie di richieste contenute nel “papello” scritto da Riina, in cui il boss pretendeva una serie di agevolazioni legislative in favore dei mafiosi come l’allentamento delle restrizioni carcerarie, la revisione dei processi, l’abolizione della legge sui pentiti e la riforma della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. “Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello”. Ciancimino lo ricorda bene perchè suo padre si era irritato. “Di quelle 10, 12 ce n’erano 3, 4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7,8 erano quelle di chi non vuole…” trattare. Poi – ha aggiunto – “mio padre diede l’elenco al capitano De Donno e al Gen. Mori” (cosa che i due smentiscono).
Ma, a quel punto, i militari sarebbero stati ancora più espliciti, se prima avrebbero chiesto la consegna dei superlatitanti in generale poi invece avrebbero voluto ottenere esplicitamente ottenere la cattura di Riina. Una pretesa improponibile per Ciancimino che a quel punto avrebbe inveito perché in tal modo sarebbe stato esposto a morte certa. Tuttavia, dopo un iniziale dietro front, “Don Vito”, nel racconto del figlio, si rese disponibile e, prima di ritornare in carcere per scontare un residuo di pena, indicava con mappe catastali alla mano (unite ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di Totò Riina. Un prezioso contributo per Mori e De Donno che poi, per catturare il Capo di Cosa Nostra si avvalsero anche del riconoscimento del pentito Di Maggio che lo indicò per strada, vicino a quel covo in cui molti mafiosi sostenevano fossero custoditi scottanti documenti, tra cui forse il famigerato “papello”. “Alla fine – ha detto suo figlio – mio padre morì con la consapevolezza di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi”.

Mi ha chiamato il ministro
“Don Vito” comunque non era uno sprovveduto, nei suoi ambienti sapeva muoversi bene. Conosceva il terreno vischioso della politica come quello della mafia e non si sarebbe mai speso per conto dei due ufficiali senza avere le giuste garanzie e non solo quelle di Provenzano.
Ed è qui che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via d’Amelio, chiama in causa i vertici del Viminale gridando la sua rabbia e chiedendo a Nicola Mancino di ricordare cosa accadde il primo luglio 1992. Come si è detto, quel giorno infatti Paolo Borsellino aveva incontrato il neo ministro. A confermarlo sono la sua agenda grigia in cui è annotato l’appuntamento “ore 19:30 Mancino” e anche il magistrato Aliquò che lo accompagnò fino alla porta del Ministero. Paolo Borsellino quel pomeriggio stava interrogando a Roma Gaspare Mutolo al quale disse, dopo aver ricevuto una telefonata, “mi ha chiamato il ministro mi assento un’oretta e poi torno”. Al suo rientro Mutolo lo vide sconvolto, tanto che il giudice fumava due sigarette alla volta.
È probabile che nell’’ufficio del ministro dell’Interno Borsellino seppe o vide qualcosa che lo turbò notevolmente. Secondo le ipotesi il giudice poteva essere venuto a conoscenza della Trattativa. Certo è che in quei terribili giorni, all’indomani della strage di Capaci, il magistrato lavorava senza sosta per scoprire i mandanti della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone. Sapeva di essersi avvicinato alla verità e per questo diceva alla moglie Agnese “devo fare in fretta”, avvertendola che se lui fosse stato ucciso sarebbe stata la mano di Cosa Nostra a compiere il delitto ma non sarebbe stata la mafia ad aver voluto avuto la sua eliminazione. In quei 57 giorni che separavano la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, Borsellino aveva ripreso il rapporto del Ros su mafia – appalti, quello stesso che, tempo prima, era stato stilato da Mori e De Donno, sul quale Falcone stava investigando prima di partire per Roma. I due Giudici stavano seguendo tutte le piste inerenti il sistema della spartizione illecita degli appalti in Sicilia e le relative collusioni con i poteri più alti.

