Tra l’incudine e il martello

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/12502/78/:

di Giorgio Bongiovanni – ANTIMAFIADuemila N°60
Udienza cruciale per il processo d’appello di Massimo Ciancimino che intanto collabora con i magistrati sulle vicende della trattativa. “Voglio dire la verità”

E’ l’unico testimone diretto della trattativa, quel patto scellerato tra mafia e stato che tra il ’92-‘93 ha cambiato il volto del nostro Paese, che sembra seriamente intenzionato a collaborare con i magistrati per inquadrare storicamente, politicamente e socialmente i misteri che ancora si celano dietro le stragi di quegli anni e le catture riuscite e mancate dei boss di Cosa Nostra come quelle di Bernardo Provenzano.
Massimo Ciancimino, figlio ribelle di Don Vito, è stato protagonista principale di quella sorta di pericoloso dialogo avvenuto tra il padre e gli allora capitano De Donno e colonnello Mori proprio nei mesi in cui il tritolo ha spazzato via Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quei due magistrati che forse ancor più per il loro spessore morale, che non per le loro già straordinarie capacità professionali, potevano rappresentare per gli italiani un punto di riferimento ben preciso, un ultimo baluardo dello Stato in una Repubblica che andava a pezzi con gli avvisi di garanzia per corruzione.
Se fossero stati lasciati in vita, se avessero potuto lavorare con le loro menti illuminate e lungimiranti assieme agli altri magistrati onesti e con l’appoggio responsabile della società civile, molto probabilmente oggi saremmo in un Paese diverso. Ma questa purtroppo è tutta un’altra storia. La realtà infatti ci precipita negli inferni di Capaci e Via D’Amelio dove a regolare i conti con Falcone e Borsellino non c’era solo Cosa Nostra.
La vicenda dei Ciancimino, padre e figlio, inizia a cavallo delle due stragi, i primi di giugno, quando da poco è morto Falcone e quando comincia il conto alla rovescia per Borsellino.
Massimo ha riferito di aver incontrato il capitano De Donno in aereo mentre volava da Palermo a Roma. Chiesto all’assistente di volo di potersi sedere vicini i due, che si erano conosciuti durante le fasi di arresto e processo di Don Vito, avevano cominciato a discutere della possibilità per De Donno di fare una chiacchierata con il vecchio sindaco. A fine volo Massimo, sebbene con qualche perplessità in merito al risultato, assicurava all’ufficiale che avrebbe riferito al genitore la proposta.
In un contatto successivo, dietro la caserma dei carabinieri di Carini in piazza Verdi, Ciancimino junior, su sollecitazione del padre, chiedeva al capitano il contenuto del loro eventuale dialogo e dopo aver chiarito che si sarebbe discusso della cattura dei superlatitanti, don Vito aveva accettato di incontrarlo.
Il primo appuntamento si svolse a Roma tra il solo Ciancimino senior e il De Donno che parlarono per circa un’ora e mezza. Dopo un paio di giorni il capitano ritornò, questa volta accompagnato dal suo superiore il colonnello Mario Mori che si presentò in abiti civili.
Rimasero appartati con Don Vito per un paio d’ore accordandosi per successivi incontri.
Nel contempo il vecchio corleonese, scaltro e avveduto, si assicurava, tramite suoi contatti riservati e altolocati, che i due ufficiali fossero realmente autorizzati a trattare.
Seguendo il racconto di Massimo l’incontro più importante sarebbe avvenuto a Roma in una data di non molto successiva, ma antecedente alla strage di via D’Amelio.
Secondo quanto lui deduce, in base al racconto diretto del padre però, Don Vito incontrò di nuovo Mori per consegnargli una busta all’interno della quale ci sarebbe stato l’ormai famigerato “papello” di richieste avanzate da Cosa Nostra allo Stato. Massimo ricorda bene quel frangente poiché il padre si era molto adirato per il tenore delle pretese che, a suo dire, fatta eccezione per alcune, erano assolutamente incettabili.
Questo aveva impensierito non poco il giovane che si aspettava da questa collaborazione con i carabinieri di ottenere vantaggi per la situazione giudiziaria del padre e quindi un beneficio per l’intera famiglia. Il padre gli avrebbe fatto capire invece che, considerato l’andamento della trattativa, ci sarebbe stato ben poco da sperare per il loro tornaconto.
E proprio a causa delle richieste considerate improponibili, anche da parte di Mori, questa prima fase della trattativa si sarebbe interrotta per poi riprendere con una finalità differente, ben più specifica: la cattura di Riina in persona.
A tal fine il capitano De Donno aveva fatto recapitare a Don Vito, sempre tramite il figlio, utenze dell’enel, dell’acqua e del telefono e una serie di piantine catastali della città di Palermo e sulle quali il vecchio sindaco avrebbe dovuto indicare le zone e i luoghi in cui si muoveva il capo di Cosa Nostra.
E così fece.
Ciancimino però era uomo esperto e non si sarebbe mai mosso in tal senso senza avere un interlocutore sicuro che gli guardasse le spalle e visti i pregressi rapporti non è difficile dedurre che abbia agito in pieno accordo con Bernardo Provenzano.
Con l’occulto capo di Cosa Nostra infatti Don Vito aveva una relazione privilegiata: lo conosceva fin da quando era un bambino cui dava anche ripetizioni di matematica ed era l’unico, a dire del figlio, con cui il sindaco riteneva valesse la pena parlare di affari e politica.
Se questo accenno di ricostruzione è valido e plausibile è altrettanto logico avanzare ipotesi e anche qualche legittima domanda.
Se Provenzano in effetti concorda la cessione di Riina, come per altro presuppone e con solide motivazioni anche Giuffré (vedi antimafia n° 59), cosa ha ottenuto in cambio?
Benefici carcerari per i mafiosi? Sicuramente, visto l’allentamento del 41bis, dal quale partono tranquillamente messaggi, ordini e si stipulano accordi tra le mafie. Eliminazione del pericolo pentiti? Altrettanto, considerata la penuria di collaboratori di giustizia di un qualche calibro… La protezione della latitanza? Ugualmente presumibile vista la sua straordinaria capacità di sfuggire, per un soffio, a qualsiasi blitz, almeno fino all’ultimo quando vecchio, stanco e malato, il padrino si è riavvicinato a casa per poi essere catturato.
Ed è in questo quadro che le dichiarazioni che Massimo Ciancimino sta rilasciando ai pm Di Matteo e Ingroia, titolari del processo contro il generale Mori e il colonnello Obinu accusati di aver favorito la latitanza di Provenzano facendo saltare il blitz di Mezzojuso nel 1995, stanno acquisendo sempre maggiore importanza e delicatezza.
Al momento sono ancora ricoperte da segreto istruttorio, ma la sola ipotesi che il giovane erede di Don Vito, possa fare rivelazioni a tuttoggi sconosciute può a ben ragione aver destato più di una preoccupazione in diversi ambienti.
Da quando sta parlando con i magistrati infatti Ciancimino ha cominciato a notare movimenti sospetti, appostamenti e pedinamenti di loschi figuri che piano piano sono diventati veri e proprio atti intimidatori.

