Archivi del giorno: 27 marzo 2009

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa.

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2009
Non si fermano gli attacchi contro il consulente delle procure Gioacchino Genchi. Al contrario, lo dimostrano i fatti, aumentano di pari passo con le prese di posizione di quella parte di società civile che ha compreso la natura delle violente aggressioni perpetrate contro di lui e che in diversi modi si sta ribellando.
Il montare della rete con numerosi interventi alla diffida del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, le reazioni seguite alla sospensione dal servizio della Polizia di Stato, le manifestazioni in suo sostegno si contrappongono ad una vera e propria persecuzione mediatico–politico–giudiziaria basata sul nulla giuridico, così come dimostrano le indagini condotte dalla procura di Salerno. E messa in atto da quegli stessi soggetti che stavano emergendo nelle inchieste del Dott. De Magistris – del quale Genchi era consulente – perfettamente inseriti nel quadro di una nuova gestione del potere nel nostro Paese.
Lo stesso De Magistris la aveva definita la nuova P2, molto più pericolosa e organizzata della prima, mentre un filo sottile sembra collegare le indagini di oggi alle stragi di ieri. Quelle del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sul cui sangue, come già ebbe a dire il Dott. Antonio Ingroia, è nata la nostra seconda Repubblica.
“Ciò che si sta compiendo – ha recentemente dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi – è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”.
E a rafforzare la bontà di quelle parole gli attacchi seguiti alle ultime fughe di notizie – unico vero reato, sul quale nessuno ha ritenuto di approfondire – sugli esiti delle perquisizioni ordinate lo scorso 13 marzo ai carabinieri del Ros di Roma. Nell’ambito di un’indagine a carico del consulente, basata su una serie di accuse per fatti per i quali un’altra procura, quella di Salerno, lo aveva definito persona offesa.
Il fantomatico “archivio Genchi”, si legge da notizie di agenzia, “non riguarda più solo le due indagini di Catanzaro, ma tutti i numerosi procedimenti penali di cui il consulente si è occupato”. Cosa che già ha spinto alcuni rappresentanti delle istituzioni, tra cui il vicepresidente del Copasir, il senatore del Pdl Vincenzo Esposito, a chiedere che a Genchi vengano tolti automaticamente tutti gli incarichi che la magistratura gli ha affidato.
Un’affermazione grave e in particolare se si considera – la stampa ha omesso di specificarlo – che nel corso della perquisizione del 13 marzo i Carabinieri del Ros avrebbero illecitamente sequestrato non solo tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate dal consulente (quindi non soltanto quelle relative a Why Not), ma anche materiale riguardante indagini in corso. Indagini delicatissime che qualcuno potrebbe essere interessato a fermare. Così come sono stati fermati Luigi De Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e altri magistrati della procura di Salerno.
Cosa c’è in quelle carte forse non lo sapremo mai, ma ciò che è sotto gli occhi di tutti è il lavoro che Gioacchino Genchi ha già svolto per innumerevoli procure in anni di innumerevoli processi sin dai tempi di Falcone e Borsellino. Contribuendo a risolvere processi di mafia, ‘Ndrangheta, Camorra, omicidio, rapina, strage. Registrando una serie di successi investigativi di fondamentale importanza per la Giustizia del nostro Paese, tanto da essere considerato negli ambienti giudiziari il massimo esperto nel settore di sua competenza.

Il forno inceneritore di Acerra

Il forno inceneritore di Acerra.

In fondo, riproponiamo illuminante intercettazione del 2005 tra commissariato rifiuti e Bertolaso

