Archivi del mese: maggio 2009

Il blog di Alessandro Tauro: La bomba “Abruzzo” nel paese dove gli ordigni non esplodono

Il blog di Alessandro Tauro: La bomba “Abruzzo” nel paese dove gli ordigni non esplodono.


Il video delle contestazioni contro il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nelle zone del terremoto.

In un paese normale, un paese fatto di individui interessati a qualcosa che non sia soltanto gossip o reality, un paese caratterizzato da una classe politica che, seppure spesso corrotta, sappia come scrivere una legge, in un paese di questo tipo le notizie che sto per riportare avrebbero dato vita ad un terremoto politico di dimensioni quasi irreali.

E curiosità vuole che sia un terremoto, il terremoto, quello vero, ad essere la causa dei fatti che seguiranno.

Ma questo terremoto, come i cittadini abruzzesi temevano sin dal 6 aprile scorso, ha già lasciato il passo ad argomenti reputati “molto più importanti” (il caso Noemi Letizia, i sondaggi di Re Silvio, le finti crisi del governo siciliano di Lombardo, gli scazzi tra Franceschini e i Piersilvio d’Italia e l’aereo di Schifani) e ha portato, ancora una volta, le popolazioni terremotate d’Italia verso l’oblio.

Un oblio che potrebbe essere giustificato se tutta l’emergenza terremoto venisse combattuta e risolta in modo coerente. Sappiamo bene che non è così e lo sapremo meglio nelle prossime righe.

FONDI PER LA RICOSTRUZIONE

I fondi messi a disposizione dal governo per la ricostruzione dell’edilizia privata consistono in 3,1 miliardi di euro disponibili per il periodo che va dal 2010 al 2032 e 2,9 miliardi (aggiunti al decreto solo dopo il passaggio al Senato) disponibili solo dal 2033.
Escludendo questo secondo fattore di spesa (perché è alquanto stupido nonché offensivo immaginare famiglie che rientrino in possesso delle proprie abitazioni nel 2050), i fondi realmente previsti per la ricostruzione ammontano a 3,1 miliardi spalmati in 24 anni.

Per fare un paragone operativo, prendiamo in considerazione il terremoto dell’Umbria e delle Marche dell’autunno 1997. Il governo Prodi stanziò allora per l’edilizia privata 3,5 miliardi per il solo periodo 1998-2008.

3,5 miliardi in 10 anni per 22604 sfollati nel 1998, secondo quanto deciso dal primo governo Prodi.
3,1 miliardi in 24 anni per oltre 65000 sfollati nel 2009, secondo quanto deciso dal quarto governo Berlusconi.

A questo punto dubito che sia necessario un economista per spiegare la profonda diversità di trattamento riservata alle due martoriate popolazioni.


LA REGIONE ABRUZZO SAPEVA

La frase che si è sentita ripetere più spesso in queste settimane è stata: “I terremoti non si possono prevedere“.
E’ una frase che ha un suo senso, una sua spiegazione scientifica finora mai rovesciata con certezza. Ma è una frase che ha una sua importanza se si stabilisce che sia colpa del terremoto se oltre 300 persone hanno perso la vita nel capoluogo abruzzese e dintorni.
Ma non è così. Il terremoto non uccide, non nel 2009. Con le conoscenze edilizie di oggi, ad uccidere è l’incuria, la dabbenaggine e l’affarismo dell’uomo.

Ad uccidere, tra i tanti, sono stati i vertici della Regione Abruzzo che si sono susseguiti dal 2003 al 2009.
Nel 2003 la Regione Abruzzo commissionò alla Collabora Engineering SpA (una società con capitale misto pubblico-privato, finita sotto inchiesta per presunti interessi illeciti da parte della classe politica regionale abruzzese) un lavoro di censimento di tutti gli edifici pubblici d’Abruzzo allo scopo di valutare i costi di verifica ed adeguamento strutturale degli edifici.
Si temeva che diversi edifici non avrebbero potuto sopportare calamità gravi come un terremoto e si fece quindi una valutazione dei costi per la messa in sicurezza degli edifici, che terminò nel 2006.
Nel 2006 era già pronta la lista: 135 edifici nel solo Comune dell’Aquila che necessitavano di un immediato lavoro di messa in sicurezza. 3 anni fa.

La lista è inquietante: si va dal Terminal ARPA al Teatro Stabile, dall’Asilo Nido alla Prefettura, dall’Ospedale San Salvatore alla Casa dello Studente (in particolare questi ultimi due edifici in lista dimostrano come le autorità sapessero tutto fino in fondo).
Si sapeva tutto. Era tutto scritto nero su bianco. La cosa più buffa? Non è un documento segreto. E’ reperibile pubblicamente sul sito del SIGEOIS (Sistema Informativo per la Gestione degli Edifici e delle Opere Infrastrutturali Strategiche), accessibile dal sito della regione Abruzzo.
Basta iscriversi, fare una query di ricerca sui vari comuni abruzzesi ed ecco pronti date, cifre, proprietà e elenco dei problemi strutturali. E sono in mano alla regione Abruzzo da oltre 3 anni.

Le cifre sono spaventose. Per la messa in sicurezza dell’Ospedale San Salvatore servivano oltre 48 milioni di euro. 48 milioni per un edificio il cui costo finale si è assestato sui 100 milioni e che doveva essere, secondo le varie normative, rispondente ai requisiti anti-sisma.
Basterebbe questo per capire la quantità di reati edilizi compiuti nella costruzione dello stabile.

Ma se andiamo ad analizzare un edificio che aveva la stessa priorità di messa in sicurezza, qui l’indignazione si trasforma in incredulità. Sconcerto.
Perché se le cifre richieste per “assicurare” l’ospedale comunale erano, effettivamente, insostenibili in poco tempo, la storia cambia se si parla della Casa dello Studente, ristrutturata ben 3 volte sotto la direzione della Regione di Giovanni Pace (PDL), e rimasta comunque pericolante.
Ma qui il costo per la messa in sicurezza era di 1,470 milioni di euro. Un milione e mezzo di euro è il prezzo della vita di 11 ragazzi, studenti universitari.

La regione sapeva tutto. La regione di Giovanni Pace (PDL) e quella di Ottaviano Del Turco (ex PD). E probabilmente anche quella di Gianni Chiodi (PDL).

IL PIANO C.A.S.E.

Uno degli argomenti più controversi sulla gestione “terremoto” è rappresentato dalle casette d’emergenza, da costruire nei prossimi mesi, il cosiddetto piano C.A.S.E.
L’elenco delle promesse fatte e disfatte su questo tema mettono in luce la assoluta inesistenza di piani concreti e l’insicurezza costituita dai due protagonisti della ricostruzione: il premier Silvio Berlusconi e il Direttore del Dipartimento Protezione Civile Guido Bertolaso.
Basta dare una semplice occhiata al seguente elenco.