Un prezzo troppo alto?

Vito Ciancimino disponeva di un potere politico ed economico smisurato nella Palermo degli anni Ottanta e le sua casa era meta di autentici pellegrinaggi. Godeva di una rete di relazioni e quindi di protezioni che spaziava dalla mafia di Bontade, Badalamenti e poi di Provenzano fino ai signorotti della borghesia, della politica, dell’imprenditoria rampante e della magistratura.
E il giovane Massimo, irrequieto e versatile, è stato testimone di un perfetto sistema di proficue compiacenze e vantaggiose, vicendevoli cortesie.
Un’eredità dal valore quasi inestimabile, come lo è del resto quella monetaria, motivo dei guai giudiziari che lo hanno trascinato alla sbarra degli imputati con l’accusa insidiosa di intestazione fittizia dei beni e riciclaggio di beni di provenienza illecita.
La sentenza di primo grado ha già condannato lui e i suoi avvocati Giorgio Ghiron e Gianni Lapis a pene piuttosto severe che si aggirano attorno ai cinque anni e mezzo di carcere cadauno, ma ora è alle porte l’appello.
Nel corso dell’istruttoria i magistrati della DDA di Palermo Pignatone, Prestipino, Buzzolani e Sava avevano ricostruito un giro internazionale di milioni di euro provenienti dalla cessione delle azioni della società GAS, riconducibile a Vito Ciancimino, e reinvestiti in altre attività oltre che spesi in beni di lusso da Ghiron e Lapis, ma che sarebbero in realtà di Massimo Ciancimino.
L’inchiesta dimostra che grazie al potere di Don Vito la società si era fortemente arricchita permettendo nello stesso tempo a molti altri di godere dei lauti frutti. E probabilmente se non fosse stato per quel pizzino ritrovato a Giuffré nessuno avrebbe mai trovato lo spunto per mettere le mani su un tesoro rimasto pressoché intatto negli anni nonostante gli sforzi di Giovanni Falcone in persona.
Un processo quindi che potrebbe aver disturbato molti che nell’ombra attendono con impazienza di capire quale strada intende imboccare Massimo Ciancimino che è perfettamente consapevole di essere in una posizione scomoda: tra l’incudine e il martello. Sia perché a Matteo Messina Denaro, ultimo dei padrini di Cosa Nostra in libertà, proprio non è scesa la sua gestione di un vecchio e assai lucroso affare ad Alcamo, sia perché Massimo sa, ha visto e vissuto molte storie della Palermo bene. E non sembra essere intenzionato a fare da capro espiatorio.
Proprio alla vigilia dell’appello, che si svolgerà secondo la formula giuridica del rito abbreviato, Ciancimino ha chiesto di produrre a processo nuove intercettazioni che gli avevano detto non essere riuscite e che invece sono state trovate all’interno del decreto di archiviazione per mafia.
In quelle parole registrate dalle cimici ambientali mentre interloquiva con i suoi avvocati emergerebbe la sua volontà di dire la verità. Verità delicate, verità pericolose.
Per questa ragione ANTIMAFIADuemila tramite il suo sito e i diversi contatti stampa aveva chiesto e torna a chiedere che lo Stato dia un segnale di forza proteggendo questo soggetto che a tutti gli effetti sta agendo in qualità di testimone di giustizia che intende collaborare affinché vengano chiarite vicende cruciali per la storia del nostro Paese.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...