Archivi del giorno: 7 Mag 2009

Antimafia Duemila – Genchi: se muoio verranno alla luce grandi segreti. Ho paura ma no a scorta

Antimafia Duemila – Genchi: se muoio verranno alla luce grandi segreti. Ho paura ma no a scorta.

… ”Io sono una persona molto riservata, ho utilizzato tutte le informazioni in mio possesso per celebrare i processi, per sostenere l’accusa o l’innocenza, ma mai per fare gossip”. Smentisce un suo possibile ingresso in politica: “Non mi candido

7 maggio 2009
Roma.
“Se uccidono me, probabilmente si aprirebbe un dossier su tutto mio lavoro e allora, veramente, verrebbero fuori grandi segreti. Non mi uccidono forse c’è qualche polizza assicurativa sulla vita. Io sono una persona molto riservata, ho utilizzato tutte le informazioni in mio possesso per celebrare i processi, per sostenere l’accusa o l’innocenza, ma mai per fare gossip”. Lo afferma Gioacchino Genchi, intervistato da Klaus Davi per il programma web ‘Klauscondicio’.
“Chi ha detto che non ho paura? Io non sono disposto ad arrendermi per la paura, ma ne ho, è normale: abbiamo dato ergastoli ogni giorno”, aggiunge Genchi spiegando il motivo per cui rifiuta la scorta: “Ho rifiutato qualunque tipo di protezione, innanzitutto per l’indipendenza e libertà mia e della mia famiglia. Sono dei beni che non permetto a nessuno di compromettere, quindi, se i giudici vogliono incarcerarmi o mettermi agli arresti domiciliari, lo facciano pure, ma io non ho intenzione di farlo da me. Queste scorte poi, specie per come vengono scelte, sono solo dei palliativi: se devo farmi la scorta per risparmiare la benzina della macchina o le spese del taxi, allora dico che l’accattonaggio non e’ mai stato il mio forte”.

Quanto all’eventualità di un suo impegno in politica, “non mi candido.
Io continuo a fare il mio lavoro finché me lo faranno fare e posso dire che mi piace. Forse un mio inserimento nelle liste politiche è nei piani dei miei detrattori, che mi avrebbero voluto come candidato per togliermi di mezzo”, afferma Genchi che, rispondendo poi ad una domanda sul suo rapporto con la classe politica osserva: “Diciamo che più che timore di me, hanno paura della loro coscienza. Non ho mai utilizzato le informazioni per fare gossip, non le mai vendute ai giornali scandalistici lo dico a tutti i politici che mi hanno attaccato e a quelli che sperano che la Procura di Roma metta mano e apra quell’archivio. Fino a quando certi dati erano in mio possesso, erano da considerarsi riservati: quelli che servivano venivano utilizzati nei processi.

Cosa ne sarà adesso che andranno alla mercé di tutti, visto che gli interessi del sinedrio della magistratura e della politica sono un tutt’uno?”. “Quelli che mi hanno attaccato, che sono in molti, adesso cominciano ad essere preoccupati perché -sostiene ancora Genchi- i documenti dell’archivio andando in mano di altri, basta farne una seconda copia per far sì che diventino centomila. Non a caso le più grandi invenzioni della storia sono la fotocopiatrice, il dvd, e le chiavette usb. Fino a quando questi dati erano nel famoso archivio Genchi, pur essendo dati acquisiti, utilizzati e conservati in modo legittimi, come confermato dal Tribunale del riesame di Roma, questi dati erano come in una teca. Cosa ne sarà adesso?”.

Adnkronos

GUARDA L’INTERVISTA VIDEO:
Clicca!


MAFIA: GENCHI, PENTITO SPATUZZA POTREBBE ESSERE UN CAVALLO DI TROIA

7 maggio 2009
Roma.
“Il pericolo e’ che Spatuzza possa essere una sorta di cavallo di troia inserito nell’arena giudiziaria”. A parlre cosi’ del pentito di Mafia Gaspare Spatuzza, delle sue dichiarazioni a diverse Procure sulla starge di via D’Amelio, e’ l’esperto informatico Gioacchino Genchi, consulente di diversi magistrati in numerose inchieste, intervistato da Klaus Davi per la trasmissione web ‘Klauscondicio’.” Non conosco i fatti approfonditamente -prosegue Genchi- Spatuzza e’ certamente un soggetto che proviene da Cosa Nostra, da una famiglia mafiosa e con all’attivo una serie di omicidi che prescindono dalla vicenda della strage di via D’Amelio. Le preoccupazioni che nutro nascono dal fatto che il boss dica alcune cose e ne nasconda altre: non dice ad esempio -aggiunge Genchi- chi ha premuto il telecomando, dove erano i killer, mentre, con cura quasi chirurgica, da’ delle indicazioni sulla posizione processuale di coloro che sono gia’ stati condannati in via definitiva all’ergastolo e che potrebbero comportare il loro proscioglimento. Persone che in un ipotetico processo di revisione, che per me prima o poi avverra’, perche’ non puo’ non esserci, potrebbero venire assolte”.