Il megainceneritore di Acerra, inaugurato stamattina, avvelenerà l’aria ed il suolo attraverso le sue emissioni contenenti nanopolveri, diossina ed oltre 250 sostanze chimiche nocive che vanno dall’arsenico al cadmio al cromo al mercurio al benzene.
Farà aumentare l’incidenza dei tumori, delle malformazioni fetali e di una lunga serie di altre gravi patologie, fra la popolazione di un territorio già oggi conosciuto come “triangolo della morte” alla luce di una percentuale di patologie tumorali fra le più alte al mondo.
Produrrà energia in maniera assolutamente antieconomica, potendo sopravvivere economicamente solo grazie ai contributi Cip6 che tutti gli italiani… dovranno continuare a pagare sotto forma di addizionale sulla bolletta elettrica. Produrrà energia in maniera assolutamente antiecologica, emettendo in atmosfera (oltre ai veleni) quantitativi di CO2 doppi rispetto ad una centrale a gas naturale di uguale potenza.
Distruggerà qualunque prospettiva di realizzare un moderno circolo virtuoso dei rifiuti, annientando la raccolta differenziata ed il riciclo, dal momento che i materiali più facilmente riciclabili, plastica, carta e cartone, sono anche quelli con più alto potere calorifico, indispensabili all’inceneritore per funzionare.
Ha già distrutto ogni anelito di democrazia, essendo stato costruito contro la volontà dei cittadini, attraverso l’uso della forza. Va ricordato che dal 2004 ad oggi si sono contate a decine le manifestazioni popolari contro la costruzione dell’impianto, spesso represse dalle forze dell’ordine con l’uso dei manganelli, mentre nel corso dell’ultimo anno l’inceneritore è stato portato a compimento militarizzando l’area con l’uso dell’esercito.
Ha contribuito a rimpinguare oltre alle casse del malaffare, prima i profitti di Impregilo ed ora quelli di A2A che si sono avvicendate nella realizzazione dell’impianto che oggi ha iniziato a dispensare veleni.
Non contribuirà a risolvere il decennale problema (quello vero) dei rifiuti in Campania, dal momento che tale problema può essere risolto solamente attraverso la costruzione di quel circolo virtuoso dei rifiuti di cui l’inceneritore di Acerra è il nemico giurato.
Non possiede alcuna peculiarità che lo renda un impianto moderno, poiché l’incenerimento dei rifiuti è una pratica anacronistica che tutti i paesi moderni stanno abbandonando, indirizzandosi verso la raccolta differenziata, il riciclo, il riutilizzo ed il riuso.
Nonostante tutto ciò che ho scritto fino ad ora rappresenti una realtà incontrovertibile, documentata attraverso centinaia di libri e centinaia di studi epidemiologi, suffragata dall’opinione di un grandissimo numero di medici ed esperti e accessibile a chiunque, solamente attraverso un click del mouse o una visita in biblioteca, i mestieranti dell’informazione e della politica hanno oggi rappresentato in TV e sui giornali una commedia di fantasia per molti versi antitetica, destinata a diventare l’unica realtà per la stragrande maggioranza degli italiani che proprio dai media tradizionali suggono le proprie informazioni.
Il Corriere della Sera ha esordito con il titolo “parte l’inceneritore verde”, coniando un ossimoro privo di senso, al quale si spera non faranno seguito in futuro gli “omicidi giusti”, “l’inquinamento pulito”, i “licenziamenti dal volto umano” e altre amenità sui generis. Quasi tutti i TG hanno presentato l’evento con grande enfasi commista a soddisfazione, mentre le telecamere spaziavano sul presidente del Consiglio, abbarbicato al disopra di un palco sul quale campeggiava la scritta “termovalorizzatore di Acerra” quasi anziché un dispenser di veleni e di morte, si stesse inaugurando un nuovo ospedale all’avanguardia o un’università. Ad assistere all’evento, consistente nell’apertura di un tendone blu con tanto di telecomando, che svelava una montagna di rifiuti maleodoranti, destinati a trasformarsi in miasmi venefici veicolati dal fumo dei camini, sono state invitate oltre 400 “personalità” come si trattasse di una prima della Scala.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è congratulato con il premier per l’avvio del “termovalorizzatore”, quasi si riferisse alla cerimonia (ad oggi non ancora avvenuta) per la ricostruzione delle case dei terremotati dell’Irpinia.
Guido Bertolaso ha parlato della “realizzazione del sogno di una Napoli pulita”, speculando sull’emergenza rifiuti dello scorso anno, creata ad arte per addivenire allo scopo. Inoltre ha aggiunto che il nuovo impianto emetterà il 75% di diossina in meno rispetto agli impianti più vecchi, dimenticando di dire che questo abbattimento si tradurrà nel raddoppio delle emissioni di nanopolveri, ben più pericolose della già ferale diossina.
Gianni Letta ha insistito sul ritorno dello Stato in Campania, per quanto sia mortificante il fatto che lo Stato ritorni non per porre rimedi, ma per avvelenare ulteriormente una popolazione già duramente provata da decenni di sversamenti di sostanze tossiche di ogni genere. Sulla stessa linea di pensiero anche Antonio Bassolino che il ritorno dello Stato avrebbe dovuto teoricamente temerlo.
Berlusconi ha affermato di “averci messo il cuore” ed ha vantato una vittoria della democrazia difficilmente riscontrabile in un’opera costruita con la forza e l’uso dei militari, contro il volere dei cittadini.
Ieri ed oggi centinaia di persone hanno sfilato in corteo per contestare l’inaugurazione di un’opera contro la quale si battono da anni. Alcune decine di loro hanno occupato l’aula consiliare del Municipio di Acerra, ricordando che questa per la popolazione cittadina è una giornata di lutto. Di tutto ciò naturalmente i mestieranti dell’informazione non hanno parlato, dal momento che sarebbe risultata una nota stonata all’interno del pacchetto preconfezionato, grondante giubilo e soddisfazione che doveva entrare nelle case degli italiani, a dimostrare che “incenerire è bello”, fa bene all’ambiente e un poco anche alla salute, trattandosi di un incenerimento “verde” e in diretta TV.
7 marzo 2005, telefonata intercettata tra l’ex commissario Corrado Catenacci e il capo della protezione civile Guido Bertolaso.

