Archivi del giorno: 23 maggio 2009

Oggi, 23 maggio, è il 17° anniversario della strage di Capaci

Brano dal film “In un altro paese”, di Marco Turco.

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; Provenzano voleva morto Falcone senza strage

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; Provenzano voleva morto Falcone senza strage.

“La strage di Capaci, così come è stata fatta, Provenzano non la voleva, perché lui preferiva che Falcone venisse ucciso a Roma o in altri luoghi, senza fare troppo clamore”.
Lo rivela Giovanni Brusca, il boss che ha premuto il pulsante del detonatore che ha fatto saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca e gli agenti di scorta il 23 maggio 1992 nei pressi dello svincolo dell’autostrada di Capaci. Il collaboratore di giustizia, deponendo nel pomeriggio nell’aula bunker di Rebibbia, nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento alla mafia, ha detto che “a Provenzano non piaceva la spettacolarizzazione degli omicidi, ma condivideva con Riina l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino”. Il boss, infatti, dopo l’arresto di Riina, impedì a Bagarella, Messina Denaro, Graviano e allo stesso Brusca di proseguire gli attentati in Sicilia. “Provenzano era contrario nelle forme – dice Brusca – e così Bagarella quando gli comunicò che le stragi le avrebbe fatte al Nord, gli disse che se qualcuno gli veniva a chiedere di questi attentati si poteva mettere un cartello al collo con la scritta ‘non ne so nulla’ “.

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; a Riina proposero nel ’92 contatto con la Lega

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; a Riina proposero nel ’92 contatto con la Lega.

“Tra l’omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone alcuni politici si proposero a Riina per prendere il posto che era dell’europarlamentare ucciso.
Ma Riina non era soddisfatto, voleva di più. E qualcuno tentò di proporgli anche un contatto con la Lega di Bossi. Ma non so cosa ne fece, perché nel frattempo Riina aveva trovato il canale giusto ed era soddisfattissimo”. Lo dice il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, deponendo nel pomeriggio nell’aula bunker di Rebibbia nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento alla mafia. Brusca ha parlato dell’avvio di una trattativa dopo l’omicidio Lima e la strage di Capaci, in cui Riina “offriva di porre fine a questo modo di procedere” di Cosa nostra. Rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, Brusca ha riferito dell’ipotesi di un tradimento che alcuni mafiosi avevano avuto sull’arresto di Riina. “Ci furono diversi commenti in Cosa nostra – ha detto – e molte voci, come quella in cui si diceva che prima dell’arresto di Riina la moglie di Provenzano si sarebbe incontrata con un carabiniere. Era una voce che mi venne riferita da mio cugino Santino Pullarà al quale lo aveva detto un maresciallo del Ros”.

La mafia è servita

La mafia è servita.

Scritto da Paolo Biondani

Estorsioni, lavoro nero, tangenti. Così la criminalità controlla l’agroalimentare. E i prezzi volano alle stelle.

La mafia è in tavola, tra la verdura e la frutta. Il mercato agroalimentare italiano è strangolato da una catena di vincoli commerciali, squilibri economici e dazi illegali che danneggiano la massa dei piccoli produttori. Favorendo la nascita di nuovi sistemi, poco visibili ma molto insidiosi, di condizionamento mafioso.

Per misurare l’assurdità dei meccanismi di funzionamento di questo settore-vetrina del made in Italy, uno dei pochi che in teoria sarebbero in grado di resistere alla crisi, basta entrare in uno a caso dei grandi supermercati all’ingresso di Vittoria, capitale siciliana del pomodoro ciliegino (la versione senza marchio del più celebre Pachino). Sulla vaschetta-standard da mezzo chilo, l’etichetta documenta che il produttore è un agricoltore locale. Il contenitore in plastica con l’ortaggio fresco, però, risulta confezionato da un grossista di Fondi, in provincia di Latina. Per passare dai campi di Vittoria ai supermercati di Vittoria, insomma… questi pomodorini tondi hanno percorso un viaggio di andata e ritorno di 1.636 chilometri. Un nonsenso finanziario, ambientale ed energetico. Che però non sorprende gli addetti ai lavori, prime vittime di questa e altre distorsioni della filiera alimentare. Che spesso nascondono forme di parassitismo criminale, cresciute fra speculazioni affaristiche e corruzioni.