“Il processo sulla strage di via D’Amelio si basa sull’attendibilita’ delle dichiarazioni di un soggetto ritenuto solo in parte attendibile, il pentito Scarantino, a cui e’ stato attribuito un ruolo importante, ma che secondo me non ha”, sostiene Genchi, per il quale “non e’ detto che se una persona dice cose verosimili, queste siano vere. Questo ruolo poteva essere di chiunque, l’ha ricoperto Spatuzza per via del soggetto che e’, per la faccia che ha, per il suo passato. La reale garanzia per i cittadini e per lo Stato e’ in questo processo lavorano magistrati di altissimo livello, i migliori che l’Italia abbia in questo momento: il Procuratore dell’Antimafia Pietro Grasso, Antonio Ingroia, il Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, l’aggiunto alla Procura di Caltanissetta Domenico Gozzo, il dottor Niccolo’ Marino, magistrato che ha lavorato alla Dda di Catania”.

Piu’ in generale, a proposito della criminalita’ organizzata, Genchi sostiene poi che “lo Stato spesso ha fatto l’errore di creare dei leader della Mafia. Ritengo invece che oggi non ci sia un capo di Cosa Nostra, non credo che ci sia piu’ una struttura verticistica nella Mafia”. Per Genchi, “Messina Denaro e’ certamente un criminale assassino che ha un grosso potere nella provincia in cui opera, nella zona di Castelvetrano”. Quanto alla diffusione della criminalita’ organizzata al Nord, Genchi ritiene che “oggi proprio negli hinterland del settentrione di Italia ci siano le piu’ grosse e pericolose infiltrazioni di cosche mafiose e ‘ndranghetiste”.

Adnkronos

Blog di Beppe Grillo – Le pale non girano, le palle invece sì

Blog di Beppe Grillo – Le pale non girano, le palle invece sì.

windpower.jpg

E’ un raffinato sistema di connessioni tra il business e la politica. Un piccolo gruppo controlla il settore dell’eolico. Molte società sono presenti, ma dietro ci sono le stesse persone.” Dichiarazione di Roberto Scarpinato al Financial Times. Il giornale riporta in prima pagina: “Indagini sulla mafia sui possibili collegamenti sulla costruzione di impianti eolici“. All’interno è dedicata una PAGINA INTERA sull’argomento. Dopo il passato ci stanno fottendo anche il futuro.
Le energie rinnovabili sono il nuovo terreno di scambio tra imprese, politica e criminalità organizzata. Alle spalle l’Italia ha una lunga storia di inceneritori, discariche di rifiuti tossici, depuratori mai avviati. Malattie, cibi inquinati, acque ridotte a fogne.
Ora si riparte. Come prima più di prima. Ovunque arrivino i contributi pubblici, là volano i politici collusi, il voto di scambio, la distruzione del territorio. Abbiamo inventato le pale eoliche da paesaggio, che funzionano da ferme. Le pale non si muovono, girano solo le palle.
I sussidi italiani e europei per la costruzione di impianti eolici e le tariffe garantite più alte del mondo per l’elettricità che producono hanno reso il Sud Italia un mercato molto attrattivo per la criminalità organizzata“.Secondo il FT dozzine di pale eoliche sono state costruite in Sicilia, ma, nonostante il vento, sono ferme, immobili. Sentinelle di acciaio.
Se non producono energia, le pale comunque producono profitti. Per Rossana Interlandi, responsabile del dipartimento per l’Ambiente per la Sicilia, intervistata da FT, le società sono attratte dalla legge che obbliga i distributori di energia a pagare i proprietari degli impianti eolici anche se non producono energia. Esistono 30 impianti eolici in Sicilia, 60 sono stati approvati e 226 sono in lista di attesa. Se funzioneranno tutti, la Sicilia si alzerà in volo.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha valutato in 1,2% l’energia prodotta dal vento in Italia nel 2007. In Danimarca è stata del 20% e in Spagna del 9,8%.
I finanziamenti europei all’Italia devono finire. L’ho già detto a Bruxelles lo scorso anno. E’ come dare i soldi a Bokassa. In Italia si ciancia di federalismo fiscale. Sarebbe meglio chiamarlo spartizione fiscale dei contributi europei e delle nostre tasse. Nel frattempo nel mondo la produzione di energia eolica ha superato il nucleare.

Un gruppo per sostenere il Procuratore Sergio Lari

Un gruppo per sostenere il Procuratore Sergio Lari.

Un regalo agli iscritti di facebook (25 aprile 2009)

Da molti giorni respiro un’aria nuova. Non è ancora quel fresco profumo di libertà che si auspica da tante parti, ma è un profumo di speranza e di ottimismo.
Esiste un fatto nuovo, passato sotto silenzio totale o quasi da parte di tutti i media.
A Caltanissetta è andato a dirigere la Procura un certo dott. Sergio Lari. Ha il viso ingenuo di un ragazzino, ma ha un’esperienza alle spalle che potrebbe essere il nostro bisnonno. Trova pure il tempo di giocare a basket, organizzando a spese sue, e devolvendo in beneficenza i ricavati. E’ una persona perbene e solare.

Lo hanno mandato in una Procura che, per competenza, svolge le indagini sugli omicidi di mafia che hanno riguardato gli eroici magistrati di Palermo. Alla chetichella ha riorganizzato un pool di investigatori credibili, forte degli insegnamenti ricevuti dal maestro Antonino Caponnetto. Ed i risultati non si fanno attendere, perchè l’arma fondamentale per le indagini di mafia sono i pentiti, e questi hanno bisogno di rivolgersi a persone credibili per decidere di parlare.

