Archivi del giorno: 11 aprile 2009

Nucleare: la morte invisibile – Ricevo & Pubblico – Italiopoli

Nucleare: la morte invisibile – Italiopoli.

L’unica cosa da fare è investire nelle tecnologie di Trasmutazione e decadimento Biologico delle scorie radioattive e chiudere prima possibile tutte le centrali atomiche del mondo.
Tanto ormai di bombe atomiche ce ne sono a volontà e non ne servono altre.
L’umanita deve adoperarsi per consentire il futuro della vita sul pianeta, prima che sia troppo tardi.
segnalo questo importante articolo che da un’idea sul reale olocausto planetario causato dall’energia e dalle bombe atomiche
Giuseppe Altieri

25 marzo 2009, “La morte invisibile” di Franco Valentini

Diventa sempre più urgente trovare una soluzione definitiva per lo smaltimento delle scorie radioattive, il cui accumulo negli ultimi sessant’anni ha compromesso la vita in intere regioni

Lungo le strade nella provincia russa di Celjabinsk, negli Urali meridionali, si notano strani cartelli stradali che esortano chi transita a chiudere finestrini e prese d’aria. Fino al 1991 questi luoghi erano severamente vietati agli stranieri (in parte lo sono ancora) ed erano sconosciuti al resto del mondo. Alcune città della zona non compaiono neppure nelle mappe geografiche perché ufficialmente non esistono. L’aria, la terra e le acque apparentemente normali della provincia di Celjabinsk contengono la morte. Una morte invisibile fatta di radiazioni.
È qui che sorgono e sono ancora abitati Celyabinsk-40, Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70, i centri segreti russi dove furono installati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Celyabinsk-40, più nota come Mayak, che in russo significa faro, è considerato il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Tuttora sede di un impianto per la produzione di plutonio destinato alla fabbricazione di bombe atomiche, l’area attorno a Mayak dal 1949 al 1967 è stata oggetto di continui e sistematici rilasci di enormi quantità di radionuclidi (elementi radioattivi) nell’ambiente, soprattutto nelle acque del fiume Techa e del lago Karachy (ormai non più potabili e prive di vita), nonostante se ne conoscessero perfettamente i pericoli.
In tutti questi anni la popolazione della zona, formata perlopiù da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza, è stata esposta ad una quantità di radiazioni paragonabile a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono morti e continuano a morire per tumori e malformazioni congenite, nell’indifferenza delle autorità.
La Russia è una bomba nucleare ad orologeria. Nessuno sa con esattezza qual è la quantità esatta di scorie radioattive disseminate nell’ambiente in 40 anni di guerra fredda (si parla di parecchie decine di milioni di metri cubi tra rifiuti liquidi e solidi). Il problema è particolarmente grave perché le risorse economiche russe sono insufficienti ad affrontarlo e mancano adeguati controlli a causa dello scenario di completo caos nell’amministrazione statale, seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica.
Gli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari però non sorridono. Negli Stati Uniti, esattamente come in Russia, la gestione dei rifiuti nucleari è stata in mano ai militari fino a vent’anni fa.
Ciò ha comportato l’assenza di una supervisione civile e pubblica sulle modalità di smaltimento.
Oggi l’eredità della gestione militare americana, non molto attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, ammonta a 37 milioni di metri cubi di scorie radioattive disseminate in vari siti, spesso semplicemente sepolte sotto terra senza alcuna protezione (sono 10 le principali aree contaminate). Il Dipartimento dell’energia (DOE), che da un decennio sovrintende tutto il settore nucleare, compresa la produzione di armamenti, stima un periodo tra i 70 e i 100 anni, con una spesa da 200 a 1.000 miliardi di dollari, per risolvere la questione.
In Europa i rifiuti radioattivi provengono per lo più dal settore civile, non essendoci stata la corsa agli armamenti atomici come per gli USA e l’URSS. La produzione attuale di scorie nell’Unione Europea ammonta a circa 40.000 metri cubi l’anno. La dimensione del problema è variabile nei vari Paesi secondo i diversi sviluppi dei programmi nucleari. Francia e Gran Bretagna sono i principali produttori, avendo non solo il maggior numero di reattori attivi (rispettivamente 59 e 19), ma anche importanti programmi militari.