L’agenda Rossa
Ma la consapevolezza di essere entrato in un gioco “troppo grande” rendeva il suo lavoro una corsa contro il tempo fino a svelare di fronte al pubblico della Biblioteca comunale di conoscere i segreti che avevano portato alla morte di Falcone. “Ritengo – aveva detto Paolo Borsellino – che più di questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. In questo momento oltre che magistrato sono un testimone. Se deve essere eliminato, la gente lo deve sapere: il pool antimafia deve morire davanti a tutti. Perché nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste continuando a far morire Giovanni Falcone. Prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo le confidenze di Giovanni Falcone, questi elementi che porto dentro di me io debbo come prima cosa rassegnarli all’Autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che a posto fine alla vita di Giovanni Falcone e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita anche una parte della mia e della nostra vita”. Una cognizione, quella del Giudice, che sembrava già essere chiara, basata su verità e confidenze raccolte dal collega prima di morire e che inevitabilmente avrebbero finito per determinare l’accelerazione della strage di via d’Amelio. Informazioni che forse erano annotate nella sua agenda rossa, trafugata dalla valigetta di cuoio del magistrato subito dopo l’esplosione della bomba di via d’Amelio. Un capitolo in cui affiora la presenza sul luogo della strage dei Servizi Segreti e del tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Quest’ultimo, immortalato da un video mentre si allontana con la valigetta del magistrato. Cosa conteneva quell’agenda? Forse Borsellino aveva scoperto gli ingranaggi di un sistema perverso nel quale spesso lavorano in comune accordo mafiosi, Servizi deviati, politici, religiosi e imprenditori. Un apparato comunemente definito “area grigia” nella quale, purtroppo, quando le inchieste riescono ad arrivare a figure intoccabili, si arenano nei meandri della lenta burocrazia giudiziaria e dallo stop delle leggi ad personam.
Borsellino, destinato a ricoprire la carica di Capo della superprocura antimafia non avrebbe mai permesso a quel sistema di svilupparsi. Continuando a svolgere il suo dovere fino in fondo, avrebbe messo al servizio della gente la sua onestà professionale oltre che morale, con la consapevolezza di essere appoggiato da quella parte di società civile che si riconosceva in lui per i valori che esprimeva. Una prospettiva che avrebbe finito per sconvolgere quel sistema colluso che preventivamente lo ha ucciso.

Il covo di via Bernini
Cosicché il 15 gennaio 1993, dopo nemmeno un anno dalla morte del magistrato, il Ros arrestava Riina, colui che da interlocutore della trattativa ne era diventato l’obiettivo. Un’operazione che ci riporta alla mancata perquisizione del suo covo di via Bernini che costò a Mori e al capitano “Ultimo” un rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia, concluso con una sentenza di assoluzione che non è però riuscita a motivare degnamente la quantomeno sospetta inattività degli ufficiali, arenandosi davanti al muro del segreto di Stato. Le anomalie diventano così delle coincidenze e come insegnava Riina a Giuffrè una volta possono essere possibili, due no. Perché la squadra del Ros coordinata da Mori decise di non perquisire la casa di Riina? Perché sono state spente le telecamere e abbandonati per 18 giorni i servizi di appostamento? Secondo Mori si era trattato di una serie di malintesi con la Procura di Caselli.
Ma è lì che tra le fila dei più fedeli alleati di “Zu Totuccio” si infuse il dubbio che il loro capo fosse stato “consegnato” da Provenzano, il quale dalle retrovie avrebbe gestito lo scambio per assumere il comando di una Cosa Nostra che si sarebbe avvicinata al mondo dell’economia e dei grandi appalti.
Proprio in questa direzione i magistrati dell’odierno processo a carico di Mori e Obinu cercano dunque di capire sotto quale “ombrello” protettivo il “Ragioniere” di Cosa Nostra sia riuscito a mantenere certi accordi, vivendo indisturbato la sua latitanza per quarantatré anni tra Palermo, Bagheria e Corleone.