Per capire chi sta mettendo le mani nel piatto degli italiani, ‘L’espresso’ ha ripercorso l’intero cammino degli ortaggi più venduti, dalla raccolta nelle campagne del Sud alla vendita finale negli ipermercati del Centro-nord. Scoprendo nuovi casi di infiltrazione mafiosa. Buchi e truffe nei controlli. Frodi all’ombra del clientelismo politico. E situazioni incontrollabili di rischio per l’ambiente e la salute.
La chimica in serra Per sei mesi all’anno, il primo anello della catena alimentare degli italiani sono gli ortaggi freschi coltivati in 4 mila ettari di serre tra Licata, Gela e Pachino. Oggi quei teloni di plastica alti tre metri coprono quasi tutta la piana fino al mare. Dentro non vola una mosca: le piante di pomodoro, selezionate fino a raggiungere una lunghezza di 14 metri, crescono attorcigliate come liane su filari asettici. Il verde è cosparso di polveri bianche: gli antiparassitari, che sfumano all’avvicinarsi del raccolto.
Al centro della rete produttiva c’è il mercato ortofrutticolo di Vittoria, che è il più grande del Sud: un alveare di box che nell’ultima annata agraria, chiusa al novembre 2008, ha smerciato 2 milioni e 441 mila quintali di verdura (e 144 mila di frutta). I soldi si fanno tra ottobre e maggio, quando il resto d’Europa è improduttivo. Pomodori e peperoni, melanzane e zucchine sono coltivati da 3.500 piccole imprese, che per la Sicilia sono una specie di Fiat. Un’agroindustria fondata sulla chimica.
“Se vogliono vendervi pomodori biologici in dicembre , significa che vi stanno truffando”, riassume il responsabile tecnico di una delle maggiori imprese di Vittoria, che esporta ciliegini anche in Gran Bretagna per mezzo milione di euro al mese. “La nostra è una chimica sicura, se non controllassimo la scadenza di tutti pesticidi non potremmo vendere nei supermercati inglesi o tedeschi, che sono sorvegliatissimi”. La prima lezione, dunque, è che il biologico vero è solo di stagione. La seconda è niente nomi: siamo in Sicilia. La terza è che in alcune serre modernissime (per ora, una su cento) le piante poggiano adddirittura su tappeti in fibra di cocco, che dosano i fertilizzanti “come in Olanda”. La visione ha un che d’irreale: le radici ormai non toccano più il terreno salino che ha reso famoso nel mondo il sapore dei pomodorini siciliani. Ma per i professionisti dell’agroindustria, il sole senza plastica è una nostalgia fuori dal tempo. “Qui è tutto controllato, c’è molta più chimica sporca nelle colture all’aria aperta”.

Un salariato ultrasessantenne taglia corto: “Io me li ricordo gli anni in cui mio padre proteggeva i pomodori dal vento con le pale dei fichi d’india. Allora la chimica non c’era e noi contadini pativamo la fame”. È soprattutto la massa dei produttori minori, quelli da un ettaro e mezzo di serre a testa, a scagliarsi contro i “troppi controlli e registri”: “Le ispezioni sui pesticidi bisognerebbe farle nei supermercati, sugli ortaggi coltivati chissà come e dove”. Gli agricoltori alludono così alle falsificazioni alimentari più pericolose: prodotti al veleno venduti nelle confezioni dei pomodori sani. Alla base di queste truffe di stampo mafioso c’è un’incapacità politica, nella migliore delle ipotesi, di controllare gli anelli più ricchi della catena alimentare.

La legge del più forte Al mercato di Vittoria i produttori scaricano le cassette e trattano con gli intermediari ogni pomeriggio, a partire dalle 16, in un fantastico caos di cifre, profumi, rumori e colori. I prezzi cambiano da un giorno all’altro. Nella seconda settimana di maggio un carico di ciliegini viene venduto a 1 euro e 60. Il 10 per cento tocca al commissionario, titolare del box, che in Sicilia paga anche i facchini e il primo imballaggio (ma a Milano no). Quindi il produttore incassa 1,44. “Quest’anno va bene”, commenta l’agricoltore: “Nel maggio 2008 dovevamo accontentarci di 40 o 50 centesimi”.

All’alba del giorno dopo, in un frastuono nervoso, i pomodori ripartono per Catania con un camion, che prosegue via nave per Napoli, da dove ritorna su strada, per arrivare al mercato ortofrutticolo (Mof) di Fondi, il più grande d’Italia. Qui la stessa ‘pedana’, come conferma l’etichettatura, viene rivenduta dal grossista direttamente ai magazzini dei supermercati, chiamati ‘piattaforme’: il prezzo sale a 2,40 e già comprende il confezionamento finale nelle vaschette da 500 grammi. Nei supermercati, sia a Roma che a Milano, il cliente paga 3,98 euro al chilo (1, 99 alla vaschetta, con punte superiori in un caso su sei). A conti fatti, la grande distribuzione incamera con un solo passaggio almeno il 40 per cento del valore: più del produttore e di tutta la sua manodopera.

