Archivi del giorno: 26 aprile 2009

Antimafia Duemila – ”Possono uccidermi ma contro la mafia la rivolta e’ in atto”

Antimafia Duemila – ”Possono uccidermi ma contro la mafia la rivolta e’ in atto”.

Il sindaco di Gela minacciato: io combatto la Piovra, fermo appalti e poi scopro che le stesse ditte lavorano al Nord. Tutto il Paese si deve scuotere.

La sentenza di morte pronunciata da Cosa Nostra contro di lui è fondata su un elenco impressionante di «capi d’accusa». Rosario Crocetta ha fatto finire in carcere, in quattro anni, 853 mafiosi. Ha avuto un ruolo determinante nella radicale svolta antimafia della Confindustria siciliana e nell’espaensione delle denunce contro il racket del pizzo. Le cifra parlano da sole: a Gela, città di 80.000 abitanti, fino a ieri c’erano state 100 denunce contro le 60 dell’intera provincia di Palermo, che di abitanti ne ha un milione e mezzo.
Ma il «capo d’accusa» pesante si fonda sul metodo. Crocetta ha dimostra che combattere contro la mafia è vantaggioso sul piano economico. Ha chiuso i cantieri, ma ha subito riproposto gli appalti. Regolari, questa volta, e rapidi. Ha cacciato dal petrolchimico il consorzio «Conapro», legato a Cosa Nostra, ma ha contestualmente avviato una battaglia per collocare in altre aziende i dipendenti.
Non sopporta quella che chiama «l’antimafia chic». E sopporta a malapena – anche se il suo ruolo istituzionale gli impone di benedirle – le celebrazioni rituali dell’antimafia «coi bambini che sventolano le bandiere e i discorsi edificanti». Quando parla della sua attività di sindaco, è tecnico e minuzioso. I suoi «atti rivoluzionari» sono revoche di appalti, denunce pubbliche di intimidazioni ricevute e l’abolizione totale («Abbiamo fatto eccezione solo per i danni provocati da un’alluvione, per una frana e per una scuola») della procedura della «somma urgenza». L’atto più rivoluzionario di tutti è stato perseguire questa linea con coerenza, senza preoccupazioni politiche secondarie: «All’inizio mi dicevano che non sarei stato nemmeno rieletto, poi si è visto». Uno dei suoi più bei ricordi è il giorno in cui un vecchio del paese gli disse: «Non ti preoccupare. Ti facciamo noi da scudo».
E qua il tono diventa gioioso e autenticamente stupefatto. Dev’essere un’emozione straordinaria verificare, giorno per giorno, che l’esempio e la coerenza pagano. Anche quando si compiono scelte che – stando ai canoni classici, quelli che dovrebbero regolare il gradimento nei sondaggi – sono ritenute assolutamente impopolari. Come quando, nel 2005, denunciò perché colluso con Cosa Nostra il gruppo dirigente del «Gela calcio», che era stato appena promosso in serie C1. «Mi dissero che ero matto. Che la tifoseria si sarebbe scatenata contro di me. Invece hanno capito. Sono andato a vedere la partità assieme agli ultras. Mi hanno detto: ‘Meglio levarci da torno la mafia, anche se dobbiamo tornare in serie D. Incredibile? Sì, in effetti. Può apparirlo. Il fatto è che se ci si crede e si è coerenti si vincono davvero le scommesse più incredibili». Un suggerimento al Pd? «Certamente», risponde il sindaco di Gela.

Carlos «assolve» Mambro e Fioravanti – Corriere della Sera

Carlos «assolve» Mambro e Fioravanti – Corriere della Sera.

a nuova inchiesta Lo «Sciacallo» tira in ballo i servizi segreti americani. Torna la pista del tedesco Kram

Carlos «assolve» Mambro e Fioravanti

Strage di Bologna, è stato interrogato per la prima volta a Parigi

DAL NOSTRO INVIATO

PARIGI — Carlos lo sciacallo, per la prima volta davanti a un magistrato italiano, detta la risposta in lingua francese: «La strage del 2 agosto, a Bologna, non è opera dei fascisti». Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, così come Luigi Ciavardini, i neofascisti condannati per la bomba alla stazione coi suoi 85 morti e i duecento feriti, non avrebbero nulla a che fare con la terribile esplosione al tritolo che nell’estate del 1980 sbriciolò la sala d’aspetto di seconda classe e investì il treno Ancona-Chiasso in sosta sul primo binario. Ascoltato per rogatoria dal pubblico ministero bolognese Enrico Cieri, entrato alle nove di venerdì col funzionario della Digos Marotta nell’austero Palazzo di Giustizia parigino che guarda in faccia le punte della cattedrale di Notre Dame e taglia in due la Senna, il terrorista internazionale di origini venezuelane non batte ciglio e ripete: «A mettere la bomba a Bologna non sono stati né i rivoluzionari né i fascisti…».

