antonio pagliaro » si chiama maurizio e sa tante cose

antonio pagliaro » si chiama maurizio e sa tante cose.

di a. pagliaro

8 Mar 2009

mi chiamo MaurizioIl Maurizio di Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone (Fazi Editore) è Maurizio Avola, il killer della mafia catanese vicinissimo a Nitto Santapaola, poi collaboratore di giustizia. Il bel romanzo-verità di Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli è un racconto a più voci: c’è la voce di Maurizio, la voce della moglie, la voce del giudice che raccolse le sue deposizioni. E’ naturalmente, come ogni racconto di mafia, un racconto di orrori. Omicidi eseguiti come un lavoro nella venerazione di un uomo brutale come il boss Santapaola. Fino all’arresto e alla collaborazione. Maurizio Avola è un pentito vero, un uomo distrutto dai rimorsi che decide di parlare e raccontare ogni cosa.

La moglie: “Mi dava un bacio e poi usciva a sparare a qualcuno, metteva a letto i nostri bambini e magari nel pomeriggio aveva dato fuoco a un cadavere. Mi portava il caffè a letto, avevamo appena fatto l’amore e usciva per pulire la pistola. Dava l’elemosina a una zingara, portava a casa i cani abbandonati e poi finiva a sangue freddo un suo amico“.

Maurizio: “Prima la routine quotidiana delle giornate, con gli avvenimenti che si ripetono monotoni: sveglia, colazione, riunione, passeggiata, crimine, pranzo e cena (…). Le giornate, in questo modo tutte uguali, si cancellano dalla memoria. Poi, all’improvviso, ti rendi conto e realizzi tutto”.

Il giudice: “Anche Maurizio Avola ha ribadito la centralità degli attentati alla Standa di Catania nella storia delle stragi. Ma a sorpresa, dopo anni di collaborazione, ha alzato il tiro per sostenere che alla fine del 1991 a Messina vi furono incontri fra Dell’Utri, l’imprenditore mafioso Michelangelo Alfano, il boss Luigi Sparacio e altri uomini d’onore messinesi. In particolare Avola dichiarò di essere venuto a sapere da Marcello D’Agata che Cosa nostra voleva consentire a una forza politica nuova di assumere posizioni di potere, affinché la rappresentasse in luogo dei precedenti referenti politici che l’avevano tradita; il progetto prevedeva quindi l’eliminazione di personaggi pubblici particolarmente rappresentativi, fra politici e magistrati“.

Il libro si chiude con parte di un articolo di  Giuseppe Giustolisi (da Micromega del 9 marzo 2006). Un articolo che avrebbe scosso qualunque Paese civile. Non l’Italia, dunque. D’altra parte anche il libro di Gugliotta e Pensavalli è passato quasi inosservato: non mi stupisce visto che quando ne ho proposto la recensione a un quotidiano con il quale collaboro non ho nemmeno ricevuto risposta.

“‘L’ ex killer catanese ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi».

Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. (…) Indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano anello di collegamento fra Cosa nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ‘92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ‘93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri».

A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

L’intero articolo di Giuseppe Giustolisi si può leggere qui.

Altri due link sulle stragi:

Quest’uomo sa molte cose (e infatti stanno cercando di screditarlo in ogni modo): “L’attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l’ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata”.

Questo video è un collage interessante.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...