E in questi giorni stanno parlando. Gaspare Spatuzza, Giovanbattista Ferrante, e soprattutto Angelo Fontana. Quest’ultimo conferma che il giorno della strage Borsellino vide in Via D’Amelio uomini dei servizi segreti che lui conosceva, e riconobbe subito nelle immagini televisive del massacro. Non solo, le loro dichiarazioni stanno consentendo di riaprire le indagini sull’attentato dell’Addaura, sulla strage Falcone, e non possono quindi essere estranee all’accertamento della verità sul generale Mori, su Contrada, sull’Agenda Rossa di Borsellino, sul patto Stato-Mafia di cui parla anche Ciancimino.

Sergio Lari denuncia: “Devo sempre ripetere la stessa cosa. Siamo pochi. Possiamo interrogare i collaboratori di giustizia solo poche ore alla settimana. Occorre colmare gli organici”. Il Ministro Angelino Alfano sembra non ascoltare. Non ha interesse per queste novità investigative. Qualche magistrato in più a Caltanissetta, magari spostando chi ha solo da indagare i rubapolli? Mancano i soldi o la volontà?

Sergio Lari non va lasciato solo. L’unico boato che vogliamo ancora sentire è quello dell’esplosione di gioia degli Italiani che chiedono verità. E allora Angelino, glie li mandi i magistrati a Sergio Lari? Hai tre mesi di tempo. Diversamente evita di venire in Via D’Amelio il 19 luglio prossimo. Te lo ricorderemmo, e non saresti accolto bene.

Dimenticavo il regalo. Il regalo è questa nota, che potete condividere, copiare, incollare, distribuire, pubblicizzare, divulgare, sottoscrivere, modificare, spedire, pubblicare, sulle bacheche, sui profili, sui blog, dove volete. Sergio Lari non va lasciato solo. Se qualcuno ha per Lui pronta una corda, noi dobbiamo essere il suo cordone di sicurezza.

Nota di Giorgio Gaber su facebook

PUO’ DARSI (29 aprile 2009)

“Guardo il giudice Paolo Borsellino che ha posato una mano sul feretro di Giovanni Falcone. E’ in toga nera con la camicia bianca ricamata e per la prima volta lo vedo bellissimo, come un cavaliere antico che giura fedeltà di fronte al compagno caduto”. Questo l’incipit di Giorgio Bocca, sul sagrato di S.Domenico, in una bolgia urlante la propria rabbia e frustrazione. Agli omicidi di mafia, qui a Palermo, ci si era abituati, agli omicidi di Stato no. Gente discesa anche dall’entroterra linciava verbalmente gli ipocriti politici della prima fila, lanciando uno sguardo di supplica ed un grido d’aiuto a quell’omino in camicia bianca ricamata. Non si sarebbe più visto un funerale così. Quelli di Paolo furono privati, e la rabbia, pur viva, iniziava a sciogliersi in rassegnazione.

I giovani di oggi non possono ricordare. Ma mostrano di sapere, cercando di compenetrarsi in quella folla di sentimenti che ci pervase, e che leggono tuttora negli occhi umidi dei loro genitori. E’ per loro questa nota. Noi vecchi siamo ancora storditi dal fragore di quel tritolo, un lungo sonno dal quale i nostri figli ci stanno risvegliando. Loro sanno, meglio di noi, che fare luce su queste storie significa ritrovare le radici di un vivere civile che per lungo tempo ci è parso perduto. “Nessuno dei mandanti andrà mai in galera”, si sente dire. Può darsi, ma quello che vogliamo è solo ritrovare noi stessi.

La Sicilia, lo si voglia o no, è da oltre un secolo il crocevia dei destini politici della nazione. Rappresenta un bel 10% della popolazione e dei votanti italiani, uno Stato nello Stato, ago della bilancia di equilibri politici con i quali, chiunque voglia governare, deve fare i conti. Ben lo sapeva Mussolini, che profittò del disagio contadino racchiuso nel movimento dei fasci siciliani, ben lo sapeva la Democrazia Cristiana della prima Repubblica, ben lo sanno gli attuali governanti che mascherano la loro azione sotto l’egida di un tollerato populismo. Risultato? 61 a 0. Da lì bisogna ripartire. Comprendere che questa distorsione riguarda tutti gli Italiani. Dobbiamo chiederci da dove veniamo, per poter capire dove andiamo.

Siamo tutti contro la mafia. Chi solo a parole, chi anche nell’agire. Si può lottare rifiutando il voto di scambio, denunciando i piccoli e grandi soprusi quotidiani, sputtanando le false promesse, sottraendosi al ricatto di un sistema che suole prendere per fame. Occorre privilegiare l’interesse generale a quello personale, guardando al futuro, un futuro che deve poggiare su solide basi d’onestà di pensiero.
Per riuscire è necessario credere che la verità prima o poi arrivi, e con essa la giustizia, sotto qualunque veste. Si vede qualche squarcio di luce, e sappiamo che qualcuno lavora per portarci fuori dal tunnel di silenzi ed omertà che stiamo percorrendo. Uno di questi è il dott. Sergio Lari, che con lavoro certosino ha ripreso l’opera di ricerca di quelle verità indispensabili per la credibilità delle istituzioni, o per la cacciata dei traditori.
Gutta cavat lapidem, potrebbe essere il suo motto. E le gocce siamo anche noi.
*
Ringrazio coloro che si sono iscritti al gruppo in suo sostegno, e coloro che lo faranno. Questo il link:

