Archivi del giorno: 23 maggio 2009

Oggi, 23 maggio, è il 17° anniversario della strage di Capaci

Brano dal film “In un altro paese”, di Marco Turco.

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; Provenzano voleva morto Falcone senza strage

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; Provenzano voleva morto Falcone senza strage.

“La strage di Capaci, così come è stata fatta, Provenzano non la voleva, perché lui preferiva che Falcone venisse ucciso a Roma o in altri luoghi, senza fare troppo clamore”.
Lo rivela Giovanni Brusca, il boss che ha premuto il pulsante del detonatore che ha fatto saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca e gli agenti di scorta il 23 maggio 1992 nei pressi dello svincolo dell’autostrada di Capaci. Il collaboratore di giustizia, deponendo nel pomeriggio nell’aula bunker di Rebibbia, nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento alla mafia, ha detto che “a Provenzano non piaceva la spettacolarizzazione degli omicidi, ma condivideva con Riina l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino”. Il boss, infatti, dopo l’arresto di Riina, impedì a Bagarella, Messina Denaro, Graviano e allo stesso Brusca di proseguire gli attentati in Sicilia. “Provenzano era contrario nelle forme – dice Brusca – e così Bagarella quando gli comunicò che le stragi le avrebbe fatte al Nord, gli disse che se qualcuno gli veniva a chiedere di questi attentati si poteva mettere un cartello al collo con la scritta ‘non ne so nulla’ “.

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; a Riina proposero nel ’92 contatto con la Lega

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: Brusca; a Riina proposero nel ’92 contatto con la Lega.

“Tra l’omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone alcuni politici si proposero a Riina per prendere il posto che era dell’europarlamentare ucciso.
Ma Riina non era soddisfatto, voleva di più. E qualcuno tentò di proporgli anche un contatto con la Lega di Bossi. Ma non so cosa ne fece, perché nel frattempo Riina aveva trovato il canale giusto ed era soddisfattissimo”. Lo dice il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, deponendo nel pomeriggio nell’aula bunker di Rebibbia nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento alla mafia. Brusca ha parlato dell’avvio di una trattativa dopo l’omicidio Lima e la strage di Capaci, in cui Riina “offriva di porre fine a questo modo di procedere” di Cosa nostra. Rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, Brusca ha riferito dell’ipotesi di un tradimento che alcuni mafiosi avevano avuto sull’arresto di Riina. “Ci furono diversi commenti in Cosa nostra – ha detto – e molte voci, come quella in cui si diceva che prima dell’arresto di Riina la moglie di Provenzano si sarebbe incontrata con un carabiniere. Era una voce che mi venne riferita da mio cugino Santino Pullarà al quale lo aveva detto un maresciallo del Ros”.

La mafia è servita

La mafia è servita.

Scritto da Paolo Biondani

Estorsioni, lavoro nero, tangenti. Così la criminalità controlla l’agroalimentare. E i prezzi volano alle stelle.

La mafia è in tavola, tra la verdura e la frutta. Il mercato agroalimentare italiano è strangolato da una catena di vincoli commerciali, squilibri economici e dazi illegali che danneggiano la massa dei piccoli produttori. Favorendo la nascita di nuovi sistemi, poco visibili ma molto insidiosi, di condizionamento mafioso.

Per misurare l’assurdità dei meccanismi di funzionamento di questo settore-vetrina del made in Italy, uno dei pochi che in teoria sarebbero in grado di resistere alla crisi, basta entrare in uno a caso dei grandi supermercati all’ingresso di Vittoria, capitale siciliana del pomodoro ciliegino (la versione senza marchio del più celebre Pachino). Sulla vaschetta-standard da mezzo chilo, l’etichetta documenta che il produttore è un agricoltore locale. Il contenitore in plastica con l’ortaggio fresco, però, risulta confezionato da un grossista di Fondi, in provincia di Latina. Per passare dai campi di Vittoria ai supermercati di Vittoria, insomma… questi pomodorini tondi hanno percorso un viaggio di andata e ritorno di 1.636 chilometri. Un nonsenso finanziario, ambientale ed energetico. Che però non sorprende gli addetti ai lavori, prime vittime di questa e altre distorsioni della filiera alimentare. Che spesso nascondono forme di parassitismo criminale, cresciute fra speculazioni affaristiche e corruzioni.