1 maggio 2009 – Guido Bertolaso: “3 mila case pronte entro settembre o ottobre“.
1 maggio 2009 – Silvio Berlusconi: “Le case saranno pronte entro l’inverno
2 maggio 2009 – Silvio Berlusconi: “Disponibili per i primi di dicembre, ma mettiamo in conto dei ritardi
6 maggio 2009 – Sito della Protezione Civile: “Le case saranno pronte prima dell’inverno
6 maggio 2009 – Silvio Berlusconi: “A settembre le prime case. Per dicembre disponibili tutte per 12 mila persone
8 maggio 2009 – Guido Bertolaso: “Entro il 30 ottobre contiamo di dare una sistemazione a chi non ha una casa
14 maggio 2009 – Silvio Berlusconi: “Entro il primo novembre case per 13 mila persone
29 maggio 2009 – Silvio Berlusconi: “La speranza è che entro la fine di novembre non ci siano più tende“.

La speranza. Benvenuti in Italia, dove il governo non utilizza il potere esecutivo quando serve. Ma si limita a sperare.
E a proporre vacanze in crociera per gli sfollati. Per quanti? 65 mila persone? O solo quelli in tendopoli? Con quali risorse economiche, visto che il decreto sui fondi in Abruzzo non prevede nemmeno una sicura copertura finanziaria?
Mancano i soldi per la ricostruzione, ma per un viaggio con Costa Crociere quelli ci sono sempre.

IL MANCATO CONTROLLO SU FONDI E APPALTI

Il 20 aprile il ministro Renato Brunetta, tronfio e fiero del maxi-sostegno popolare, dichiarava:
La ricostruzione in Abruzzo dovrà obbedire a criteri di efficienza e trasparenza e tutto questo sarà possibile se verrà messo tutto il sistema on line. Se tutti i beneficiari, le ditte, se tutti gli appalti e le spese saranno on line noi avremo 60 milioni di controllori. Un controllo vero e reale, non burocratico, fatto di carte attraverso le carte“.

Ancora oggi, però, sui siti internet del governo non c’è alcuna traccia, riferimento o resoconto dei 45 milioni raccolti con le donazioni. Non c’è un’indicazione delle destinazioni e né, tantomeno, di chi si occuperà dell’assegnazione. Per non parlare dei criteri.

I controllori non saranno 60 milioni, come annunciava entusiasta Ministro Insulto, ma saranno un po’ di meno. Cinque.
Una commissione di cinque elementi scelti dal governo controllerà la destinazione dei fondi. Una commissione che vede la presenza di spicco del senatore democratico abruzzese Franco Marini, l’uomo che non fu capace nemmeno di controllare cosa stava facendo il suo partito nella sua regione.

Per dimostrare però l’attaccamento ai principi di trasparenza, il premier Berlusconi ha annunciato che la prima gara tra le 13 finora lanciate è stata vinta da un’azienda abruzzese con sede a 5 chilometri da L’Aquila.
Fine delle informazioni. Fine della trasparenza.
L’annuncio è stato fatto, ma l’ufficialità ancora non c’è.
Chissà cosa ci aspetterà per le altre 12, quando anche la stampa si stancherà di riferire le varie assegnazioni. E chissà a cosa andremo incontro quando le ditte si divertiranno a subappaltare il 50% dei lavori (secondo quanto permesso dal governo in via eccezionale per l’Abruzzo, quando invece la normativa nazionale fissa un tetto del 30%).

LO SCIOPERO SEGRETO

In questi giorni tante e tante sono le testimonianze in rete di chi vive in prima persona, da triste protagonista, la vita nelle tendopoli, e parla del regime militare imposto, della Protezione Civile che stabilisce norme e regole nel dominio più assoluto, della mancanza di servizi e del rigido controllo su riprese, foto, incontri e visite di parenti ed amici.

In rete è possibile reperire una quantità stratosferica di queste informazioni. In TV un po’ meno. In TV si mostra solo ciò che è consentito mostrare. E nulla che vada al di là della tendopoli di Piazza D’Armi.

E così, assieme alla vita regolare di gruppo in tenda, si ignorano anche notizie come la protesta dei familiari degli studenti vittime del terremoto contro l’assegnazione “honoris causa” delle lauree alla presenza trionfante pre-elettorale del premier o lo sciopero annunciato dai Vigili del Fuoco contro la mancata assistenza del governo in termini di uomini e risorse.
Promesse, quelle del ministro Maroni, fatte settimane fa e completamente dimenticate nel corso dei giorni, secondo le accuse di tutti gli organi sindacali dei VdF.
Ma se chi lavora e dedica anima e corpo da mesi all’aiuto alla popolazione di migliaia di senza tetto arriva a scioperare contro il decreto del governo, possiamo immaginare quale possa essere il sentimento della popolazione abruzzese.

Ma Mr. 75% non se ne preoccupa. Chissà se avrà ragione…

FONTI:
Osservatorio Costruzione della Regione Umbria
Legge 61 del 30 marzo 1998
Le inchieste su Abruzzo Engineering

La lista degli edifici da mettere in sicurezza

ComeDonChisciotte – DOPPIO STATO, STORIA E MEMORIA

ComeDonChisciotte – DOPPIO STATO, STORIA E MEMORIA.

DI MARCO CLEMENTI
Liberazione.it

Lo Stato imperialista delle multinazionali non esisteva. Le Br cominciarono ad averne un chiaro segnale nei giorni del rapimento di Aldo Moro, quando il loro ostaggio rispondeva alle domande del processo senza cogliere gli intrecci che sottintendevano i brigatisti. Essi pensavano che ci fosse non già uno Stato nello Stato, ma un Sovrastato, potenziato e guidato dagli Stati Uniti, in grado di coordinare le politiche nazionali dei vari paesi del blocco occidentale. Quel mondo, pensavano i rapitori di Moro, stava andando verso una svolta strutturale che ne avrebbe mutato alle fondamenta le caratteristiche. Sarebbe cominciata la delocalizzazione del lavoro, la ristrutturazione della produzione e il primato del capitale finanziario su quello produttivo. Ma il processo non era irreversibile. Nella loro ipotesi, bastava scoprire gli ingranaggi, gli uomini, i referenti dello Sim per fermarlo e Moro era uno di questi.
Si trovano, nella teorizzazione dello Sim, grandi intuizioni e capacità di lettura della realtà (fu ipotizzata nel 1975), ma anche terribili ingenuità. La divisione del mondo in buoni e cattivi, in sodali e vittime innocenti non appartiene a una realtà complessa, che deve sempre tenere conto di moltissime forze, spesso in competizione, per restare in equilibrio. Quest’ultima considerazione si attaglia anche alla cosiddetta teoria del doppio Stato, recentemente tornata attuale dopo un intervento del presidente Napolitano e gli articoli di noti giornalisti, in particolare del vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista. Secondo alcuni, in Italia avrebbe a lungo convissuto un sistema nel quale lo Stato ufficiale sarebbe stato solo la parte visibile, emersa dell’intero apparato; alle sue spalle, nascosto, avrebbe agito un secondo Stato, che sarebbe coinvolto in un complesso disegno eversivo che partirebbe addirittura dalla strage del Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra, per dipanarsi attraverso tutta la storia italiana del secondo dopoguerra.

