Archivi del giorno: 24 maggio 2009

La memoria violata di Giovanni Falcone

La memoria violata di Giovanni Falcone.

Scritto da Fedora Raugei

Le vittime delle strage di Capaci sono state ricordate ieri 23 maggio 2009.  Ci sono uomini della Magistratura e delle forze dell´ordine che hanno onorato nel modo migliore possibile la memoria di Giovanni Falcone, della moglie e degli agenti della scorta, cioè lavorando ogni giorno con la massima professionalità per  individuare mandanti ed esecutori della strage stessa. Il loro contribuito per l´accertamento dei fatti è stato fondamentale,  come espressamente riconosciuto in numerose sentenze definitive e come egregiamente ricostruito in questo articolo di Fedora Raugei. Alcuni di questi uomini hanno pagato e pagano tutt´oggi un prezzo molto alto per loro coerenza. Uno di questi uomini è il dott. Gioacchino Genchi.
mb
alt
Il Vice-questore aggiunto di Polizia Gioacchino Genchi

17 ANNI DOPO — L’inquietante storia delle agende elettroniche del giudice. Nei supporti informatici, ripuliti immediatamente dopo l’esecuzione, il diario contenente fatti, episodi, nomi.

E’ il 14 luglio ’92, a meno di mese dalla strage di Capaci. Due consulenti informatici sono incaricati dalla Procura di Caltanissetta di effettuare una perizia su agende elettroniche e altro materiale rinvenuto nell’ufficio e nelle abitazioni di Roma e Palermo del giudice Giovanni Falcone.

Gli esperti sono Luciano Petrini, ingegnere elettronico e Gioacchino Genchi, funzionario di polizia. Per analizzare il materiale informatico i due esperti impiegano sei mesi, ed esaminano i supporti anche alla ricerca del presunto diario del giudice. Un’ipotesi materializzatasi un mese dopo la strage, quando Il Sole 24 Ore pubblica due pagine di appunti che Falcone ha consegnato, nel luglio 1991, alla giornalista Liliana Milella.
Vi sono annotati episodi che testimoniano le difficoltà vissute dal magistrato nella Procura di Palermo. L’articolo suscita molti interrogativi. La giornalista, il 25 giugno, consegna le cartelle ai magistrati affermando che provengono dal diario di Falcone.

Si tratta di due pagine scritte così, di getto, oppure Falcone teneva veramente un diario? è un’ipotesi che alcuni escludono e altri, al contrario, confermano. Due dei colleghi di Falcone, in particolare, non sembrano avere dubbi. Sono Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di Palermo, e Giuseppe Ayala che ne parla già prima dell’uscita dell’articolo della Milella . «Una mattina lessi sul Sole 24 Ore che erano stati pubblicati i suoi diari, per lo meno quelle due cartelle – scrive Caponnetto (I miei giorni a Palermo, Garzanti, 1993) -. Le altre non so dove siano andate a finire, perché ce n’erano sicuramente delle altre, che coprivano tutto il periodo della Procura». E da testimone privilegiato racconta un episodio: «Ricordo una frase di Falcone: “Mi sto divertendo con un ordigno che ti farebbe impazzire”. Conosceva la mia avversione verso i meccanismi di informatica.

Gli chiesi: “Come va con i tuoi diari? Te li porti sempre appresso?”. Rispose: “Ora non ne ho più bisogno. Ho un’agenda elettronica che è una cosa meravigliosa, nella quale trasferisco (…) la mia vita di ogni giorno”. “Ah!”, gli dissi “ti sei messo anche tu a fare un diario…”(…). “No” disse, “non è che stia facendo un diario. Solo che ci sono dei fatti, degli episodi che preferisco memorizzare e annotare a futura memoria”.