Per capire chi sta mettendo le mani nel piatto degli italiani, ‘L’espresso’ ha ripercorso l’intero cammino degli ortaggi più venduti, dalla raccolta nelle campagne del Sud alla vendita finale negli ipermercati del Centro-nord. Scoprendo nuovi casi di infiltrazione mafiosa. Buchi e truffe nei controlli. Frodi all’ombra del clientelismo politico. E situazioni incontrollabili di rischio per l’ambiente e la salute.
La chimica in serra Per sei mesi all’anno, il primo anello della catena alimentare degli italiani sono gli ortaggi freschi coltivati in 4 mila ettari di serre tra Licata, Gela e Pachino. Oggi quei teloni di plastica alti tre metri coprono quasi tutta la piana fino al mare. Dentro non vola una mosca: le piante di pomodoro, selezionate fino a raggiungere una lunghezza di 14 metri, crescono attorcigliate come liane su filari asettici. Il verde è cosparso di polveri bianche: gli antiparassitari, che sfumano all’avvicinarsi del raccolto.
Al centro della rete produttiva c’è il mercato ortofrutticolo di Vittoria, che è il più grande del Sud: un alveare di box che nell’ultima annata agraria, chiusa al novembre 2008, ha smerciato 2 milioni e 441 mila quintali di verdura (e 144 mila di frutta). I soldi si fanno tra ottobre e maggio, quando il resto d’Europa è improduttivo. Pomodori e peperoni, melanzane e zucchine sono coltivati da 3.500 piccole imprese, che per la Sicilia sono una specie di Fiat. Un’agroindustria fondata sulla chimica.
“Se vogliono vendervi pomodori biologici in dicembre , significa che vi stanno truffando”, riassume il responsabile tecnico di una delle maggiori imprese di Vittoria, che esporta ciliegini anche in Gran Bretagna per mezzo milione di euro al mese. “La nostra è una chimica sicura, se non controllassimo la scadenza di tutti pesticidi non potremmo vendere nei supermercati inglesi o tedeschi, che sono sorvegliatissimi”. La prima lezione, dunque, è che il biologico vero è solo di stagione. La seconda è niente nomi: siamo in Sicilia. La terza è che in alcune serre modernissime (per ora, una su cento) le piante poggiano adddirittura su tappeti in fibra di cocco, che dosano i fertilizzanti “come in Olanda”. La visione ha un che d’irreale: le radici ormai non toccano più il terreno salino che ha reso famoso nel mondo il sapore dei pomodorini siciliani. Ma per i professionisti dell’agroindustria, il sole senza plastica è una nostalgia fuori dal tempo. “Qui è tutto controllato, c’è molta più chimica sporca nelle colture all’aria aperta”.

Un salariato ultrasessantenne taglia corto: “Io me li ricordo gli anni in cui mio padre proteggeva i pomodori dal vento con le pale dei fichi d’india. Allora la chimica non c’era e noi contadini pativamo la fame”. È soprattutto la massa dei produttori minori, quelli da un ettaro e mezzo di serre a testa, a scagliarsi contro i “troppi controlli e registri”: “Le ispezioni sui pesticidi bisognerebbe farle nei supermercati, sugli ortaggi coltivati chissà come e dove”. Gli agricoltori alludono così alle falsificazioni alimentari più pericolose: prodotti al veleno venduti nelle confezioni dei pomodori sani. Alla base di queste truffe di stampo mafioso c’è un’incapacità politica, nella migliore delle ipotesi, di controllare gli anelli più ricchi della catena alimentare.

La legge del più forte Al mercato di Vittoria i produttori scaricano le cassette e trattano con gli intermediari ogni pomeriggio, a partire dalle 16, in un fantastico caos di cifre, profumi, rumori e colori. I prezzi cambiano da un giorno all’altro. Nella seconda settimana di maggio un carico di ciliegini viene venduto a 1 euro e 60. Il 10 per cento tocca al commissionario, titolare del box, che in Sicilia paga anche i facchini e il primo imballaggio (ma a Milano no). Quindi il produttore incassa 1,44. “Quest’anno va bene”, commenta l’agricoltore: “Nel maggio 2008 dovevamo accontentarci di 40 o 50 centesimi”.