Ma la vera sorpresa è un’altra. “Il prezzo cala solo per noi”, spiegano a Vittoria e ripetono a Fondi. Vale a dire: da ottobre ad aprile il prezzo nei supermercati tende a restare implacabilmente fermo a quota 1,99 alla vaschetta. Il cliente paga questi 4 euro al chilo anche quando i produttori incassano solo 0,50. Se invece una gelata fa alzare i costi, il supermarket rincara. La ruota dei prezzi gira solo in una direzione.

Seguendo il viaggio di altri quattro carichi di ortaggi, da Vittoria a Fondi, fino ai centri commerciali di Roma e Milano (vedi tabella), si scoprono altre assurdità. Per i cetrioli raccolti in Sicilia il 7 maggio, l’agricoltore ha incassato appena 15 centesimi: meno di un decimo del valore finale (1 euro e 99) preteso dai due supermercati di Roma che hanno liquidato fatture di 0,30 al loro grossista laziale.

Una parte del ricarico di spesa imposto ai consumatori ha giustificazioni opache se non inesistenti. Due dozzine di grossisti, sia a Fondi che a Vittoria, sostengono che sarebbe “normale” dover pagare “una percentuale ai buyers”, cioè ai responsabili degli acquisti di alcune catene di supermercati. Una tangente privata, insomma, che in Italia non è reato. E che sarebbe cresciuta insieme all’avidità dei manager: “Dal 4 all’8 per cento”. Per assicurare più trasparenza basterebbe varare, dopo tante leggi inutili, un’etichetta obbligatoria con il “prezzo all’origine”, come chiedono i sindaci di Vittoria e Niscemi. Di certo la giungla dei listini favorisce non solo i rincari speculativi, ma anche le mediazioni illegali.

Violenze e minacce “Nel sud Italia migliaia di produttori agricoli sono soggetti a pressioni, minacce e soprusi realizzati dalla criminalità organizzata con furti di macchinari, abigeato, racket del pizzo, estorsioni indirette, imposizione di manodopera o guardiania, danneggiamenti alle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, truffe all’Unione europea, caporalato mafioso”. Il magistrato Francesco Paolo Giordano riassume così, nella relazione 2008 della Direzione nazionale antimafia, i sistemi con cui “Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta controllano il settore agricolo”. Negli ultimi anni “l’ingerenza mafiosa emerge anche nella fissazione dei prezzi sui mercati ortofrutticoli: quotazioni sui campi stracciate, listini all’ingrosso gonfiati da fortissimi e ingiustificati rincari”.

Al parassitismo criminale si affianca così “una mafia che è impresa”, scrive sempre la superprocura: “Nei mercati di Fondi, Vittoria e Niscemi si va affermando un nuovo modello di infiltrazione: l’estorsione indiretta”. Agguati e attentati restano un mezzo estremo per imporre una normalità del pizzo, che ormai si riscuote privilegiando certe “imprese di trasporto”, “cooperative di pulizia” o “ditte di imballaggi”. E se le procure non provano che il beneficiario è “un imprenditore mafioso, prestanome, riciclatore, connivente o ricattato”, il racket scompare. Resta solo la strana scelta, antieconomica ma in apparenza lecita, di pagare dieci centesimi in più per ogni cassetta. I magistrati sospettano che almeno una parte degli inutili esodi e controesodi dei pomodori tra Vittoria e Fondi nasconda “la necessità di riempire comunque i camion per finanziare il monopolio delle ditte di trasporti controllate dai casalesi”.

La tappa finale è la gestione diretta dei supermercati. Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, disegna questo quadro: “Le indagini documentano il crescente interesse di Cosa Nostra a infiltrarsi nella grande distribuzione e in particolare nel settore agroalimentare. Da anni le infiltrazioni si realizzano attraverso il controllo mafioso di imprese che gestiscono attività economiche in apparenza lecite”.

Dove comandano i clan A Vittoria, dopo gli arresti che hanno colpito i trasportatori di Cosa nostra, i clan gelesi sembrano inabissati. Ma bastano 30 chilometri per sentire un’altra aria. Niscemi è la capitale del carciofo. Qui per sei mesi si raccoglie un terzo di tutta la produzione italiana, eppure nel mercato, inaugurato nel 2006, funzionano solo tre box. Il Comune è reduce da due scioglimenti per mafia. Dal 2007, sull’onda di Gela, c’è un sindaco di sinistra, Giovanni Di Martino, 48 anni, che non nega il problema: “Purtroppo viviamo in un contesto ad alta infiltrazione mafiosa. Ma i produttori subiscono anche strozzature economiche. La distribuzione è nelle mani di pochi grandi intermediari, mentre la proprietà agricola è polverizzata. Se non riusciamo ad associarci e presentarci all’estero con un marchio di qualità, siamo perduti”. Maggio è il mese dei carciofini destinati all’industria (surgelati o sott’olio), ma non si vedono contadini nei campi attorno a questo povero paese con le cisterne sui tetti. Al mercato c’è un solo produttore, Saverio Di Simone, a trattare il prezzo: “Sette centesimi a carciofo. Io non ce la faccio più. Così sopravvivono solo i contadini dell’Egitto o del Marocco”.