Queste furono le sue testuali parole. Questo avveniva agli inizi dell’89 (…)». Anche le affermazioni fatte da Giuseppe Ayala il 20 giugno 1992, prima della pubblicazione degli appunti di Falcone, concordano con quanto affermato da Caponnetto: «Falcone aveva un diario puntualissimo, della cui esistenza ha messo a conoscenza soltanto me e, forse una volta, Paolo Borsellino; in quel diario scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva su un computer. (…)» (L’agenda rossa di Borsellino, Chiarelettere, 2007).

Queste sono solo due delle voci autorevoli, vicine al magistrato, che affermano l’esistenza di un suo presunto diario. Ciò che è certo, è che Falcone era preciso, meticoloso e si avvaleva di computer e agendine elettroniche sulle quali annotava tutto. Altrettanto certo, come testimonieranno i due esperti davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, è che dopo la morte di Falcone, qualcuno cancella i dati presenti sulle sue agende elettroniche e sul suo computer portatile Toshiba.

Qualcuno, forse maldestramente, apre e risalva diversi file presenti nel computer dell’ufficio del magistrato al ministero di Grazia e Giustizia . Una ricostruzione tecnica complessa che seguiamo attraverso gli atti. L’8 e 9 gennaio 1996, Genchi e Petrini testimoniano sulla perizia che hanno svolto davanti ai magistrati della Corte d’assise di Caltanissetta, al processo per la strage di Capaci. Hanno classificato ed esaminato 101 reperti appartenuti al giudice Falcone.

Sono precisi, preparati, parlano di memorie cancellate, di file modificati e rieditati nel periodo successivo alla strage. E di anomalie. La prima è quella relativa al computer portatile di Falcone, un modello Toshiba. Viene rinvenuto dai familiari del magistrato, insieme all’agendina elettronica Casio, nella sua abitazione palermitana di via Notarbartolo.

Dopo la pubblicazione del citato articolo di Liana Milella, e nonostante i primi sopralluoghi già effettuati dalla polizia, computer e agendina elettronica sembrano riapparire dal nulla. Genchi e Petrini accertano che dopo la strage, il 9 giugno ’92, sul portatile qualcuno ha installato un programma pc tools, utilizzato sia per recuperare che per cancellare definitivamente i file.

La memoria del Toshiba è stata “ripulita”. Anche l’agendina portatile Casio, ritrovata in via Notarbartolo, ha subito la stessa sorte. «è stata trovata totalmente cancellata (…)», testimonia Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta. I due consulenti ne ripristinano il contenuto. Però manca qualcosa di non trascurabile. L’agenda Casio aveva la predisposizione per l’espansione di memoria con una ram card esterna.

Questa ram card e il cavetto di collegamento al pc non vengono ritrovati. «La ram card – testimonia il consulente Genchi -, era stata sicuramente in possesso del giudice Falcone in quanto, per quanto mi riguarda e mi risulta, l’aveva e forse ne aveva pure più di una (…)». I due consulenti informatici recuperano anche i dati che qualcuno ha cancellato dall’agenda elettronica Sharp di Falcone. Sono stati tutti recuperati i dati?

«Se si fosse modificato un numero telefonico di un soggetto che risultava già inserito nell’agenda – spiega Genchi – o gli si fosse cambiato il nome o si fosse cancellato un numero di un’annotazione già precedente o cambiato l’oggetto di un appuntamento calendarizzato con una certa data, in nessun modo la consulenza avrebbe mai potuto rilevare il contenuto di un’operazione di editazione avvenuta prima della consegna dei reperti».

A strage avvenuta, gli inquirenti appongono i sigilli all’ufficio romano di Falcone, presso il ministero di Grazia e Giustizia. I computer e i supporti informatici utilizzati dal magistrato, però, non vengono sequestrati. Il successivo 30 maggio 1992 si procede alla ricognizione dei “reperti” rinvenuti nell’ufficio. Anche questa volta il prezioso materiale non viene sequestrato e, anzi, si restituisce alla libera disponibilità della Direzione generale degli affari penali.