Il mancato arresto di Provenzano
Raccogliendo la coraggiosa testimonianza del colonnello Michele Riccio, maggior accusatore dei due ufficiali, si ha infatti la sensazione di stringere un filo che collega molti misteri irrisolti. Una linea sottile che nel tempo ha racchiuso segreti inconfessabili in una fitta trama di ricatti e compromessi sui quali probabilmente si reggono oggi gli equilibri di questo Paese. I racconti di Riccio si riferiscono alle confessioni di Luigi Ilardo, vice reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino di “Piddu” Madonia. L’ex boss, detenuto nel ’93 presso il carcere di Lecce, aveva deciso di “saltare il fosso” e collaborare con la giustizia. Affidato alla gestione direttamente di Riccio del quale diventa confidente, viene infiltrato nel circuito mafioso da dove proveniva. Il suo contributo sarà inappagabile. L’ex esponente nisseo era riuscito a stabilire anche un contatto personale con Bernardo Provenzano, ottenendo con lui un appuntamento che si sarebbe tenuto il 31 ottobre 1995 in un casolare delle campagne di Mezzojuso. Un’occasione unica per il Ros che, a distanza di soli quattro anni dalla violenta offensiva di Cosa Nostra allo Stato e a soli due dall’arresto di Riina, avrebbe avuto la possibilità di catturare anche l’altro responsabile materiale delle stragi del ’92. L’incontro tra il capomafia e Ilardo si terrà verso le 8 del mattino, in una masseria vicino a quella dove, tempo dopo, sarà arrestato Benedetto Spera. Le Forze dell’Ordine però non arriveranno mai. E questo, secondo Riccio, a causa dell’inerzia dei suoi superiori. “Informai il colonnello Mori – ha dichiarato a processo – lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte”. “Ci sono rimasto, perché pensavo che mi avrebbe detto: ‘ruba una macchina, corri!’, per dire”. Invece no. Alla fine, come risultato, Provenzano evitò l’arresto e dopo qualche mese Ilardo venne ucciso. Il collaboratore morirà il 10 maggio del ’96 a Catania proprio una settimana dopo la riunione che avrebbe dato il via alla sua collaborazione formale, a Roma in presenza dei Procuratori Caselli, Tinebra, Principato e dei militari Riccio, Mori e Subranni.
Secondo i magistrati la collaborazione portava in sé un vero e proprio uragano.
“Certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse, ma provengono da voi!…” aveva detto Ilardo a Mori, in occasione della loro presentazione.
Da quel momento Riccio aveva capito “l’importanza devastante e drammatica di quello che avrebbe detto”. Lo stesso Ilardo lo aveva preparato “vedrà quante ne dovremo passare” ed ancora “ho qualcosa da raccontarle anche sul Gen. Subranni…”. Ed esternando le sue perplessità sulla cattura di Riina aveva parlato di un contatto esistente tra Provenzano e Dell’Utri, “l’uomo dell’entourage di Berlusconi” e di un “progetto politico” in cui Cosa Nostra in quegli anni si riconosceva. E quando Ilardo fece al colonnello i nomi dei politici, Mori disse a Riccio di non inserirli nel rapporto “Grande Oriente”. “Tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Io allora – aveva detto Riccio – ritenni l’inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto pensai, succede il finimondo…”. Poi Riccio ricorda una frase di Mori: “Loro (Berlusconi e Dell’Utri) le guerre le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno”.

