Archivi del mese: giugno 2009

Pandemia, gli stregoni al lavoro | Tra Cielo e Terra

Pandemia, gli stregoni al lavoro | Tra Cielo e Terra.

GINEVRA  – E’ pandemia di influenza A(H1N1). Di fronte all’inarrestabile diffusione del nuovo virus, la Direttrice generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Margaret Chan ha infatti solennemente annunciato al mondo di aver deciso di innalzare il livello di allerta pandemica alla fase sei, pari al massimo, alla pandemia conclamata. La prima del XXI secolo.

“Il mondo è ora all’inizio della pandemia di influenza 2009. Siamo ai primi giorni della pandemia”, ha dichiarato Chan in una conferenza stampa indetta a Ginevra presso la sede generale dell’Oms. La diffusione del virus A(H1N1) partito dal Messico dove in aprile sono stati resi noti i primi casi, ha contagiato quasi 30.000 persone in 74 Paesi e ha provocato 144 morti.[…]

La parola pandemia, dal greco pan-demos – che coinvolge tutta la popolazione, ha sempre avuto, fino ad oggi, un significato ben preciso.
Tale termine veniva infatti utilizzato in riferimento ad un numero limitato di casi, a proposito di virus e malattie contagiose di dimensioni tali da causare un numero
enorme di decessi.
Si usava il termine pandemia in relazione alla peste nera che colpì l’Europa nel XIV secolo, ad esempio, un morbo contagioso che fece 20 milioni di vittime, ovvero un quarto della popolazione che all’epoca abitava il continente, oppure riferendosi all’influenza spagnola del 1918, che di vittime ne causò 25 milioni, in tutto il pianeta.

Si potrebbe supporre, quindi, che tale termine vada utilizzato con estrema cautela, e doppiamente ci si aspetterebbe che tale cautela venisse utilizzata da un ente sovranazionale quale l’organizzazione mondiale della sanità, dal momento che da chi si occupa di monitorare le emergenze sanitarie del pianeta ci si attenderebbe anche un uso prudente dei moniti, per evitare di spargere il panico tra la popolazione a causa di falsi allarmi.

Invece, si apprende che la stessa Oms ha innalzato il livello di allerta pandemica alla fase sei, ovvero il massimo, come se fossimo in attesa di una nuova spagnola, o di una nuova peste nera.
Ci si aspetterebbe quindi che, vista la serietà dell’organizzazione, ci siano dei segnali altrettanto preoccupanti che si diffondono per tutto il globo.
Invece, i dati che la stessa Oms fornisce parlano di 30.000 persone contagiate e 144 morti, a livello mondiale, negli ultimi 3 mesi.

Per fare un rapido confronto, sarà bene tenere a mente che le influenze “normali”, che ogni anno colpiscono la popolazione, causano in media dai 50.000 ai 220.000 decessi nella sola Europa, nel giro di pochi mesi.
Confrontiamo ora i 220.000 decessi di una normale influenza con i 144 (senza mila) causati dalla nuova “pandemia”.
Evidentemente qualcosa non torna.

Ma facciamo un passo indietro.
Il virus partito dal Messico lo scorso Aprile, altri non è se non quella influenza che i grandi media avevano chiamato inizialmente “suina”, prima di scoprire che con i maiali aveva poco a che fare.
Questo è un passaggio che si è perduto per strada, come niente fosse, dopo che migliaia di capi di allevamento furono eliminati senza che ve ne fosse alcuna ragione.
Così come si perse per strada un’altra notizia, che comparve timidamente in alcune agenzie diramate sulla rete, ma che non fecero mai in tempo di raggiungere i giornali e le televisioni:

VIRUS NUOVA INFLUENZA NATO IN LABORATORIO, OMS INDAGA

ROMA – Il virus della nuova influenza A/H1N1 potrebbe essere nato in un laboratorio per un errore umano.
Lo sostiene il ricercatore australiano Adrian Gibbs, uno dei ‘padri’ dell’antivirale oseltamivir, in un articolo che ha inviato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e ai Centri statunitensi per il controllo delle malattie (Cdc), e del quale ha annunciato l’imminente pubblicazione.

Un’ipotesi, a quanto si apprende, sulla quale l’Oms sta indagando e si sta confrontando in questi giorni con gli esperti internazionali di virologia umana e animale.
Hanno ricevuto copia dell’articolo anche gli esperti internazionali della Fao e dell’Organizzazione internazionale per la salute animale (Oie).
Secondo Gibbs le caratteristiche genetiche del virus A/H1N1 sono tali da far supporre che sia stato coltivato nelle uova.
Queste ultime sono largamente utilizzate nei laboratori sia per coltivare i virus sia per coltivare i vaccini.
In passato, nel 1977, un virus influenzale del tipo H1N1 era stato prodotto per errore per la cattiva gestione di un laboratorio in Russia.


Una ipotesi davvero sorprendente.

Così dopo che un misterioso virus di origine ancora da stabilire ha causato ben 144 morti a livello globale, ovvero meno di un millecinquecentesimo dei decessi causati da una normale influenza, l’organizzazione mondiale della sanità annuncia solennemente l’arrivo della pandemia.
Sembrerebbe quindi di stare di fronte ad una recita dell’assurdo, in cui una organizzazione che dovrebbe vigilare sulla situazione sanitaria mondiale si presta a diffondere il panico tra la popolazione, annunciando l’arrivo di una pandemia in maniera del tutto sconsiderata.

Così parrebbe, se non fosse che nel frattempo giungono ulteriori notizie a riguardo che aprono le porte ad uno scenario ben preciso.
Solo due settimane fa, ad esempio, il governo francese ha deciso di portare avanti una operazione di vaccinazione di massa a cui sarà sottoposta tutta la popolazione con una età superiore ai 3 mesi, una operazione per la quale sarebbero già in preparazione circa 100 milioni di vaccini.

A questo punto, occorre fare un ulteriore passo all’indietro di circa un mese, e rileggere con attenzione le parole di Jacques Attali:

“La storia ci insegna che l’umanità evolve significativamente soltanto quando ha realmente paura: allora essa inizialmente sviluppa meccanismi di difesa; a volte intollerabili (dei capri espiatori e dei totalitarismi); a volte inutili (della distrazione); a volte efficaci (delle terapeutiche, che allontanano se necessario tutti i principi morali precedenti).
Poi, una volta passata la crisi, trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale ed iscriverli in una politica di salute democratica.”

Per Attali, “La pandemia che sta iniziando potrebbe far scatenare una di queste paure strutturanti“, poiché essa farà emergere, “meglio di qualsiasi discorso umanitario o ecologico, la presa di coscienza della necessità di un altruismo, quanto meno interessato.”