L’Italia è stato il primo paese industrializzato ad uscire dal nucleare con il referendum del 1987, in seguito all’incidente di Cernobyl (in Germania nel 2000 il Governo Federale ha concluso un accordo con le industrie per una graduale uscita del Paese dall’energia nucleare entro il 2020; Spagna, Svezia e Belgio tra gli anni Ottanta e Novanta hanno avviato programmi simili).
Nel nostro Paese, perciò, non c’è il problema di una produzione continua di scorie dai reattori, però ci sono quelle accumulate nel passato per le quali non è stata ancora trovata una soluzione definitiva.
La Sogin, la società subentrata ad Enel nella gestione delle centrali atomiche italiane, valuta in circa 60.000 metri cubi il volume complessivo di materiale radioattivo da smaltire (comprese le strutture delle vecchie centrali chiuse e da demolire), a cui bisogna aggiungere le 500 tonnellate di rifiuti a bassa radioattività prodotte annualmente da ospedali, acciaierie e impianti petrolchimici, più alcune decine di tonnellate di scorie ad alta radioattività che ci torneranno indietro dagli impianti di riprocessamento di Sellafield, in Inghilterra e di La Hague, in Francia (gli unici due in Europa). Qui il combustibile spento, che contiene ancora una grande quantità (94-95 per cento) di uranio e una piccola (2 per cento) di plutonio, potenzialmente riutilizzabili, viene ripulito dai cosiddetti prodotti di fissione (3-4 per cento), che non sono più utilizzabili e devono quindi essere smaltiti.