Riina parafulmine d’Italia

Dice Maria Concetta Riina, la primogenita del capo di Cosa Nostra, che la condizione della sua famiglia durante la latitanza “era una situazione surreale, assurda” e che quello che veniva detto su suo padre e su di loro era come se non gli appartenesse. (Intervista al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni del 28-01-09)
Al di là dell’apparente schizofrenia che si può ritrovare in questa dichiarazione, c’è una “logica” non trascurabile. Quella stessa “logica” che fa dire a Maria Concetta Riina che suo padre è stato “un parafulmine per tante situazioni”. Ma “parafulmine” di chi?
E’ evidente che la figlia di Totò Riina lancia un segnale quando risponde che nonostante i tentativi di fare pentire suo padre “qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui (suo padre ndr), non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno”.
Ma a quali nomi e cognomi si riferisce?
Forse a personaggi molto potenti delle istituzioni che hanno intavolato una “trattativa” con la mafia per far cessare la stagione stragista?
O ad altri Potenti del mondo imprenditoriale, massonico o religioso che si sono seduti a quel tavolo?
Queste sono le risposte che vorremmo avere. Per sapere la Verità, per il futuro dei nostri figli, ma anche dei figli di Maria Concetta Riina per i quali lei stessa dice di aver deciso di parlare.
Non mi illudo che Maria Concetta possa essere a conoscenza di tali segreti, anche perché si tratta di misteri che, una volta svelati, farebbero cadere la Maschera degli uomini sanguinari che hanno fondato la seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino.
Se la figlia di Totò Riina chiede che i suoi figli non siano discriminati ma vengano considerati “normali”, lo stesso diritto appartiene ai familiari di tutte le vittime di mafia che chiedono giustizia e verità per i loro cari.
Maria Concetta Riina non parli quindi di “normalità” e non pretenda che venga presa in considerazione la sua concezione di “educazione, moralità e rispetto” che suo padre le avrebbe trasmesso.
Se prima non accetta la realtà della sofferenza delle madri e di quei figli delle vittime della mafia che a fatica hanno recuperato il senso della propria esistenza le sue parole si disperdono nel nulla.
Non si meravigli perciò della “chiusura” nei suoi confronti da parte di uno Stato che non le può riconoscere la condizione di normale cittadina che cerca un lavoro.
Dove è finito il resto del patrimonio di suo padre? In quale forziere è custodito e sotto quali nomi? E quali sono le proprietà riconducibili alla sua famiglia che ancora non sono state individuate?
Tante e tante domande che rimarranno nel vuoto.
Se davvero l’intervista di Maria Concetta Riina rappresenta una sua “apertura” non posso che auspicare che Dio la illumini a proseguire su questa strada.
Solo in questa maniera potrà confidare in un futuro migliore per i suoi figli.
Altrimenti rientri nel suo mondo, continui il suo “ruolo” e lasci a tutti gli operatori di pace e di giustizia l’onere e l’onore di costruire una nuova società senza l’orrore della mafia.
Un’ultima considerazione per noi molto importante e fondamentale è diretta al signor Salvatore Riina.
Dire la Verità, tutta la Verità sui suoi complici, sui MANDANTI A VOLTO COPERTO delle stragi che Lei, signor Riina ha voluto, riscatterebbe il suo peccato di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
“Parlare” significherebbe far conoscere la Verità.
“La verità che rende Liberi ma veramente Liberi gli uomini”. (Vangelo di San Giovanni cap. 8, vers. 31)

Gorgio Bongiovanni
Direttore di ANTIMAFIADuemila

La forza della verità
Il colonnello Riccio regge l’attacco dei difensori di Mori e Obinu