Giova sapere chi è Jacques Attali.
Attualmente svolge il compito di presidente della “Commissione per la liberazione della crescita”, istituita dal presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, ed in passato fu eminenza grigia del governo francese durante i mandati del presidente Mitterand.
E’ uno dei membri più autorevoli del club Bilderberg, grande sostenitore del progetto di un nuovo ordine mondiale, nonché membro del B’nai B’rith International, l’esclusiva massoneria ebraica.
Uno di quelli che contano per davvero, in altre parole.
Da sempre fautore della necessità di una riduzione della popolazione mondiale, nel suo libro paradossalmente intitolato “L’avvenire della vitaaveva scritto quanto segue:


quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società […].
L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle nostre società future

In seguito Attali aveva sostenuto che queste sue parole erano state male interpretate e che non potevano essere comprese fuori dal proprio contesto, ma considerato il suo background ideologico e la missione dei gruppi elitari di cui fa parte tali “precisazioni” appaiono poco credibili.

Ci troviamo quindi di fronte ad uno scenario che inizia ad avere un senso, seppur poco rassicurante.
Un virus di origine ancora incerta, probabilmente generato in un laboratorio, viene identificato quale probabile fattore scatenante di una immensa pandemia globale, capace di causare decine di milioni di morti.
E questo allarme non proviene dalle voci incontrollate dei teorici della cospirazione, ma dallo stesso organismo mondiale della sanità.
Contemporaneamente, oscuri intellettuali propagatori del nuovo ordine mondiale, facendosi portavoce dei più elitari circoli globalisti, giudicano l’arrivo di una possibile pandemia come un fatto tutto sommato positivo, dal momento che essa farà emergere, “meglio di qualsiasi discorso umanitario o ecologico, la presa di coscienza della necessità di un altruismo, quanto meno interessato.

Infine, per concludere il mosaico, programmi di vaccinazione di massa vengono portati avanti da diversi governi, non ultimo quello italiano, che per bocca del vice ministro alla salute Ferruccio Fazio annuncia che entro un anno o due tutta la popolazione italiana verrà vaccinata contro la nuova influenza pandemica.

Questi sono i fatti, al momento attuale.
Lo scenario non appare per nulla rassicurante, come si è detto, e l’impressione generale è che i vari “enti” in gioco stiano facendo di tutto per dare conferma alle peggiori preoccupazioni di coloro che da tempo denunciano la strategia di alcune elites dominanti che non hanno mai fatto mistero di avere come obiettivo la depopolazione del pianeta terra, cavalcando di volta in volta le “cause” più disparate.
Ed a preoccupare maggiormente non è certo il fantomatico virus A(H1N1), quello delle 144 morti a livello mondiale in tre mesi.
Quello che davvero è preoccupante in tutta la questione è l’eventualità della vaccinazione di massa che si prospetta.
Se mai ci sarà una pandemia, passerà dai vaccini, e queste persone si stanno mostrando molto determinate nel perseguire i propri scopi.

Homer Simpson lavora nella centrale nucleare di Suffolk

Homer Simpson lavora nella centrale nucleare di Suffolk.

…qualcuno che stava facendo le pulizie nella Centrale Nucleare Sizewell A si accorse che diversi allarmi stavano suonando insistentemente da molto tempo senza che il personale tecnico della centrale reagisse in alcun modo, così – immaginate di essere al suo posto, e’ una decisione non facile da prendere – decise di premere l’allarme generale.

Il personale preposto a quel punto intervenne per accorgersi che l’acqua di raffreddamento non ricopriva più gli elementi del reattore che così si era stati ad un soffio da un incendio catastrofico – il combustibile nucleare infatti si può incendiare già alla temperatura ambiente – e, dulcis in fundo, in 45 minuti c’era stata una perdita di scorie radioattive nel Mare del Nord paragonabile alle inevitabili perdite – di cui non ci parlano mai – che avvengono nel giro di un anno.

La centrale venne immediatamente chiusa e sottoposta ad ispezione.

Gli ispettori conclusero che la centrale era stata gestita con incuria criminale e non solo pubblicarono un rapporto – che non fu divulgato – ma spinsero per portare i responsabili in tribunale.

Cominciarono perciò a raccogliere prove che potessero essere utilizzate dall’accusa, ma, dopo mesi di lavoro e ingenti somme a spese a danno dei contribuenti, si sentirono dire che non avevano giurisdizione per portare il caso in tribunale.

Per caso – chiaramente e’ un caso – la Nuclear Decommissioning Authority decise proprio in quel periodo di smobilitare tutti i siti forniti di reattori Magnox, il che includeva naturalmente anche Sizewell A.

Di tutta questa vicenda sappiamo solo ora unicamente perché gli abitanti, preoccupati da insistenti voci di perdite, ma prontamente assicurati dalle autorità che tutto era normale e sotto controllo e che la chiusura dell’impianto era dovuta al decommissionamento dei Magnox, si rivolse a tutti quelli che potevano essere raggiunti e, tra questi c’era anche John Snow.

Perciò, quando vi dicono che non c’e’ pericolo, cominciate ad ammassare provviste nel vostro rifugio anti-atomico…

Antonio Di Pietro: Processo d’appello Dell’Utri

Antonio Di Pietro: Processo d’appello Dell’Utri.

http://www.youtube.com/watch?v=FiFVYazFLOQ

Ho voluto avviare l’iniziativa “Li seguiamo per te” per poter informare e tenere aggiornati i cittadini riguardo a tutti quei processi sui quali altrimenti sarebbe calata la spessa cortina del silenzio mediatico. Ho iniziato con il processo al governatore della Campania, Antonio Bassolino, al quale si è aggiunto quello al corrotto David Mills e al suo – in assenza di lodo – corruttore Silvio Berlusconi. Ora ne aggiungo un terzo: il processo d’appello a Marcello Dell’Utri ripreso il 15 maggio 2009. Quello a Dell’Utri e’ un processo capace di spiegare, se non ha gia’ spiegato con la condanna in primo grado, larga parte della genesi di Forza Italia, oggi Pdl, e dell’ascesa nel panorama nazionale di un corruttore oggi Presidente del Consiglio.

Processi come questi non ne vedremo più: la legge sulle intercettazioni ed il bavaglio all’informazione, che questa legge comporta, hanno messo la parola fine alla possibilità di risalire a qualsiasi reato, se non per circostanze fortuite. I media non ne parlavano già prima, ora avranno persino un buon motivo per continuare a non farlo. In aula a Palermo venerdì scorso, durante la seconda udienza d’appello, tolti i giudici, c’erano solo tre cittadini in aula, uno di questi era il nostro inviato. Da oggi con questo video qualche migliaia di cittadini in più verrà a conoscenza di questo processo, che già entro l’estate potrebbe portare ad una sentenza d’appello.