Allora chi è stato, insiste il magistrato aggiustandosi gli occhiali sul naso. Ma Carlos, in camicia rossa, ben sistemato nei suoi sessant’anni in arrivo il prossimo 12 ottobre, va per i fatti suoi: «Io voglio parlare davanti a una commissione ministeriale, non a un magistrato… comunque quella è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene. Il guaio è che l’Italia è una semicolonia degli Stati Uniti, ragion per cui nel vostro Paese non si possono risolvere i tanti misteri… L’Italia dal 1943 è metà pizzeria e metà bordello degli americani, per questo non si risolve nulla… e lo stesso vale per la Germania, semicolonia americana dal 1945».

Carlos, il cui vero nome è Ilich Ramirez Sanchez, detenuto nel carcere francese di Poissy e famoso per l’assalto al quartier generale dell’Opec nel 1975, spiega anche perché «non possono essere stati i neofascisti» a mettere la bomba alla stazione di Bologna. «In quegli anni — detta — il traffico di armi ed esplosivi attraverso l’Italia era cosa soltanto nostra. Col beneplacito dei servizi italiani, coi quali noi rivoluzionari trattavamo personalmente, i compagni potevano attraversare l’Italia, così come la Grecia, con tutte le armi in arrivo da Saddam Hussein. Per questo posso certamente dire che in quei giorni mai ci sarebbe potuto sfuggire un carico di T4 grande come quello fatto esplodere a Bologna. Non sarebbe sfuggito a noi e di certo non lo potevano avere in mano i neofascisti italiani. Quel tritolo viene dai militari… Tra i rivoluzionari palestinesi e l’Ori (l’Organizzazione dei rivoluzionari internazionali, quella di Carlos, ndr) — puntualizza il terrorista — i patti con i servizi segreti italiani erano chiari: in Italia traffico di armi sì, attentati no… E noi abbiamo mantenuto la parola». Quindi Carlos demolisce anche la tesi di Cossiga, quella dello scoppio accidentale dell’esplosivo in transito: «Conosco bene quel tritolo, non suda, non si muove… per farlo saltare serve per forza l’innesco».

A fianco di Carlos, portato in tutta sicurezza al primo piano del tribunale circondato dalla Gendarmeria, ci sono gli avvocati Sandro Clementi e Isabelle Coutant. Con loro l’interprete Sophie Blanco. Davanti al terrorista, a far domande, stanno seduti il giudice istruttore Yves Jannier (che ha sostituito Brughier) e il pm Cieri, l’ufficiale di collegamento italiano in Francia, Forcella, e il magistrato italiano di collegamento a Parigi, Camelieri. Prima di iniziare «lo sciacallo» li fissa negli occhi uno per uno, prende carta e penna e chiede a ognuno di loro nome e cognome. Non tutti rispondono. A un tratto il magistrato bolognese tira fuori un album fotografico e chiede a Carlos se conosce Abu Saleh Anzeh, rappresentante in Italia del Fronte popolare per la liberazione della palestina (Fplp). Sorride, «lo sciacallo».


