Archivi del giorno: 4 marzo 2009

Il socialismo berlusconiano

Da http://www.esmartstart.com/_framed/50g/berlusconi/inchiesta/cap3.2.htm:

Il socialismo berlusconiano

Le prime, pubbliche prese di posizione politiche di Berlusconi risalgono al luglio del 1977, quando dichiara: “Il Pci [deve starei all’opposizione. Per andare al governo non bastano solo le attestazioni di fede democratica. Oggi [la base del Pci] è ancora affascinata dal modello sovietico e sogna pane e cipolle per tutti… La vera alternativa è nella Dc, [ma] una Dc che si trasformi in modo da permettere al Psi di tornare al governo… La Dc sta cambiando, soprattutto in Lombardia e a Milano, dove un uomo di grande valore come Mazzotta ha conquistato la federazione Dc, coagulando la sinistra anticomunista della Base e di Forze nuove, la Coldiretti, Comunione e liberazione. Altre forze si ritrovano attorno a uomini come l’on. Usellini […], come Mario Segni, come il ministro Pandolfi”.
Il rampante imprenditore piduista manifesta dunque un orientamento politico in tutto identico agli assunti del “Piano di rinascita” della Loggia massonica di Gelli: avversa il partito di Berlinguer, che ritiene “un pericolo” per la democrazia, e si schiera apertamente con gli esponenti della destra democristiana; né manca di sottolineare – come stabilito nel “Piano” piduista – l’opportunità di “recuperare” al governo il riottoso Psi (l’anno prima, a metà luglio 1977, l’amico Bettino Craxi, al Comitato centrale del Psi, è stato eletto segretario del partito in sostituzione del “filocomunista” De Martino). Ma per Berlusconi la teorica posizione ideologica di centro-destra è già pragmatica adesione all’imminente epopea del socialismo craxiano – del resto, nel corso delle sue avventure edilizie, Berlusconi ha avuto modo di allacciare proficui rapporti con alcuni esponenti del Psi lombardo: il sindaco di Segrate Renato Turri, l’assessore regionale all’urbanistica Parigi, e soprattutto il “regista” del Piano intercomunale milanese, Silvano Larini, attraverso il quale è entrato in contatto con Craxi.

A cavallo tra il 1976 e il 1978, la triade Gelli-Berlusconi-Craxi muove la scalata al potere in modo connivente e contestuale. Il Venerabile maestro tesse nell’ombra la sua occulta tela corruttiva infiltrandola nel corpo della Repubblica. L”‘apprendista muratore” Silvio Berlusconi è posto a capo della Fininvest e si prepara a dare attuazione alla parte del “Piano” piduista relativa ai mass media. Nel luglio ’76, Bettino Craxi conquista a sorpresa la segreteria del Psi (il suo nome è esplicitamente indicato nel “Piano” della P2 quale possibile referente della Loggia gelliana): riesce a conquistare la leadership socialista grazie al determinante appoggio della corrente guidata dal demartiniano Enrico Manca (il cui nome risulterà negli elenchi piduisti).
All’interno della triade Gelli-Berlusconi-Craxi, le “sinergie” tanto care alla retorica imprenditoriale berlusconiana saranno innumerevoli, non solo nell’ambito della direttrice Gelli-Berlusconi e Craxi-Berlusconi ma anche a chiusura del “triangolo” politicomassonico-affaristico – sul versante Gelli-Craxi. Infatti, l’influenza della Loggia piduista sul Psi si rivelerà decisiva per la leadership craxiana, specialmente quale occulta regia dei massicci finanziamenti al partito da parte del banchiere piduista Roberto Calvi, e dei “conti cifrati” accesi in terra elvetica nell’ambito della corruttela che ha accompagnato e caratterizzato l’epopea craxiana (primo fra tutti il celeberrimo “Conto Protezione”). Non a caso, nel settembre 1979 Craxi propone la cosiddetta “Grande Riforma”, cioè la Repubblica presidenziale, radicale modifica costituzionale indicata nel “Piano di rinascita” piduista quale approdo finale. Non a caso, quando il bancarottiere piduista Roberto Calvi, in carcere, rivela di aver versato al Psi sul “Conto Protezione” 16 milioni di dollari, il 10 luglio 1981 parlando alla Camera l’ineffabile Craxi attacca la magistratura per l’arresto del banchiere piduista (“abusi compiuti in nome della legge”) e per lo scandalo suscitato dalla scoperta della Loggia P2 (“una campagna che ha cominciato a puzzare di maccartismo”).