Solo il 23 giugno, a distanza di un mese dalla strage di Capaci, e dopo l’uscita dell’articolo di Liana Milella, la Procura ritorna nello stesso ufficio e dispone materialmente il sequestro dei computer e dei supporti informatici utilizzati dal magistrato. Come testimonierà Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta che «in quel computer sequestrato, nella stanza sequestrata sono stati, diciamo, editati in epoca successiva al 23 maggio dei file».

Quando «ci sono delle rieditazioni sul supporto magnetico, cioè allorché si rivà a rieditare, quindi a riscrivere o per errore o per dolo o per imperizia, con qualunque volontà e intenzione – come spiega Genchi nella testimonianza del 9 gennaio ’96 -, si va a rioccupare una parte dell’hard disk e si va a incidere sulla possibilità di recuperare eventuali dati cancellati, quindi il supporto perde quella verginità, diciamo, quella originale forma fisica logica di contenuto di dati che in effetti aveva dal momento in cui il suo legittimo titolare ne aveva cessato la disponibilità».

Nel computer Compact rinvenuto nell’ufficio di Falcone, presso la Direzione affari penali, è installato anche il programma Perseo. Come spiegherà l’ingegnere Luciano Petrini, si tratta di «un prodotto che è stato sviluppato espressamente per conto del ministero di Grazia e Giustizia, per le automazioni di taluni uffici giudiziari (…). Lo stesso prodotto è stato utilizzato per l’acquisizione della documentazione relativa ai fascicoli, ai faldoni Gladio».

Non è quindi un programma comune. Per utilizzarlo occorre avere conoscenze specifiche. Il 19 giugno 1992, nell’ufficio sigillato del ministero di Grazia e Giustizia, Direzione affari penali, qualcuno apre e legge i file del programma Perseo contenuti nel computer di Falcone. Tra questi, anche la sintesi delle schede di Gladio. La data di apertura viene registrata automaticamente dal sistema, anche se non vengono materialmente effettuate modifiche.

Quindi, in un ufficio sigillato, qualcuno ha avuto accesso a quelle informazioni. L’operazione avviene il 19 giugno 1992. «L’ora è le 15:08 – come afferma Genchi – tra l’altro nella successione oraria in cui si rilevano queste modifiche operate e queste editazioni in epoca successiva alla strage, si può cogliere anche la sequenza cronologica con cui chi materialmente ha operato, ha ispezionato, questi sistemi informatici (…)».

Qualcuno, quindi, ha cancellato i dati delle agendine di Falcone, ha fatto sparire la ram card dell’agenda Casio, ha “ripulito” la memoria del portatile Toshiba, riapparso nell’abitazione palermitana del magistrato. Nell’ufficio sigillato del ministero, ha quantomeno letto e risalvato i file del suo computer e ha avuto accesso alle informazioni contenute nel programma Perseo. Solo casualità, maldestre operazioni? Può darsi. Ma chi e perché si è precipitato a cancellare i dati delle agende e del Toshiba?

Al termine del processo per la strage di Capaci si sosterrà che dalle perizie eseguite sui computer “non si evince manipolazione dei supporti informatici”. Perché, allora, Genchi subisce un trattamento ostile di cui parla nel corso della sua testimonianza a Caltanissetta?

«Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile».

Sei mesi dopo l’udienza, accade una tragica fatalità. Il 9 maggio 1996, Luciano Petrini viene trovato morto nel suo appartamento di via Pallavicini, a Roma, con il cranio fracassato. Gli investigatori puntano a una pista gay, poi caduta nel vuoto. Il pm Luca Tescaroli esclude che la sua perizia possa costituire movente del delitto. Sono molti gli interrogativi che rimarranno intorno alla morte di Falcone e su ciò che avvenne dopo.