Catenacci: «Ci sono almeno due milioni e mezzo di balle in tutta la Campania… Per quanto riguarda gli importi, secondo me sono circa 400 miliardi di lire».
Bertolaso: «Perché loro bruciandoli ricavano energia elettrica, no?».
Catenacci: «Gliela pagano a tariffa agevolata, tutto uno strano movimento che hanno fatto loro».
Diciotto minuti dopo, alle 19.17, il prefetto richiama.
Catenacci: «Ho fatto i conti con Turiello, viene una cifra mostruosa, 1.325 miliardi di lire».
Bertolaso: «Mortacci ragazzi…»

Oggi le ecoballe superano i 6 milioni… fate voi i conti.

Marco M

Blog di Beppe Grillo – La mafia alla conquista dell’Europa

Blog di Beppe Grillo – La mafia alla conquista dell’Europa.

La mafia alla conquista dell’Europa

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Petra Reski è una giornalista del settimanale tedesco Die Zeit. Ha scritto il libro: “Mafia. Von Paten, pizzerien und falschen priestern”. Il titolo in italiano sarebbe: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Sarebbe perchè il libro, tradotto in molte lingue, finora non ha trovato editori italiani. Petra descrive l’inarrestabile penetrazione delle mafie italiane in Europa. Per la Frankfurter Allgeimeine Zeitung il suo libro è il migliore sull’argomento mai pubblicato. Petra ha ricevuto minacce e passa il tempo a difendersi nei tribunali tedeschi da querele e denunce delle persone da lei citate.
Il libro è considerato il “Gomorra” tedesco e Petra rischia di fare la fine di Saviano. Le mafie italiane sono, con tutta probabilità, la prima azienda del nostro Paese. Il fatturato presunto è di 100/150 miliardi di euro all’anno. Tutto in nero. Un capitale che va investito. Dopo l’Italia, mercato ormai saturo di capitali mafiosi, c’è l’Europa. Il Pil di molti Paesi europei dipende anche dai soldi riciclati della mafia. Esportiamo capitali e mafie. Tra qualche anno Bruxelles sarà nostra, cosa nostra.

Intervista a Petra Reski

Intervistatore (I.): Petra Reski, scrittrice e giornalista, è autrice di un libro sulla ‘ndragheta scritto in lingua tedesca, considerata in Germania la miglior opera sull’argomento. Secondo lei perché le mafie, in particolare la ‘ndragheta, si sono così radicate all’estero?

Petra Reski (P.R.): Perché le leggi estere permettono cose che non si possono fare in Italia, per esempio in Germania non esistono intercettazioni ambientali nei locali pubblici, e anche nelle case è molto difficile intercettare, gli investimenti frutto di riciclaggio è molto più facile farli in Germania che in Italia. Il reato di associazione mafiosa in Germania non esiste, dunque un soggetto della mafia può tranquillamente investire tutti i suoi soldi in Germania senza essere controllato.
Ci sono migliaia di casi di, chiamiamoli “pizzaioli“, che vengono a lavorare in Germania con un reddito mensile di 800 euro e magari si comprano un albergo, oppure delle strade intere.

I.: Per cui c’è un po’ di connivenza anche con qualche tedesco?

P.R.: Per forza! Senza connivenza sarebbe impossibile anche in Germania. I tedeschi si credono, purtroppo, un po’ superiori al problema che non vedono, pensano che la mafia sia un fenomeno solo italiano, di regioni un po’ arretrate del Sud Italia, dunque una cosa che non potrebbe mai succedere in Germania, e invece in Germania è come in Italia. Con l’aiuto dei politici, delle istituzioni e di avvocati disponibili, nella Germania degli ultimi 40 anni sta accadendo ciò che accade in Italia da 150 anni.

I.: Ma ci sono zone più esposte a questo fenomeno oppure?