A Fondi comanda la camorra. Domenica notte il settimo attentato in due mesi (capannoni incendiati, spari contro ditte e negozi) ha spinto il titolare della Cobal ad annunciare: “Basta, ora me ne vado”. Per Elvio Di Cesare, anima dell’antimafia laziale con l’associazione Caponnetto, “la situazione è inquietante: dopo gli arresti dei capi, i clan casertani sembrano decisi a imporre con la violenza nuovi equilibri. E i grossisti sono le prime vittime”.

Il prefetto di Latina ha chiesto fin dall’8 settembre il commissariamento per mafia del Comune di Fondi, guidato da una giunta forzista vicinissima al senatore Fazzone. Il 2 aprile il ministro leghista Maroni ha annunciato in Parlamento di aver sottoscritto il decreto. “Manca solo la delibera del Consiglio del ministri: è uno scandalo che Berlusconi tenga in carica un’amministrazione infiltrata dalla camorra”, tuona Di Cesare. L’opposizione teme che lo scioglimento slitti a dopo le elezioni, quando il sindaco di Fondi potrà riciclarsi in Provincia. Al Mof i grossisti, che smerciano 12 milioni di quintali all’anno, si sentono criminalizzati e giurano di non pagare il pizzo. Ma l’attentato al collega ha spaventato anche i più forti.

‘Ndrangheta a Milano Mafia e incendi però non fermano gli affari. Da Fondi un carico di ciliegini parte puntualmente per l’Ortomercato di Milano. Il presidente della società comunale di gestione (Sogemi), Roberto Predolin, ex assessore di An, ammette che “questo mercato è in crisi da anni: la grande distribuzione ci sta distruggendo, il nuovo polo logistico serve ma non basta”. Nei vecchi padiglioni resistono 125 grossisti che riforniscono i negozi e gli ambulanti dei 93 mercati settimanali. I supermercati ormai comprano al Sud, l’Ortomercato serve solo a completare i magazzini. Ma il prezzo più basso coincide con la filiera più corta. All’Ortomercato, al sabato mattina, circa 10 mila consumatori italiani e stranieri, in una babele di lingue, dialetti, veli e carrelli, possono comprare frutta e verdura all’ingrosso. Una cassa di ciliegini? “Un euro e 80 al chilo”.

Vent’anni fa l’Ortomercato era infiltrato dai narcofinanzieri di Cosa nostra. Nel 2007 nel palazzo della Sogemi è stato arrestato un presunto prestanome del clan calabrese dei Morabito. Due mesi fa la Procura ha smascherato l’ennesima cosca della ‘ndrangheta, che schiavizzava i facchini di un’enorme piattaforma milanese della grande distribuzione. Particolare istruttivo: i boss facevano lavorare in nero per i supermercati decine di immigrati, facilmente ricattabili perché clandestini, che risultano sbarcati in Italia proprio sulle coste calabresi controllate da quei clan. Ora, tra Milano e Busto, le cosche gelesi e la cupola della ‘ndrangheta stanno già prenotandosi, tra omicidi ed estorsioni, per gli appalti miliardari dell’Expo. I politici che governano l’ex capitale morale sono contrari a qualsiasi commissione antimafia. Nella Milano di oggi la prima preoccupazione è spartirsi affari e poltrone della grande kermesse del 2015, che avrà un tema sconosciuto ai più: ‘Qualità e sicurezza alimentare’.

Antimafia Duemila – In Italia le banche sono sempre piu’ armate

Antimafia Duemila – In Italia le banche sono sempre piu’ armate.

di Giorgio Beretta – 28 aprile 2009
Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato.

NUOVA ENERGIA: QUANDO IL CIELO E’ STRIATO E QUANDO LA TERRA TREMA – Segreti e tabù della guerra ambientale

NUOVA ENERGIA: QUANDO IL CIELO E’ STRIATO E QUANDO LA TERRA TREMA – Segreti e tabù della guerra ambientale.