“Manine o manone” silenziose appaiono immancabilmente in ogni omicidio e strage della nostra storia recente. Il mistero dei documenti trafugati dalla cassaforte del generale Dalla Chiesa, l’agendina scomparsa del giudice Mario Amato, l’agendina rossa di Paolo Borsellino. Sono “mani” mosse da intrecci complessi che tentano di cancellare la storia. Le sentenze non si possono riscrivere, ma la storia, prima o poi sì.

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare.

La storia delle stragi. Roberto Scarpinato
(3:40)

Si dice che un Paese che perde la memoria del suo passato sia condannato a ripetere i suoi errori. L’Italia non ha questo problema. Non ha nulla da ricordare. Tutto quello che è avvenuto nella Prima e nella Seconda Repubblica sono fatti senza spiegazioni, mai accaduti veramente. Incidenti atmosferici. Nessuno si domanda perchè piove. Piove e basta. E così è per l’omicidio Falcone, l’omicidio Borsellino, la strage di Portella delle Ginestre, Piazza Fontana, la strage di Brescia, di Bologna, l’Italicus, la morte di Aldo Moro, Ustica, Gladio, Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Pasolini, di Mattei, di Ambrosoli.
Grandina in Italia. Grandina sangue. Ci hanno sempre detto che è acqua piovana. Che i responsabili, quando individuati, erano mafiosi, terroristi neri, estremisti rossi. Così è se vi pare. A me non pare. Lo Stato ha fatto la sua parte. I Servizi hanno sempre fatto la loro parte. Ieri, 23 maggio, Giovanni Falcone è stato commemorato. Le alte cariche della Repubblica si sono recate in Sicilia e hanno parlato ai bambini siciliani. C’era Alfano, c’era Napolitano, c’era Schifani. Nei loro discorsi si sono scordati di Dell’Utri, senatore, condannato a nove anni in primo grado, di Cuffaro, senatore, condannato a cinque anni in primo grado, di Andreotti, senatore a vita, prescritto per collegamenti con la mafia. Sono loro colleghi in Parlamento, si conoscono da anni, forse vanno a cena insieme.
La memoria è una qualità morale. Non tutti la possiedono. La P2 è (stato?) un movimento eversivo, uno Stato dentro lo Stato. Gelli ha libertà di parola, ma Gelli è stato condannato per depistaggio delle indagini per la strage della stazione di Bologna. I piduisti infestano il Parlamento, la tessera 1816 è Berlusconi. Il muro di Berlino è caduto nel 1989. Sono passati vent’anni. Da noi è come se fossero passati venti minuti. Tutto è fermo, immobile. Una nazione pietrificata con Borsellino ucciso con tritolo militare da manovalanza mafiosa. Chi ha dato l’ordine? Chi ha rubato l’agenda rossa di Borsellino? Mancino (vi siete mai chiesti da dove derivi il suo potere?) incontrò Borsellino a Roma al ministero, prima della sua morte. Il magistrato era sconvolto, ma lui non lo riconobbe. Paolo Borsellino si oppose al papello, alla trattattiva tra Stato e mafia. Per questo, secondo suo fratello, fu ucciso. C’è bisogno di aria fresca. Di aprire porte e finestre e recuperare la memoria. Rileggere la nostra Storia. Un Paese senza passato è condannato a non avere un futuro. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

NUOVA ENERGIA: IL CONTROLLO MENTALE ATTRAVERSO LE CRISI, LO STRESS E I DISASTRI NON E’ UNA FANTASIA

NUOVA ENERGIA: IL CONTROLLO MENTALE ATTRAVERSO LE CRISI, LO STRESS E I DISASTRI NON E’ UNA FANTASIA.

http://www.youtube.com/watch?v=_htRJGF23RY&feature=player_embedded

Un video di Naomi Klein dal titolo “Shock doctrine” che spiega come vengono utilizzate le “crisi” (povertà, disoccupazione, insicurezza, ecc.) e le disgrazie per controllare le masse e continuare ad imporre lo stesso sistema criminale.
Soltanto se si diventa consapevoli si può contrastare tutto questo.