Ringrazio coloro che hanno inviato commenti, so che Sergio Lari Vi legge, continuate a sostenerlo.
Ringrazio Silvana Lari, Rosario Crocetta, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino, Claudio Fava, Leoluca Orlando, e tante altre qualificate partecipazioni, augurandomi che questa bacheca possa riportare presto liete novelle.
*
Al raggiungimento delle mille adesioni, proverò a postare questi contenuti al Ministro Alfano. Sono certo che la diversa sponda politica non gli impedirà di valutare una legittima richiesta: due magistrati in più alla Procura di Caltanissetta, anche solo per disbrigare il lavoro ordinario. Non è la luna.
*
Per chi volesse approfondire i temi in questione, esistono due mirabili articoli di Giorgio Bongiovanni a questi link:
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/2642/78/
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/12502/78/
Poche pagine, pochi minuti di lettura, che aiutano a capire perchè è importante crederci.
Può darsi che non si arrivi a nulla. Può darsi. Ma può darsi che…

Nota di Giorgio Gaber su facebook

Blog di Beppe Grillo – Terza stella, Rifiuti Zero – Matteo Incerti

Blog di Beppe Grillo – Terza stella, Rifiuti Zero – Matteo Incerti.

firenze_incerti.jpg

Pubblico l’intervento che Matteo Incerti ha tenuto al raduno delle Liste Civiche, il giorno 8 marzo 2009 a Firenze.

Cinque regole
Cinque azioini
L’impiantistica necessaria
La lotta internazionale ai rifiuti

Testo dell’intervento:

Cinque regole

“Ciao a tutti, siamo qui per parlare di rifiuti zero, rifiuti zero è il futuro, sentiamo Pd e Pdl parlare di inceneritori e discariche. Ebbene sappiate che loro stanno parlando del passato, rifiuti zero è il futuro perché vuol dire più ambiente, più salute, più lavoro e più risparmio economico. Ci sono cinque regole che dovete tenere in mente bene come futuri amministratori per far entrare bene la mentalità di rifiuti zero.
1. Tutto ciò che non si ricicla, riutilizza o può essere avviato a compostaggio va eliminato nei prossimi anni dal ciclo produttivo della nostra economia, attraverso una collaborazione tra istituzioni, università e imprese. Nei prossimi anni dovremo lavorare affinché questo concetto sia ben chiaro, non sono rifiuti ma materiali postconsumo.
2. Rifiuti zero vuole dire più lavoro, ci sono ricerche, ogni 15 posti di lavoro creati con il riciclo (fonte Conai) se ne creano solo uno con inceneritori e discariche, in un momento di crisi fondamentale questi investono sugli inceneritori: guardate i risultati! Altra ricerca, ogni mille abitanti con il porta a porta si creano 2 posti di lavoro e questi investono su cemento e inceneritori.
3. Guardiamo i costi. Bruciare è un incentivo allo spreco di denaro pubblico, cosa da Corte dei Conti perché ci sono ricerche bancarie dello stesso Geronzi (Capitalia) che dicono che senza incentivi pubblici gli inceneritori non stanno in piedi, da qui Cip 6, questa vergogna italiana bocciata dalle leggi europee e  l’hanno votata lo scorso dicembre: 2 miliardi di Euro del sole che tornano agli inceneritori contro le leggi europee e contro le leggi di un vero libero mercato.
4. Ricordiamoci che inceneritori e discariche provocano danni economici, sia per i costi sociali, di gestione, ambientali, sanitari, li vedete lì da 4 Euro a 21 Euro a tonnellata smaltita per gli inceneritori, da 10 a 13 per le discariche, sono una rovina per il pianeta e per le nostre tasche, per l’economia. Da qui capiamo e iniziamo a vedere cosa possono essere.
5. Il vero risparmio energetico, il vero recupero energetico è la raccolta differenziata porta a porta quella spinta. Qui c’è uno studio fatto da una municipalizzata di Mantova che ha dimostrato, partendo da un piccolo paese, come il vero recupero energetico, il vero risparmio si fa con la raccolta differenziata porta a porta domiciliare rispetto a quella dei cassonetti stradali che invece incentiva solo inceneritori e discariche.

Cinque azioni

Ma adesso vediamo come possiamo arrivare, attraverso azioni nei nostri comuni, a rifiuti zero, che è il futuro e vedremo perché è il futuro.
1. Riduzione dei rifiuti. Esiste un programma europeo che si chiama Meno cento chilogrammi a testa di rifiuti, fattibile in uno o due anni con campagne spinte, vedete qua i vari modi, compostaggio domestico, azioni contro lo spreco di cibo, i pannolini lavabili promossi da Beppe, scoraggiare l’invio dei volantini, la dematerializzazione dei beni, prodotti di vuoto a rendere, promozione dell’acqua del rubinetto e così via.
2. Ridurre di imballaggi inutili con una serie di accordi con le imprese facendo pressione dal livello locale, il vuoto a rendere, i prodotti alla spina, latte, cereali, lo vediamo cosa succede. Vanno, questi prodotti costano anche meno e si riducono i rifiuti.
3. Vendita dei materiali postconsumo, i negozi del riciclo, queste esperienze iniziate in Piemonte ha un valore educativo enorme, dando dentro a questi negozi vetro, lattine, plastica,  ricevendo un bonus noi capiamo a livello educativo il valore che c’è dietro queste cose che non vanno né bruciate e né sotterrate ma vanno riutilizzate, riciclate per creare una vera economia a ciclo continuo.
4. La raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale, quasi mille comuni sotto i mille in Italia la fanno, in pochi mesi si arriva al 65 – 85 per cento di raccolta differenziata, nel trevigiano con un microchip iniziano a fare la raccolta differenziata porta a porta con la tariffa puntuale per imprese e famiglie, paghi solo ciò che non ricicli, si arriva a queste cifre. Mi spiegano perché non si fa una bella legge nazionale per permettere il porta a porta obbligatorio: in tutti i comuni avremmo queste percentuali, forse perché ci sono degli interessi dietro e perché un inceneritore costa 200 milioni di Euro, una tangente sull’inceneritore probabilmente rende di più di altri sistemi che costano infinitamente meno!
5. La raccolta fuori casa. In ogni luogo della nostra vita pubblica, ce lo insegna l’esperienza di David Borrelli a Treviso, bisogna fare la raccolta differenziata, scuole, teatri, in ogni posto, ospedali, in modo che a livello educativo questo venga ben impresso nella gente.
Poi invece abbiamo per i materiali ingombranti le isole ecologiche  uno in ogni quartiere, uno in ogni comune e nei piccoli comuni, le vediamo già in molti comuni ma perché queste isole spesso non sono integrate con quello che abbiamo visto prima. Anche qui si può recuperare moltissimo materiale ingombrante, per le imprese è fondamentale, queste politiche sono oro per le nostre imprese, per le piccole e medie imprese.