All’alba del giorno dopo, in un frastuono nervoso, i pomodori ripartono per Catania con un camion, che prosegue via nave per Napoli, da dove ritorna su strada, per arrivare al mercato ortofrutticolo (Mof) di Fondi, il più grande d’Italia. Qui la stessa ‘pedana’, come conferma l’etichettatura, viene rivenduta dal grossista direttamente ai magazzini dei supermercati, chiamati ‘piattaforme’: il prezzo sale a 2,40 e già comprende il confezionamento finale nelle vaschette da 500 grammi. Nei supermercati, sia a Roma che a Milano, il cliente paga 3,98 euro al chilo (1, 99 alla vaschetta, con punte superiori in un caso su sei). A conti fatti, la grande distribuzione incamera con un solo passaggio almeno il 40 per cento del valore: più del produttore e di tutta la sua manodopera.

Ma la vera sorpresa è un’altra. “Il prezzo cala solo per noi”, spiegano a Vittoria e ripetono a Fondi. Vale a dire: da ottobre ad aprile il prezzo nei supermercati tende a restare implacabilmente fermo a quota 1,99 alla vaschetta. Il cliente paga questi 4 euro al chilo anche quando i produttori incassano solo 0,50. Se invece una gelata fa alzare i costi, il supermarket rincara. La ruota dei prezzi gira solo in una direzione.

Seguendo il viaggio di altri quattro carichi di ortaggi, da Vittoria a Fondi, fino ai centri commerciali di Roma e Milano (vedi tabella), si scoprono altre assurdità. Per i cetrioli raccolti in Sicilia il 7 maggio, l’agricoltore ha incassato appena 15 centesimi: meno di un decimo del valore finale (1 euro e 99) preteso dai due supermercati di Roma che hanno liquidato fatture di 0,30 al loro grossista laziale.

Una parte del ricarico di spesa imposto ai consumatori ha giustificazioni opache se non inesistenti. Due dozzine di grossisti, sia a Fondi che a Vittoria, sostengono che sarebbe “normale” dover pagare “una percentuale ai buyers”, cioè ai responsabili degli acquisti di alcune catene di supermercati. Una tangente privata, insomma, che in Italia non è reato. E che sarebbe cresciuta insieme all’avidità dei manager: “Dal 4 all’8 per cento”. Per assicurare più trasparenza basterebbe varare, dopo tante leggi inutili, un’etichetta obbligatoria con il “prezzo all’origine”, come chiedono i sindaci di Vittoria e Niscemi. Di certo la giungla dei listini favorisce non solo i rincari speculativi, ma anche le mediazioni illegali.

Violenze e minacce “Nel sud Italia migliaia di produttori agricoli sono soggetti a pressioni, minacce e soprusi realizzati dalla criminalità organizzata con furti di macchinari, abigeato, racket del pizzo, estorsioni indirette, imposizione di manodopera o guardiania, danneggiamenti alle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, truffe all’Unione europea, caporalato mafioso”. Il magistrato Francesco Paolo Giordano riassume così, nella relazione 2008 della Direzione nazionale antimafia, i sistemi con cui “Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta controllano il settore agricolo”. Negli ultimi anni “l’ingerenza mafiosa emerge anche nella fissazione dei prezzi sui mercati ortofrutticoli: quotazioni sui campi stracciate, listini all’ingrosso gonfiati da fortissimi e ingiustificati rincari”.

Al parassitismo criminale si affianca così “una mafia che è impresa”, scrive sempre la superprocura: “Nei mercati di Fondi, Vittoria e Niscemi si va affermando un nuovo modello di infiltrazione: l’estorsione indiretta”. Agguati e attentati restano un mezzo estremo per imporre una normalità del pizzo, che ormai si riscuote privilegiando certe “imprese di trasporto”, “cooperative di pulizia” o “ditte di imballaggi”. E se le procure non provano che il beneficiario è “un imprenditore mafioso, prestanome, riciclatore, connivente o ricattato”, il racket scompare. Resta solo la strana scelta, antieconomica ma in apparenza lecita, di pagare dieci centesimi in più per ogni cassetta. I magistrati sospettano che almeno una parte degli inutili esodi e controesodi dei pomodori tra Vittoria e Fondi nasconda “la necessità di riempire comunque i camion per finanziare il monopolio delle ditte di trasporti controllate dai casalesi”.