Secondo gli ultimi dati dell’International Nuclear Societies Council (INSC), ogni anno l’industria nucleare mondiale produce un volume di circa 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Il problema, però, non sono le quantità, effettivamente non molto elevate se paragonate con quelle di rifiuti prodotti dalle centrali a fonti fossili tradizionali (una centrale a carbone da 1.000 MegaWatt produce da sola in un anno 400.000 metri cubi di ceneri). Il vero problema è l’accumulo nel tempo di sostanze estremamente pericolose e che impiegano un tempo troppo lungo, sulla scala dei tempi umani, per diventare stabili. Il combustibile spento e scaricato dai reattori ad uranio attualmente impiegati (2° e 3° generazione), per esempio, mantiene una pericolosità elevata per un milione di anni. Le terre e le acque eventualmente contaminate, poi, diventano loro stesse radioattive e lo rimangono per centinaia di migliaia di anni.
Gli effetti delle radiazioni dipendono dal tipo e dalla dose ricevuta.
Possono essere irrilevanti o molto dannosi. La quantità di radiazioni assorbita dagli esseri viventi si misura in sievert, un’unità che tiene conto della dannosità, a parità di dose, dei vari tipi di radiazioni. Mediamente ogni individuo assorbe 2,4 millisievert (un millesimo di sievert) all’anno per effetto della radioattività naturale, dovuta ai radionuclidi presenti nelle rocce (come il potassio 40, l’uranio e il torio), al radon (gas radioattivo presente del sottosuolo) e ai raggi cosmici.
Una dose superiore a 4 sievert è letale. Dosi inferiori possono provocare cancro, leucemia e malformazioni nei feti con una probabilità maggiore più è alta la dose. L’esposizione ad 1 millisievert all’anno al di sopra della dose naturale di radiazioni (limite massimo di dose stabilito dalla legge italiana per le persone in luoghi pubblici), corrisponde ad una probabilità di sviluppo di tumori mortali dello 0,001 per cento. È chiaro che le persone che subiscono un’esposizione prolungata nel tempo (per esempio gli abitanti vicino ad una centrale nucleare o a un deposito di rifiuti radioattivi) hanno fortissime possibilità di ammalarsi. Alcuni studi condotti dal Centers for Disease Control and Prevention, del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti hanno evidenziato che i due terzi dei decessi per tumore al seno avvenuti in America tra il 1985 e il 1989, si sono registrati all’interno di un raggio di 100 miglia (circa 160 chilometri) dai reattori nucleari.
Al momento l’unico sistema praticabile per smaltire le scorie nucleari è quello di depositarle in aree controllate almeno finché la radiotossicità diminuisca al valore dell’uranio naturale.
I rifiuti a medio-bassa radioattività, cioè gli indumenti, gli utensili e i materiali provenienti dai reparti di radiologia degli ospedali, dagli istituti di ricerca e da alcune attività industriali, costituiscono circa il 95 per cento dell’intera produzione e sono i meno pericolosi, perciò il loro confinamento deve essere garantito al massimo per qualche secolo (in genere 300 anni sono sufficienti per abbattere di mille volte la radiazione dei radionuclidi a vita più lunga come il cesio).
Questi rifiuti vengono confinati in depositi superficiali, tipo trincee, silos o tumuli, e l’isolamento viene realizzato tramite barriere in calcestruzzo poste in serie, che impediscono la diffusione dei radionuclidi verso l’esterno.
I rifiuti ad alta radioattività sono solo il 5 per cento del volume prodotto dalle attività umane (tra i 10.000 e i 14.000 metri cubi all’anno), ma contengono il 95 per cento della radioattività. Si tratta delle barre di combustibile spento dei reattori nucleari e delle scorie solide e liquide che si creano durante la produzione del plutonio e durante il riprocessamento.
Le scorie ad alta attività mantengono livelli di radiazione incompatibili con l’ambiente per centinaia di migliaia di anni e quindi non è possibile fare affidamento su barriere artificiali, che non potrebbero garantire la sicurezza per periodi così lunghi. Si prevede così di depositare tali rifiuti, previo incapsulamento in matrici vetrose e nei cosiddetti “casks”, ossia contenitori cilindrici di acciaio praticamente indistruttibili, in formazioni geologiche stabili e profonde centinaia di metri, che possono assicurare, teoricamente, l’isolamento per milioni di anni, come per esempio le formazioni saline e quelle argillose.
I depositi geologici profondi sono ancora in fase di studio o, nei casi più avanzati, di realizzazione pilota. In Europa, laboratori sperimentali sotterranei sono in costruzione in Finlandia, Svezia, Francia e Svizzera. Il progetto più avanzato è quello finlandese che dovrebbe vedere la luce nel 2020.
Negli Stati Uniti dal 1999 è in esercizio, vicino a Carlsbad nel New Mexico, il Waste Isolation Pilot Plant (WIPP), il primo e, per ora, unico deposito geologico funzionante al mondo per lo smaltimento di scorie radioattive (in una miniera di sale a 700 metri di profondità, per un volume totale di 175.600 metri cubi). L’impianto, però, non è destinato ai rifiuti radioattivi ad alta attività, bensì allo smaltimento di indumenti, utensili e materiali contaminati da plutonio e da elementi transuranici, tutti a bassa e media attività.
La realizzazione di un deposito geologico per i rifiuti nucleari non è un’operazione semplice. Al di là dei costi enormi (finora il WIPP è costato un miliardo di dollari), un sito permanente di stoccaggio di scorie radioattive solleva problemi di accettabilità sociale notevoli. Inoltre nessuno può garantire per centinaia di migliaia di anni l’effettiva tenuta di qualunque formazione geologica.
Un anno fa, nel Marzo del 2008, il famoso progetto americano di un deposito geologico definitivo per le scorie ad alta attività, posto a 300 metri di profondità sotto la Yucca Mountain, nello Stato del Nevada, è stato definitivamente abbandonato, nonostante i quasi 8 miliardi di dollari già spesi. Il DOE aveva garantito la stabilità del sito e la sua tenuta all’aria e alle infiltrazioni d’acqua per 10.000 anni (anche se il picco nelle emissioni radioattive si sarebbe verificato dopo 400.000 anni), ma le forti proteste delle associazioni ambientaliste, dell’Epa, l’Agenzia federale degli Stati Uniti per la protezione dell’ambiente, e dello stesso Stato del Nevada da sempre contrari, hanno vinto la lunghissima battaglia (il progetto originale risale a vent’anni fa).