L’mpiantistica necessaria

Poi arriviamo all’impiantistica, impiantistica che non prevede inceneritori, per fare energia servono impianti di compostaggio e di gestione anaerobica con gli scarti dell’agricoltura o i nostri scarti organici possiamo fare materiali come biogas o metano con i quali, come insegna una esperienza in Svezia, possiamo fare andare i nostri mezzi pubblici o i mezzi per esempio per la raccolta dei rifiuti, perché non si fa? Qual è il problema? Abbiamo poi centri di riciclo privati modello riciclo totale come quelli di Vedelago attraverso i quali si può recuperare sia il materiale riciclabile che si inizia a recuperare il materiale non riciclabile, in primis gli scarti plastici e quelli cartacei che essendo a alto potere calorifico che spesso sono scarti anche da differenziata, sono manna per gli inceneritori, ma questa imprenditrice Carla Poli ha ideato un sistema per trasformarli in sabbie sintetiche per l’edilizia o per altri stampi plastici. Perché in ogni provincia o in bacini non si mettono in piedi questi centri di riciclo, che creano più posti di lavoro in un momento di crisi: altro che inceneritori!
In più per la parte residua il trattamento meccanico biologico a freddo che bioessica i rifiuti, costano il 75 per cento in meno degli inceneritori e allora capiamo forse, nel paese delle tangenti, perché non fanno queste cose ma fanno gli inceneritori che costano 200 milioni di Euro l’uno! Queste sono cose da Corte dei Conti, a Reggio Emilia dove la provincia a un mese dalle elezioni ha ritirato fuori l’inceneritore quando questo ormai era stato cancellato c’è stato chi, il candidato a sindaco della lista civica che parlerà oggi pomeriggio, li ha denunciati alla Corte dei Conti visto che c’erano i progetti alternativi e due assessori, uno l’Ass. Montanari che tu conosci ha detto “anche noi siamo pronti a rendere testimonianza perché è uno scandalo, si sprecano soldi pubblici con gli inceneritori”.
Una importante esperienza americana che ci ha insegnato Paul Connett ci dice però che quanto in questo momento non riusciamo a riciclare va studiato perché è un errore e allora bisogna creare in ogni provincia dei centri studio sul materiale ancora non riciclabile in collaborazione sempre con le imprese e con le università, per creare l’ecodesign, guardate il concetto intelligente e anche di lavoro che  c’è dietro per arrivare in 10 – 15 anni a sostituire nei cicli produttivi questi materiali. Ah poi mi sono scordato avete ragione, l’end fill mining cosa succede? L’hanno iniziato a fare in Germania e anche in Veneto, le vecchie discariche, esaurito il loro potere derivato dai rifiuti organici che creano biogas, vengono riaperte e recuperata la plastica, il vetro, le lattine che sono lì perché è oro, sono giacimenti metropolitani di materiali che possono essere riciclati. Benissimo, in Italia in Valle d’Aosta, questa è una cosa allucinante, c’è stato chi ha avuto l’idea di riaprire una vecchia discarica per trovare la plastica per fare andare l’inceneritore che vogliono costruire in Valle d’Aosta altrimenti non avrebbe il materiale per bruciare: una cosa delirante!
Attraverso queste politiche noi possiamo in 10 – 15 anni, dando più posti di lavoro senza creare proteste dei cittadini, risparmiando soldi arrivare alla chiusura di inceneritori e discariche, non lo dice Matteo Incerti che è un semplice giornalista che si è informato via Internet o andando a vedere le cose sul posto, adesso iniziamo a vedere chi dice queste cose e adesso rideremo.
Rifiuti zero è un esempio lo vediamo nelle migliori città degli Stati Uniti, la California, San Diego, San Francisco, Seattle, Toronto in Canada, l’obiettivo di stato della Nuova Zelanda è rifiuti zero, il 60 per cento dei comuni della Nuova Zelanda ha adottato politiche rifiuti zero, Camberra in Australia, Buenos Aires in Argentina, dopo la crisi economica hanno pensato a rifiuti zero. Forse anche in Italia dovremmo cominciarci a pensare.