Riporto di seguito il testo del video e la parte finale della sentenza (consulta il testo integrale) a carico del senatore Marcello Dell’Utri così come la si legge nelle 1771 pagine di documenti ufficiali del processo di primo grado risalente all’11 dicembre 2004. Una condanna che lascia ben pochi dubbi sulla gravità dei reati di cui quest’uomo è accusato e della complicità prestata, oltre che della consapevolezza riguardo ai fatti, da parte dell’ambiente che lo circondava.

[da pagina 1761 secondo capoverso]

Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata

hanno consentito di fare luce:

sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti

di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate,

Teresi, oltre a Mangano e Cinà),

sul ruolo ricoperto dallo stesso

nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano,

tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama

delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti

imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo

FININVEST;

sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il

quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona,

adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di

Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o

“soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur

conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi

di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo

compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli

“uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo;

sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni

casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per

circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato

l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo

assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta

Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia,

incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche

grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo

dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei

momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST

(come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di

Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso

(come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico

e giudiziario.

Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate

da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di

conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio

Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di

giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale

espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e

prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di

“cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con

la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti

ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel

perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato

sensu, politici.

Non c’è dubbio alcuno, alla luce delle considerazioni che precedono e di

tutto quanto oggetto di analisi nei singoli capitoli ai quali si rinvia, che le

condotte tenute dai prevenuti si sussumono nelle fattispecie previste e

sanzionate dagli artt. 416 e 416 bis c.p. delle quali ricorrono tutti gli

elementi costitutivi.

Ma ricorrono, anche, le contestate aggravanti di cui ai commi 4° e 6°

dell’art. 416 bis c.p.

Ed invero, la sussistenza di tali aggravanti va ritenuta qualora il reato de

quo sia contestato agli appartenenti ad una “famiglia” aderente a “cosa

nostra” od al concorrente esterno, in quanto l’esperienza storica e

giudiziaria consentono di ritenere il carattere armato di detta

organizzazione criminale (Cass. 14.12.99, D’Ambrogio, CP 01,845) e la

sua prerogativa di operare nel campo economico utilizzando ed investendo

i profitti di delitti che tipicamente pone in essere in esecuzione del divisato

programma criminoso (Cass. 28.1.00, Oliveti, CED 215908, CP 01, 844).

TRATTAMENTO SANZIONATORIO

Per quanto attiene alla determinazione della pena, tenuti presenti i

parametri ed i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., le condotte di Gaetano

Cinà, consapevoli e reiterate nel tempo, devono essere sanzionate con una

pena che il Collegio ritiene congruo quantificare in anni sette di reclusione,

in considerazione della continuità del suo apporto a “cosa nostra”, alla

quale è stato organico nei termini sopra evidenziati, dell’importante

risultato, economico e non, conseguito dall’organizzazione, grazie alla sua

costante disponibilità, consistita nel coltivare il suo rapporto di amicizia

con Marcello Dell’Utri anche in una dimensione illecita e funzionale alle

richieste ed esigenze degli uomini d’onore della “famiglia” di riferimento e

dei capi del sodalizio.

(pena così determinata:, anni sei, mesi sei di reclusione per il reato di cui

all’art. 416 bis c.p. aggravato, aumentata di mesi sei di reclusione ex art. 81

c.p.

Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più

severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi

negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto

mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione

mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i

tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla

“vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza

sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a

motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche,

tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni

qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.

Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi

allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato

altrove tutta la sua attività professionale.

Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata

importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente

prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in

relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.

Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel

corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove

a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda

“Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua

amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla

sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda

“Garraffa”.

Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso

l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo

storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale

attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno

eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico

e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero

dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo

ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui

dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata

all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.

(pena così determinata: anni otto e mesi sei di reclusione per il reato

aggravato di cui all’art. 416 bis c.p., elevata di mesi sei di reclusione per

art. 81 c.p.).

I due imputati vanno condannati, altresì, al pagamento in solido delle

spese processuali ed il Cinà Gaetano anche a quelle del suo

mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, nonchè entrambi

vanno dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici ed in stato di

interdizione legale durante l’esecuzione della pena.

Alla condanna consegue per legge e, in ogni caso, anche in relazione

all’intrinseca pericolosità desunta dalle considerazioni che precedono,

l’applicazione a ciascuno degli imputati della misura di sicurezza della

libertà vigilata per la durata di anni due (tenuta presente la gravità dei reati

contestati), da eseguirsi dopo che la pena è stata scontata o è altrimenti

estinta.

Infine, entrambi gli imputati vanno condannati in solido:

al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle

costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di

Palermo, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali

immediatamente esecutive;

al pagamento delle spese processuali sostenute dalle medesime parti

civili che si liquidano in complessivi euro ventimila per il Comune di

Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia di Palermo, somme

comprensive di onorari e spese.

In considerazione della particolare complessità della stesura della

motivazione, dovuta alla gravità delle imputazioni ed alla notevolissima

mole degli atti processuali acquisiti, si indica in novanta giorni il termine

per il deposito della sentenza.

DICHIARA

DELL’UTRI MARCELLO e CINA’ GAETANO colpevoli dei reati loro

rispettivamente contestati e, ritenuta la continuazione tra gli stessi,

CONDANNA

DELL’UTRI MARCELLO alla pena di anni nove di reclusione e CINA’

GAETANO alla pena di anni sette di reclusione ed entrambi, in solido, al

pagamento delle spese processuali, nonché il CINA’ anche a quelle del

proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.

Visti gli artt. 28, 29,32 e 417 c.p.,

DICHIARA

Entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché in

stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena.

APPLICA

A ciascuno degli imputati la misura di sicurezza della libertà vigilata per

la durata di anni due, da eseguirsi a pena espiata.

Visti gli artt. 539 e 541 c.p.p.,

CONDANNA

Entrambi gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle

costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di

Palermo, da liquidarsi in separato giudizio, rigettando le richieste di

pagamento di provvisionali immediatamente esecutive.

Condanna, infine, gli imputati in solido al pagamento delle spese

sostenute dalle medesime parti civili che liquida in complessivi euro

ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia

Regionale di Palermo, somme comprensive di onorari e spese.

Articolo 21 – La camorra? Ha vinto al superenalotto

Articolo 21 – La camorra? Ha vinto al superenalotto.