Anche in Italia, nel 2003, si cercò di costruire un deposito geologico permanente per i rifiuti radioattivi, a Scanzano Jonico, in Basilicata. Il progetto venne bloccato quasi immediatamente, non solo per le vivaci proteste degli abitanti della zona, provocate soprattutto dal grave errore politico del Governo che tentò d’imporre la decisione dall’alto senza consultare le autorità locali e informare preventivamente la popolazione sulle caratteristiche del progetto, ma anche per la ferma opposizione di autorevoli scienziati (tra cui il premio Nobel Carlo Rubbia). Al contrario di quanto affermato dalla Sogin, fu rilevato che Scanzano Jonico non ha i criteri minimi di sicurezza previsti dall’
Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA). Si trova, infatti, in zona sismica, è troppo vicino a centri abitati, a fiumi e a falde acquifere superficiali, è in un’area soggetta a frane, erosioni ed alluvioni ed è a meno di un chilometro di distanza da un giacimento metanifero. Tutte le caratteristiche peggiori per costruire un deposito di scorie radioattive.
Date le enormi difficoltà di realizzare un deposito geologico e premesso che in seguito ad accordi e trattati internazionali ogni Paese deve smaltire i propri rifiuti nucleari e che non è permesso usare come depositi i ghiacci dell’
Antartide e i fondali marini (fino alla Convenzione di Londra del 1995 che lo ha vietato, il seppellimento nei fondali marini era uno dei sistemi più quotati dai Paesi produttori di energia atomica), in tutto il mondo si stanno studiando piani alternativi.
Il progetto più interessante, che vede coinvolta direttamente l’Italia con l’Enea e il professor Carlo Rubbia, è quello dei reattori dedicati alla trasmutazione e degli acceleratori di particelle accoppiati a reattori per la trasmutazione, tecnologie in grado di abbreviare notevolmente il tempo di radioattività dei rifiuti provenienti dalle centrali nucleari (quelli ad alta attività), permettendo un ulteriore recupero energetico. La trasmutazione significa trasformare le scorie mediante un bombardamento di neutroni: inquesto modo, uranio e plutonio diventano sostanze diverse non più radioattive o che emettono radiazioni al massimo per 600 anni, cioè un tempo molto più breve, nel quale si può gestire agevolmente il loro confinamento.
Un’altra scoperta estremamente importante è stata fatta da alcuni ricercatori americani dell’Institute for Genomic Research e dell’Università del Massachusetts. Nel 2003 hanno sequenziato il genoma di uno straordinario microrganismo del suolo, il “Geobacter sulfurreducens”, un batterio in grado di metabolizzare i metalli radioattivi come l’uranio. La sequenza genomica del “Geobacter” permetterà la messa a punto di tecnologie di bonifica delle acque di falda e dei terreni contaminati.
Per ora, però, non è prevedibile quando queste ricerche potranno avere un’applicazione a grande scala.
La contea di Hanford, nello Stato di Washington negli Stati Uniti, è un altro luogo di morte invisibile. Dal 1943, anno di entrata in funzione dei reattori di Hanford (qui fu fabbricato il plutonio per la bomba sganciata su Nagasaki), fino al 1989 furono riversati nell’ambiente circostante e nelle acque del fiume Columbia ingenti quantità di elementi radioattivi, tra cui il micidiale iodio 131 (isotopo altamente radioattivo dello iodio), un sottoprodotto gassoso della produzione di plutonio. Nonostante i tecnici della centrale avessero registrato fin dagli anni Quaranta una diffusione sempre più ampia dello iodio 131 (fino a 150 miglia dalle ciminiere), non fecero nulla, non modificarono la produzione e, anzi, tennero segreti per anni le analisi effettuate sui campioni di acqua e terreno.
Soltanto negli anni Ottanta incominciarono a circolare le prime notizie sulla reale situazione di contaminazione, quando l’aumento esponenziale dei casi di cancro nella popolazione e delle malformazioni dei bambini e degli animali nati nelle zone agricole della contea fece preoccupare seriamente il DOE e gli stessi funzionari della centrale. Fu anche e soprattutto grazie alla battaglia coraggiosa di Michele Gerber, abitante della zona e madre di famiglia con un PhD in storia all’Università di New York, se l’impianto di Hanford venne definitivamente chiuso. Il suo libro On the Home Front, pubblicato nel 1992, denunciò la responsabilità diretta dei tecnici della centrale e il loro silenzio omertoso sull’inquinamento radioattivo.
Oggi Hanford è una potenziale nuova Cernobyl. Ospita il più vasto deposito di scorie ad alta radioattività degli Stati Uniti: 200 milioni di litri di rifiuti liquidi derivati dalla produzione del plutonio, 2.100 tonnellate di combustibile spento, 4 tonnellate di plutonio, 700.000 metri cubi di rifiuti solidi e un miliardo di metri cubi di terra contaminata. Le scorie radioattive, conservate per anni in contenitori inadeguati, si sono decomposte in sostanze altamente esplosive e sono diventate delle vere e proprie bombe atomiche, pronte ad esplodere alla prima scintilla. L’area, contaminata da decenni di scarichi scriteriati, è vasta circa 1.450 chilometri quadrati (la metà della Valle d’Aosta) e per risolvere il problema sono impiegate 1.240 persone a tempo pieno, con un budget annuale di 500 milioni di dollari.
Di fronte a questi luoghi, sorge un dubbio inquietante: quanti cimiteri nucleari come Hanford e Mayak ci sono nel mondo? Probabilmente molti più di quanti possiamo immaginare, vista la segretezza con cui sono stati condotti gli esperimenti atomici durante la guerra fredda.
Per evitare che il nostro Pianeta si trasformi in un deserto radioattivo, bisogna trovare al più presto una soluzione. Michele Gerber qualche anno fa ha detto: “in fondo non ho mai desiderato altro che un fiume pulito”.