P.R.: Sì, questi mafiosi in Germania sono arrivati come emigranti purtroppo. Nell’epoca degli anni ’40 hanno iniziato a installarsi nelle zone industriali tedesche. Dunque i centri della ‘ndragheta sono Duisburg, tutta la zona della Ruhr, Dortmund, tutt’attorno a Stoccarda.
Dopo la caduta del muro di Berlino, verso la metà degli anni ’90, una parte della ‘ndragheta si è trasferita a Lipsia e in Sassonia.

I.: Infatti lei ha accennato alla vicenda di Duisburg in cui ci furono 6 morti uccisi dalla ‘ndragheta, e lei ha scritto un libro su questa vicenda e ha avuto anche delle minacce.

P.R.: Sì diciamo che ho avuto delle minacce velate che solo un italiano potrebbe capire molto bene perché per un tedesco sarebbe un po’ più difficile, come quando in un’occasione della presentazione del mio libro, ad Hartford, cioè in Turingia, erano presenti dei personaggi tedeschi che prima spiegavano in lungo e in largo che il riciclaggio in Germania sarebbe impossibile, e poi, con degli italiani presenti, si felicitavano espressamente per il mio coraggio, dicendomi “ammiro il suo coraggio, signora!”. Questo pochi istanti dopo aver fatto discorsi in difesa di certi personaggi che mi hanno fatto causa per ciò che ho scritto nel mio libro. Dunque, per me, il messaggio era chiaro. Vivo da 20 anni in Italia e da 20 anni mi occupo di mafia, dunque quella situazione, in quel momento mi ricordava Michele Greco, che davanti al Tribunale durante il maxiprocesso: “io ho un dono inestimabile, signor giudice, questa è la pace interiore, auguro a lei e alla sua famiglia una lunga vita”.

I.: Ma lei nel suo libro ha rivelato cose utili ai giudici per il proseguo dell’inchiesta?

P.R.: Sì, perché ovviamente, in seguito al massacro di Duisburg, la Polizia federale, già prima, seguiva l’attività di certi clan, soprattutto quelli legati alle vicende di Duisburg, dunque in quel caso da parte del clan non c’è nessun interesse di suscitare l’attenzione pubblica.

I.: Certo, ma lei ha scritto dei nomi su questo libro che sono stati censurati!

P.R.: Sì.

I.: Il governo italiano dice che è tutto sotto controllo, alcuni addirittura dicono che in Italia la mafia non esiste.

P.R.: Addirittura?

I.: Sì, Beh Dell’Utri l’ha detto diverse volte.

P.R.: Ah sì è vero! Sì, anche in Germania dicono che la mafia non esiste. E’ divertente questo da sentire perché mi ricorda un mafioso attivo a Milano negli anni ’60, che dopo essere stato arrestato disse: “la mafia cos’è? Un tipo di formaggio?” dunque la stessa cosa ora vale per la Germania.
Siccome per i tedeschi la mafia è una cosa molto folkloristica da film, del padrino, di romanzi eccetera, loro non possono neanche vagamente immaginarsi, che il gentile pizzaiolo che saluta, e questo lo so anche da parte di questi che sono stati uccisi a Duisburg, rinomati per essere stati dei buoni vicini, molto gentili e disponibili, per un tedesco è impossibile immaginarsi questo.
E la politica tedesca, a parte il suo coinvolgimento diretto in particolari casi, per loro riconoscere l’esistenza della mafia in Germania è un grande problema perché ne creerebbe uno più grande nella coscienza pubblica, e soprattutto l’unico problema per il governo tedesco sono gli islamisti, non la mafia.

I.: Ma i nomi che lei ha fatto in questo libro, li ha scoperti lei tramite indagini sue proprie, oppure com’è riuscita a raccogliere tutti questi elementi che hanno messo insieme un quadro così variegato e anche inquietante, della realtà mafiosa in Germania?

P.R.: Io veramente sono stata tirata dentro perché mi sono sempre occupata di mafia solo in Italia, dunque questo era il seguito di Duisburg, grazie al lavoro di giornalisti italiani ai quali rivolgo l’elogio perché sono molto più bravi di quelli tedeschi a dire la verità, perché loro sono stati i primi a fare i nomi degli italiani coinvolti nelle attività della ‘ndragheta in Germania

I.: Tipo? Di questi nomi?

P.R.: Non posso fare i nomi perché…

I.: non li può fare

P.R.: praticamente la mia attenzione è nata in seguito alla lettura dei giornali italiani, dopo ho approfondito l’argomento in Germania, con le conferme che mi venivano dalle indagini della Polizia tedesca.

I.: Lei attualmente vive in una località che non si dice perché ha avuto queste minacce, ma quante cause ha collezionato con questo libro finora?