La tappa finale è la gestione diretta dei supermercati. Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, disegna questo quadro: “Le indagini documentano il crescente interesse di Cosa Nostra a infiltrarsi nella grande distribuzione e in particolare nel settore agroalimentare. Da anni le infiltrazioni si realizzano attraverso il controllo mafioso di imprese che gestiscono attività economiche in apparenza lecite”.

Dove comandano i clan A Vittoria, dopo gli arresti che hanno colpito i trasportatori di Cosa nostra, i clan gelesi sembrano inabissati. Ma bastano 30 chilometri per sentire un’altra aria. Niscemi è la capitale del carciofo. Qui per sei mesi si raccoglie un terzo di tutta la produzione italiana, eppure nel mercato, inaugurato nel 2006, funzionano solo tre box. Il Comune è reduce da due scioglimenti per mafia. Dal 2007, sull’onda di Gela, c’è un sindaco di sinistra, Giovanni Di Martino, 48 anni, che non nega il problema: “Purtroppo viviamo in un contesto ad alta infiltrazione mafiosa. Ma i produttori subiscono anche strozzature economiche. La distribuzione è nelle mani di pochi grandi intermediari, mentre la proprietà agricola è polverizzata. Se non riusciamo ad associarci e presentarci all’estero con un marchio di qualità, siamo perduti”. Maggio è il mese dei carciofini destinati all’industria (surgelati o sott’olio), ma non si vedono contadini nei campi attorno a questo povero paese con le cisterne sui tetti. Al mercato c’è un solo produttore, Saverio Di Simone, a trattare il prezzo: “Sette centesimi a carciofo. Io non ce la faccio più. Così sopravvivono solo i contadini dell’Egitto o del Marocco”.

A Fondi comanda la camorra. Domenica notte il settimo attentato in due mesi (capannoni incendiati, spari contro ditte e negozi) ha spinto il titolare della Cobal ad annunciare: “Basta, ora me ne vado”. Per Elvio Di Cesare, anima dell’antimafia laziale con l’associazione Caponnetto, “la situazione è inquietante: dopo gli arresti dei capi, i clan casertani sembrano decisi a imporre con la violenza nuovi equilibri. E i grossisti sono le prime vittime”.

Il prefetto di Latina ha chiesto fin dall’8 settembre il commissariamento per mafia del Comune di Fondi, guidato da una giunta forzista vicinissima al senatore Fazzone. Il 2 aprile il ministro leghista Maroni ha annunciato in Parlamento di aver sottoscritto il decreto. “Manca solo la delibera del Consiglio del ministri: è uno scandalo che Berlusconi tenga in carica un’amministrazione infiltrata dalla camorra”, tuona Di Cesare. L’opposizione teme che lo scioglimento slitti a dopo le elezioni, quando il sindaco di Fondi potrà riciclarsi in Provincia. Al Mof i grossisti, che smerciano 12 milioni di quintali all’anno, si sentono criminalizzati e giurano di non pagare il pizzo. Ma l’attentato al collega ha spaventato anche i più forti.

‘Ndrangheta a Milano Mafia e incendi però non fermano gli affari. Da Fondi un carico di ciliegini parte puntualmente per l’Ortomercato di Milano. Il presidente della società comunale di gestione (Sogemi), Roberto Predolin, ex assessore di An, ammette che “questo mercato è in crisi da anni: la grande distribuzione ci sta distruggendo, il nuovo polo logistico serve ma non basta”. Nei vecchi padiglioni resistono 125 grossisti che riforniscono i negozi e gli ambulanti dei 93 mercati settimanali. I supermercati ormai comprano al Sud, l’Ortomercato serve solo a completare i magazzini. Ma il prezzo più basso coincide con la filiera più corta. All’Ortomercato, al sabato mattina, circa 10 mila consumatori italiani e stranieri, in una babele di lingue, dialetti, veli e carrelli, possono comprare frutta e verdura all’ingrosso. Una cassa di ciliegini? “Un euro e 80 al chilo”.