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Prima di diventare segretario a Damasco di George Abbash, Anzeh era il suo uomo delegato ai rapporti con i servizi segreti militari. «Del resto noi eravamo organizzati militarmente — spiega Carlos — per questo subito dopo lo scoppio a Bologna ho ricevuto un rapporto scritto. Noi, prima di tutti, volevamo capire cosa fosse accaduto». A inviarlo, dice ancora, è stata Magdalena Cecilia Kop, nel 1980 una semplice militante poi diventata sua moglie, oggi ripudiata perché starebbe collaborando con il Bka, la polizia politica tedesca. «Andate a chiederlo a lei cosa c’era scritto… I servizi sapevano bene che a Bologna quel giorno c’era Thomas Kram e farlo saltare in aria con la stazione sarebbe stato come mettere la firma dei palestinesi sull’eccidio… Così l’Italia si sarebbe staccata dai palestinesi e avvicinata agli israeliani. Ma Kram (già interrogato dal pm Cieri, ndr) si è salvato e l’operazione è fallita. Thomas era braccato passo passo dagli 007… In realtà era diretto a Perugia. Perché non tutti lo sanno, ma il ’68 non è nato a Parigi, è nato a Perugia nel 1967».

Biagio Marsiglia

Cosa teme davvero chi attacca “Annozero” | BananaBis

Cosa teme davvero chi attacca “Annozero” | BananaBis.

Contromano di Curzio Maltese

L’estate scorsa, in vacanza in California, ho assistito a un forte terremoto. La scossa era della stessa magnitudo di quella in Abruzzo, ma in un’area molto più popolata, San Diego e dintorni. Il bilancio è stato un morto, un anziano colpito da infarto. In California c’è un terremoto così quasi ogni anno. Nel Natale 2003 il sisma a nord di Los Angeles fu venti volte più potente di quello abruzzese, e vi furono due morti sotto le macerie.

Con questa esperienza alle spalle, ho seguito con incredulità i telegiornali e i talk show sul terremoto. Una passerella di politici e vip d’ogni genere, un libro Cuore di elogi alle autorità e alla Protezione Civile. Tanti comizi, poche domande, le mitiche battute del premier.

uno si aspetta che di questo si discuta, delle denunce fatte dalle vittime del terremoto. Ma no, naturalmente si discute di Santoro. L’oggetto della trasmissione, i fatti raccontati, sono già scomparsi. Santoro è fazioso, ecco il problema. E chi se ne frega. Sarà pure fazioso, ma ha mostrato facce, storie, scandali. E’ questo che conta. Che sia fazioso è un alibi. Nessuno davvero gli rimprovera di organizzare anche lui, come Vespa, Floris e tutti gli altri, i suoi salottini a tesi. Se da domani Santoro abolisse lo studio e non dicesse più una parola di commento ai servii, chiuderebbero davvero il programma.

A Santoro, a Gabanelli e a Icona si chiede di smettere di fare giornalismo, di andare in giro per il Paese a filmare fatti, luoghi e persone. Sono rimasti in tre, ma sono comunque troppi per un potere terrorizzato dall’idea che un giorno gli italiani riscoprano la realtà.

Cosa teme davvero chi attacca “Annozero” | BananaBis

Cosa teme davvero chi attacca “Annozero” | BananaBis.

Contromano di Curzio Maltese

L’estate scorsa, in vacanza in California, ho assistito a un forte terremoto. La scossa era della stessa magnitudo di quella in Abruzzo, ma in un’area molto più popolata, San Diego e dintorni. Il bilancio è stato un morto, un anziano colpito da infarto. In California c’è un terremoto così quasi ogni anno. Nel Natale 2003 il sisma a nord di Los Angeles fu venti volte più potente di quello abruzzese, e vi furono due morti sotto le macerie.

Con questa esperienza alle spalle, ho seguito con incredulità i telegiornali e i talk show sul terremoto. Una passerella di politici e vip d’ogni genere, un libro Cuore di elogi alle autorità e alla Protezione Civile. Tanti comizi, poche domande, le mitiche battute del premier.

uno si aspetta che di questo si discuta, delle denunce fatte dalle vittime del terremoto. Ma no, naturalmente si discute di Santoro. L’oggetto della trasmissione, i fatti raccontati, sono già scomparsi. Santoro è fazioso, ecco il problema. E chi se ne frega. Sarà pure fazioso, ma ha mostrato facce, storie, scandali. E’ questo che conta. Che sia fazioso è un alibi. Nessuno davvero gli rimprovera di organizzare anche lui, come Vespa, Floris e tutti gli altri, i suoi salottini a tesi. Se da domani Santoro abolisse lo studio e non dicesse più una parola di commento ai servii, chiuderebbero davvero il programma.