Riesame di riparazione – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Riesame di riparazione – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

l’Unità, 11 aprile 2009

Il Riesame ha annullato i due decreti di sequestro dei computer di Gioacchino Genchi, l’ex consulente di De Magistris indagato a Roma e perquisito dal Ros per abuso d’ufficio, accesso illegale a sistema informatico, violazione del segreto di Stato e dell’immunità parlamentare. Crolla così miseramente l’iniziativa dei procuratori aggiunti Nello Rossi e Achille Toro, che aveva portato al linciaggio di Genchi (Gasparri ne aveva addirittura chiesto l’arresto). Le motivazioni non sono ancora note. Ma l’avvocato Fabio Repici ha dimostrato che i reati contestati sono puro dadaismo giudiziario.

Accesso abusivo all’Agenzia dell’Entrate: non era abusivo perché autorizzato da vari pm. Acquisizione di tabulati “riconducibili a parlamentari” senza il permesso del Parlamento: per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non nelle indagini. E i tabulati non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dap, quello di Minniti a un tizio di Treviso, quello di Pisanu a tale Stefania I., quello di Loiero non era coperto da immunità perchè Loiero non era parlamentare. Quanto a quelli dei servizi segreti, non sono coperti da alcun segreto. In ogni caso non si vede che c’entri la Procura di Roma con un signore che vive e opera a Palermo. Si spera che il Riesame chiuda l’ennesima pagina nera della giustizia italiana sul caso Catanzaro. E che qualcuno, magari, torni a occuparsi del caso Catanzaro.

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia.

Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo. Maurizio Avola, collaboratore di giustizia.