di Maria Loi e Lorenzo Baldo

Lo scorso 9 gennaio si è concluso l’interrogatorio del colonnello dei Carabinieri, ora in pensione, Michele Riccio, al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella precedente udienza del 16 dicembre vi era stata la prima parte della deposizione del colonnello Riccio che a tutti gli effetti è il teste chiave di questo processo dimenticato dai grandi Media (a parte Biondo e Travaglio sull’Unità e MicroMega).
Nell’udienza del 16 dicembre Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso (PA) con l’amarezza di chi ha dovuto eseguire le direttive dei suoi superiori senza poter procedere alla cattura di Provenzano. Il Pm Di Matteo ha letto quindi una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che, sotto la voce “Esponenti delle istituzioni”, conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Tra i soggetti delle istituzioni elencati il Pm ha evidenziato che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Agli addetti ai lavori non è potuto sfuggire che quel Dolcino Favi è l’ex procuratore generale reggente di Catanzaro (attualmente indagato per abuso di ufficio e calunnia) che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta denominata Why Not.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Tra le informazioni che Riccio aveva raccolto da Luigi Ilardo nei primi mesi c’era anche quella sul contatto tra Provenzano e un uomo dell’entourage di Berlusconi che avrebbe assicurato a ‘zu Binnu iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la sua fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo aveva fatto capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo dell’entourage di Berlusconi. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. Nel corso del dibattimento il col. Riccio ha più volte citato quel “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha rimarcato l’ufficiale – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”.
Nell’udienza del 9 gennaio scorso ha avuto inizio il controesame del col. Riccio. La parola è passata prima all’avvocato Piero Milio e poi al collega Enzo Musco. Entrambi hanno ripercorso alcune tappe della carriera di Riccio cercando più volte di metterlo in difficoltà. L’ufficiale ha retto molto bene il confronto costringendo i due legali a imbarazzanti dietrofront. In un’aula più affollata del solito, oltre a carabinieri e giornalisti erano presenti i due imputati: Mori e Obinu. Seduti vicini, si scambiavano sguardi d’intesa annotando su carta le dichiarazioni del teste chiave. Molto nervosismo e qualche piccolo scatto fisico ogni qualvolta il colonnello rimarcava la mancanza di professionalità dei suoi superiori.
Alla domanda del Pm sulla supervisione delle bozze del rapporto Grande Oriente che dovevano essere visionate obbligatoriamente da Mori, Riccio ne ha dato conferma. Di Matteo ha insistito chiedendo a Riccio se si fosse posto il problema in merito a cosa sarebbe potuto accadere qualora avesse scritto nel rapporto i passaggi più controversi (l’ordine di non intervenire, l’omissione dei nomi dei favoreggiatori di Provenzano).
Lo stesso Presidente della IV sez. penale, Mario Fontana, ha ulteriormente chiesto a Riccio se avesse pensato che determinate informazioni non sarebbero passate. Riccio ha confermato quanto esposto precedentemente al Pubblico Ministero in merito al fatto di essersi sentito solo, di aver temuto per la sua famiglia e per se stesso subito dopo la morte di Ilardo. “Se avessi scritto certe cose – ha ribadito il colonnello – si sarebbe andati allo scontro… certo che l’ho pensato…”. Facendo riferimento ai nomi dei politici di cui gli aveva riferito il confidente e che sarebbero dovuti essere inseriti nel rapporto il pm Di Matteo ha domandato al teste per quale motivo non c’era il nome del senatore Marcello Dell’Utri di cui, invece, Ilardo gli aveva accennato in un colloquio precedente. Il colonnello ha risposto che aveva avuto la direttiva di omettere i nomi dei politici dal generale Mori. Sul punto il pm ha invitato il colonnello a dare maggiori spiegazioni a riguardo e Riccio ha risposto: “Perché Dell’Utri era un personaggio vicino ai nostri ambienti, se mettevo quel nome succedeva il finimondo. Era l’area di riferimento dell’Arma…era di casa nostra”. “L’inserimento di quel nome – ha proseguito Riccio – l’ho visto come un pericolo”.
A sentire i nomi dei politici citati da Ilardo nell’aula del nuovo palazzo di giustizia l’aria si è fatta sempre più pesante: Andò, Mannino, Andreotti. Riccio non ha mai indietreggiato di un millimetro. E’ un racconto crudo, senza sconti per nessuno. Si sono così riaccesi i riflettori sulla vicenda del vassoio d’argento regalato da Cesare Previti al gen. Mori, così come la questione del fratello di Mori in servizio presso la Fininvest fino al 1991. Sono riemersi quegli inquietanti intrecci dove i principali protagonisti sono venuti a patti con Cosa Nostra nel nome di reciproci interessi celati dietro ad una “ragione di Stato” sempre più intrisa del sangue di tanti innocenti. Quella stessa “ragione di Stato” che protegge tuttora i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Ecco allora che rispuntano le tetre figure di Salvatore Ligresti, Raul Gardini, Giuseppe Farinella. Un racconto da romanzo criminale. Peccato che invece si tratti di pezzi di storia reale, volutamente occultati; quella storia che solamente pochi uomini hanno il coraggio di raccontare. Michele Riccio è uno di questi. Il coraggio che lo anima proviene indubbiamente dalla certezza della verità. Con un prezzo altissimo da pagare: isolamento e delegittimazione.
Ma per chi non è disposto a vendere la propria dignità ne vale comunque la pena.

Per tutti gli approfondimenti sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso: Antimafiaduemila.com

Processo Mori-Obinu.
Maresciallo incriminato per falsa testimoniaza

Il maresciallo dei carabinieri Angelo Bongiorno è stato incriminato in aula per falsa testimonianza nell’udienza del 30 gennaio scorso del processo Mori-Obinu. Rispondendo al Pubblico Ministero il sottufficiale ha sostenuto in aula che il 31 ottobre del 1995 Riccio non si trovava a Mezzojuso (PA) insieme a lui e ad altri colleghi. Di fronte a tali dichiarazioni il Pm Nino Di Matteo ha prodotto la copia della relazione di servizio, recante anche la firma del M.llo Bongiorno, che attesta invece la presenza di Riccio durante l’operazione (così come le altre testimonianze che confermano la presenza di Riccio a Mezzojuso). E proprio in merito alla suddetta relazione di servizio il teste ha risposto di avere firmato qualche giorno dopo: “E lo feci – ha evidenziato – perché me lo chiese lo stesso Riccio”. Queste affermazioni hanno indotto il pm a chiedere ed ottenere immediatamente dal tribunale un confronto tra Bongiorno e un suo collega, l’appuntato Damiano Tafuri. Un confronto nel quale lo stesso Bongiorno si è contraddetto più volte riconoscendo sommessamente che il suo collega aveva ricordi più precisi dei suoi. Il Pm ha quindi ottenuto dal tribunale la trasmissione degli atti per procedere contro il sottufficiale. Il processo è stato rinviato al 13 febbraio.
L.B.