Il sodalizio Berlusconi-Craxi – ferreo legame di interessi politico-affaristici tra il rampante imprenditore piduista e lo spregiudicato segretario del Psi – segnerà la ribalta del Potere per tutti gli anni Ottanta.
“I due si frequentavano da prima ancora che Craxi diventasse segretario del Psi… Si incontravano spessissimo, frequentando le rispettive abitazioni… C’è sempre stata tra loro grande familiarità e confidenza. Craxi ha permesso a Berlusconi l’apertura di molte porte. C’è stato ad esempio un periodo in cui l’imprenditore faticava ad assolvere ai suoi gravosi impegni finanziari: con l’appoggio del segretario socialista, ben introdotto nelle banche, tutto è diventato più facile”. A propiziare il loro incontro era stato, nei primi anni Settanta, il faccendiere del Psi Silvano Larini, il quale finirà in carcere nell’ambito dell’inchiesta “Mani pulite” in seguito al suo ruolo di collettore di tangenti in nome e per conto di Bettino Craxi.
La scalata di Craxi al potere, fino alla presidenza del Consiglio (agosto 1983), è parallela e connessa all’occupazione dell’etere pubblico da parte di Berlusconi. Il potere craxiano si sostenterà per anni, oltre che di corruzione e concussione, dei mezzi di comunicazione berlusconiani, e l’editore piduista si avvarrà per anni della sponda politica “socialista” e del sodalizio di potere con Craxi per muovere il suo attacco al monopolio Rai-Tv e al pluralismo della stampa, egemonizzando il nevralgico mercato pubblicitario.
Tra il 1983 e il 1986, il governo Craxi rifiuta di procedere al rinnovo del decaduto Consiglio di amministrazione della Rai (in pratica congelandone l’attività); e quando, nell’ottobre ’86, il nuovo Consiglio viene finalmente insediato, alla presidenza della Tv di Stato Craxi impone Enrico Manca, il cui nome risultava negli elenchi della Loggia P2, e la cui ambigua e accomodante strategia verso il “concorrente privato” Fininvest darà adito a ricorrenti polemiche. Risulta evidente il disegno craxiano (in sintonia col “Piano” piduista) di indebolire la Tv pubblica, favorendo il monopolio televisivo privato dell’amico-complice Berlusconi. “Al Psi riconosciamo di avere per primo manifestato una significativa apertura verso le Tv private”. dichiarerà cori gratitudine un esponente della Fininvest.
Quando, il 16 ottobre 1984, i pretori di Roma, Torino e Pescara dispongono l”‘oscuramento” dei tre illegali networks berlusconiani (Canale 5, Italia 1, Rete Quattro), il presidente del Consiglio Craxi nel volgere di sole 48 ore, quasi si trattasse di un “affare privato”, mette a punto il cosiddetto “decreto Berlusconi”, e il giorno 20 il governo vara il decreto-legge che rende “transitoriamente legali” i networks dell’editore piduista-craxiano, consentendone la ripresa delle trasmissioni, cioè a dire l’abusiva occupazione di fatto dell’etere pubblico. E quando, il successivo 28 novembre, il “decreto Berlusconi” viene giudicato incostituzionale e respinto dalla Camera, il governo Craxi con un colpo di mano lo reitera (6 dicembre> attraverso un secondo, analogo decreto (il “decreto Berlusconi-bis” verrà poi approvato dai due rami del Parlamento, evitando così la crisi di governo minacciata da Craxi).