Un secondo Stato, dunque, all’interno del quale intere generazioni di funzionari, militari e civili, si sarebbero passate il testimone del complesso disegno. Questa ipotesi, che spesso diventa certezza in alcuni racconti, ha un grande pregio, ossia quello della semplificazione estrema: da una parte i democratici fedeli al dettato costituzionale, dall’altra i reazionari antidemocratici che pur di portare a termine il proprio sogno eversivo non hanno esitato a mettere bombe, depistare, assassinare personaggi divenuti scomodi. Per contro, i difetti sono molti, e tutti molto marcati. Uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri, anche se a prima vista possa tornare o, comunque, risolvere molti problemi. E i riscontri, per il doppio Stato, mancano. La filiera non è mai completa, i fatti si contraddicono, gli attentati e i depistaggi, veri o presunti, si accavallano senza una logica. Quando è stata scoperta la P2, molti ritennero che si fosse giunti alla testa del mostro. Poi, però, si è scoperto che in realtà i piduisti non erano dei golpisti, ma degli ultratlantisti, patrioti a modo loro, anzi, patrioti secondo molti parametri. La stessa delusione la diede Gladio; a capo Marrargiu non ci si addestrava per commettere attentati, ma per organizzare la resistenza armata contro l’invasione dell’esercito ungherese, quello destinato all’Italia in caso di guerra con il Patto di Varsavia. L’Italia sarebbe stata divisa in due e la resistenza concentrata, in attesa dei nostri, in Sicilia e Calabria.

Se manca il nucleo di questo secondo Stato, ridurre tutto a uno Stato nello Stato, inoltre, impedisce allo storico e all’osservatore di cercare le responsabilità politiche che si sono succedute nel corso degli anni, di analizzare gli episodi al di fuori di contesti più ampi (per esempio internazionali), riducendo la storia italiana a mero complotto. La strage di Ustica e la copertura che è stata fatta del tentativo di uccidere il leader libico Gheddafi sui cieli italiani è paradigmatica di quanto vado qui sostenendo. Gli Stati Uniti non solo fallirono l’obiettivo, ma per errore provocarono l’abbattimento di un aereo di linea dell’Itavia e 81 morti civili. Le strutture dell’Aeronautica Militare italiana coprirono l’accaduto, ma poi la politica, tutta la politica, da sinistra a destra, mantenne il segreto sui fatti e a distanza di quasi trent’anni ancora non abbiamo una versione ufficiale da parte del nostro Stato. Davvero ne serve un secondo per coprirci di vergogna? Si è trattato di uno dei maggiori, se non del maggiore depistaggio della storia repubblicana, eppure non compare mai tra le prove dell’esistenza di questo doppio Stato. Sarà perché a noi Gheddafi piace particolarmente se, a parte gli accordi antimigranti degli ultimi mesi, addirittura il nostro presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi, lo avvertì nel 1986 dell’imminente bombardamento americano del suo quartier generale.

Se tutto questo è vero, però, non si può certo liquidare così la questione, né si può concordare pienamente con lo spirito delle parole del presidente Napolitano, che chiede una generica ricerca della verità senza assumersi la responsabilità di una posizione; neanche l’articolo liquidatorio di Battista, del resto, ci soddisfa, perché quanti, allora come oggi, ritennero quella di Piazza Fontana una “strage di Stato”, cosa molto criticata dal giornalista, avevano e hanno motivi a sufficienza per farlo. E non bastano certo le parole di un presidente della Repubblica per superare il problema. Da quando, mi chiedo inoltre, la storia devono scriverla i politici?

Pierpaolo Pasolini poco prima di morire stava lavorando alla stesura di un grande romanzo, Petrolio , che non riuscì a terminare. È la storia dell’Italia malata, dell’Italia delle stragi e delle morti violente, all’interno della quale si muovono persone reali, con nomi e cognomi e funzioni vere, non presunti attori mascherati o vestiti di ombre. In quei mesi Pasolini dichiarò di sapere i nomi dei mandanti, di conoscere i luoghi da dove erano partiti gli ordini delle stragi. Era il suo mestiere, disse, quello di conoscere queste cose, perché era uno scrittore.

Questa storia è stata ricostruita in un recente libro, Profondo Nero , uscito per Chiarelettere da poco. L’Italia, sapeva Pasolini, è un paese fatto di tanti piccoli, a volte miserrimi interessi, che vanno tenuti insieme attraverso piccoli spostamenti, aggiustamenti appena percettibili. Qual è la logica per cui la nostra fedeltà alla Nato si è manifestata anche attraverso le bombe e gli attentati? La matrice degli attentati che hanno prodotto la carneficina che conosciamo è di destra. Esistono dei nomi, dei processi, delle condanne, delle prove al riguardo. In alcuni casi siamo certi, come per Piazza Fontana, in altri, come per Bologna, sorgono dei dubbi. Di materiale esplosivo e volontà eversiva fu piena l’Italia del dopoguerra. I gruppi neofascisti cominciarono a formarsi già dal 25 aprile e si svilupparono in particolare al Nord, dove infine negli anni Sessanta si passò all’azione. In determinanti momenti forze esterne, come poteva essere la Cia, o interne, come singoli uomini all’interno dei servizi, istigarono, o lasciarono fare, o coprirono post factum. Per questo Piazza Fontana è strage di Stato e per questo la Stazione di Bologna è stato un attacco preciso al nostro paese da parte di un nemico, interno o forestiero. Grazie a contingenze internazionali e a capacità interne il paese ha retto, nonostante tutto. Ora, da un po’, navighiamo a vista, senza attentati ma con il pericolo incombente di veder realizzato per volere del popolo quello che non riuscì agli eversori di destra. In quel caso non si potrà più usare la parola “doppiostato”, ma populismo. Dubito che chi ancora grida alla luna se ne renda conto per tempo.

Marco Clementi (Storico, autore di La “pazzia” di Aldo Moro, Odradek 2001, Storia delle Brigate rosse, Odradek 200)
Fonte: http://www.liberazione.it

Antimafia Duemila – Lumia: ”Idee di Brunetta farebbero inorridire Falcone”

Antimafia Duemila – Lumia: ”Idee di Brunetta farebbero inorridire Falcone”.

30 maggio 2009

“Sull’antimafia un cumulo di banalità che abbiamo superato da anni, pagando un prezzo altissimo in termini di uomini, risorse ed energie”.
Lo ha dichiarato il senatore del Partito Democratico Giuseppe Lumia, commentando le affermazioni sull’antimafia rilasciate dal ministro Brunetta davanti alle telecamere di Klauscondicio.
“Se Falcone fosse vivo – continua – in questo momento inorridirebbe, perché la legislazione antimafia fu pensata proprio per combattere un’organizzazione specifica, che sa coniugare l’aspetto militare con quello delle collusioni nei territori, nell’economia e nella politica”.
“Senza una legislazione particolare, come quella prodotta da Pio La Torre fino a Giovanni Falcone, saremmo ancora al teorema ‘la mafia non esiste'”.
“Stavolta – prosegue Lumia – Brunetta ha esagerato. Ritorni al suo lavoro nella pubblica amministrazione ed eviti di fare un bel regalo alla mafia. Senza il 416 bis, che riconosce il reato di associazione mafiosa, il 41 bis, che prevedere il carcere duro per i boss, la confisca dei beni, che aggredisce il patrimonio dei boss, non ci potrebbe essere nessuna lotta alla mafia”.
“Anzi – conclude lumia – la politica deve fare di più e andare fino in fondo, adottando provvedimenti specifici che metterebbero in ginocchio l’organizzazione mafiosa: consentire agli inquirenti di accedere velocemente, attraverso password, all’anagrafe tributaria per indagare sui patrimoni dei boss; rendere obbligatoria la denuncia delle estorsioni per tutti gli operatori economici e scatenare così una rivolta senza precedenti; aumentare la durata delle pene per i reati di stampo mafioso; riorganizzare il 41 bis per impedire la comunicazione dei boss con l’esterno delle carceri; ridurre il numero delle stazioni appaltanti, la cui frammentazione nel territorio riduce l’efficacia dei controlli e favorisce le infiltrazioni mafiose; istituire un’agenzia dei beni confiscati per rendere più efficace il loro riuso sociale; consentire la tracciabilità dei flussi di denaro soprattutto nel mondo degli appalti pubblici”.