di Giuseppe Giustolisi / Micromega, La primavera n.2 del 9 marzo 2006

È una fredda mattinata di febbraio quando da un «sito riservato», come si dice in gergo giudiziario, depone in videoconferenza un collaboratore di giustizia nel processo che si celebra davanti al tribunale di Catania contro la mafia messinese e due magistrati, l’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia Giovanni Lembo e l’ex capo dei gip di Messina Marcello Mondello (da qualche anno in pensione), imputati di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il pentito si chiama Maurizio Avola, classe 1961, catanese, il killer preferito del boss Nitto Santapaola. Nel suo palmarès criminale Avola vanta numerosi omicidi e altrettante rapine ed estorsioni, fatti per i quali ha già incassato una condanna definitiva a trent’anni. Arrestato nel 1993, dopo un anno inizia la sua collaborazione con la procura di Catania (beneficia subito del programma di protezione, ma poi lo perderà per delle rapine commesse nel 1997) e confessa di essere l’autore dei fatti di sangue più efferati avvenuti nella zona etnea, tra cui l’omicidio eccellente del giornalista catanese Giuseppe Fava. Il contributo delle sue rivelazioni è stato determinante per la condanna di boss e gregari della mafia etnea nel processo Orsa maggiore. Ma le rivelazioni di Avola entrano anche in altri processi, come quello celebrato a Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, poi condannato a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. E proprio di Dell’Utri il pentito è tornato a parlare nel processo di Catania, a proposito del disegno stragista di Cosa Nostra. L’ex killer catanese, quella mattina, ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Avola non è un mafioso di primo piano, ma è a conoscenza dei segreti più pesanti di Cosa Nostra perché fino al momento del suo arresto era l’ombra di Marcello D’Agata, il vice del boss Santapaola. Lo accompagnava ovunque, anche nei summit mafiosi di un certo rilievo e poi D’Agata, puntualmente, gli riferiva di fatti e persone. Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa Nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi». Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi.

Agli atti c’è anche la foto della Ferrari di cui Alfano era proprietario, dove sono in posa, appoggiati alla macchina, Flavio Carboni e Silvano Vittor. Ma ancor più indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano Fanello di collegamento fra Cosa Nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa Nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa Nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ’93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri». Dunque un periodo di attività febbrile per la mafia messinese, con incontri ad altissimo livello che si susseguono a ritmo vertiginoso. A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

A Catania, negli anni Ottanta, il rapporto fra Cosa Nostra e il Psi era di strettissima cointeressenza, dice Avola, che su questa liaison è prodigo di particolari, sollecitato da una domanda dell’avvocato Fabio Repici, difensore di un collaboratore di giustizia imputato nel processo. «Il clan Santapaola aveva canali di riciclaggio dei proventi illeciti?», chiede l’avvocato. Risposta di Avola: «Aldo Ercolario, tramite lo zio, aveva fatto investimenti con un politico che veniva sempre a Catania. Si tratta di Gianni De Michelis, all’epoca aveva i capelli lunghi. Era lui che teneva i contatti a Catania e noi lo portavamo in giro per i night». Come dire che si univa l’utile al dilettevole. Fin qui Maurizio Avola. Si tratta di fatti da lui già raccontati alle procure di Catania e Caltanissetta e ribaditi al dibattimento di Catania. Una testimonianza durata tre ore che è stata oscurata dai media locali e nazionali. Il perché prova a spiegarlo l’avvocato Ugo Colonna, parte civile al processo contro i magistrati messinesi e difensore dello stesso Avola: «Gli editori nazionali fin dal 1999 non intendono più occuparsi dei fatti di mafia che riguardano gli strati alti dell’imprenditoria e della politica. Sembra proprio che ci sia una sorta di patto trasversale sulla scorta del quale non solo la stampa ma anche certe procure hanno inteso da armi porre un velo di coperture».

E l’oblio non risparmia certo questo processo chiave per gli equilibri mafiosi che ormai va avanti da oltre quattro anni. Per la verità qualche tentativo da parte dei mezzi di informazione di farvi ingresso c’è stato, senza però ottenere l’ok del tribunale. All’inizio del dibattimento infatti Radio radicale chiese di registrare le udienze, ma il presidente Francesco D’Alessandro, su richiesta dell’imputato Giovanni Lembo, negò l’autorizzazione. Stessa decisione in questi ultimi giorni per le telecamere di Chi l’ha visto che voleva riprendere la deposizione di un importante testimone di mafia, tale Antonino Giuliano, un imprenditore che, oltre a svelare gli appoggi a tutti i livelli di cui ha goduto Cosa Nostra messinese, ha raccontato di aver visto il superlatitante Bernardo Provenzano proprio a casa del boss Michelangelo Alfano.