Scusi, procuratore, io sono un camorrista, e ho letto che per i reati di camorra le cose con le intercettazioni restano uguali…
“Per le cose di camorra, come le chiama lei sì, ma comunque sono diventate più complicate per noi pubblici ministeri. Sarà più difficile la procedura per intercettarla: mi riferisco al Gip collegiale, alle proroghe più ravvicinate, ai termini più ristretti, e comunque lei sa bene che per arrivare alle cose di camorra dobbiamo passare prima per quelle cose che camorra non sono o almeno non sembrano…” Questo è uno dei passaggi salienti del colloquio tra Raffaele Marino, procuratore aggiunto di Torre Annunziata, e un camorrista dell’area vesuviana

Scusi se la disturbo ancora, signor Procuratore, sono quel camorrista che l’ha chiamata in occasione dei decreti sulla monnezza…
Buongiorno signor camorrista, lei ormai è un mio cliente affezionato…mi dica tutto.

Mi serviva il parere di un esperto sulla nuova legge sulle intercettazioni. Mi dicono che posso stare più tranquillo. E’ vero?
Credo che lei abbia fatto l’equivalente di una vincita al superenalotto con questa legge.

Addirittura?
Ma certamente. Adesso noi praticamente non potremo quasi mai piu’ intercettarla, ma soprattutto non potremo intercettare sicuramente i suoi amici, i suoi familiari e tutti quelli che la proteggono…

Quindi per me che sono latitante va benissimo.
Se lei dovesse avere una sentenza di condanna definitiva e darsi alla latitanza potremo individuarla molto difficilmente. Stia tranquillo.

Ma scusi, procuratore, io sono un camorrista, e ho letto che per i reati di camorra le cose con le intercettazioni restano uguali…
Per le cose di camorra, come le chiama lei sì, ma comunque sono diventate più complicate per noi pubblici ministeri. Sarà più difficile la procedura per intercettarla: mi riferisco al Gip collegiale, alle proroghe più ravvicinate, ai termini più ristretti, e comunque lei sa bene che per arrivare alle cose di camorra dobbiamo passare prima per quelle cose che camorra non sono o almeno non sembrano…

Tipo?
Tutte le attività di riciclaggio, tutte le attività di usura, insomma il suo danaro può stare tranquillo nelle sue tasche. Poi, per quelle sommette che lei  ha all’estero può stare ancora più tranquillo perché il nostro Paese non ha ratificato tutte le convenzioni per le squadre investigative europee e per il mandato di sequestro europeo.

E le ammazzatine?
Ah, dica ai suoi killer che neanche la banca dati del DNA hanno costituito. Come pure ci avevano promesso. Quindi anche loro possono stare tranquilli.

Mi sembra troppo bello. Senta un po’, ogni tanto i giornalisti rompono i coglioni, e qualche volta li abbiamo anche tolti di mezzo. Andiamo bene anche con loro?
Anche qui può stare tranquillo. Nessun giornalista più si azzarderà a scrivere un rigo sulle indagini. Hanno fregato anche loro. Ora se scrivono qualcosa prima del dibattimento rischiano munte salatissime. Non solo, ma voi potrete anche chiedere i risarcimenti, perché se scrivono prima del dibattimento violano la legge e devono pagare.

Eccezionale. Chi devo ringraziare?
Alcuni suoi amici forse hanno già ringraziato.

Manifestazione a Palermo per il 19 luglio 2009

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1270:manifestazione-a-palermo-per-il-19-luglio-2009&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Sono passati quasi diciassette anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina. Nonostante la magistratura e le forze dell’ordine abbiano individuato e perseguito numerosi mandanti ed esecutori della strage, rimangono pesanti zone d’ombra sulle entità esterne all’organizzazione criminale Cosa Nostra che con questa hanno deliberato e realizzato la strage stessa.

Per il 19 luglio di quest’anno, sarà una domenica, come 17 anni fa, insieme alle redazioni di http://www.19luglio1992.com e di ANTIMAFIADuemila e a tanti altri amici e compagni di lotta stiamo organizzando, al posto delle solite commemorazioni, una manifestazione popolare articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i Servitori dello Stato che nel corso du questi anni hanno sempre dato il meglio di se’ affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti.
Vogliamo così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio ed assicurarsi così che Paolo sia veramente morto. Vogliamo impedire che si celebrino riti di morte per chi, come Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, sono oggi più vivi che mai.
Se lo faranno grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.
Spero che saremo in tanti, e tutti con una agenda rossa in mano per ricordare i misteri che ancora pesano su Via D’Amelio, i processi che vengono bloccati appena arrivano a toccare gli “intoccabili”, i mandanti di quelle stragi.
Da Via D’Amelio, con quell’agenda in mano, andremo al Castello Utveggio, il posto dal quale una mano, che non era la mano di una mafioso ma di chi con la mafia ha stretto un patto scellerato, ha inviato il comando che ha fatto a pezzi Paolo e la sua scorta.
Vi chiedo di dedicare un giorno della nostra vita a Paolo e i suoi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per noi.
Sarà il giorno di inizio della nostra RESISTENZA,
Una RESISTENZA che sarà fatta di azioni e non solo di parole,
Una RESISTENZA che ci farà riappropriare del nostro paese e del nostro futuro

In questa pagina terremmo costantemente aggiornato il programma delle iniziative per domenica 19 luglio 2009 e daremo tutta una serie di informazioni per chi sceglierà di partecipare con noi alle iniziative che si terranno in particolare a Palermo.

Programma preliminare delle iniziative a Palermo
(il programma definitivo sarà presentato in conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11.30 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, via Maqueda 172)

Sabato 18 luglio 2009

Camminata lungo il vecchio sentiero che conduce al Castello Utveggio su Monte Pellegrino, mattina
Dibattito organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila presso la Facoltà di Giurisprudenza, via Maqueda n°172, ore 20.30

Domenica 19 luglio 2009

Presidio in via D’ Amelio, mattina e pomeriggio
Performance teatrali di Giulio Cavalli e Marilena Monti, mattina-pomeriggio

Manifestazione “Dov’è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino?” (19 luglio 2009)

alt

“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).

Questo evento ha il fine di sollecitare i vertici dello Stato e “coloro che sanno ma non parlano simulando amnesie insensate” a scoprire il velo di mistero e di menzogne che avvolge le stragi del ‘92/’93.
L’ elemento centrale e probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra è la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino che portava sempre con sé e sottratta dalla sua borsa di cuoio il tragico pomeriggio del 19 luglio del 1992, tra le fiamme e lo sgomento dei palermitani.

Sono passati quasi 17 anni da quel giorno e la risposta dello Stato non è altro che un cumulo di lapidi, di vie intitolate a coloro che sono stati proclamati eroi solo dopo la morte e di corone di fiori.