La lotta internazionale ai rifiuti

Si combattono delle sfide a rifiuti zero in California, questo che vedete in alto è il logo del sito zero del governo della California governato da Arnold Schwarzenegger che è repubblicano, che contro alle prossime elezioni il prossimo anno dovrebbe avere come candidato governatore democratico, capostipite di rifiuti zero, che è Gavin Newsom il sindaco di San Francisco. 35 milioni di abitanti la California, a novembre riciclava il 58 per cento dei propri rifiuti, nell’arco di 15 – 20 anni punta a chiudere tutti gli inceneritori e discariche, San Jose capitale della Silicon Valley, il distretto tecnologico più avanzato degli Stati Uniti, ha obiettivo rifiuti zero e creare 25 mila posti di lavoro solo a San Jose con questo sistema.
Allora: si sono tutti iscritti a Greenpeace o hanno capito che il futuro è questo? Penso che abbiano capito che il futuro è questo!
E concludiamo con i blog di Barak Obama dove c’è una specifica campagna “riduci, riusa, ricicla” guardate le ultime righe “dobbiamo andare verso rifiuti zero” questo è Barak Obama e la vorrei vedere a Firenze questa cosa perché c’è un giovane candidato sindaco che si atteggia a nuovo Obama, tal  Renzi, che propone inceneritori, gli dico basta andare su Internet e studia qual è il futuro e poi ci possiamo confrontare caro Renzi!
Porterà in Tribunale come me, come la dottoressa Gentilini chiamata Maga Magò, quello che vi dico sono cose è queste sono cose fattibili, basta informarsi, basta informare e creare delle alleanze anche trasversali con le piccole e medie imprese che capiscono giorno dopo giorno questo valore, perché si possono creare migliaia di posti di lavoro.
Quindi andate nei comuni e sappiate che l’obiettivo è questo, ci sono carte su carte che suffragano queste tesi, esperienze nel mondo, questo è il futuro; tenete duro perché questo è il futuro!”

MIGLIO COL BENE CHE TI VOGLIO | BananaBis

MIGLIO COL BENE CHE TI VOGLIO | BananaBis.

Signornò di Marco Travaglio, l’Espresso del 30/04/2009

Ci vuole un bel coraggio, alla Lega Nord, per riesunnare il professor Gianfranco Miglio e attribuirgli la paternità della cosiddetta Riforma federalista firmata da Roberto Calderoli, grande esperto di leggi “porcata”. Una riforma che – come ha spiegato, anzi minacciato Renato Brunetta – ci regalerà «20 regioni a statuto speciale». Mìglio invece – l’ha ricordato Massimo Cacciari in un convegno opportunamente disertato da Umberto Bossi – proponeva quattro o cinque macroregioni, per evitare sprechi e particolarismi. Eppure il Carroccio prepara un controconvegno di appropriazione indebita, alla presenza nientemeno che di Bobo Maroni. Per dimostrare, scrive “La Padania”, restando seria, che «il professore ha anticipato tempi, pensiero e polpa dell’azione della Lega». Lo stesso Bossi, il 7 febbraio, si era avventurato in ardite analisi politologiche su “La Provincia” di Como: «Per me Miglio è sempre stato una specie di punto di sicurezza. Con lui potevo parlare e ragionare».
Sempre stato?
Mica tanto.
I due si conobbero nel 1990 (Miglio però non prese mai la tessera della Lega) e divorziarono rumorosamente nei primi mesi del 1994, quando il Carroccio si alleò con Berlusconi, «questo riccone che piace tanto ai cafoni del Sud perché sa far tintinnare i suoi soldi, guadagnati non importa come» (5 febbraio). Lo studioso testimoniò al processo Enimont contro Bossi, imputato per la stecca di 200 milioni targata Ferruzzi-Montedison, e contribuì a farlo condannare.
La sentenza Enimont ricorda come Miglio «ha riferito che, all’approssimarsi delle elezioni del ’92, aveva chiesto a Bossi se disponesse di risorse finanziarie sufficienti per la campagna elettorale e questi gli aveva risposto: “Non ti preoccupare, ci penso io… Ho stabilito buoni rapporti con i Ferruzzi, ci aiuteranno”… Miglio ha detto di essere a conoscenza che ia Lega reperiva risorse finanziarie da imprenditori che  effettuavano finanziamenti illeciti direttamente a Bossi per ingraziarselo».
Poco prima Umberto gli aveva preferito come ministro delle Riforme il pittoresco Enrico Speroni. «Il governo», sentenziò Miglio, «ha un programma demenziale, roba da restaurazione» (17 maggio ’94).
Bossi, con la consueta eleganza, gli diede del «poveraccio», «vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona». Replica a stretto giro del Prufesùr: «Bossi è un incolto, buffone, arrogante, isterico, arabo levantino mentitore, lo schiaccerò come una sogliola. Se mi si ripresenta lo faccio a pedate nel sedere» (18 maggio), «Un botolo ringhioso attaccato ai pantaloni di Berlusconi», «Se gli dicessero che, per entrare nella stanza dei bottoni, deve travestirsi da donna, correrebbe a infilarsi la gonna e a darsi il belletto» (10 agosto), E il Senatùr, in dolce stil novo: «Me ne fotto delle minchiate di  Miglio», «Arteriosclerotico, traditore», «Ideologo? No, panchinaro», «Una scoreggia nello spazio».
Ora urge convegno, in rime baciate.

Antimafia Duemila – Legambiente: ”L’ecomafia ha un giro d’affari di 20,5 miliardi di euro”

Antimafia Duemila – Legambiente: ”L’ecomafia ha un giro d’affari di 20,5 miliardi di euro”.