Vent’anni fa l’Ortomercato era infiltrato dai narcofinanzieri di Cosa nostra. Nel 2007 nel palazzo della Sogemi è stato arrestato un presunto prestanome del clan calabrese dei Morabito. Due mesi fa la Procura ha smascherato l’ennesima cosca della ‘ndrangheta, che schiavizzava i facchini di un’enorme piattaforma milanese della grande distribuzione. Particolare istruttivo: i boss facevano lavorare in nero per i supermercati decine di immigrati, facilmente ricattabili perché clandestini, che risultano sbarcati in Italia proprio sulle coste calabresi controllate da quei clan. Ora, tra Milano e Busto, le cosche gelesi e la cupola della ‘ndrangheta stanno già prenotandosi, tra omicidi ed estorsioni, per gli appalti miliardari dell’Expo. I politici che governano l’ex capitale morale sono contrari a qualsiasi commissione antimafia. Nella Milano di oggi la prima preoccupazione è spartirsi affari e poltrone della grande kermesse del 2015, che avrà un tema sconosciuto ai più: ‘Qualità e sicurezza alimentare’.

Antimafia Duemila – In Italia le banche sono sempre piu’ armate

Antimafia Duemila – In Italia le banche sono sempre piu’ armate.

di Giorgio Beretta – 28 aprile 2009
Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato.

NUOVA ENERGIA: QUANDO IL CIELO E’ STRIATO E QUANDO LA TERRA TREMA – Segreti e tabù della guerra ambientale

NUOVA ENERGIA: QUANDO IL CIELO E’ STRIATO E QUANDO LA TERRA TREMA – Segreti e tabù della guerra ambientale.

Da recente, in occasione della tragedia in Abruzzo, abbiamo avuto modo di considerare il problema dei terremoti.
Nei media di regime si è scatenata una specie di ossessione, e si sono proposti contenuti ripetitivi che miravano a convincere che i terremoti non si possono prevedere. Ma allora, come qualcuno ha osservato, perché mai la “protezione civile” ha rassicurato tutti dicendo che non c’era pericolo? Se i terremoti non si possono prevedere non si può dire nemmeno che non c’è pericolo.
Certo è perlomeno strano che per alcuni mesi, prima del disastro, gli abruzzesi ebbero scosse di varia entità ma nessun telegiornale ufficiale ne parlò, e prima del disastro finale pochi conoscevano il lavoro di Giampaolo Giuliani.
Poi, dopo il terremoto, i media ufficiali fecero a gara per occuparsi della tragedia, strumentalizzando ampiamente la sofferenza atroce di quanti avevano perduto parenti, amici e casa. I media si focalizzarono sul quesito “si può prevedere un terremoto?”, sostenendo che ciò non è possibile, e offuscando il quesito, assai più scottante per il regime: “si può provocare un terremoto?”
Diversi scienziati sostengono che provocare un terremoto, come altri eventi ambientali, è possibile con le tecnologie attuali.
Ovviamente questo non vuol dire che non esistano terremoti “naturali”, ma semplicemente che i terremoti potrebbero anche essere provocati artificialmente.

Sarebbe ragionevole ritenere che gli esperimenti nucleari sotterranei provocano terremoti, e che esistono armi tettoniche in grado di provocare terremoti artificiali. Di questo parlano eminenti scienziati, e alcuni politici sollevano la questione della messa al bando di tali armi. Ad esempio, il parlamentare statunitense Dennis Kucinich nella sua proposta di legge, “The Space Preservation Act of 2001” (legge per la protezione dello spazio), presentata al 107° Congresso degli Stati Uniti chiedeva la messa al bando di queste armi.

Il tenente generale Fabio Mini (vedi video sotto) ha dichiarato che in alcuni ambiti militari “Nessuno crede più che un terremoto, un’inondazione, uno tsunami o un uragano siano soltanto fenomeni naturali”.(1)

L’attacco finale alla democrazia – Pietro Orsatti

L’attacco finale alla democrazia – Pietro Orsatti.

e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al che ha approvato il cosiddetto pacchetto (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (), è introdotto l’articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo ”.
Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.
Anche se il senatore Gianpiero D’Alia () non fa parte della al , questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.

In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?

Si stanno dotando delle armi per bloccare in , Youtube, il blog di e tutta l’ che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube.

Vi rendete conto? Quindi il interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto ” di fatto rende esplicito il progetto del di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Obama ha vinto le grazie ad ? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’ come la e la Birmania.
Oggi gli unici che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico. Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia!!!”