Da recente, in occasione della tragedia in Abruzzo, abbiamo avuto modo di considerare il problema dei terremoti.
Nei media di regime si è scatenata una specie di ossessione, e si sono proposti contenuti ripetitivi che miravano a convincere che i terremoti non si possono prevedere. Ma allora, come qualcuno ha osservato, perché mai la “protezione civile” ha rassicurato tutti dicendo che non c’era pericolo? Se i terremoti non si possono prevedere non si può dire nemmeno che non c’è pericolo.
Certo è perlomeno strano che per alcuni mesi, prima del disastro, gli abruzzesi ebbero scosse di varia entità ma nessun telegiornale ufficiale ne parlò, e prima del disastro finale pochi conoscevano il lavoro di Giampaolo Giuliani.
Poi, dopo il terremoto, i media ufficiali fecero a gara per occuparsi della tragedia, strumentalizzando ampiamente la sofferenza atroce di quanti avevano perduto parenti, amici e casa. I media si focalizzarono sul quesito “si può prevedere un terremoto?”, sostenendo che ciò non è possibile, e offuscando il quesito, assai più scottante per il regime: “si può provocare un terremoto?”
Diversi scienziati sostengono che provocare un terremoto, come altri eventi ambientali, è possibile con le tecnologie attuali.
Ovviamente questo non vuol dire che non esistano terremoti “naturali”, ma semplicemente che i terremoti potrebbero anche essere provocati artificialmente.

Sarebbe ragionevole ritenere che gli esperimenti nucleari sotterranei provocano terremoti, e che esistono armi tettoniche in grado di provocare terremoti artificiali. Di questo parlano eminenti scienziati, e alcuni politici sollevano la questione della messa al bando di tali armi. Ad esempio, il parlamentare statunitense Dennis Kucinich nella sua proposta di legge, “The Space Preservation Act of 2001” (legge per la protezione dello spazio), presentata al 107° Congresso degli Stati Uniti chiedeva la messa al bando di queste armi.

Il tenente generale Fabio Mini (vedi video sotto) ha dichiarato che in alcuni ambiti militari “Nessuno crede più che un terremoto, un’inondazione, uno tsunami o un uragano siano soltanto fenomeni naturali”.(1)

L’attacco finale alla democrazia – Pietro Orsatti

L’attacco finale alla democrazia – Pietro Orsatti.

e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al che ha approvato il cosiddetto pacchetto (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (), è introdotto l’articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo ”.
Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.
Anche se il senatore Gianpiero D’Alia () non fa parte della al , questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.

In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?

Si stanno dotando delle armi per bloccare in , Youtube, il blog di e tutta l’ che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube.

Vi rendete conto? Quindi il interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto ” di fatto rende esplicito il progetto del di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Obama ha vinto le grazie ad ? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’ come la e la Birmania.
Oggi gli unici che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico. Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia!!!”

Salvatore Borsellino: “Lo Stato è piegato e la mafia scompare dai programmi elettorali”

Salvatore Borsellino: “Lo Stato è piegato e la mafia scompare dai programmi elettorali”.

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Salvatore Borsellino
21 maggio 2009. Ripartire dai giovani. Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 nella strage di via D’Amelio a Palermo con gli uomini della scorta. “La sconfitta della mafia sta nel ricambio generazionale”. A diciassette anni da quell’anno terribile la mafia è ancora viva e vegeta, cresce, prospera. Quel ricambio non c’è stato. I motivi ce li spiega Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso a Palermo, che da anni batte piazze, scuole e sale convegni perché la vita e le opere della Mafia Spa non cadano nell’oblio.

“Sono tanti i giovani che hanno la consapevolezza del baratro in cui sta scivolando il nostro paese e di quella che dovrebbe essere la lotta alla criminalità organizzata – dice con orgoglio -. Infatti giro l’Italia per parlare di mafia grazie a questi giovani che mi invitano ai loro convegni”. Sono loro “il futuro”, sono i ragazzi dei Meetup di Grillo, quelli di “Ammazzateci tutti” (nata in Calabria all’indomani dell’omicidio Fortugno ndr), di “Addio pizzo”, dell’Associazione parenti delle vittime di mafia e di tante altre.

Borsellino, lei dice che le difficoltà nella lotta contro la mafia passano anche attraverso l’informazione.
“Esatto. I giovani oggi non hanno la possibilità di informarsi attraverso i mezzi tradizionali che ci fanno vedere un Paese diverso da quello che realmente è. I ragazzi che sono in prima linea a combattere per la legalità si informano attraverso la Rete dove le notizie circolano liberamente. E forse qualcuno se n’è accorto, tant’è che in Parlamento sono già pronti i disegni di legge che cercheranno di mettere il bavaglio a Internet. Verrà abbattuto anche quello che è l’ultimo baluardo di democrazia di cui possiamo usufruire”.