5 maggio 2009
Più del 48% è concentrato in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia: regioni a tradizionale presenza mafiosa

ROMA – L’ecomafia è un business ch non conosce crisi con un giro d’affari stimato attorno ai 20,5 miliardi di euro. E’ quanto emerge dal Rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente. Sono 25.776 gli ecoreati accertati: quasi 71 al giorno, uno ogni tre ore. Circa metà, più del 48%, si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), il resto si spalma democraticamente su tutto il territorio nazionale.

RIFIUTI PERICOLOSI – Il 2008 è l’anno dei record per le inchieste contro i trafficanti di rifiuti pericolosi, ben 25, con un fatturato che supera i 7 miliardi di euro. Tutti soldi sporchi – si legge nel Rapporto – accumulati avvelenando l’ambiente e i cittadini. La montagna di scorie industriali gestite illegalmente dalla «Rifiuti Spa» in un solo anno ha raggiunto la vetta di 3.100 metri, quasi quanto l’Etna. Non è mai stata così alta (31 milioni di tonnellate è la stima nel Rapporto). Questi gli impressionanti numeri dell’Italia sfregiata dal malaffare nella foto puntuale del rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente, presentato martedì a Roma, nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Sebastiano Venneri, responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità Legambiente, il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il vicepresidente della commissione Antimafia Fabio Granata, il presidente della commissione sul Ciclo dei rifiuti Gaetano Pecorella, il responsabile Ambiente del PD Ermete Realacci, Enrico Fontana del direttivo Legambiente, il presidente del Copasir Francesco Rutelli e Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente.

LE FORZE DELL’ORDINE – Dal dossier, in positivo emerge la maggiore efficacia degli interventi repressivi da parte delle Forze dell’ordine. Aumentano gli arresti, passati dai 195 del 2007 ai 221 del 2008 (+13,3%) e i sequestri: dai 9.074 del 2007 ai 9.676 dello scorso anno (+6,6%), mentre diminuiscono il numero di reati ambientali (dai 30.124 del 2007 ai 25.766 del 2008), a causa, soprattutto della tendenza da parte delle Forze dell’ordine a concentrare le attività investigative sui reati di maggiore gravità, tali da determinare provvedimenti e interventi repressivi più severi, come l’arresto e il sequestro.

GRASSO – Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso parlando alla presentazione del rapporto ha detto che contro le ecomafie serve «un osservatorio nazionale. Un osservatorio – ha spiegato Grasso – che può lavorare nella stessa Procura antimafia. «Non tutte le indagini – ha detto – partono come ecomafie, quindi è importante un osservatorio per avere un quadro generale». «Dietro l’ecomafia si è creato un sistema – ha sottolineato Grasso – che cerca di sfruttare questa situazione che ha bisogno di tecnici di laboratorio, trasportatori e altre figure». Secondo il procuratore nazionale antimafia occorre «aggredire il fenomeno in tutti i suoi addentellati criminali». Per questo servono «strumenti giuridici e risorse».

Tratto dal Corriere della Sera

I trucchi del “decreto abracadabra” | BananaBis

I trucchi del “decreto abracadabra” | BananaBis.

IL RETROSCENA. Il contributo statale effettivo per ogni famiglia non sarà di 150 mila euro, ma di un terzo
Fondi “virtuali” e stanziamenti basati su previsioni di incassi crescenti delle lotterie

I trucchi del “decreto abracadabra”
ricostruzione diluita in 23 anni

di MASSIMO GIANNINI

Impegni solenni, progetti altisonanti. Garantiti dalle solide certezze del presidente del Consiglio. Ma se scorri il testo del provvedimento, ti accorgi che lì dentro di veramente solido c’è poco e niente.

Tutto balla, in quello che è già stato ribattezzato il “Decreto Abracadabra”. Le cifre, innanzitutto. Dopo il Consiglio dei ministri straordinario del 23 aprile, Berlusconi e Tremonti avevano annunciato uno stanziamento di 8 miliardi per la ricostruzione dell’Abruzzo: 1,5 per le spese correnti e 6,5 in conto capitale. A leggere il decreto 39, si scopre che lo stanziamento è molto inferiore, 5,8 miliardi, ed è spalmato tra il 2009 e il 2032. Di questi fondi, 1,152 miliardi sarebbero disponibili quest’anno, 539 milioni nel 2010, 331 nel 2011, 468 nel 2012, e via decrescendo, con pochi spiccioli, per i prossimi 23 anni. Da dove arrivano queste soldi? Il governo ha spiegato poco. Il premier, ancora una volta, ha rivendicato il merito di “non aver messo le mani nelle tasche degli italiani”. Il ministro dell’Economia si è fregiato di aver reperito le risorse “senza aumentare le accise su benzina e sigarette, senza aumenti di tasse, ma spostando i fondi da una voce all’altra del bilancio”.

Il “Decreto Abracadabra” non aiuta a capire. Il capitolo “Disposizioni di carattere fiscale e di copertura finanziaria” dice ancora meno. Una prima, inquietante cosa certa (come recita l’articolo 12, intitolato “Norme di carattere fiscale in materia di giochi”) è che la ricostruzione in Abruzzo sarà davvero un terno al lotto: 500 milioni di fondi dovranno arrivare, entro 60 giorni dal varo del decreto, dall’indizione di “nuove lotterie ad estrazione istantanea”, “ulteriori modalità di gioco del Lotto”, nuove forme di “scommesse a distanza a quota fissa”. E così via, giocando sulla pelle dei terremotati. Un “gioco” che non piace nemmeno agli esperti del Servizio Studi del Senato: “La previsione di una crescita del volume di entrate per l’anno in corso identica (500 milioni di euro) a quella prevista a regime per gli anni successivi – si legge nella relazione tecnica al decreto – potrebbe risultare in qualche modo problematica”.