P.R.: Attualmente siamo arrivati alla quinta causa e due denuncie penali di cui una è già stata archiviata e adesso vediamo

I.: ma per che motivo?

P.R.: per ora ho subito il cosiddetto provvedimento di urgenza per proteggere i dati personali delle due persone di cui ho parlato nel mio libro. Questa richiesta fu accolta dal Tribunale di Monaco di Baviera e di Duisburg in questo caso. Adesso facciamo ricorso perché sono stata denunciata per calunnia e cose varie…

I.: ha paura lei?

P.R.: No

I.: Quindi continuerà a fare il suo lavoro?

P.R.: Certo! Assolutamente. Perché non mi sarei mai aspettata che il mio lavoro di indagine fosse vero come è stato confermato adesso.

I.: Ma secondo lei le economie nazionali europee, hanno bisogno della mafia o no?

P.R.: In Germania io posso solo dire una cosa: in tanti hanno chiuso gli occhi davanti agli investimenti della mafia, e li chiudono tuttora. Soprattutto da dopo la caduta del muro i soldi della mafia nell’est erano i benvenuti, purtroppo, e tuttora spesso si sa però si finge di non sapere. In Germania il riciclaggio viene considerato un delitto minore. Dunque perciò bisogna tenere d’occhio per così si distrugge non solo l’economia ma la democrazia in generale. Se un ‘ndraghetista si compra un albergo oppure un immobile, rovina la concorrenza leale. E questo è un problema per la democrazia ovviamente, perché loro, tramite le loro proprietà vogliono esercitare anche un’influenza politica, in Germania.

I.: E che ne sappia lei, in Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Norvegia e tutta la Scandinavia in generale, la situazione com’è con le mafie?
Io so che tutto ciò che sto raccontando sulla Germania, non è molto diverso per questi Paesi.

I.: Mafie importate dall’Italia?

P.R.: Importate dall’Italia. Ma soprattutto il problema più grande è che in quei Paesi il reato di associazione mafiosa non è un reato penale. Ad esempio in Germania le pene per il reato di associazione a delinquere sono minime. In Germania un mafioso può girare tranquillamente. Forse è questa la cosa più importante: associazione mafiosa dev’essere reato in tutta Europa, perché in questo caso si potrebbe già arrestare uno che arriva da San Luca di cui si sa appartenere a un clan. I mafiosi in Germania non commettono errori.

I.: Per quanto concerne il suo libro è scritto soltanto in lingua tedesca?

P.R.: Sta per essere tradotto in 5 lingue fuorché l’italiano, purtropppo.

I.: Perché?

P.R.: Non lo so, devo dire che ci sono un sacco di ottimi libri sulla mafia, scritti da italiani che sono profondi conoscitori della mafia. Per una casa editrice italiana la mafia non è un argomento nuovo, dunque le capisco.
Ma la definizione di Gomorra tedesca che è stata data al suo libro è esatta oppure no? Rispetto a Saviano.
Io trovo uno scandalo che uno come lui debba vivere nascosto mentre i mafiosi girano liberi. Trovo altrettanto scandaloso che uno venga sepolto da processi per un libro. Dimostra quanto loro ci temono.”

Ps. Sabato 28 marzo all’Auditorium di Genzano (Roma) in via Italo Belardi 81, le associazioni culturali “I grilli del Pigneto” e “Officina delle idee” organizzano l’incontro pubblico “Un sabato sotto la bandiera della legalità” con, tra gli altri, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Benny Calasanzio, Clementina Forleo. Sarà possibile seguire l’incontro in diretta streaming.

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione.

Scritto da Pietro Orsatti

Domani, davanti alle questure di molte grandi città italiane, liberi cittadini andranno a manifestare contro la sospensione dal servizio del vice questore Gioacchino Genchi, l’uomo, per intenderci, accusato da pezzi delle istituzioni e del mondo politico di essere lo spione numero 1 d’Italia. Notare, però, come la sospensione di Genchi non sia stata motivata dall’inchiesta in corso a Roma sui presunti abusi che questi avrebbe commesso approfittando, dice l’accusa, di password e accessi consegnatoli, legalmente e previa corretta autorizzazione, dalle procure per le quali da anni lavora. La sospensione è causata, invece, dalle dichiarazioni che ha rilasciato alla stampa, sul suo blog e sulla sua pagina di Face Book. Questo riportano notizie stampa comparse nelle ultime settimane.


In particolare, il primo provvedimento disciplinare che lo ha raggiunto, e l’ammonizione a non rilasciare altre dichiarazioni alla stampa senza previa autorizzazione, sarebbe stato motivato da un’intervista che mi ha rilasciato in data 7 marzo nel suo studio a Palermo e pubblicata sul mio giornale, left-Avvenimenti, il 13 dello stesso mese. Questa notifica “disciplinare” sarebbe datata 18 marzo.