Nel corso degli anni Ottanta, e fino al 1992, a ogni tornata elettorale gli spot pubblicitari di Craxi e del Partito socialista dilagano sui networks dell’amico Berlusconi: “Una delle più struggenti testimonianze della devozione di Silvio Berlusconi per Bettino Craxi èla comparsata che l’uomo di Arcore fece nella primavera del 1992 in un chilometrico spot confezionato dalla regista Sally Hunter per la campagna elettorale del leader socialista. Il Berlusca si fece intervistare insieme con una scelta pattuglia di fedelissimi: i parenti stretti (il padre Vittorio Craxi e la figlia Stefania), il pittore Antonio Recalcati, l’ex casco d’oro Caterina Caselli, l’allora sindaco di Milano Giampiero Borghini, l’allenatore di basket Sandro Gamba. Berlusconi, immortalato vicino a un pianoforte, parlò per 33 secondi, con espressione estatica, del governo Craxi (1983-1987). Disse: “Ma c’è un altro aspetto che mi sembra importante, ed è quello della grande credibilità politica di quel governo. La grande credibilità politica sul piano internazionale, che è – per chi da imprenditore opera sui mercati – qualcosa che è necessario per poter svolgere un’azione positiva in ambienti anche politici sempre molto difficili per noi italiani, e qualche volta addirittura ostili”. In più occasioni, da presidente del Consiglio, Craxi affida le sue esternazioni a Canale 5, ignorando la Tv di Stato.
Il sodalizio politico-affaristico tra il segretario del Psi e l’editore piduista, così plateale da evocare certe realtà proprie dei regimi totalitari sudamericani, si estende anche alla stampa. Con l’acquisizione del “Giornale nuovo” da parte di Berlusconi, il quotidiano di Montanelli diviene filo-craxiano. Ma le mire del Psi sono rivolte al prestigioso “Corriere della Sera”, devastato dall’infiltrazione della Loggia P2 e alla ricerca di un nuovo assetto proprietario. Nell’autunno del 1983 si forma una “cordata” di imprenditori interessati a rilevare la proprietà del “Corriere della Sera”: ne fanno parte il costruttore Giuseppe Cabassi (filosocialista), Silvio Berlusconi (“Berlusconi riscuote la fiducia del Psi in vista di un nuovo assetto proprietario del “Corsera””, e l’industriale catanese Mario Rendo, il quale è socio di Berlusconi nella Società tipografica siciliana spa (un miliardo di capitale, la società ha quale principale attività la stampa in facsimile dei quotidiani “Il Giornale nuovo”, “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”).
La stessa scalata di Berlusconi alla Mondadori (1989-90) nel tentativo di costituire un monopolio multimediale della comunicazione, acquisendo inoltre il controllo del più diffuso quotidiano italiano, “la Repubblica”, inviso al potere craxiano, sarà un’operazione tentata (e parzialmente conseguita) con la benedizione di Bettino Craxi, nuova tappa verso la piena attuazione del “Piano” piduista volto al totale controllo dei mass media.
All’inizio degli anni Novanta, con la caduta di Craxi sotto una grandine di “avvisi di garanzia” da parte della magistratura si ha la fine del sodalizio di potere Craxi-Berlusconi L’inchiesta giudiziaria detta “Mani pulite” rivela l’immane sottobosco di corruttele-concussioni-tangenti di cui si è nutrita l’era craxiana e solo l’immunità parlamentare salva l’ormai cx segretario del Psi dalle patrie galere.
Nell’autunno del 1993, allorquando la Camera respinge una delle innumerevoli richieste di “autorizzazione a procedere” avanzate dalla magistratura a carico di un Craxi gravemente e documentatamente indiziato di corruzioni, concussioni, e di violazioni della legge sul finanziamento ai partiti, l’amico Berlusconi gli esprime pubblicamente la propria solidale soddisfazione: un toccante gesto amicale, o piuttosto una prudenziale rassicurazione rivolta all’ex potente, detentore di molti dei segreti di Sua Emittenza?

Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega: «La Fininvest è nata da Cosa Nostra»

Da http://www.esmartstart.com/_framed/50g/berlusconi/bossi.htm:

Di Matteo Mauri – La Padania del 27 ottobre 1998

«La Fininvest è nata da Cosa Nostra»
Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega: il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore è palermitano
Lo tengono in piedi perché rappresenta i loro interessi al Nord, è il loro “figlio di buona donna”