A Santoro, a Gabanelli e a Icona si chiede di smettere di fare giornalismo, di andare in giro per il Paese a filmare fatti, luoghi e persone. Sono rimasti in tre, ma sono comunque troppi per un potere terrorizzato dall’idea che un giorno gli italiani riscoprano la realtà.

NUOVA ENERGIA: IL POTERE OCCULTO DEI CAMBIAVALUTE

NUOVA ENERGIA: IL POTERE OCCULTO DEI CAMBIAVALUTE.

Un documentario che consiglio a tutti è “The Money Masters”, disponibile su youtube con sottotitoli in italiano. Si tratta di una lunga inchiesta (più di tre ore) su uno dei capitoli meno discussi della storia, nonostante sia di un’evidente importanza cruciale: il denaro. Nella storia che ci è stata insegnata, attraverso professori e libri ufficiali, ci si comporta infatti come se le questioni monetarie fossero un elemento di contorno irrilevante, e non una questione di primaria importanza nella lettura e nella comprensione degli eventi storici. Eppure basta riflettere un attimo per capire come il semplice atto di cambiare una valuta in un altra, e quindi decidere il tasso di cambio, abbia delle conseguenze enormi su qualsiasi transazione commerciale, oltre che su qualsiasi sistema sociale. Il documentario sopra citato racconta invece la storia tenendo conto di questo fattore primario. Nel particolare si sofferma sulla storia monetaria degli Stati Uniti d’America, sia perché tale storia ha avuto degli sviluppi interessanti e contrastanti nel corso del tempo, sia perché la struttura monetaria che alla fine è emersa è in realtà la struttura monetaria che oggi governa il mondo…

Antimafia Duemila – Pubblichiamo un appello alla società civile a sostegno della famiglia Masciari

Antimafia Duemila – Pubblichiamo un appello alla società civile a sostegno della famiglia Masciari.

Chi volesse aderire lo segnali al
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o nei commenti in calce che aggiorneremo l’elenco dei firmatari: stiamo rapidamente ricevendo nuovi sottoscrittori.
Sempre accanto a Pino, Marisa, Francesco e Ottavia Masciari in questi giorni delicati dove il loro passato è diventato il presente di tutt’Italia, confermando come sempre laragione e l’attualità di chiedere la Sicurezza.
In esilio. Come in carcere, privato della libertà, ma da innocente. Costretto all’attenzione maniacale, ferito nella dignità di cittadino, onesto e fedele alla Repubblica. La storia di Pino Masciari è l’emblema della debolezza dello Stato, cioè dei cittadini, di tutti noi. Con moglie e bambini, è obbligato da dodici anni a stare lontano dalla sua terra, ufficialmente per colpa della ‘ndrangheta, armata e minacciosa da impedirgli il rientro nella sua terra.
Queste sono le conclusioni della Commissione centrale di Protezione presso il Ministero dell’Interno. Nel 2004, l’organo istituzionale ha deliberato di «non autorizzare il rientro del testimone di giustizia Masciari Giuseppe e del suo nucleo familiare nella località di origine» e di «non attribuire al provvedimento alcuna classifica». Ad oggi, lui e i suoi familiari vivono nell’incubo che le ‘ndrine si vendichino da un momento all’altro. Gli uomini della ‘ndrangheta sono sanguinari, in agguato quando tutto tace. E sul caso Masciari c’è un silenzio troppo pericoloso, irresponsabile, forse  complice. Il silenzio della sufficienza, dell’abbandono, dell’ipocrisia. I suoi bimbi, che vanno a scuola senza scorta e coi loro veri nomi, hanno meno diritti degli altri? La moglie deve continuare ad avere una “quota rossa”?
Con coraggio e senso della legalità, perdendo le sue aziende e le sue radici, ma non l’identità anagrafica, Masciari ha denunciato ‘ndranghetisti e collusi, poi condannati dalla giustizia. Tra questi, Nicola Arena, appartenente all’omonimo clan, di recente passato alla cronaca perché penetrato di prepotenza in Lombardia e in Emilia Romagna. Affari e profitti colossali degli Arena, ottenuti con sistemi militari e sporchi della ‘ndrangheta, sono stati scoperti dai magistrati dell’antimafia, che hanno arrestato affiliati e sequestrato beni milionari. Al Nord.
Eppure, nonostante che il Tar del Lazio abbia dato ragione a Masciari –  che aveva rivendicato la necessità d’una piena sorveglianza anche per riprendere con i familiari una parvenza di normalità – lo Stato non gli assicura, di fatto, un’esistenza libera e dignitosa. I Masciari non godono delle libertà fondamentali della Costituzione, che la stessa riconosce e garantisce in quanto princìpi.
È nostro dovere intervenire, parlare, agire, impedire che si compia un massacro ampiamente annunciato. È nostro dovere, delle istituzioni, della politica, della stampa, della società civile, aiutare i Masciari a vivere in libertà, sicurezza e serenità. Devono poter respirare, progettare, sorridere. Senza ritrovarsi ancora a fronteggiare in diritto quello Stato servito con la loro testimonianza, con il loro sacrificio. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza alla famiglia Masciari, rivolgendoci alle coscienze di tutti, prima che a gradi, ruoli e funzioni dello Stato. Cessi definitivamente il silenzio e finisca il loro esilio. Non possono più rimanere sotto pressione, in lenta e terribile agonia.