Tratto da: politicamentecorretto.com


Brunetta: “Io scioglierei l’antimafia”

29 maggio 2009
Roma.
“Io addirittura scioglierei l’antimafia”. Lo afferma il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che intervistato da KlausCondicio spiega: “mi piacerebbe che non ci fosse nemmeno lo specifico della mafia. C’é l’antimafia perché c’é la mafia. La mafia è una tipologia di criminalità come dire, specifica, deviante, che avrebbe bisogno, che ha bisogno di regole speciali. A me non piacciono le regole speciali. Chi fa un crimine deve essere colpito. Non amo gli ‘anti’, preferisco le regole e il far rispettare le regole”. “Se in Italia – prosegue – si rispettassero le regole, non ci sarebbe bisogno dell’antimafia, perché la mafia è una forma di criminalità e dovrebbe essere perseguita come tutte le altre. La mafia dev’essere affrontata in modo laico e non ideologico. Se della mafia facciamo un simbolo ideologico, con la sua cultura, la sua storia e così via, – sottolinea il ministro – rischiamo di farne un’ideologia e come tale, alla fine, produce professionisti di quella ideologia proprio nei termini in cui ne parlava Sciascia, professionisti dell’antimafia”.

ANSA

Blog di Beppe Grillo – Rwanda: ONU, Chiesa o fucile?

Blog di Beppe Grillo – Rwanda: ONU, Chiesa o fucile?

Se foste un rwandese al tempo del genocidio e voleste sfuggire a chi vuole scannarvi con un machete a chi vi rivolgereste?
1. All’ONU
2. Alla Chiesa cattolica
3. A un buon fucile
Se avete scelto la terza risposta siete ancora vivi.
Nel quindicesimo anniversario del massacro in Rwanda il silenzio è la parola d’ordine. Per centinaia d’anni Tutsi e Hutu hanno vissuto insieme in pace, poi è arrivato l’uomo bianco. Niccolò Rinaldi è un testimone del genocidio.Le sue parole sono agghiaccianti.

Testo:
“Mi chiamo Niccolò Rinaldi, lavoro al Parlamento europeo come Segretario Generale aggiunto dal 1991, precedentemente sono stato nelle Nazioni Unite come responsabile dell’informazione in Afghanistan per un paio di anni.
Al Parlamento europeo mi occupo anche dell’Africa. Nel 1994 sono stato tra coloro che dovevano seguire da Bruxelles, e poi anche sul posto, tutti gli eventi che hanno portato al genocidio dei Tutsi e allo sterminio degli Hutu moderati. Quali sono state le cause che hanno scatenato nel 1994 il genocidio di circa un milione di Tutsi e lo sterminio degli Hutu moderati che non si sono schierati insieme accanto ai genocidari?
Vi sono comunque dei personaggi, delle situazioni, degli episodi storici, delle responsabilità molto precise e cercherò di raccontarvele, oltre al genocidio dobbiamo affrontare il revisionismo, il negazionismo, la non assunzione di responsabilità da parte di coloro che in questa storia hanno purtroppo avuto molte colpe.
Il Rwanda era un Paese africano stabile e pacifico prima che arrivassero gli europei. Non è questo il momento di parlare della storia del Rwanda prima degli europei, però come europei credo che dovremmo sempre riflettere che la storia dei popoli africani non è cominciata con il nostro arrivo, con i missionari o con gli esploratori che sono giunti dall’occidente, ma è una storia molto più antica. Gli europei arrivano prima con i tedeschi e l’arrivo degli europei è stata la prima causa di questo genocidio. Con la Prima Guerra Mondiale la Germania ha perso la sovranità sul Rwanda che passa sotto il controllo dei belgi che cominciano a seguire un po’ la classica politica del divide et impera, di cercare di creare delle differenze all’interno delle persone che dovevano controllare, quindi i rwandesi, al fine di rafforzare il loro potere e hanno in qualche modo bloccato quella mobilità tra coltivatori e allevatori, cercando di mettere su una posizione di maggiore privilegio proprio il gruppo dei Tutsi, il gruppo degli allevatori.
La seconda causa è stata la partenza degli europei.I Belgi nel momento di lasciare il Paese didero il potere ai coltivatori, al gruppo degli Hutu, cercando di ingraziarsi la maggioranza e di scaricare la classe dirigente che avevano sostenuto e anche strumentalizzato durante l’Amministrazione coloniale. Questo rivolgimento ha ulteriormente confuso le carte nel Paese e ha portato a una istituzionalizzazione, quasi, del rancore. Coloro che erano appoggiati prima si sono ritrovati in una posizione di inferiorità, coloro che erano tenuti più giù, più in basso nelle posizioni dell’Amministrazione coloniale, si sono ritrovati improvvisamente ad avere un ruolo protagonista.
La nascita di una diaspora di rwandesi che sono stati costretti a lasciare il paese e che si sono stabiliti in Uganda, ha modificato anche le caratteristiche linguistiche di questo Paese, perché questa diaspora che trovava rifugio in un paese anglofono ha cominciato, soprattutto con la seconda generazione, a usare più l’inglese che non il francese come lingua di comunicazione.
Questo ha fatto da pendant a un altro elemento. Dopo l’uscita di scena dei belgi con l’indipendenza, sono stati i francesi che hanno cominciato a giocare il ruolo di potenza straniera dominante, influente nel Rwanda. La politica francese in Africa è sempre stata una politica molto protagonista, molto attiva e molto basata sulla creazione di una vasta area francofona dove proprio l’appartenenza al gruppo linguistico francese ha costituito un elemento protagonista, un elemento di fondo della politica di questo Paese.
La presenza dei rwandesi in Uganda, di questa diaspora, ha presto creato una sorta di senso di superiorità nei rwandesi che sono rimasti nel Paese, francofoni e dominati dagli Hutu e un senso anche di minaccia, come se questa diaspora potesse costituire una sorta di spina nel fianco. E con questa dinamica siamo arrivati a una sorta di banalizzazione dell’omicidio, quindi i massacri che già vi erano stati dopo l’indipendenza, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, sono stati ripetuti negli anni successivi 70/80 con dei massacri regolari, senza che la comunità internazionale mai intervenisse con volontà e tanto meno con efficacia.
Le informazioni sulla preparazione del genocidio in Rwanda erano disponibili. Il Generale a capo dei Caschi Blu in Rwanda, nel gennaio 1994 scrisse un fax a New York dicendo che da un suo informatore aveva avuto notizie precise che si stava effettuando la preparazione di un massacro in vasta scala. Un fax di grande importanza al quale non vi fu mai una vera e propria risposta da parte delle Nazioni Unite, di fatto gli fu risposto: stai buono, stai tranquillo, lui chiedeva dei rinforzi, chiedeva un mandato, la protezione per il suo informatore. Fu un fax che non venne preso in considerazione.
E’ opinione diffusa che queste informazioni fossero disponibili anche da parte della Chiesa che aveva una rete, e ha tutt’ora naturalmente, attraverso le parrocchie, diffusa anche più delle Nazioni Unite sul territorio, molto capillare che ha il senso, il polso di quello che sta accadendo nella società.
Se vi sia stata una comunicazione da parte delle missioni da parte del clero e da clericali rwandesi e poi forse anche del Vaticano, questo in realtà non lo sappiamo. C’è la diffusa convinzione che in realtà fosse impossibile che le parrocchie, che veramente sono molto dentro la vita della società ruandese, non fossero a conoscenza di quello che stesse accadendo, questo per il prima.
Quando poi il genocidio è accaduto, molta popolazione Tutsi ha cercato rifugio proprio nelle chiese, si è messa nelle chiese, si è chiusa dentro le chiese, ha avuto ospitalità in questi conventi, con queste chiese con la beffa che in alcuni casi sono stati gli stessi sacerdoti e a volte le stesse suore, perché c’è stata anche un’implicazione delle stesse suore in questo genocidio, abbiano consegnato poi le chiavi della chiesa alle milizie Hutu che erano a caccia dei Tutsi e chiusi dentro poi abbiano permesso il massacro. Molto spesso è accaduto che le popolazioni che avevano trovato rifugio nelle chiese fossero recluse nella chiesa e fossero poi bruciate vive dentro queste strutture. Teniamo conto che molti personaggi, molte persone, membri del clero ruandese sono stati e sono tutt’ora indagati o condannati sia dal Tribunale ruandese che dal Tribunale delle Nazioni Unite per i crimini commessi in Rwanda.
In Rwanda secondo me non c’erano dei veri interessi economici francesi che fossero così importanti da giustificare la politica che poi il Paese ha adottato, erano più interessi geopolitici di presenza e di mantenimento dell’area francofona, per contrastare un’influenza anglofona e americana nella Regione. Interessi nell’area a livello economico sono sul Congo Zaire, lì sicuramente c’è stata un’importanza molto maggiore da parte della Francia, come nell’ex Zaire di tanti altri Paesi europei. Il vero dramma e la vera causa scatenante di questi fenomeni è la grande indifferenza che c’è da parte dell’opinione pubblica su questo tipo di vicenda. Abbiamo un milione di persone massacrate e nessuno scende in piazza in Europa.”