BRESCIA – La guerra è aperta da tempo. Ma ora entra in campo l’artiglieria pesante. E se alle accuse di mafia che da tempo Bossi lancia contro Berlusconi, il Cavaliere risponde col silenzio, adesso il Senatur ha deciso di alzare il tiro. «Tanto per essere chiari, per far capire alla gente», replica ad un congressista che aveva criticato la «politica dell’insulto» del segretario leghista. L’attacco di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, è durissimo. Il segretario della Lega Nord nel corso del suo intervento al Congresso straordinario del Carroccio, ha più volte dato del “mafioso” a Berlusconi. Da tempo il leader leghista, durante gli innumerevoli comizi, aveva indicato nel Cavaliere «l’uomo di Cosa Nostra». Al congresso, la tesi è diventata ufficiale. «L’uomo di Cosa Nostra» viene citato decine e decine di volte. E con lui tutte le aziende che fanno capo al leader di Forza Italia. L’anomalia italiana è lì: se ne devono convincere in primo luogo tutti i delegati, poi l’opinione pubblica.«La Fininvest – ha affermato Bossi – ha qualcosa come trentotto holding, di cui sedici occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano. E a Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La verità è che se cade Berlusconi cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi». Se l’ex-Capo dello Stato Francesco Cossiga negli ultimi due giorni è andato giù durissimo nei confronti del Cavaliere, Bossi non è certo stato da meno. Anzi, ha alzato il tiro, entrando anche nei dettagli, quando ha parlato della Banca Rasini, delle holding occultate, della nascita della prima tv berlusconiana, del partito degli azzurri. «Un palermitano – ha affermato Bossi – è a capo di Forza Italia. Perché Forza Italia è stata creata da Marcello Dell’Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord».Eppoi ancora, come in un crescendo: «Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord»; «Silvio è uomo della P2, cioè del progetto Italia»; «La Banca Rasini è la banca di Cosa Nostra a Milano»; «Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un palermitano».«L’uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d’intervento, ha indicato spesso il disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e coppola.Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che “pecunia non olet”. C’è denaro buono che ha odore di sudore, e c’è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto».

Arrestateci tutti!

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1144:arrestateci-tutti&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Martina Di Gianfelice

Il ddl sulle intercettazioni, fortemente voluto da Berlusconi per ovvi motivi, prevede che si possa intercettare per i reati puniti con pene superiori a 5 anni.
Ma in realtà non sarà così, infatti i Berlusconi’s angels Alfano e Ghedini hanno messo in atto alcuni meccanismi ad incastro, che creeranno l’effetto di rendere inutili ed inutilizzabili le intercettazioni.

La disposizione delle intercettazioni spetterà ad un collegio di 3 giudici, purtroppo Alfano non si è informato delle condizioni dei tribunali italiani e non sa che in Italia c’è carenza di organico in Magistratura. Infatti, in Italia ci sono 10 mila magistrati e i piccoli tribunali dispongono solitamente di un organico di 20 giudici. In ogni tribunale tutti i ruoli devono essere ricoperti per permettere il funzionamento del processo (Pubblico Ministero, giudici civili e penali, quindi Gip, Gup e 3 giudici del Riesame e i giudici in composizione monocratica e collegiale). Ogni magistrato puo’ assumere solo una funzione nel processo, se ci vogliono 3 giudici per autorizzare l’intercettazione, significa che, a causa della mancanza di un organico sufficiente, gli stessi giudici saranno costretti a ricoprire altri incarichi nello stesso processo, diventando incompatibili e quindi oggetto di ricusazione (sostituzione del giudice) da parte dell’imputato, che sarà quindi in grado di paralizzare il processo e di conseguenza il sistema delle intercettazioni.

La durata delle intercettazioni, che con la precedente legge era decisa dal Gip in base agli sviluppi dell’indagine, sarà di 45 giorni, con prevista proroga di 60 giorni (eccetto per mafia e terrorismo). Si potrà intercettare solo per due mesi, per una sorta di accordo a tavolino tra delinquenti e governanti, in cui chi vince non è certamente lo Stato, ma la criminalità, che potrà decidere le strategie d’attacco grazie alla preventiva resa dopo 60 giorni dello Stato.