Tv e giornali oggi parlano poco di mafia, però da quel 1992 boss blasonati e intere cosche mafiose sono stati abbattuti.
“Io ritengo che la lotta contro la mafia, nel senso della lotta dello Stato per combattere la criminalità organizzata, oggi sia praticamente nulla. La volontà di estirpare questo male non è mai venuta dallo Stato nel suo complesso ma sempre da singole istituzioni, la magistratura, la polizia giudiziaria, gli investigatori, almeno quelli giusti. Da parte dello Stato non c’è mai stata una volontà autonoma. E poi stiamo attenti perché i grandi provvedimenti contro la mafia sono sempre venuti in seguito a stragi. Hanno dovuto uccidere Pio La Torre perché un provvedimento già esistente, quello sulla confisca dei beni mafiosi, venisse approvato. Per la legge sui pentiti non bastò l’omicidio di Falcone, ma ci volle anche quello di Borsellino. Una norma importantissima che è stata completamente stravolta. Altre cose sono state decise dopo l’omicidio del giudice Livatino, sempre sull’onda dell’emozione”.

In tanti lanciano l’allarme: la mafia è ancora viva e vegeta. Secondo lei lo Stato non combatte più?
“Direi che la volontà dello Stato di combattere la criminalità organizzata si evinca dai programmi elettorali dei partiti di maggioranza e opposizione: né quello che ha vinto le elezioni, né quello che le ha perse citava la criminalità organizzata. Tutti parlano di sicurezza, ma si intende solo distruggere i campi nomadi, fare leggi sulle ronde, proclamando tra l’altro che queste ultime le chiedessero anche Falcone e Borsellino: un’eresia. Io ritengo che non ci sia nessuna volontà di combattere la criminalità organizzata. E questo secondo me è dovuto al fatto che l’antistato è arrivato all’interno delle istituzioni e addirittura dei vertici dello Stato”.

E’ per questo che dice che non c’è più quel “profumo di libertà” che seguì alle stragi del ‘92?
“Anche quella fu un’illusione. Mi ero illuso io e si era illusa l’opinione pubblica. I provvedimenti che erano stati presi subito dopo le stragi, i vertici mafiosi catturati e deportati a Pianosa o all’Asinara, ma soprattutto la reazione della coscienza civile mi fecero pensare che qualcosa sarebbe cambiata. Poi mi sono accorto che era tutta un’illusione”.

Però il governo nel Ddl Sicurezza ha introdotto una norma di “inasprimento” del 41bis.
“Quello è uno specchietto per le allodole. Il 41bis è come se non esistesse più. Possono anche dire che il ‘pacchetto sicurezza’ inasprisca il regime di carcere duro, ma così non è. La verità è che ho visto i mafiosi sottoposti al 41bis a poco a poco venirne fuori con vari espedienti. La norma del Ddl dice, praticamente, che il mafioso può essere messo fuori dal 41bis perché non sono più provati i suoi contatti con l’esterno. Ora dico io: il 41 bis è fatto proprio per evitare i contatti di questi criminali con l’esterno, come si fa a dire che li si mettono fuori per questo? Forse sarebbe stato meglio prevedere qualche norma che impedisse ai boss di continuare a dirigere i loro affari dal carcere attraverso gli avvocati, come facevano i Madonia. E poi certe altre misure prese dal governo sono quanto meno sospette”.

A cosa si riferisce?
“Prenda le ronde: in Sicilia chi le farà? Le farà chi controlla il territorio, cioè i mafiosi. Ci sono cose veramente assurde che vengono fatte per imbonire l’opinione pubblica che in questo modo crede che lo Stato stia intervenendo. Ma ricordiamoci che abbiamo un Parlamento con ben 25 parlamentari condannati in via definitiva, per non parlare dei 60 condannati in primo e secondo grado in attesa di giudizio definitivo oltre gli inquisiti. Il Parlamento è diventato una succursale delle carceri”.

Le sue critiche vanno a colpire l’intera classe politica: recentemente ha detto che avrebbe difficoltà a votare anche per Rita Borsellino, sua sorella, candidata per le Europee con il Pd.
“Ho detto che avrei dei grossi scrupoli di coscienza perché, nonostante lei meriti sicuramente di essere eletta per il suo coraggio, la sua coscienza civile, per tutto quello che ha fatto in 17 anni dalla morte di Paolo, votare per un partito come il Pd (con cui la Borsellino è candidata nella circoscrizione Isole ndr) che ha distrutto l’opposizione di sinistra in Italia mi è difficile. L’opposizione in una democrazia è fondamentale perché l’alternanza è fondamentale. E poi come si fa a votare per un partito che in Sicilia candida Vladimiro Crisafulli, uno che si fa scrivere i programmi da Salvo Andò? Un partito nel quale adesso viene fuori D’Alema che dice di essere pronto per prendere la guida del partito. Se questo è il nuovo preferisco quello che c’era quarant’anni fa. Ho scritto di recente in un mio articolo pubblicato su Micromega che se la destra ha gli scheletri nell’armadio, la sinistra, quella che oggi chiamano sinistra ma che sinistra non è, nell’armadio ha i cadaveri ancora caldi”.