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LA FAME DEVE ESSERE ANCORA COSÌ INCALZANTE NEL XXI SECOLO?

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LA FAME DEVE ESSERE ANCORA COSÌ INCALZANTE NEL XXI SECOLO?.

DI ÉRIC TOUSSAINT E DAMIEN MILLET
Réseau Voltaire

Mentre i paesi ricchi si preoccupano delle conseguenze della crisi finanziaria, la fame continua indisturbata a mietere vittime nei paesi poveri. Gli obiettivi di sviluppo del millennio programmati dall’ONU dovevano sconfiggerla, ma in realtà, la carestia progredisce.

Le cause di questo dramma vanno cercate nelle politiche pubbliche ispirate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, nella speculazione e, ovviamente, nel fenomeno del debito, fanno notare Damien Millet e Éric Toussaint del CADTM (Comité pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde).

Come giustificare che ci si debba ancora confrontare con la problematica della fame nel 21esimo secolo? Al mondo, un abitante su sette soffre costantemente di fame.

Le cause sono conosciute: la profonda ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze e il possesso delle terre coltivabili da parte di una piccola minoranza di grandi proprietari. Secondo la FAO[1], 963 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2008. Paradossalmente, queste persone, dal punto di vista strutturale, appartengono alla popolazione rurale. Sono per la maggior parte contadini che non posseggono la terra che lavorano, o non ne hanno abbastanza, o ancora non hanno accesso ai mezzi necessari per valorizzarla.

Quali le ragioni della crisi alimentare del 2007-2008?

Va sottolineato il fatto che durante il biennio 2007-2008 il numero delle persone che soffrono la fame è aumentato di 140 milioni. Questo netto aumento è dovuto all’impennata improvvisa dei prezzi dei prodotti alimentari[2]. In molti paesi, questo aumento nei prezzi al dettaglio degli alimenti si aggira intorno al 50%, a volte più.

A cosa è dovuto un tale aumento? Per rispondere a questa domanda, è necessario comprendere cosa sia successo durante gli ultimi tre anni e, in seguito, pensare e attuare politiche alternative adeguate.

Da una parte, i governi del nord del mondo hanno aumentato i loro aiuti e le loro sovvenzioni per gli agro-carburanti (chiamati a torto “biocarburanti”, quando non hanno assolutamente niente di biologico). All’improvviso, è diventato redditizio sostituire le colture alimentari con delle colture foraggiere e oleaginose, o convertire una parte della produzione di grano (mais, frumento…) in produzione di agro-carburanti.

D’altro canto, dopo lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti (poi nel resto del mondo, di riflesso), la speculazione dei grandi investitori si è spostata verso i mercati della borsa in cui si negoziano i contratti delle derrate alimentari (principalmente tre borse statunitensi specializzate nella contrattazione a termine del grano: Chicago, Kansas City e Minneapolis). Ecco perché è così urgente che i cittadini agiscano in via legale per vietare la speculazione sugli alimenti…Anche se la speculazione al rialzo è finita verso la metà del 2008, e i prezzi sui mercati a termine siano di conseguenza scesi clamorosamente, i prezzi al dettaglio non hanno subito gli stessi andamenti. La schiacciante maggioranza della popolazione mondiale dispone di redditi molto bassi e subisce ancora oggi le conseguenze drammatiche dell’aumento del prezzo degli alimenti del biennio 2007-2008. Su scala mondiale si preannunciano, per il biennio 2008-2009, decine di milioni di licenziamenti, il che non fa che aggravare la situazione. Per contrastare tutto ciò, bisogna che le autorità pubbliche esercitino un controllo sui prezzi degli alimenti.

Attualmente, il cambiamento climatico non è la causa dell’aumento della fame nel mondo, ma questo fattore avrà certamente un ruolo chiave, in futuro, nella produzione agricola in certe parti del mondo. Se le zone temperate non subiranno troppo le conseguenze negative, le zone tropicali e subtropicali invece saranno particolarmente danneggiate.

È possibile sradicare la fame?

Estirpare la fame è assolutamente possibile. Le soluzioni fondamentali per raggiungere questo obiettivo vitale passano per una politica di sovranità alimentare e una riforma agraria. Il che implicherebbe nutrire la popolazione con le produzioni locali, limitando al massimo importazioni ed esportazioni.