Questo evento si pone innanzitutto un obiettivo concreto: una particolare manifestazione che si terrà il 19 luglio 2009.
Coloro che vi aderiranno scenderanno nelle strade alle ore 18:00 con un agenda rossa tra le mani e si dirigeranno verso il Palazzo di Giustizia delle rispettive città. L’evento principale avrà luogo a Palermo.
Con questo gesto si chiederà giustizia per i familiari delle vittime e per noi tutti cittadini italiani, da troppo tempo inermi e rassegnati dinnanzi ad una verità taciuta dai poteri forti, una verità che potrebbe restituirci quella dignità da troppo tempo negataci, quella fierezza di sentirsi italiani e soprattutto la possibilità di guardare l’immagine di quei volti onesti senza dover abbassare lo sguardo e poter dire “siete morti per noi ma ora quel grande debito lo abbiamo pagato gioiosamente, continuando la vostra opera”.

Vi chiediamo di partecipare se ci credete veramente, se siete stanchi di essere assorbiti dall’omertà e dall’indifferenza che prevalgono in Italia e se siete pronti a “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Noi ci CREDIAMO, come CREDIAMO CHE TUTTI INSIEME, UNITI PER LA STESSA RAGIONE, POSSIAMO COMBATTERE PER RESTITUIRE UN VOLTO NUOVO AL NOSTRO Paese.

La redazione di http://www.19luglio1992.com

Annozero su RAIDUE – Giovedì 11 giugno ore 21.00

Annozero su RAIDUE – Giovedì 11 giugno ore 21.00.

Giovedì 11 giugno ultima puntata della stagione di Annozero prima della pausa estiva. “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, corrotti, concussori nella politica e nell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti e correnti, con la loro guerra per bande”. Sono parole di Enrico Berlinguer, e ad Annozero si parlerà di questione morale e legalità.

Sono ancora all’attenzione del mondo politico? Quando vengono composte le liste elettorali, la moralità è uno dei requisiti richiesti? Le recenti elezioni europee ed amministrative perché non hanno avuto al centro della discussione anche la questione morale, la legalità, la crisi economica, la ricostruzione dopo il terremoto, l’immigrazione? C’era una volta Enrico è il titolo della puntata di Annozero. Ospiti in studio l’on. Luigi De Magistris dell’Idv, il viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, l’on. Niccolò Ghedini del Pdl e il giornalista Antonio Padellaro.

Enrico Berlinguer intervistato da Eugenio Scalfari su La Repubblica, 28 luglio 1981: “I partiti non fanno più politica! La si faceva nel ’45 , nel ’48 e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, scontri di idee ma illuminate da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del Paese e di interpretarla. Oggi non è più così, i partiti hanno degenerato… i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente: idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passioni civile, zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune… I partiti hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai-tv, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il Corriere della Sera cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa faccia una così brutta fine… Il risultato è drammatico. Tutte le ‘operazioni’ che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito e della corrente o del clan cui si deve la carica… La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia di oggi, secondo noi comunisti, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati… Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti.”

Informazione di lotta e di governo – Pressante

Informazione di lotta e di governo – Pressante.

Due eloquenti fuori onda, da Studio Aperto e dal tg5.

Ricordate il servizio sul caso Mills di Studio Aperto in cui il giornalista sbagliò casualmente termine dicendo che Berlusconi fu assolto? Abbiamo le prove che non fu un errore casuale.
Come dimostra il seguente video, il giornalista aveva una parte da recitare e ha studiato per bene il copione prima di andare in onda, concentrandosi molto su quella parola molto importante: assolto.
Berlusconi NON E’ STATO ASSOLUTAMENTE assolto in questa vicenda ma è riuscito a sfuggire alla legge per l’ennesima volta grazie al suo scudo spaziale anche detto Lodo Alfano.

Studio Aperto lo sa bene. Ma è un telegiornale di proprietà del pluri-prescritto.

Come mai i berlusconiani quando si tratta di Murdoch concepiscono l’influenza che il padrone può avere sul giornale, mentre quando si parla del loro vecchietto sono tutte frottole senza senso? Invertebrati Ridicoli.

Buona triste visione.

Tg5

 Il TG5 si auto-censura facendo sparire il risultato del PDL del 2008 rispetto al quale il partito del pluri-prescritto ha perso ben 2 punti percentuali.
Il giornalista, durante il fuori onda, esclama: “Non penserai mica che lo diciamo” riferendosi alla perdita di voti del PDL.

Ecco a voi una prova tangibile della disinformazione di regime che vige in italia:

Pietro Orsatti » Blog Archive » G8 e terremoto – Il Califfo, la Presidentessa e gli sfollati. Il trionfo delle facce toste al convegno dei giovani di Confindustria