La lotta contro la criminalità organizzata passa anche attraverso le aule dei tribunali. Lei ha usato parole molto dure contro la magistratura.
“Mio fratello Paolo nel discorso nella biblioteca comunale, dopo la morte di Falcone, disse che il responsabile di quella parabola luttuosa era da ricercare all’interno della magistratura. E oggi se pensiamo ad un Csm presieduto da una persona come Nicola Mancino, che dice di non ricordare di aver incontrato Paolo il 1 luglio del 1992, incontro nel quale mio fratello prospettò un’ignobile trattativa tra Stato e mafia, abbiamo detto tutto. Io sono convinto che Paolo venne ucciso proprio perché si mise di traverso rispetto a questa trattativa. Il fatto che oggi questa persona sia vicepresidente del Csm, cioè supplente del presidente della Repubblica, lascia capire in che Stato siamo. D’altra parte basta vedere quello che è stato fatto a Luigi De Magistris e Clementina Forleo, veri e propri assassinii di magistrati non più col tritolo ma con i trasferimenti e le marche da bollo”.

Anche la magistratura ha deposto le armi?
“No, non completamente per fortuna. Ci sono degli ottimi magistrati che cercano di fare ancora, per quanto possible, il loro lavoro. Penso ad Antonio Ingroia a Palermo, a Sergio Lari a Caltanissetta. Magistrati che fanno molto ma che spesso vengono lasciati soli”.

La strage di via D’Amelio è giunta al 17esimo anniversario, ma i punti oscuri sono ancora tanti. Lei ha lanciato un appello perché si faccia luce sul furto della “agenda rossa” di Paolo Borsellino, sottratta dalla sua auto il giorno della sua morte.
“Torniamo al discorso che facevamo prima sulla magistratura. Una corte di Cassazione che respinge un appello per quel furto ignobile non si può commentare. Una persona è stata fotografata con in mano l’agenda rossa, eppure è stata assolta o meglio non si è nemmeno arrivati al dibattimento perché è stata scagionata in udienza preliminare. Se noi diciamo che oggi la magistratura è questa allora credo che sia stata messa una pietra tombale sulla giustizia”.

E questo non è l’unico mistero sulla morte di Borsellino.
“Infatti, ancora oggi non sappiamo da dove sia stato azionato il detonatore che ha provocato la strage nella quale è morto mio fratello e la sua scorta, anche se è stato dimostrato da chi legge, da chi conosce, da chi si informa che quel detonatore è stato azionato dal Castello Utveggio dove si trovava, guarda caso, una sede del Sisde, i servizi segreti italiani. Cosa posso pensare dello Stato italiano?”.

Nella lotta contro la mafia siamo rimasti fermi al 1992?
“Se da parte dei giovani c’è una maggiore coscienza, io ritengo che le cose siano peggiorate. Credo che l’antistato sia addirittura penetrato ai vertici delle istituzioni. La gente pensa la mafia non esista più perché non si sente parlare di morti ammazzati. Ma chi dice che Cosa Nostra è sconfitta dice il falso: è vero sono stati messi in galera vertici dei clan mafioso, latitanti da anni, però il problema è che la mafia è ben altro”.

“Mafia Spa”, appunto.
“La mafia è l’immenso capitale di cui la criminalità organizzata riesce a disporre. E insieme alla ‘ndrangheta gestisce tutti i traffici di droga, di armi e di esseri umani. Capitali a basso prezzo perché sporchi di sangue che stanno inquinando il Paese e vengono utilizzati per gestire buona parte dell’economia italiana: laddove si parla di appalti, di acquisizione di centri commerciali, di società, c’è la criminalità organizzata. Poi adesso con il ponte di Messina che si vuole costruire per la mafia e la ‘ndrangheta si vede qual è la tendenza dello Stato. Io aspetto di vedere quello che succederà all’Aquila dove si concentreranno miliardi e miliardi da gestire per la ricostruzione: oggi in Italia chi dispone di capitali di un certo tipo è la criminalità organizzata. Mi aspetto che all’Aquila, ma anche all’Expo di Milano, ci sia l’assalto”.

Antonella Loi

Brusca: «Dopo Falcone doveva toccare a Mannino, fui fermato da Riina»

Brusca: «Dopo Falcone doveva toccare a Mannino, fui fermato da Riina».