La sovranità alimentare dovrebbe essere un punto chiave nelle decisioni politiche dei governi. Ci si dovrebbe basare su attività agricole a gestione familiare che producano alimenti detti bio (o organici). Questo inoltre, ci permetterebbe di accedere ad una alimentazione di qualità, priva di OGM, pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici. Per raggiungere un tale obiettivo, più di 3 miliardi di contadini dovrebbero avere accesso a una quantità di terra sufficiente al loro sostentamento e ai mezzi per coltivarla senza impoverirla e senza arricchire i grandi proprietari, le multinazionali dell’agrobusiness e i commercianti, e questo può avvenire solo tramite l’intervento delle istituzioni pubbliche.

Per fare ciò, serve una riforma agraria. Riforma di cui necessitano imperativamente Brasile, Bolivia, Paraguay, Perù, o certi paesi dell’Asia e dell’Africa: dovrebbe essere organizzata la ridistribuzione delle terre, dovrebbe essere fornito un sostegno pubblico al lavoro degli agricoltori e vietati i grandi proprietari terrieri privati.

È importante precisare che sia Banca Mondiale che FMI hanno responsabilità enormi nella crisi alimentare, poiché sono stati loro a consigliare ai governi del sud del mondo di rinunciare, in caso di insufficienza dell’offerta e/o di esplosione dei prezzi, ai silos di grano che servivano al sostentamento del mercato nazionale. Sempre Banca Mondiale e FMI hanno spinto i governi del Sud a sopprimere i finanziatori pubblici di credito agli agricoltori, gettando i contadini nelle grinfie di creditori privati (spesso grandi commercianti) o di banche private che praticano tassi usurari. Questo ha provocato un indebitamento di massa dei piccoli contadini in India, Nicaragua, Messico, Egitto e di numerosi paesi dell’Africa Sub-sahariana. Secondo le indagini ufficiali, l’indebitamento dei contadini che affligge i paesi dell’area indiana è la principale causa di suicidio di 150 000 contadini nel corso degli ultimi 10 anni. L’India è un paese in cui la Banca Mondiale ha promosso con successo presso le autorità locali una politica di soppressione delle agenzie di credito pubblico agli agricoltori.

E questo non è tutto: nel corso degli ultimi 40 anni, Banca Mondiale e FMI hanno spinto i peasi tropicali a ridurre la produzione di grano, riso o mais, sostituendola con colture da esportazione, quali cacao, caffé, thé, banane, arachidi o fiori. Infine, per perfezionare il loro servizio nei confronti delle grandi società dell’agrobusiness e dei grandi paesi esportatori di cereali (a cominciare da Stati Uniti, Canada e Europa Occidentale), hanno convinto i governi della positività dell’apertura incondizionata delle frontiere all’importazione di alimenti prodotti tramite sovvenzioni massiccie da parte dei governi del Nord, provocando così un inevitabile fallimento di numerosi produttori del Sud e una drastica riduzione della produzione alimentare locale.

Riassumendo, è davvero necessario applicare la sovranità alimentare e la riforma agraria. Serve abbandonare la produzione degli agrocarburanti industriali e tagliare le sovvenzioni pubbliche a coloro che li producono. Bisogna inoltre ricreare al Sud delle riserve pubbliche di alimenti (in particolare di grano: riso, frumento, mais…), degli organismi di credito pubblico agli agricoltori e ristabilire una regolamentazione dei prezzi degli alimenti. Serve garantire che anche i redditi più bassi possano permettersi alimenti di qualità a prezzi accessibili. Lo Stato deve garantire ai piccoli produttori agricoli dei prezzi di vendita sufficientemente elevati da consentire loro un miglioramento delle condizioni di vita. Lo Stato deve ugualmente sviluppare i servizi pubblici nelle zone rurali (sanità, educazione, comunicazioni, cultura, “banche” delle sementi…). Le istituzioni pubbliche sono tenute a garantire sia prezzi al dettaglio accessibili ai consumatori, che prezzi di vendita sufficientemente alti per il sostentamento dei piccoli produttori agricoli.

Questa lotta contro la fame non è solo un tassello di un mosaico molto più ampio?

Non si può intraprendere una seria lotta contro la fame senza ricollegarsi alle cause che forgiano la situazione attuale. Il debito internazionale dei paesi del Sud è sicuramente una fra queste e tutti gli effetti d’annuncio su questo tema frequenti negli ultimi anni, come i summit G8 o G20, hanno maldestramente cercato di celare quanto questo problema giaccia intoccato.

La crisi globale che sta interessando il mondo intero aggrava la situazione dei paesi in via di sviluppo e li mette di fronte ai costi e alle nuove crisi del debito. Ora, questo debito ha portato i popoli del Sud, spesso ricchi in termini di risorse umane e materie prime, a un impoverimento generale. Il debito è un saccheggio organizzato al quale è urgente mettere fine.

In effetti, il meccanismo infernale del debito pubblico è un ostacolo insormontabile alla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali, tra i quali un’alimentazione decente. Sicuramente, il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo dovrebbe primeggiare su tutte le considerazoni di merito geopolitico o finanziario. Sul piano morale, i diritti di creditori, redditieri o speculatori non hanno alcun peso se confrontati ai diritti fondamentali di 6 miliardi di cittadini, afflitti da questo meccanismo implacabile rappresentato dal debito.

È immorale chiedere a paesi impoveriti da una crisi globale di cui non sono per nulla responsabili di consacrare una buona parte delle loro risorse al rimborso di creditori agiati (che siano del Nord o del Sud, poco cambia) piuttosto che al soddisfacimento di questi bisogni fondamentali. L’immoralità del debito deriva ugualmente dal fatto che, in molti casi, questo è stato contratto da regimi autoritari che non hanno utilizzato le somme prese in prestito nell’interesse dei loro popoli, ma che hanno invece organizzato imponenti traffici di denaro, con il tacito accordo, o peggio la collaborazione, degli stati del Nord, della Banca Mondiale e del FMI. I creditori dei paesi industrializzati hanno effettuato i prestiti a regimi corrotti con piena cognizione di causa e ora non hanno affatto il diritto di esigere dai popoli il rimborso di un debito talmente immorale e illegittimo.

In sostanza, il debito è un nuovo meccanismo attraverso il quale si è può attuare una nuova forma di colonizzazione (sempre a scapito dei popoli) e va semplicemente ad aggiungersi ad altri traguardi storici, raggiunti sempre dai paesi più ricchi, quali la schiavitù, lo sterminio dei popoli indigeni, il giogo coloniale, l’irreversibile alterazione della biodiversità, il saccheggio delle materie prime (a partire dalle capacità professionali specifiche sottratte ai contadini e dal subdolo sistema di brevetti che ha visto l’appropriazione di un prodotto agricolo del Sud quale il riso basmati indiano a favore delle multinazionali dell’agro-business del Nord) e dei beni culturali, la fuga dei cervelli, etc… È decisamente venuta l’ora di sostituire la logica di dominazione delle ricchezze con una logica di ridistribuzione delle ricchezze, unica via verso la giustizia.

Il G8, il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi impongono la loro verità, la loro giustizia, e si autoproclamano giudice e parte in causa. Di fronte alla crisi, il G20 ha dato il cambio e ha cercato di rimettere il FMI, ormai discreditato e delegittimato, al centro del gioco politico ed economico. È venuta ora di mettere fine a questo sistema ingiusto, di profitto per i soli oppressori, siano essi del Nord o del Sud.