Le intercettazioni ambientali saranno possibili solo in luoghi in cui c’è fondato sospetto che si commettano reati. Ma puo’ esserci fondato sospetto, se è proprio attraverso le intercettazioni che l’autorità giudiziaria mira a scoprire i colpevoli di eventuali reati? Per esempio, per catturare Bernardo Provenzano e capire dove si nascondeva, si è provveduto ad intercettare l’utenza riconducibile all’abitazione della moglie e dei figli del boss mafioso corleonese. La casa della famiglia di Provenzano, per il ddl che si apprestano a confezionare, non puo’ essere sottoposta ad intercettazioni, poichè non c’è il fondato sospetto che all’interno siano commessi reati. Infatti il gruppo Duomo, addetto alla cattura di Provenzano, non ha intercettato casa Provenzano per identificarvi un eventuale reato, ma per scoprire se la famiglia aveva contatti con il boss mafioso. Inoltre, il gruppo Duomo aveva piazzato telecamere nascoste a Corleone, in modo tale da poter ricostruire il percorso della biancheria (grazie al quale hanno arrestato il boss) da casa Provenzano, alla masseria in cui lui si nascondeva e non mi risulta che sia un reato trasportare biancheria; quindi manca il “fondato sospetto che nel luogo intercettato si commettano reati”.

L’esempio Provenzano puo’ essere utilizzato anche come contestazione di un altro punto del ddl, ovvero si potrà intercettare solo se sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico della persona da sottoporre ad intercettazione. Nel caso di Provenzano le persone intercettate non erano nemmeno, all’epoca, indagate; quando avviene un sequestro di persona le persone intercettate sono i familiari e non perchè siano sospettati di aver sequestrato il proprio caro, ma perchè si spera che i malviventi si mettano in contatto con la famiglia della vittima. Infatti, la legge consente di intercettare persone non indagate, ma forse Alfano non lo sa e quindi si erge a difensore della privacy degli italiani; secondo i calcoli empirici del Genio giuridico (dichiarazioni fatte in Commissione Giustizia alla Camera), i connazionali intercettati sono la gran parte, 30 milioni, perchè i decreti di autorizzazione ad intercettare sono 125 mila, arrivando a supporre che ci sono 125 mila intercettati, mentre i decreti non corrispondono alle persone intercettate, ma alle utenze, ma Alfano non lo sa. La domanda sorge spontanea: com’è arrivato da 125 mila a 30 milioni? Mistero! Comunque i magistrati, quindi gli addetti ai lavori, ci fanno sapere che le intercettazioni sono 75 mila, secondo calcoli scientifici (non 125 mila come dice “l’empirico”) e se si calcola che numerose utenze sottoposte ad intercettazioni, risultano spesso appartenenti ad una sola persona, le intercettazioni sono solo 20 mila su quasi 60 milioni di italiani. Il Ministro ha delirato anche sui costi delle intercettazioni, affermando che costano il 33% del bilancio della giustizia ogni anno, mentre invece è il 2,9%, perchè essendo 7 miliardi e mezzo il bilancio della giustizia e 225 milioni il costo delle intercettazioni dell’anno scorso, non è il 33%, ma il 2,9%!

I giornalisti non potranno più pubblicare in modo “parziale o per riassunto, o nel relativo contenuto, atti di indagine preliminare, nonchè quanto acquisito al fascicolo del pm o del difensore, anche se non sussiste più il segreto”, fino al processo. Questo significa che l’opinione pubblica non potrà sapere, sarà abolito il diritto di cronaca ad informare e anche quello del cittadino ad essere informato. Questa legge mira a distruggere quel poco di informazione che ci è rimasto e ad annientare quei, sempre più rari, giornalisti che fanno il proprio lavoro onestamente e con grande passione; gli vietano di pubblicare atti pubblici, quindi non più coperti da segreto, non vogliono farci sapere quello che succede, non vogliono che il popolo italiano sia in grado di crearsi una coscienza critica. Dobbiamo opporci a questa ennesima degenerazione del nostro Paese in una dittatura, voluta dalla nostra classe dirigente. Noi vogliamo la libertà, la libertà di poter vivere nel nostro Paese e di non dover andare all’estero per provare a costruirci un futuro. Inoltre, i giornalisti rischieranno l’arresto fino ad un anno e l’ammenda di 10 mila euro, con multe anche per gli editori in caso di pubblicazione e anche in caso di rivelazione dei nomi dei magistrati che si occupano dell’inchiesta è previsto il carcere. Oggi i Falcone ed i Borsellino non esisterebbero, perchè nessun giornale potrebbe nominarli in merito alle inchieste da loro condotte. Insomma, arrestateci tutti!

p.s. Per trasparenza, ci tengo a dire, che i dati citati nell’articolo sono presi dal Passaparola di Marco Travaglio (e verificati) e dalla “relazione” in Commissione Giustizia alla Camera di Alfano sullo stato delle intercettazioni in Italia (dati falsi).

