Peppino Impastato

Da Pressante: Peppino Impastato.

Scritto da Marco M

A 29 anni dalla morte

9 maggio 1978 – 9 maggio 2007

Giuseppe “Peppino” Impastato nasce a Cinisi nel 1948.
Nascere in certi posti, lo ricorda anche Roberto Saviano nel suo “Gomorra”, significa avere addosso un marchio indelebile.
Peppino, per di più, nasce in una famiglia mafiosa. Una strada già segnata per la propria vita.
Ma lui non ci sta.

“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale”.

Ma ben presto Peppino riconosce quali sono i meccanismi e le logiche di potere della politica. Spesso si ritrova contro il “Partito” stesso nelle sue lotte, in particolare in quella accanto ai contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo: un affare che vede interessate le istituzioni e gli stessi capi mafiosi.

Nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, tramite la quale denuncia e sbeffeggia gli affari dei mafiosi di “Mafiopoli” (così è da lui chiamata Cinisi) e Terrasini, in particolare “Tano Seduto” Gaetano Badalamenti, ed i loro legami con la politica e le istituzioni del “Maficipio”.

Nel 1978 si candida alle elezioni comunali in una lista collegata a Democrazia Proletaria: non gli interessa nulla delle logiche di politica istituzionale, l’unico suo interesse è entrare nel “Maficipio” e “controllarli da vicino”, star loro col fiato sul collo.

Pochi giorni prima delle elezioni, il 9 maggio 1978, Peppino viene rapito, tramortito ed ammazzato con una carica di tritolo fatta esplodere sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.

Gli investigatori, ignorando qualsiasi prova contraria, tentano di far credere che si tratti di un eclatante suicidio, oppure che Peppino sia rimasto vittima di un suo stesso attentato terroristico mentre cercava di piazzare il tritolo sui binari.

La stampa, presa dall’omicidio Moro avvenuto lo stesso giorno, nel poco spazio riservato alla vicenda si accoda senza troppe domande alla campagna di depistaggio di istituzioni e forze dell’ordine.

Solo dopo una lunga battaglia ventennale da parte della madre (che rompe con la parentela mafiosa) e degli amici di Peppino, viene istituito un processo, chiuso e riaperto ben 3 volte, che inizialmente riconosce solo la matrice mafiosa del delitto attribuendolo però ad ignoti. Nel 2000 la Commissione antimafia approva una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Solo nel 2001 si arriva alla condanna per Vito Palazzolo e nel 2002 per Tano Badalamenti.

Sono passati 29 anni e la memoria di Peppino è sempre assente, il 9 maggio è nella memoria collettiva, giornalistica (per modo di dire, visto che siamo in presenza di uno degli innumerevoli misteri d’Italia) e televisiva l’Aldo Moro day e non c’è spazio per ricordare chi ha concretamente impegnato la sua faccia fino a sacrificare la sua vita per denunciare le logiche politico-criminali che muovono il potere.

Che quello spazio, almeno qui, ci sia.

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