In seguito,  il 19 marzo, Gioacchino Genchi ha risposto a delle provocazioni di un giornalista sulla sua pagina di Face Book. Per chi conosce il mezzo il “botta e risposta” di FB, si tratta di fatto di una chat. La discussione è stata ripresa e pubblicata prima sul sito http://www.19luglio1992.com e successivamente anche sul blog pubblico di Genchi http://gioacchinogenchi.blogspot.com.
A quanto risulta la sospensione sarebbe stata diretta conseguenza di questo episodio.

Ritorniamo all’intervista da me realizzata. Sono stato uno degli ultimi a raggiungerlo e a intervistarlo. Genchi, appena iniziata la campagna nei suoi confronti fra gennaio e febbraio, ha rilasciato molte altre interviste (alcune addirittura molto più “dure” di quella rilasciata a me come quella realizzata da Tele Lombardia) fra le quali si segnalano la partecipazione dello stesso da Santoro e da Matrix (allora guidato ancora da Enrico Mentana) e Reality su La7. Specifico questo aspetto per spiegare come le dichiarazioni rilasciatemi da Genchi il 7 marzo non furono certo una novità né nei toni né negli argomenti. Abbiamo parlato per più di un’ora. Era alla stessa scrivania da dove da oltre 20 anni svolge il suo servizio  per conto dell’autorità giudiziaria. La stessa, ormai, conosciutissima grazie a servizi fotogrefici e televisivi e dalla quale ha rilasciato più di venti interviste alle radio, alle televisioni ed ai giornali di mezzo mondo. Durante l’intervista che mi ha concesso non è mai scivolato su giudizi politici rimanendo soltanto su argomenti che riguardano i suoi incarichi professionali. Notare, soprattutto, che non ha mai rilasciato dichiarazioni in qualità di funzionario della Polizia di Stato e non ha fornito dichiarazioni su incarichi operativi della sua amministrazione.

Probabilmente quello che ha creato preoccupazione, e che forse ha causato il primo provvedimento disciplinare nei suoi confronti, è che le sue dichiarazioni furono contestualizzate all’interno di una narrazione giornalistica che ricostruiva non tanto le inchieste di Catanzaro, quanto il percorso professionale e le indagini (e collegamenti fra le varie indagini) condotte da Genchi dal 1989 a oggi, ovvero dall’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone passando poi per quella della strage di via d’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta. È stata la ricostruzione di questo percorso e dei tanti vuoti e delle tante ombre emerse in quelle indagini a suscitare tanta preoccupazione? La velocità e la tempestività con cui alcune testate giornalistiche, fin dall’esplosione del caso Why not, hanno divulgato indiscrezioni e dati e nomi riservati e coperti dal segreto istruttorio fanno temere che ci sia chi opera come un abile ufficio stampa per contrastare inchieste specifiche e specifici magistrati e percorsi investigativi. Tanto per fare un esempio, basta andare vedere come solo due giorni fa le solite testate abbiano iniziato a divulgare dati e numeri (non verificati visto che le indagini e le perizie sono tuttora in corso) sui presunti archivi Genchi sequestrati dai Ros per conto della procura di Roma il 13 marzo scorso. Il segreto istruttorio dov’è? Chi è che diffonde questi numeri e perché sempre e solo verso certe testate giornalistiche?

La domanda, ovviamente, non ha una risposta. Quello che posso dire è che mi sono recato da Genchi per l’intervista dopo aver seguito il suo lavoro grazie alla lettura delle sentenze di alcuni processi a cui aveva collaborato fra cui quello proprio su via D’Amelio. La sua relazione, in questo caso, è un documento unico, impressionante. Quello si allarmante. Non tanto per alcuni poteri. Allarmante per il Paese, per la tenuta democratica delle istituzioni.
Non so se Genchi abbia commesso degli abusi. Lo diranno le indagini e, se ci si arriverà, un processo. Ma che sia garantita a Genchi la possibilità di difesa davanti a questa offensiva mediatica. Sempre che valga ancora il diritto.

Pietro Orsatti

(fonte il sito del giornalista Pietro Orsatti)

La caccia al tesoro di Genchi

La caccia al tesoro di Genchi.

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Gli articoli di Benny Calasanzio del 26 marzo spiegano molto chiaramente in quale vicolo cieco si siano andati ad infilare i nemici di Gioacchino Genchi.
La farsa dei “numeri”, la bufala delle “intercettazioni”, il ridicolo pretesto con cui è stato sospeso dal servizio presso la Polizia di Stato, sono stati ormai ragionevolmente smascherati.