NOTE

[1] Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura

[2] « Retour sur les causes de la crise alimentaire mondiale », di Damien Millet e Éric Toussaint, Réseau Voltaire, 7 settembre 2008.

Éric Toussaint è il presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’Annullazione del Debito del Terzo Mondo). Ultimo libro pubblicato: “Banque du Sud et nouvelle crise internationale”, CADTM/Syllepse, 2008.

Damien Millet è segretario generale del CADTM Francia (Comitato per l’Annullazione del Debito del Terzo Mondo). Ultimo libro pubblicato: “Dette odieuse” (con Frédédric Chauvreau), CADTM/Syllepse, 2006.

Titolo originale: “Pourquoi une faim galopante au XXIe siècle et comment l’éradiquer ? “

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link

La “separazione delle carriere” – Toghe Rotte – Il blog di chiarelettere

La “separazione delle carriere” – Toghe Rotte – Il blog di chiarelettere.

Berlusconi ha detto che deve riformare la giustizia “ab imis” e che la “separazione delle carriere” non gli basta. Ma che cosa è questa “separazione delle carriere”?

In breve si tratta di questo: nel processo penale accusa e difesa debbono diventare parti che operano su un piano di parità; uno accusa l’imputato e l’altro lo difende; uno raccoglie le prove che provano la colpevolezza e l’altro quelle che provano l’innocenza; e tutti e due smontano le prove dell’altro come meglio possono. Sopra di loro sta il Giudice “terzo e imparziale” che deve stabilire chi tra i due ha torto o ragione. Ne consegue che, anche se l’accusa è sostenuta da un magistrato, il Pubblico Ministero, questo deve essere diverso, appunto “separato”, dal suo collega che fa il Giudice: e, per ottenere questo obbiettivo, l’unica soluzione è quella di prevedere per i magistrati due carriere separate; quella del Giudice e quello del Pubblico Ministero; e nessuno deve poter passare da un ruolo all’altro.

Si tratta di una sciocchezza; ed è facile capirne il perché: il PM tutela gli interessi della collettività, l’avvocato quelli del suo cliente. Per il PM non è importante che l’imputato venga condannato; è importante che il colpevole venga condannato. E quindi, se l’imputato non è colpevole (perché le prove raccolte contro di lui si rivelano non convincenti, insufficienti, contraddittorie) il PM ha l’obbligo di chiedere che venga assolto. In realtà, al di là dell’obbligo, al PM non salta nemmeno in testa di chiedere la condanna di un imputato che ritiene innocente o per il quale le prove raccolte gli sembrano insufficienti. Alla fine, nel PM, si riassume il ruolo di accusatore e difensore: egli cerca di capire se l’imputato è colpevole o innocente; e, quando crederà di aver capito (perché sempre di giustizia umana si tratta) chiederà al Giudice la condanna o l’assoluzione.

L’avvocato difensore, lui si, è uomo di parte; nel senso che egli ha un obbligo ben preciso: far assolvere il proprio cliente oppure, alla peggio, fargli avere la pena più ridotta che sia possibile. Per capire bene questa differenza (che però è talmente ovvia da non meritare commenti) basta un esempio: se un PM sa che è possibile acquisire una prova che dimostra l’innocenza dell’imputato, la deve acquisire; se un avvocato difensore sa che esiste una prova che dimostra la colpevolezza del suo cliente, deve (proprio deve) evitare (con mezzi leciti si capisce, ma qui il discorso si fa lungo e complicato) impedire che venga scoperta.

Insomma, non è vero che PM e avvocato sono due soggetti animati da interessi contrapposti: il PM può trovarsi dalla stessa parte dell’avvocato. E non è vero che hanno un ruolo processuale paritario: il PM difende un interesse pubblico – l’identificazione e la punizione del colpevole, chiunque esso sia -; l’avvocato difende un interesse privato – l’assoluzione del suo cliente, anche se colpevole -.

Ma allora perché….?
Le ragioni sono sostanzialmente due.

La prima: gli avvocati soffrono questo loro ruolo di esperti prezzolati; non gli piace questa figura di uomo di parte, sostenitore di interessi precostituiti, da far prevalere anche se infondati; sono a disagio, tanto più se sono persone di valore, quando debbono ricorrere ad argomenti che loro per primi sanno essere infondati; soffrono questa schizofrenia legale per la quale, come cittadini (e ancora di più come tecnici del diritto) sono consapevoli della colpevolezza del loro cliente e come avvocati debbono nasconderla, cercando di ottenere una sentenza che, per primi, sanno essere ingiusta. E, in questa situazione, sentono l’handicap di doversi confrontare con un soggetto, il PM, che non ha di questi problemi; che può sostenere in buona fede (che non vuol dire con ragione) qualsiasi tesi, che ha la libertà di una coerenza intellettuale che loro non possono permettersi. Da qui la necessità di sminuire il loro avversario; di ridurlo a qualcosa di simile a loro; di obbligarlo ad un ruolo partigiano opposto al loro: tu accusi, io difendo; e vinca il migliore.

Insomma, il processo come competizione sportiva; con un arbitro, il giudice, che deve solo sorvegliare che le regole del gioco vengano rispettate; e che deciderà quale dei due contendenti ha segnato più punti. Ma naturalmente il processo non è una partita di calcio. La responsabilità penale non può essere il risultato di una gara a chi è più bravo, accusatore o difensore. Il processo (giusto, quello che garantisce davvero il cittadino, non il cosiddetto giusto processo di cui straparlano i nostri politici) necessita di un’indagine preliminare seria e obbiettiva, di un investigatore che non abbia pregiudizi, di un PM pronto a cambiare idea ad ogni momento, di un collaboratore del Giudice nell’accertamento della verità. E necessita anche di un difensore che stimoli il PM, lo tormenti, lo costringa ad approfondire, a non trascurare nulla, ad indagare fino in fondo: perché condannare una persona è una cosa grave; e bisogna essere sicuri (quanto si può, sempre in questo mondo e non in quello divino viviamo).
Ma tutto ciò, come ho detto, non fa proprio piacere agli avvocati.

La seconda ragione:
Se il Pubblico Ministero non è più un Giudice ma una parte, come un qualsiasi avvocato, allora deve avere un datore di lavoro; proprio come un avvocato. E chi sarà questo datore di lavoro? Ma lo Stato, naturalmente, proprio come in quasi tutti gli altri Paesi occidentali. E che fa il datore di lavoro? Ordina. Stabilisce quello che il dipendente deve fare e quello che non deve fare, come lo deve fare, quando lo deve fare, fino a che punto lo deve fare. E che farà questo PM posto agli ordini dello Stato (dunque del Governo, chi “gestisce” lo Stato è il potere esecutivo)? Farà i processi che il Governo gli permette di fare; non farà i processi che il Governo non vuole che siano fatti. Peggio, qualche volta gli capiterà di dover fare i processi che il Governo gli ordina di fare. Fuor di metafora, farà i processi per rapina, omicidio e spaccio di droga, insomma quelli che non interessano la classe dirigente; e invece, per restare alla cronaca recente, non farà i processi contro Mastella e i suoi amici o contro Del Turco e compagnia bella; né naturalmente quelli contro Berlusconi. E forse gli capiterà anche di fare qualche processo contro un avversario politico della maggioranza che è al Governo.