Non cercate quell’agenda

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13142&Itemid=78:

di Giorgio Bongiovanni – 18 febbraio 2009
“La giustizia è morta” grida ancora una volta Salvatore Borsellino dopo aver appreso la notizia che la Cassazione ha messo la parola fine alla speranza di poter vedere almeno approfondito uno dei capitoli più inquietanti e delicati della strage di via D’Amelio: la scomparsa dell’agenda rossa di suo fratello Paolo Borsellino.

La Suprema Corte ha infatti confermato il proscioglimento del tenente Arcangioli accusato di aver sottratto la preziosa agenda dalla valigetta del magistrato come lascerebbero logicamente presupporre le immagini filmate che lo riprendono mentre con la borsa in mano si allontana dall’auto del giudice pochi minuti dopo la terribile deflagrazione. La procura di Caltanissetta titolare delle indagini si era appellata contro la sentenza che aveva decretato il non luogo a procedere nei confronti dell’ufficiale dei carabinieri con una motivazione che già avevamo avuto modo di commentare (vedi articolo correlato Non finisce qui). A nostro parere e in accordo con quanto proposto dai magistrati Di Natale e Liguori titolari del ricorso la sentenza presentava non poche anomalie soprattutto nella trattazione degli elementi di prova. Stupisce come nonostante le enormi questioni rimaste irrisolte e inspiegate riguardo al comportamento dell’Arcangioli e dell’importanza storica e politica di quella strage si sia scelto di non procedere nemmeno ad un rinvio a giudizio che se non altro avrebbe potuto fugare i dubbi che permangono sulla figura dell’Arcangioli e della sua condotta. Invece il mistero si infittisce e i sospetti aumentano ancor di più con le dichiarazioni che lo stesso ufficiale ha rilasciato a margine di questa decisione suggerendo in modo sibillino “di cercare altrove”. Altrove dove, scusi, signor Arcangioli? Se ha qualche idea perché non l’ha riferita ai magistrati a tempo debito invece di fornire ricostruzioni imprecise, confusionarie e discordanti che non fanno certo onore ad un ufficiale del suo rango? Rincresce dirlo, ma queste mezze frasi evocano quella spiacevole sensazione di depistaggio tipica di certe metodologie che fanno da cornice a tutte le stragi.
Ci rincuora solo la fiducia che riponiamo nella procura diretta dal Sergio Lari che, siamo certi, non lascerà nulla di intentato per cercare di scoprire dove sia l’agenda rossa di Paolo Borsellino e soprattutto la portata di quanto in essa contenuto.
Paolo Borsellino aveva capito quali equilibri si stavano stabilendo in quel periodo, al prezzo della vita di Falcone e della sua se non avesse acconsentito, come fece, ad accettare l’ignobile accordo sul quale da allora si regge, drammaticamente, questa nostra specie di Repubblica.
Se lo ha scritto e se l’agenda non è stata distrutta è una formidabile arma di ricatto ed è per questo avvolta dalla più fitta coltre di fumo.  Quello stesso fumo attraverso cui camminava, che gli piaccia o no, il tenente Arcangioli con in mano la borsa del giudice.
A Salvatore Borsellino e a tutta la sua famiglia tutto il nostro affettuoso sostegno e l’impegno a fare tutto quanto in nostro potere per scoprire la verità così da poter ricambiare l’ immenso sacrificio almeno con la pace che viene dalla giustizia.
A noialtri, tutti, l’obbligo di fare nostro l’esempio di Paolo Borsellino nelle scelte quotidiane che siano di coscienza, di rigore e di altruismo.

Giorgio Bongiovanni e la redazione di ANTIMAFIADuemila