Resta solo da mettere molto bene a fuoco il punto che così Benny ci illustra:

“I carabinieri dei Ros, gli stessi che non perquisirono il covo di Riina dopo il suo arresto e che non arrestarono Provenzano quando gli erano a pochi metri nel 1995, su specifico decreto dei magistrati di Roma hanno sequestrato tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate da Gioacchino Genchi, da quelle relative al fallito attentato dell’Addaura ai danni di Giovanni Falcone del 1989, fino ai più recenti incarichi per gravi omicidi di mafia e fatti che, badate bene, coinvolgevano gli stessi magistrati della procura di Roma. Che c’entra con “Why not”? Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS?

Forse l’ultima frase ha un punto interrogativo di troppo.
Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS.
Forse ci sono pure i “forse” di troppo.
Forse (?) quello che interessa ai magistrati di Roma ed ai Carabinieri del ROS è proprio cosa è riuscito a sapere l’ex consulente di De Magistris e che non è allegato alle inchieste di De Magistris, ridotte in macerie dall’ex Procura Generale di Catanzaro. Le stesse inchieste che sono state estorte alla Giustizia e incartate all’opinione pubblica con la presunta guerra tra le Procure di Salerno e di Catanzaro, un guerra di distrazione di massa per nascondere quello che ormai era scritto negli atti delle indagini, quello che la procura di Salerno aveva riscontrato con le proprie indagini, riscontri inconfutabili grazie anche agli elementi apportati dal lavoro di Gioacchino Genchi.

Quello che ancora non era scritto sono andati a cercarlo nel computer di Gioacchino Genchi.
Poi hanno messo Gioacchino Genchi a tacere facendo leva sul suo senso dello Stato e la sua fiducia nella Giustizia.
E ora avendo in mano solo degli “elenchi telefonici”, con le spalle al muro, prendono tempo utilizzando una tattica che funziona solo grazie alla complicità delle “
betulle” seminate qua e là: far filtrare presunte notizie.

Resta il problema che gli sgradevoli personaggi che cercano di manovrare una parte della Procura di Roma ed i Carabinieri dei ROS, controllano soprattutto, direttamente o indirettamente, le principali tv ed i giornali più diffusi: ovviamente neanche di fronte all’evidenza offriranno alla  verità lo stesso spazio che hanno offerto alle menzogne.
Ma è un problema superabile con la Rete e la mobilitazione spontanea che, per cominciare, porterà domani sabato 28 marzo 2009 davanti alle questure di tutta Italia un nutrito drappello di persone informate, che a loro volta informeranno altre persone, che a loro volta informeranno… E’ un duro lavoro, ma qualcuno lo sta già facendo.

dal BLOGIo sto con Gioacchino Genchi

Antimafia Duemila – Salvare le api per salvare noi stessi

Antimafia Duemila – Salvare le api per salvare noi stessi.