Mi sono limitata a rimettere insieme i pezzi di cose già dette da pochi e bravi giornalisti, per ricordare che questo disegno di legge, sta passando senza che i mezzi di comunicazione, con rare eccezioni, dicano niente. E allora siamo noi che non possiamo e non dobbiamo tacere, mentre ci tolgono un altro pezzo di libertà!

“Dopo Rutelli, Gasparri e Farina, la staffetta del mio linciaggio è ripassata a Cicchitto”

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1141:dopo-rutelli-gasparri-e-farina-la-staffetta-del-mio-linciaggio-e-ripassata-a-cicchitto&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Gioacchino Genchi

Dopo gli attacchi di Rutelli, di Gasparri e di Farina, la staffetta del mio linciaggio è oggi passata oggi all’on. Fabrizio Cicchitto.
Proprio
Cicchitto, forse tenendo fede alla sua prima “tessera”, spinge la Procura di Roma ad agire contro di me, utilizzando ancora le colonne de “il Velino” (vedi, in basso, il testo dell’agenzia delle 13:21).
Proprio da “il Velino” – vedi caso – sono partiti con significativa coincidenza temporale i primi attacchi nei miei confronti e nei confronti e del dr. Luigi de Magistris, con l’agenzia delle 18:29 del 03-10-2007, puntualmente ripresa il giorno successivo da Paolo Pollichieni su “Calabria Ora”, da Guido Ruotolo su
“La Stampa” e da Renato Farina su “Libero”.
Proprio nei confronti di ben precisi giornalisti de “il Velino” e di “Calabria Ora” – sulla base di circostanziate dichiarazioni testimoniali e incontrovertibili riscontri documentali – erano stati indirizzati gli accertamenti del Pubblico Ministero de Magistris, poco prima che gli stessi giornalisti montassero la campagna mediatica contro l’indagine e contro chi la stava seguendo.