http://www.orsatti.info/archives/1446

Definiamoli “dotati di faccia tosta”, e saremmo stati pietosi. Lo show di Silvio Berlusconi, il califfo della Certosa, al convegno dei giovani di Confindustria, a Santa Margherita Ligure in provincia di Genova, ha raggiunto il grottesco quando ha iniziato a parlare del prossimo G8 de L’Aquila di luglio. Ecco le sue dichiarazioni a proposito. Coinvolgendo “i migliori mobilieri italiani”, all’Aquila per il G8 “abbiamo completato 30 appartamenti secondo richieste dei singoli capi di governo. Sono venute le delegazioni ed hanno fatto richieste anche molto particolari”. “Abbiamo fatto tutto e saranno accolti in modo eccellente”, ha aggiunto: “Poi li porteremo in giro per i luoghi del terremoto”. Ecco spiegato perché è stato bloccato l’accesso all’area di Onna (il set preferito del nostro premier) sia ai giornalisti sia a molti lavoratori che stavano lavorando a piccoli cantieri privati. Che nessuno veda il set creato per i Grandi. Che nessuno si stupisca se comparirà un inizio di presunta ricostruzione in carta pesta, e mentre lui coinvolge i migliori mobilieri italiani perché non pensa all’accelerazione delle morti di anziani costretti nelle tende da un decreto confuso, che non prende atto della situazione confondendo emergenza con ricostruzione, come denunciato da un’inchiesta del mensile “Liberetà” che apre uno squarcio sconcertante sulla condizione della popolazione anziana abruzzese, colpita dal terremoto del 6 Aprile scorso e ancora accampata nelle tendopoli allestite dalla Protezione Civile. Caro premier, pensi meno agli stucchi e ai controsoffitti e faccia i conti con la sua scelta di tenere decine di migliaia di persone per mesi all’interno di tende, non tenendo conto di molti fattori ambientali, della composizione anagrafica dei senza casa. Le istituzioni sanitarie, quel poco che è stato messo in piedi dopo il sisma,  stanno facendo fronte ad emergenze inattese con scarsità di personale, mezzi e dotazioni sanitarie.
La  popolazione anziana, secondo “Liberetà”, rappresenta la grande maggioranza delle persone senza casa. Polmoniti, bronchiti, confusione mentale, disidratazione, sono alcune delle patologie che interessano gli anziani nelle zone del terremoto. E il premier ha continuato con alcune battute del teatro dell’assordo: “Entro fine novembre completeremo la consegna delle case agli sfollati.Un miracolo. Siamo sicuri che riusciremo a farlo è una sfida che abbiamo voluto lanciare”. La consegna delle case inizierà “a partire dal 15 settembre”. Prima di tutto si parla non di tutti gli sfollati ma di solo 10.000. Sempre che ci riesca prima delle nevicate e delle gelate, 20.000 persone almeno rimarrebbero senza un tetto sulla testa. E quindi in tenda. La dica tutta, caro Cavaliere. Gli aquilani lo hanno capito benissimo che cosa sta combinando, quale pasticcio mediatico-politico-pecoreccio ha delegato a un pezzo di questo Stato, la Protezione civile, che da “civile” si è trasformata in strumento e macchina di controllo e propaganda e erogazione (in deroga a ogni regola e controllo) di denaro pubblico. Certo, passando quasi indenne (vedremo fino a che punto) dalla congiuntura del voto europeo,lei, caro Cavaliere, si sente abbastanza tranquillo da sparare spacconate (oggi mi sento davvero pietoso e beneducato) sulla tragedia che stanno passando decina di migliaia di suoi concittadini. Ma si sa, un Califfo, un monarca assoluto, simpatico e “birichino” si può permettere tutto, vero? La pensa davvero così?
E andiamo alla seconda faccia tosta della giornata. La celebratissima presidente di Confindustria. Sul vertice all’Aquila del G8 la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che ha preso in gestione il centro della Maddalena destinato originariamente ad ospitare il vertice internazionale, denuncia un grave danno, rispondendo quasi con amarezza al premier Berlusconi che poco prima di lei, dal palco di Santa Margherita Ligure ha sottolineato le qualità della nuova struttura sull’isola sarda. Ed ecco la chicca della giornata. ”Abbiamo fatto i miracoli in Sardegna – ha detto Berlusconi – e abbiamo gia’ un impegno per otto manifestazioni internazionali nel 2010 di cui la prima sara’ un incontro con la Spagna”. La presidente di Confindustria, ha replicato che lo spostamento all’Aquila del G8 seppur importante dal punto di vista simbolico, le ha procurato ”un grave danno economico”. Cara Mercegaglia, detto fra noi chi se ne frega. Si è fatta abbindolare dal venditore di Arcore? Ora si tenga, in silenzio, la fregatura. Farà sicuramente più bella figura.

ComeDonChisciotte – LA RAPIDA CONDANNA A MORTE DEL TERZO E QUARTO POTERE

ComeDonChisciotte – LA RAPIDA CONDANNA A MORTE DEL TERZO E QUARTO POTERE.

DI ALESSANDRO TAURO
alessandrotauro.blogspot.com

Il 15 giugno del 1993 il Senato della Repubblica modificava la nuova legge sull’immunità parlamentare uscita in prima lettura dalla Camera dei Deputati il luglio precedente.
Nella lettura al Senato la legge, che andava a disintegrare ogni retaggio di quella che era l’allora immunità parlamentare, venne completamente stravolta, reintroducendo tante e tante garanzie parlamentari eliminate dai colleghi deputati. Garanzie che ritroviamo ancora oggi, come l’autorizzazione a procedere per gli arresti e le varie richieste preventive per il controllo di posta, telefonate ed altro ancora.

Nel passaggio al Senato il trittico DC, PSI e PLI propose la reintroduzione (poi approvata) dell’autorizzazione preventiva per l’intercettazione delle telefonate e della corrispondenza.
I contrari? Pds, Rifondazione, La Rete, Verdi e Pri. Lo stranoto storico conclave bolscevico. Ma non solo.

Nella foto: Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, 38 anni

A far compagnia a questi “campioni del giustizialismo” c’erano MSI (poi divenuto AN) e Lega Lombarda (in seguito Lega Nord).

Si trattava non di ridurre o vietare lo strumento delle intercettazioni, ma solo di avvisare preventivamente i deputati sottoposti al provvedimento.
Bossi e Fini non ne volevano sentir parlare.
Speroni, allora capogruppo della Lega Nord, nel motivare il suo voto contro l’avviso preventivo, dichiarava: “Per le perquisizioni domiciliari e le intercettazioni non ci deve essere alcun beneplacito se non si vuole che il provvedimento perda efficacia“.

Ora, improvvisamente, non solo è giusto avvisare preventivamente un deputato o un senatore sottoposto ad intercettazione telefonica, ma è ancora più giusto proibire de facto l’utilizzo di questo strumento.

318 sì, 224 no. Questi i numeri utili sull’approvazione del disegno di legge che limita drasticamente l’uso e la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Utili perché in essi è racchiusa la scomoda verità dei 21 deputati dell’opposizione favorevoli al provvedimento. Voto favorevole che era legato alla dichiarazione di fiducia al governo. Uno straordinario segnale.

Il segnale è ancora più straordinario se si pensa che poche ore prima i capigruppo Soro (PD), Donadi (IDV) e Vietti (UDC) avevano scritto una lettera congiunta al Presidente Napolitano per segnalare la privazione dei poteri parlamentari attraverso l’uso sistematico della fiducia.

I franchi tiratori dell’opposizione sono ben noti, in ogni caso. E’ sufficiente leggere la dichiarazione di Vietti sulla fiducia per capire dove cercarli…
Porre la fiducia in questo momento è profondamente sbagliato. Il Parlamento viene umiliato per l’ennesima volta e si impedisce a chi non era contrario a modificare l’attuale disciplina sulle intercettazioni, come l’Udc, di dare un contributo“.

Enigma risolto. E sono stati sufficienti 2 minuti di ricerca e lettura. E un brevissimo nesso logico con la vicenda dei 3 parlamentari UDC indagati per concorso in corruzione e favoreggiamento ad organizzazione di stampo mafioso: Salvatore Cuffaro, Salvatore Cintola e Saverio Romano.