di Dacia Maraini – 24 marzo 2009

«Se tutte le api morissero, all’uomo resterebbero solo 4 anni di vita». L’ha detto Einstein. Gli apicoltori sono allarmati perché da anni le api stanno scomparendo. Ma l’opinione pubblica è assente.
A sentire gli scienziati i maggiori responsabili della morte delle api sono le molecole dei pesticidi del gruppo dei neonicotinoidi. «Questi pesticidi vengono utilizzati nella concia dei semi di mais», spiega Andrea Zanoni, presidente di Paeseambiente.
Le associazioni degli apicoltori italiani che sono circa 50 mila, con un milione di alveari, hanno protestato presso il ministero della Salute e dell’Agricoltura, ottenendo una sospensione in via cautelativa dei pesticidi Thiamethoxan, Clothianidina, Imidaclopride e Fipronil, utilizzati nel trattamento di concia delle sementi. Il decreto è stato impugnato, come si può immaginare, dalle grandi case farmaceutiche Bayer, Syngenta e Basf. Per fortuna sia il Consiglio di Stato che il Tar del Lazio al quale le tre multinazionali si erano rivolte, hanno ribadito la sospensione. Eppure, nonostante il parere contrario della scienza e della legge, la pratica dei pesticidi continua. Ed è anche in aumento. I professori Vincenzo Girolami e Luca Mazzon del gruppo di Entomologia del Dipartimento di agronomia ambientale dell’Università di Padova, hanno fatto una ricerca da cui risulta che un’ape che beve gocce d’acqua sulle foglie di piantine di mais nate da semi trattati con neonicotinoidi, muore nel giro di soli due minuti.
api-web.jpgTutti d’accordo gli apicoltori però che il problema della moria delle api non è imputabile solo ai prodotti per la concia del mais ma anche all’utilizzo dei molteplici trattamenti chimici dei vigneti per i quali vengono utilizzati pesticidi a largo raggio. Luciano De Biasi, ecologista di Soligo, riporta un dato allarmante: solo in Veneto ogni anno vengono sparse 15.000 tonnellate di pesticidi. «Ricordiamo che il lavoro delle api per l’impollinazione è fondamentale. Se si considera che in un alveare ci sono dalle 30 mila alle 40 mila api e che un’ape visita dai 100 ai 1000 fiori al giorno ne risulta, anche con un calcolo per difetto, che un singolo alveare con le sue bottinatrici contribuisce ad impollinare ben 3 milioni di fiori al giorno». Luciano De Biasi ha fatto una ricerca presso l’Ussl 7 di Conegliano Veneto sui pazienti con il codice E48, ovvero «Soggetti con patologie neoplastiche». La risposta è stata preoccupante: nel 2007 vi sono state 8.760 persone colpite da tumore, mentre nel 2008 sono salite a 9.146, con un aumento pari al 4,3%. Possiamo dire che l’ aumento di malati di cancro, in percentuale, va di pari passo con l’aumento dei pesticidi. E se si guardano le statistiche nei dettagli si scopre che la mortalità per cancro nei bambini aumenta ogni anno del 2%.
Insomma le api ci stanno dando un segnale. Sta a noi capire e rimediare. Ricordando che siamo tutti parte di uno stesso mondo e i veleni che distribuiamo lontano da noi, tornano sulla nostra tavola attentando alle nostre vite.

Tratto da:
il Corriere della Sera

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: parla l’ex capo del Ros

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: parla l’ex capo del Ros.

di Maria Loi – 25 marzo 2009
Palermo
. In ballo c’era la cattura di un personaggio eccellente, il superlatitante Bernardo Provenzano ma il comandante del Ros di allora ha dichiarato di non aver mai parlato con chi aveva le notizie di prima mano delle indagini. La notizia ha davvero dell’incredibile.
Il personaggio in questione è il generale in pensione Mario Nunzella sentito in dibattimento da accusa e difesa al processo che vede imputati i due ufficiali dell’arma Mario Mori e Mauro Obinu accusati di aver favorito la mafia.
Mario Nunzella prese il posto del generale Subranni al comando del reparto speciale dei Carabinieri nel 1993 e vi rimase fino al 1997. Sono quelli gli anni in cui Michele Riccio viene aggregato al Ros con un compito investigativo molto particolare: quello di arrivare alla cattura di Provenzano attraverso il confidente Luigi Ilardo. Nunzella viene messo al corrente della delicata operazione e anche del fatto che quel 31 ottobre 1995, a Mezzojuso, avvenne l’incontro tra Ilardo e Provenzano. Della notizia Nunzella non informò i magistrati. Quando il pm Di Matteo gli ha chiesto il motivo, il generale ha risposto: <<Non ritenevo che lo dovessi fare io perché c’erano altri ufficiali che seguivano la vicenda>>. E poi <<il colonnello Michele Riccio asseriva di avere un contatto diretto con un magistrato>>.
Nei giorni a seguire in quel di Mezzojuso furono effettuati servizi di ricognizione e altre attività di indagine in quanto era stata prospettata la possibilità che ci fossero ulteriori incontri, cosa che poi non avvenne perché il 10 maggio 1996 Ilardo venne ucciso proprio alla vigilia della formalizzazione della sua collaborazione.
Suona davvero strano che il suo diretto superiore non abbia mai voluto parlare con un suo sottoposto come il colonnello Michele Riccio, preferendo interloquire con l’allora vice-comandante Mario Mori e il comandante del reparto di criminalità organizzata Mauro Obinu. Nunzella ha ammesso che all’interno dell’Arma non piaceva il metodo lavorativo del Riccio e vi erano alcune perplessità legate all’inchiesta di Genova che lo coinvolgeva. Eppure a suo tempo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ne aveva esaltato le grandi capacità investigative. Chi sta proteggendo il generale Nunzella?
Ci auguriamo che la questione professionale del Riccio non sia una sorta di paravento, dietro il quale si potrebbero nascondere interessi molto più alti.
Nella stessa udienza del 20 marzo sono stati sentiti anche l’allora capitano Marco Paolo Mantile, il colonnello Michele Siini e l’ingegnere Giuseppe Lo Torto.
Il processo proseguirà il 3 aprile prossimo.