Antimafia Duemila – La mafia al Nord cambia volto

Antimafia Duemila – La mafia al Nord cambia volto.

di Dora Quaranta – 24 aprile 2009

Milano. Decine di imprenditori e professionisti del Nord ora fanno parte organica delle cosche: non più vittime ma veri mafiosi. I giornalisti Biondani e Portanova nel numero dell’Espresso oggi in edicola scrivono che, stando alle più recenti inchieste, tanti impreditori del Nord Italia“si finanziano con capitali sporchi, ottengono protezione criminale, si prestano a dividere e reinvestire i profitti di droga ed estorsioni, affidano alla violenza dei clan il recupero dei crediti, ordinano attentati contro i concorrenti. Fino a diventare, come avvertono i magistrati più esperti, imprenditori organici alle più pericolose cosche del sud”.
Il capo dell’Antimafia a Milano, il pm Ferdinando Pomarici, denuncia che in mezza Lombardia le attività a rischio di partecipazione mafiosa sono nell’ordine: edilizia, immobiliare, centri commerciali, alimentari, sicurezza, discoteche, appalti, garage, bar e ristoranti, sale da gioco, distributori, cooperative di servizi, trasporti”. Intere province del Nord sono spartite tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta: i gelesi controllano estorsioni e spaccio nella zona est, tra Busto e la statale varesina – dice ancora Pomarici – ai calabresi tocca la parte ovest fino a Malpensa. Dalle indagini dei carabinieri sembra che nella zona non vi sia un cantiere edile che non paghi il pizzo, come numerosi esercizi commerciali”.
A Modena gli inquirenti segnalano la presenza di famiglie mafiose siciliane,in Emilia quella della Camorra; in Liguria, per il mese di dicembre 2008, è emersa l’operatività di ben 15 clan calabresi; sul modello dell’infiltrazione nei cantieri navali di Palermo Cosa Nostra mira ora al controllo del porto di La Spezia.
Giancarlo Caselli, procuratore a Torino, intervistato dall’Espresso, spiega che già Falcone diceva che la mafia uccide a Palermo ma investe a Milano. “Più l’investimento è lontano dall’attività illecita – dice Caselli – più è facile passare inosservati e farla franca. La nostra procura ha costituito un nuovo gruppo di lavoro sul riciclaggio, che è sempre più sofisticato. I mafiosi hanno i soldi per pagarsi i migliori cervelli. C’è uno sforzo di rispondere con competenze giudiziarie e non solo. Ma c’è anche chi non vede o fa finta di non vedere”.
Importante l’operazione denominata “Gheppio” che stamane ha condotto all’arresto per associazione mafiosa di Maurizio La Rosa e Maurizio Trabia entrambi di Gela. L’inchiesta ha rivelato che il gruppo mafioso degli Emmanuello, in collaborazione con altri boss residenti da anni fra Milano e Varese, era in procinto di uccidere il sindaco di Gela, Rosario Crocetta ed alcuni imprenditori che si opponevano al pizzo. Negli ultimi mesi La Rosa aveva intrapreso numerosi viaggi fra la Sicilia e la Lombardia. “Gheppio” ha fatto emergere gli affari illeciti in Lombardia del clan di Gela il quale avrebbe anche a disposizione armi ed esplosivi.