Forse, se i cittadini sapessero cosa significa davvero la “separazione delle carriere” avrebbero un quadro più chiaro di come la classe politica interpreta l’art. 3 della costituzione, quello che dice che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge.

Bruno Tinti

ComeDonChisciotte – LA CHEVRON, LA SHELL E IL VERO PREZZO DEL PETROLIO

ComeDonChisciotte – LA CHEVRON, LA SHELL E IL VERO PREZZO DEL PETROLIO.

L’economia procede a passo di lumaca, la disoccupazione lievita, l’industria automobilistica è al collasso. Ma i profitti per le compagnie petrolifere Chevron e Shell sono più che mai elevati. In tutto il mondo, dalla giungla dell’Ecuador, al delta del Niger nella Nigeria sino agli slarghi e alle strade di New York e di San Ramon, in California, la gente deve combattere con questi due giganti petroliferi.

Chevron e Shell, questa settimana sono sotto i riflettori, con le assemblee degli azionisti e per l’avvio di un processo che farà epoca.

Il 13 maggio, l’esercito nigeriano lanciò un assalto ai villaggi nella zona ricca di petrolio del delta del Niger. Centinaia di civili rimasero uccisi in modo tremendo durante l’attacco. Secondo Amnesty International l’attacco fu sferrato mentre nei villaggi del delta si stava celebrando la festa di Oporoza. Un testimone oculare ha raccontato ad Amnesty: “ Ho sentito il rumore degli aerei; ho visto due elicotteri militari che sparavano sulle case, sul palazzo e sulla gente. Per salvarci abbiamo dovuto fuggire nella foresta. Fra i cespugli ho sentito la gente che piangeva, le madri che non trovavano più i loro bambini; ciascuno era fuggito per salvarsi la vita”.

Ora la Shell sta affrontando un procedimento negli Usa davanti alla Corte federale, Wiwa contro Shell, che si basa sulla collaborazione che la Shell, nel 1990, avrebbe dato al regime dittatoriale nigeriano durante la violenta repressione del movimento “grass-roots” della gente di Ogoni nel delta del Niger. Qui la Shell sfrutta le ricche risorse petrolifere provocando impoverimento della gente, inquinamento e la deforestazione. La causa in atto asserisce anche che la Shell ha collaborato alla soppressione del Movimento per la sopravvivenza della popolazione Ogoni e del suo leader carismatico Ken Saro Wiwa. Ken Saro-Wiwa è stato l’autore della più famosa soap opera della Nigeria, ma ha deciso di gettarsi anima e corpo nella causa del popolo Ogoni il cui territorio, vicino al delta del Niger, era attraversato dagli oleodotti petroliferi. I bambini di Ogoniland non hanno mai conosciuto l’oscurità della notte poiché vivono in case o in appartamenti costantemente illuminati dai gas in fiamme che escono dai pozzi di petrolio e che bruciano giorno e notte, cosa che negli Usa è illegale.

Ho intervistato Saro Wiwa nel 1994. Mi disse: “Le compagnie petrolifere sono come il regime dittatoriale perché portano avanti i loro intrallazzi con questi dittatori. Il regime è brutale con la gente e può negare ogni diritto umano della persona e di intere comunità molto facilmente, senza alcuna remora”. E soggiunse: “ Io sono un uomo segnato e condannato”. Saro-Wiwa rientrò in Nigeria e venne arrestato dalla giunta militare. Il 10 novembre del 1995, dopo un processo condotto in modo illegale, venne impiccato insieme ad altri 8 attivisti Ogoni.

Nel 1998 mi recai nel Delta della Nigeria insieme al giornalista Jeremy Scahill. Un gruppo di dirigenti della Chevron ci disse che avevano trasportato truppe della nota milizia mobile della Nigeria, chiamata “the kill ‘n go” (uccidiamo e andiamo), con un elicottero della compagnia sino ad una piattaforma petrolifera che era stata occupata da nonviolenti che protestavano. Due manifestanti vennero uccisi e molti altri furono arrestati e torturati.

Oronto Douglas, uno degli avvocati di Saro-Wiwa, ci ha detto: “E’ evidente che la Chevron, come la Shell, usano i miliziani per proteggere le loro attività petrolifere. Loro trivellano e uccidono”.. La Chevron è la seconda fra le più grandi concessionarie nel settore del gas naturale Yadana e del progetto del viadotto petrolifero (dopo la francese Total), e ha la sede in Burma (che la giunta militare ha ribattezzato Myanmar). L’oleodotto rappresenta il solo e più ampio gettito di guadagno per la giunta militare, il cui ammontare ha rasentato 1 miliardo di dollari nel 2007. Il premio nobel per la Pace è stato assegnato ad Aung San Suu Kyi, eletta con suffragio popolare leader di Burma nel 1990, la quale negli ultimi 20 anni è rimasta agli arresti domiciliari per 14 anni, ed ora è nuovamente sotto processo in questa settimana. (Lo scorso martedì il governo ha dichiarato che aveva finito il periodo di arresto domiciliare, ma che l’arresto rimaneva ancora pendente per via del processo in corso). Dal 1997 il governo degli Stati Uniti ha proibito alle società americane di investire nel Burma, ma la Chevron possiede un atto di rinuncia scritto, ereditato quando ha acquisito la compagnia petrolifera Unocal.

La sequela di abusi analoghi perpetrati dalla Chevron, dalle Filippine al Kazakhstan , dal Chad-Camerun all’Iraq, all’Ecuador, all’Angola, negli Usa e nel Canada, è stata accuratamente dettagliata in un “rapporto annuale alternativo” preparato da un consorzio di organizzazioni non governative che lo stanno distribuendo agli azionisti della Chevron durante l’assemblea annuale che si tiene in questa settimana e al pubblico del sito “TruecosofChevron.com”.
v La Chevron è attualmente sotto inchiesta da parte del Procuratore generale di New York Andrew Cuomo che vuole appurare se la società sia stata o meno “accurata ed esauriente” nel descrivere le proprie potenziali responsabilità legali. Questo almeno vieta il proseguire di una lunga tradizione di intrallazzi portati avanti da personaggi politicamente influenti. Condoleezza Rice fu a lungo direttore della società (c’è persino un super Tank che porta il suo nome), e il consigliere generale, insediato di recente, non è altro che l’avvocato William J. Haynes, disonore del Pentagono, fautore “dei duri interrogatori tecnici” che includevano gli annegamenti simulati. Il generale James L. Jones, consigliere per la sicurezza nazionale, nominato dal presidente Barack Obama, è stato nel consiglio d’amministrazione della Chevron per quasi tutto il 2008, fino a quando ha ricevuto la nomina a questo alto incarico alla Casa Bianca.

Prima di morire Saro Wiwa disse: “Vogliamo chiedere il rispetto dei nostri diritti in modo pacifico e non violento, e ce la faremo”. Ora sta crescendo nel mondo un movimento “grass-roots” globale che vuole portare a compimento proprio questo.

Amy Goodman
Fonte: http://www.commondreams.org
Link: http://www.truthdig.com/report/item/20090526_chevron_shell_and_the_true_cost_of_oil/
26.05.2009