I punti chiave del provvedimento parlano da soli:

  • Divieto di intercettazioni per reati con pene sotto i 5 anni, per i reati con pene al di sopra è necessario possedere “evidenti indizi di colpevolezza“. Ovvero ciò che basta per procedere ad un arresto (e probabilmente ad una condanna). Le intercettazioni diventano insomma uno svago di qualche magistrato curioso che non sa come ammazzare il tempo libero.
  • Fanno eccezione le intercettazioni per mafia o terrorismo, per cui bastano “sufficienti indizi di reato”. Ma come ben sappiamo nella stragrande maggioranza dei casi si finisce per incriminare qualcuno di mafia o terrorismo una volta che li si è intercettati per reati legati a rapina, spaccio di droga, ricettazione, estorsione
  • Le intercettazioni raccolte per il reato A non potranno essere utilizzate per un procedimento relativo al reato B. Quindi se un PM intercetta qualcuno per spaccio, deve sperare che l’ascoltato non sia anche un serial killer, perché se ciò emergesse dalle intercettazioni, non potrebbe fare assolutamente nulla.
  • Divieto di pubblicazione dei nomi dei magistrati inquirenti e giudicanti, così come per i PM è vietato il rilascio di dichiarazioni sul procedimento affidatogli. Pena: rimozione e denuncia per “rivelazione del segreto d’ufficio”.
  • Divieto di pubblicazione delle intercettazioni, anche non segrete, finché non è terminata l’indagine preliminare, che quasi sempre dura qualche anno. Le pene per i giornalisti che non si atterranno al divieto sono: interdizione dall’albo per tre mesi e carcere da 6 mesi a un anno.
    Come se questo non fosse sufficiente, è prevista una multa che va da 64.500 a 465.000 euro per gli editori che permettono un tale “affronto alla censura”. Un enorme incentivo per i proprietari dei quotidiani a mettere bocca sulle libere scelte editoriali dei giornalisti.
  • Limite di intercettabilità di un indagato: 60 giorni di tempo. Allo scadere del sessantesimo giorno l’ascolto terminerà obbligatoriamente. Un espediente per aumentare la suspense nel lavoro del magistrato inquirente.

Ma di chicche ce ne sono tante altre ancora.

E’ difficile esprimere un giudizio su un provvedimento simile che non necessiti di parole “scontate” come censura, bavaglio alla libertà di informazione, controllo dall’alto, criminalizzazione di magistrati e giornalisti e regalo per il crimine.
Perché oltre alla censura giornalistica, al bavaglio e alle pene spropositate per le violazioni, qui si parla di un enorme terribile segnale in termini di contrasto alla criminalità. Organizzata o disorganizzata che sia.

Basti pensare agli orrori della clinica Santa Rita di Milano, alle partite truccate di Calciopoli, al terribile caso del sequestro di Abu Omar, le scalate dei furbetti del quartierino, a Vallettopoli, ai reati da puttaniere truffatore contestati al signor Di Savoia (puro fascismo chiamarlo “principe”), all’affare Total, all’indagine Why Not, alle tangenti Inail.
Nulla di tutto questo sarebbe mai e poi mai emerso se questa legge fosse stata in vigore.

E il clou dello stupro della Caffarella. Gli innocenti Loyos e Racz sono stati catturati ed incriminati grazie ai “classici metodi d’indagine” tanto esaltati dal governo. I due veri stupratori sono stati individuati grazie alle intercettazioni. Se non fosse stato per queste, starebbero ancora a piede libero.

Ma questa osservazione pochissimi italiani potranno farla. Gli altri sono già passati ad interessarsi ad un nuovo tormentone. E quando ritornerà la psicosi “rumeni”, il tema intercettazioni sarà già passato di moda… Alessandro Tauro
Fonte: http://alessandrotauro.blogspot.com/
Link: http://alessandrotauro.blogspot.com/2009/06/la-rapida-condanna-morte-del-terzo-e.html

PI: Chiuso per rettifica

PI: Chiuso per rettifica.

Roma – Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere “chiusa per rettifica”. È questo il senso di quanto è accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell’approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l’idea – di cui si è già discusso sulle colonne di questa testata – di obbligare tutti “i gestori di siti informatici” a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Non dar corso tempestivamente all’eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di “gestore di sito informatico”: la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.

Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell’analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.

Provo a riassumere le ragioni di un giudizio tanto severo.
L’intervento normativo in commento mira, nella sostanza, a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione di informazioni online – avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale – la vecchia disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell’8 febbraio 1948 e, in particolare, il suo art. 8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti nel nostro ordinamento con tale legge: l’obbligo di rettifica.

La legge sulla stampa, tuttavia – come probabilmente è noto ai più – costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente in seno all’assemblea costituente ormai oltre sessant’anni fa ed ha, pertanto, già mostrato in diverse occasioni un’evidente inadeguatezza a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti. Si tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento di “aggiornamento” urgente, competente ed approfondito o, piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più grandi rivoluzioni del mondo dell’informazione nella storia dell’uomo. Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo.

Ma c’è di più.
Sono anni che si discute ad ogni livello – nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento ed a Palazzo Chigi – della possibilità e opportunità di estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare, le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura e condivisa.

La brutta ed ambigua riforma dell’editoria introdotta con la legge n. 62 del 2001, il famoso DDL Levi ribattezzato l’ammazza blog presentato e poi ritirato, il DDL Cassinelli ovvero il “salvablog” tuttora in attesa di essere discusso alla Camera dei Deputati e la “storica” condanna dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli ultimi anni, alimentato – in Rete e fuori dalla Rete – un dibattito complesso ed articolato senza vincitori né vinti. L’entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una volta per tutte, che la disciplina sulla stampa – o almeno una parte importante di essa – si applica a qualsiasi forma di comunicazione e diffusione di informazioni nel cyberspazio.

Difficile resistere alla tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile la scelta del legislatore che è entrato “a gamba tesa” in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e questioni e che ora rischia di infliggere – non so dire se volontariamente o inconsapevolmente – un duro colpo alla libertà di manifestazione del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti e dinamiche.
Nel Palazzo, domani, qualcuno – nel tentativo di giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet – dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o ritenuti lesivi dell’altrui reputazione o onore. Libertà fa rima con responsabilità è il ritornello che sento già risuonare nel Palazzo.

Il problema non è, tuttavia, il ritornello che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato. Provo a riassumere il mio punto di vista.

The web is not the press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è, pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione online la speciale disciplina dettata per l’informazione professionale. Dovrebbe essere evidente ma così non è. Gestire le richieste di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito è un’attività onerosa che mal si concilia con la dimensione “amatoriale” della più parte dei blog che costituiscono la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o, piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico e sociale e, come tali, insuscettibili di “disturbare” chicchessia. Allo stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l’autore del contenuto la veridicità dell’informazione diffusa e, quindi, l’effettiva sussistenza o meno dell’azionato diritto di rettifica.