Quegli articoli – dopo gli interessati tentativi di Mastella – hanno dato il destro al Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro (Dolcino Favi) per avocare l’indagine “Why Not” al dr. Luigi de Magistris e poi revocarmi l’incarico di consulenza.
Proprio quegli articoli (con le falsità sull’acquisizione dei tabulati del Presidente del Senato Marini, dei magistrati Spataro, Gennaro e Saviotti, del Vice Presidente del C.S.M. Mancino, dell’ex Ministro dell’Interno Amato, dell’ex Capo della Polizia De Gennaro e di tanti altri), infatti, sono stati citati (a pretesto) dal dr.
Favi nel provvedimento di avocazione dell’indagine al P.M. de Magistris ed in quello di revoca della mia consulenza.
Frattanto
Renato Farina (l’agente “Betulla”) è stato radiato dall’ordine dei giornalisti e, come premio per i suoi prodigi, designato dal PDL alla Camera dei Deputati, dove siede dal 29 aprile 2008.
Da membro della Camera, proprio il deputato
Renato Farina (mi scuserà, ma mi riesce difficile chiamarlo “Onorevole”), non a caso, oggi mi accusa di essere una “spia” ed ha proposto una commissione di inchiesta contro di me. In poche parole è come il bue che dice cornuto all’asino.
Io ho molto rispetto del Parlamento e ancora di più ne ho del popolo italiano che lo ha eletto.
Però, non posso non convenire con i tanti che la pensano come me che, se non vi fosse stato questo sistema elettorale con le designazioni e le cooptazioni nominative delle segreterie dei partiti, molti dei parlamentari farebbero ben altro nella vita, visto che non sarebbero nemmeno riusciti ad essere eletti negli organi di rappresentanza del condominio dei palazzi dove abitano.
A proposito delle cooptazioni elettorali mi ricordo ancora la meraviglia di mio figlio, quando a scuola ha appreso che Caligola aveva nominato senatore il proprio cavallo Incitatus.
Quando gli ho spiegato il sistema elettorale italiano mio figlio si è finito di meravigliare per Caligola.
A parte l’assurdo di questo sistema elettorale, nella vicenda che mi riguarda molti sono stati costretti a far cadere la maschera e questo mi conforta (più della correttezza del mio operato) sulla fondatezza di quanto avevo accertato, che oggi coincide con la strategia di chi mi attacca.
Non si capisce, infatti, come e perché in tanti hanno paura del mio lavoro, solo perché nei procedimenti del dr. Luigi de Magistris non mi sono occupato dei soliti extracomunitari, di comuni rapinatori e di conclamati killer di mafia.
Per quanti oggi si accaniscono contro di me (per fortuna in pochi, in mala fede e pure molto interessati) io, addirittura, sarei un pericolo per la “sicurezza dello Stato” e per la “democrazia”.
Come ho detto mi difenderò in tutte le sedi istituzionali da queste infondate accuse ad orologeria.
Intanto non posso consentire che continui questo linciaggio morale nei miei confronti ad opera di chi difende e rappresenta solo i biechi interessi dei soggetti nei confronti dei quali erano indirizzati i legittimi accertamenti ordinati da un Pubblico Ministero (il dr. Luigi de Magistris) nella pienezza delle sue funzioni giurisdizionali.
Al dr. Luigi de Magistris sono state scippate le inchieste e sono poi stati trasferiti i magistrati di Salerno che stavano solo cercando di far luce su questa vicenda e su collusioni istituzionali di gravità inaudita (in parte disvelate anche dai miei tabulati, che in molti stanno cercando di nascondere all’attenzione dei magistrati che hanno la competenza funzionale ad utilizzarli).
E tutto questo qualcuno continua a chiamarla “giustizia”। Gli stessi considerano “democrazia” il modo attraverso il quale Farina Renato (alias “Betulla”) è entrato in Parlamento.
Su questi due aspetti mi permetto di avere delle idee diverse e fino a quando mi sarà consentito di esprimerle le manifesterò, come sto facendo.
Si dà pure il caso che, nell’ambito di una significativa attività tecnica di riscontro nell’indagine “Why Not”, mi stavo occupando proprio di Renato Farina prima che mi fosse revocato l’incarico dal dr. Dolcino Favi, per il suo articolo del 04-10-2007, con le strumentali falsità sui tabulati, e per il tentativo di una intervista “tranello” a Romano Prodi del febbraio 2006, che molto chiariva il “metodo Saladino”.
Anche questo è bene che gli italiani vengano a saperlo, dopo tutto quello che è stato detto sul mio conto e sul conto del dr. Luigi de Magistris.
Frattanto Mastella non perde occasione per recitare la parte della vittima. Dopo avere fatto cadere il governo Prodi e dato il via alle elezioni anticipate ed alla vittoria del centro destra, mette all’incasso la cambiale e si candida col PDL per le elezioni europee.
Poco mi importano i cambi di casacca del sen. Mastella e ancora meno le sue candidature.
Se qualcuno vuole la riabilitazione politica di Mastella lo faccia pure, ma se usa la pantomima dell’intercettazione del suo cellulare ha sbagliato numero.
Non posso consentire a Mastella, infatti, di fondare la sua campagna elettorale sul continuo linciaggio della mia persona, ponendosi addirittura come vittima di una persecuzione giudiziaria di una indagine (anche nei suoi confronti) che lui ha fatto di tutto per impedire.
A ben riflettere, forse, ha proprio ragione il sen. Gasparri sul fatto che io e il dr. Luigi de Magistris dovremmo essere immediatamente arrestati, portati in carcere e giudicati da una “CORTE MARZIALE”.
In effetti, in uno Stato in cui i veri colpevoli non possono nemmeno essere processati dai Tribunali ordinari è giusto che vengano carcerati (magari senza processo) coloro che hanno onestamente servito la Giustizia, nello strenuo tentativo di affermare il primato di una Legge “Uguale per tutti”.

Gioacchino Genchi

(Testo dell’agenzia de “il Velino” delle 13:21 di oggi, 03-03-2009)
Roma, 3 mar (Velino) Genchi, Cicchitto: non escludo commissione ma si muova magistratura – “Una commissione di inchiesta parlamentare sulle intercettazioni può essere uno sbocco e non la escludo a priori, mi auguro però che nel frattempo la magistratura – che ha molti più elementi di quanti abbiamo avuto noi come Copasir – si muova”. Lo ha detto al VELINO il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, e membro del Copasir, a proposito dell’affaire Genchi.
(chi) 3 mar 2009 13:21