Falcone, Borsellino e Rostagno: Venti anni dopo, manca la verità – Pietro Orsatti

Falcone, Borsellino e Rostagno: Venti anni dopo, manca la verità – Pietro Orsatti.

Si riapre, con due mandati di cattura a capi trapanesi emessi dalla Dda di , il caso del giornalista ucciso nel 1988. Mentre si commemora solennemente la strage di Capaci. E ci si prepara a un 19 luglio diverso
di Pietro Orsatti su Terra

E’ il giorno dell’anniversario della strage di Capaci, e la notizia più battuta dalle agenzie è ancora relativa a un omicidio di . Quello di Mauro Rostagno. A 21 anni dal delitto del 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rtc, gli intrecci fra politici e criminalità, i pm della Dda di , Antonio Ingroia e Gaetano Paci, hanno chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto. Destinatari dei provvedimenti, dopo decenni di mezze verità e tanti depistaggi, sono il capo di Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il primo mandante, l’altro esecutore dell’omicidio. Ventuno anni non sono pochi per intravedere un barlume di verità. Come del resto poco si sa degli intrecci di interessi che potrebbero essersi concentrati su altri delitti di eclatanti come le stragi del 1992. A ricordarli è , fratello di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta in a il 19 luglio del 1992. «Il ruolo che giocò Giovanni andando al ministero di Grazia e fu fondamentale, soprattutto per consentire le rotazioni ai collegi giudicanti in – racconta -. In quel modo si salvò la sentenza in del maxi processo. La strategia di fu vincente, ma probabilmente fu anche il motivo della sua condanna a morte. Si trattava di una grande vittoria dello Stato contro la , della più grande in assoluto dall’emersione del fenomeno mafioso. Da subito si misero in moto le forze per punire chi era stato il motore di quel processo fin dalle prime indagini». , trasferitosi da decenni a Milano per , ricorda nitidamente quel periodo anche perché coincise con un momento di riavvicinamento, dopo anni di distanza, con il fratello Paolo. «Riuscimmo a vederci per le feste di Natale e a passare del tempo assieme. Era sereno, rilassato, sentiva che erano vicini a sconfiggere dopo la sentenza di conferma del maxi processo. Lo raccontò più volte. Poi, dopo la strage di Capaci, parlai con lui al telefono ed era un uomo totalmente diverso. Non era solo il dolore a schiacciarlo, ma la consapevolezza di quello che stava succedendo. Lo disse apertamente, in pubblico alla Biblioteca di Stato, che i della strage andavano cercati anche nella magistratura. Voleva dire che anche fra i giudici c’era chi aveva interesse a spezzare quella stagione». aveva toccato certi poteri e certi equilibri, anzi li aveva bellamente scavalcati andando a a gestire la macchina stessa della . Era intollerabile. Come era intollerabile per , quattro anni prima, che «muovendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica, Rostagno aveva toccato diversi uomini d’onore e generato un risentimento diffuso nell’ambito dell’organizzazione criminale». Così scrivono Ingroia e Paci nella richiesta degli ordini di cattura. Una punizione. E punisce, con il sangue. Mentre a si svolgono le commemorazioni della strage di Capaci, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, prosegue nella sua solitaria battaglia per impedire che il 19 luglio si ripeta la cerimonia in . «Noi familiari rifiutammo il funerale di Stato nel 1992, e invece ogni anno ripetono queste commemorazioni riusando i corpi e la di chi lo Stato mandò a morire – spiega -. Credo che Paolo non solo sapesse che era destinato a essere ucciso, ma che addirittura lo volesse. C’è chi ha fatto carriera sulla mutazione causata dalle stragi, chi ne ha approfittato. Quest’anno no». Ed è per questo che da mesi il fratello del magistrato annuncia di voler impedire la cerimonia. Contro tutti.