ROMA (22 maggio) – È ripreso stamani nell’aula bunker di Rebibbia la deposizione del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca nel processo davanti ai giudici di Palermo in cui sono imputati l’ex generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia. Sul «terminale» della trattativa avviata da Totò Riina nel 1992 ci sono «indagini in corso» e per questo motivo il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, anche stamani, si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande della difesa su questo punto.

Niente nome dell’uomo delle istituzioni. L’avvocato Piero Milio, difensore dell’ex generale Mario Mori, ha insistito nel conoscere da Brusca il nome dell’uomo delle istituzioni che gli era stato fatto da Riina. Il collaboratore di giustizia ha parlato di «mediatori» e di un «terminale» nella trattativa che sarebbe stata avviata prima della strage di via D’Amelio. Brusca ha ricordato che il nome di questo «terminale» lo aveva già fatto in passato «in tempi non sospetti».

Dopo Falcone doveva toccare a Mannino. Dopo l’attentato a Giovanni Falcone Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, aveva programmato di uccidere l’ex ministro Dc,Calogero Mannino. Il piano era stato affidato a Giovanni Brusca. Ed è lui stesso che oggi svela questo progetto davanti ai giudici. «Dopo Falcone – dice Brusca – dovevamo passare a Mannino. Ma improvvisamente ho avuto lo stop da Riina. Quello che poi mi colpì fu la strage di Borsellino di cui prima non avevamo parlato».

Il pentito, rispondendo alle domande della difesa di Mori, ha detto di non sapere a chi venne consegnato un “papello” cioè una lista di richieste che Riina avrebbe fatto per far cessare la strategia stragista avviata con l’omicidio di Salvo Lima e l’attentato a Falcone. Il collaboratore ha detto di non sapere i nomi dei politici che in quel periodo «si erano fatti sotto» con Riina. «Riina mi parlava – dice Brusca – di revisione di processi, di confisca di beni, ma non mi diceva nulla sul carcere duro perchè ancora non era stato applicato». «Non sono in grado di riferire – prosegue il pentito – se Borsellino era venuto a conoscenza dell’esistenza della trattativa». Brusca riferisce inoltre di non conoscere cosa «avrebbe garantito il “terminale” della trattativa a Riina».

Antimafia Duemila – Di Pietro: ”Mafia inserita spesso all’interno dello Stato”

Antimafia Duemila – Di Pietro: ”Mafia inserita spesso all’interno dello Stato”.

In Italia c’é una “mafia criminale, che spesso si è inserita e si inserisce all’interno dello Stato, tanto è vero che ancora  in queste settimane assistiamo a esponenti mafiosi che fanno compravendita del voto di scambio con esponenti politici in Sicilia”.
Lo ha detto il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, a margine di un’iniziativa elettorale a Firenze, in riferimento alle dichiarazioni di Giovanni Brusca sulle collusioni tra Stato e mafia. “Non so – ha spiegato Di Pietro – cosa abbiamo detto Brusca e Riina, ma io ho letto le carte processuali di questi anni: non vi è dubbio che le stragi di mafia non sono solo fatti di mafia, ma di pezzi dello Stato collusi con la mafia. Non vi è dubbio che molte inchieste delicate e importanti sono state bloccate proprio quando arrivarono a ridosso dei rapporti tra mafia e Stato”. “Non vi è dubbio – ha concluso – che le regole processuali che sono state modificate in questi anni, hanno impedito l’accertamento della verità”.

Antimafia Duemila – ”… ne avete fatto una spelonca di ladri” – Seconda Parte

Antimafia Duemila – ”… ne avete fatto una spelonca di ladri” – Seconda Parte.

di Giorgio Bongiovanni – 22 maggio 2009
Crimini in Vaticano
Seconda parte

Premessa
Per tutti coloro che non hanno avuto modo di leggere la prima parte di questo dossier, desidero ribadire lo spirito con cui è stato concepito e scritto.
Crimini in Vaticano non è e non vuole essere un attacco alla fede cristiano-cattolica e tanto meno ai suoi fedeli. E’ piuttosto il richiamo di un credente che non può accettare di vedere la figura e gli insegnamenti del Maestro Gesù Cristo disattesi, stravolti e traditi da chi dovrebbe invece rappresentarli, viverli e farli vivere. E’ una chiamata in causa che dovrebbe coinvolgere tutti i cristiani che vogliono tutelare e difendere l’integrità del loro Credo per indurre i vertici della più grande delle confessioni cristiane ad intraprendere un profondo cammino di ravvedimento spirituale e materiale.
E’ quindi con intenzione tutt’altro che anti-clericale e con spirito di servizio che vi invito a leggere quanto segue.

G.B.

Ho scritto il 22 maggio 2009:

Prefazione

“Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Matteo cap 23, vv 23, 24)