Una seconda, inquietante cosa certa (come recita l’articolo 14, intitolato “Ulteriori disposizioni finanziarie”) è che altre risorse, tra i 2 e i 4 miliardi di qui al 2013, dovranno essere attinte al Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, che dalla Finanziaria in poi è diventato un vero Pozzo di San Patrizio, dal quale il governo pompa denaro per ogni emergenza, senza che si capisca più qual è la sua vera dotazione strutturale.
E questo è tutto. Per il resto, la copertura finanziaria disposta dal decreto è affidata a fonti generiche e fondi imprecisati: dai soldi dell’Istituto per la promozione industriale (trasferiti alla Protezione civile per “garantire l’acquisto da parte delle famiglie di mobili ad uso civile, di elettrodomestici ad alta efficienza energetica, nonché di apparecchi televisivi e computer”) al trasferimento agli enti locali dei mutui concessi dalla Cassa depositi e prestiti.

A completare il gioco di prestigio contabile, non poteva mancare il solito, audace colpo a effetto, caro ai governi di questi ultimi anni: altri fondi (lo dice enfaticamente il comma 4 dell’articolo 14) potranno essere reperiti grazie alle “maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione fiscale, anche internazionale, derivanti da futuri provvedimenti legislativi”. Insomma, entrate scritte sull’acqua. A futura memoria. E a sicura amnesia.

Ma non è solo l’erraticità dei numeri, che spaventa e preoccupa nel “Pacchetto Ricostruzione”. A parte gli interventi d’emergenza, ci sono altri due fronti aperti e dolenti per le popolazioni locali. Un fronte riguarda l’edificazione delle case provvisorie (“a durevole utilizzazione”, secondo la stravagante formula del decreto) che dovrebbero garantire un tetto ad almeno 13 mila famiglie, pari a un totale di 73 mila senza tetto attualmente accampati nelle tendopoli. I fondi previsti per questi alloggi (nessuno ancora sa se di lamiera, di legno o muratura) ammonterebbero a circa 700 milioni. Ma 400 risultano spendibili quest’anno, 300 l’anno prossimo.

Questo, a dispetto del giuramento solenne rinnovato dal Cavaliere a “Porta a Porta” di due giorni fa, fa pensare che l’impegno di una “casetta” a tutti gli sfollati entro ottobre, o comunque prima del gelo invernale, andrà inevaso. Quasi la metà di loro (secondo il timing implicito nella ripartizione biennale dei fondi) avrà un tetto non prima della primavera del prossimo anno.

Un altro fronte, persino più allarmante, riguarda la ricostruzione delle case distrutte. Il governo ha annunciato “un contributo pubblico fino a 150 mila euro (80 mila per la ristrutturazione di immobili già esistenti), a condizione che le opere siano realizzate nel rispetto della normativa antisismica”.

Basterà presentare le fatture relative all’opera da realizzare, e a tutto il resto penserà Fintecna, società pubblica controllata dal Tesoro, che regolerà i rapporti con le banche. Detta così sembra facilissima. Il problema è che quei 150 mila euro nel decreto non ci sono affatto. Risultano solo dalle schede tecniche che accompagnano il provvedimento. E dunque, sul piano legislativo, ancora non esistono. Non basta. Sul totale dei 150 mila euro, il contributo statale effettivo sarà pari solo a 50 mila euro. Altri 50 mila saranno concessi sotto forma di credito d’imposta (dunque sarà un risparmio su somme da versare in futuro, non una somma incassata oggi da chi ne ha bisogno) e altri 50 mila saranno erogati attraverso un mutuo agevolato, sempre a carico della famiglia che deve ricostruire, che dunque potrà farlo solo se ha già risparmi pre-esistenti. Se questo è lo schema, al contrario di quanto è accaduto per i terremoti dell’Umbria e del Friuli, i terremotati d’Abruzzo non avranno nessuna nuova casa ricostruita con contributo a fondo perduto. Anche perché nelle schede tecniche del decreto quei 150 mila euro sono intesi come “limite massimo” dell’erogazione. Ciò significa che lo Stato declina l’impegno a finanziare la copertura al 100% del valore dell’appartamento da riedificare.

Nel “Decreto Abracadabra”, per ora, niente è ciò che appare. Man mano che si squarcia la cortina fumogena della propaganda, se ne cominciano ad accorgere non solo i “soliti comunisti-sfascisti” dell’opposizione come Pierluigi Bersani (che accusa l’esecutivo di trattare gli aquilani come “terremotati di serie B”), ma anche amministratori locali come Stefania Pezzopane, o perfino presidenti di Confindustria come Emma Marcegaglia, che l’altro ieri a L’Aquila ha ripetuto “qui servono soldi veri”. C’è un obbligo morale, di verità e di responsabilità, al quale il governo non può sfuggire. Lo deve agli abruzzesi che soffrono, e a tutti gli italiani che giudicano. L’epicentro di una tragedia umana non può essere solo il palcoscenico di una commedia politica.

Repubblica del 7.5.2009