Risultato: o si doterà – peraltro non a costo zero – di una struttura idonea a pubblicare d’ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora, deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della rettifica stessa.

Sembra, in altre parole, evidente che la nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato quello di abbattere sensibilmente la vocazione all’informazione diffusa che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero libero – o quasi-libero – di divulgazione di quello straordinario patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche cartacee, radiofoniche o televisive che siano. Da domani, quindi, i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire la loro ed ad altrettanti “giornalisti diffusi” di raccontare storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace.

Ma c’è ancora di più.
Il senso dell’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l’esigenza di “rettificare” un’informazione diffusa da un giornale non potrebbe farlo o meglio resterebbe esposto all’arbitrio del direttore della testata, libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica. Non è così, tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove – salvo eccezioni – chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per replicare e/o rettificare l’altrui pensiero. È questo il bello dell’informazione non professionale online ed è questa una delle ragioni per le quali l’informazione in Rete è – sebbene ancora per poco – più libera di quanto non lo sia quella tradizionale.

E per finire, dopo il danno la beffa.
Mentre, infatti, la nuova legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti: primo tra tutti l’insequestrabilità di ogni contenuto informativo diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale. In questo modo si sarebbe, almeno, potuto dire “onori e oneri” mentre, così, l’informazione in Rete finisce con l’essere svilita ad un’attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella più parte dei casi, non retribuita affatto. Basterà la passione ad indurre i protagonisti del cosiddetto web 2.0 a resistere anche a tale ulteriore aggressione o, questa volta, getteranno la spugna consegnando la Rete ai padroni dell’informazione di sempre?
Chiediamocelo e, soprattutto, chiediamolo a chi ha voluto questa nuova inaccettabile legge ammazza-Internet.

Guido Scorza

IL DIRITTO DI SAPERE: NON SI BUTTA VIA NIENTE

IL DIRITTO DI SAPERE: NON SI BUTTA VIA NIENTE.

Un team di ricercatori argentini guidati dal chimico Rodolfo Segovia, laureato nell’università della Plata Buenos Aires, ha sviluppato un composito di microrganismi che decompongono la materia organica in un massimo di 20 giorni, una formula che accelera i processi naturali di biodegradazione.
Questo composito è stato testato in uno stabilimento di riciclaggio dei rifiuti nella città di Gualeguay.

La formula, il cui nome commerciale Starter Z001, è stata testata per più di vent’anni e, dal settembre scorso, si applica in questa città che fino allora gettava tutti i suoi scarti in una discarica a cielo aperto situata a pochi metri dalla costa.

Il processo ha avuto precedenti prove sperimentali nei municipi di Las Heras, Mendoza; Villa Giardino, Cordova; e Luján, Provincia di Buenos Aires.

UN ALTERNATIVA ALLE DISCARICHE A CIELO APERTO.

Per velocizzare il processo di biodegradazione a bassa temperatura, il team di Segovia ha isolato i microrganismi più efficienti per la decomposizione dei rifiuti organici, questi sono dei batteri e funghi che risiedono nel suolo e si attivano a meno di 40 gradi.

L’obiettivo della formula è riciclare i rifiuti organici: cibo, rifiuti forestali, ecc, ossia materiali che rappresentano più della metà dei rifiuti generati dalle zone urbane, e trasformarli in un fertilizzante organico biologico di qualità senza generare gas tossico o percolato.

Il nuovo sistema si presenta come scelta alternativa ecologica alle discariche a cielo aperto, inceneritori, sotterramento dei rifiuti. Poiché si attiva a meno di 40 gradi, il pool di microrganismi agisce senza alzare la temperatura ne emanare gas tossici come il metano e biossido di carbonio.

Poiché il processo non dura più di 20 giorni, i metalli, come le batterie, non sono corrosi e quindi non generano percolato ha spiegato a CriticaDigital il chimico Santiago Ascheri laureato nell’università di Cuyo e ricercatore del Gruppo guidato da Segovia nei centri di ricerca a San Luis.

La velocità del processo di biodegradazione evita l’emissione di cattivi odori e la proliferazione d’insetti e roditori.

L’impianto pilota di Gualeguay possiede delle terre in cui si è coltivata della soia: metà delle piante sono state arricchite con il compost che emerge dal trattamento dei rifiuti e l’altra metà senza.

Il centro regionale di ricerca dell’università nazionale di Cuyo, l’istituto Nazionale tecnologico agricola, l’università di Lujan e l’università di Buenos Aires sono stati gli enti che valutarono il composito.

“Su tutti i test realizzati, i risultati sono stati più che soddisfacenti”, ha detto Ascheri.

A Gualeguay sono stati più entusiasti e hanno riferito che le piante concimate con il compost prodotto dal processo di biodegradazione sono cresciute un 30% in più delle altre.

RICICLARE SENZA ODORE:

I benefici sono evidenti, ha detto il ricercatore, inoltre ha spiegato che i rifiuti solidi si riducono del 50% e l’altro 50% è riciclabile, carta, plastica, vetro, non dovrebbe rimanere nulla da bruciare o sotterrare.
La materia organica si biodegrada in tempo record un massimo di 20 giorni e non più in mesi in una normale biodegradazione.

La soia che hanno seminato nella terra arricchita con questo compost è cresciuta un 30% in più, nell’agenda dei ricercatori ci sono diversi appuntamenti con sindaci di Buenos Aires e di paesi come Chile, Messico, che guardano con interesse, lo sviluppo dell’impianto pilota.

http://www.criticadigital.com/

Blog di Beppe Grillo – La Rete rettificata

Blog di Beppe Grillo – La Rete rettificata.

Mimun_Santoro.jpg

Il disegno di legge sulle intercettazioni può far chiudere la Rete. Se questo succederà, la responsabilità di ciò che verrà dopo sarà del Governo e del Parlamento. La Rete è lo strumento, lo spazio, il media che ha permesso a milioni di italiani di credere a un cambiamento democratico. Di illudersi di essere cittadini e non sudditi. Senza la Rete, con le televisioni e gran parte dei giornali in mano allo psiconano e ai suoi amici piduisti e mafiosi questo Paese si avvia verso una dittattura senza controllo e dagli esiti sociali imprevedibili.
I gestori di siti informatici dovranno procedere entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato. Non dar corso alla richiesta da parte di blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e di chiunque sia definibile “gestore di sito informatico” avrà come conseguenza una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire. Si potrà richiedere a questo o a un altro blog, per ogni commento, per ogni video pubblicato su YouTube, per ogni fotografia, una rettifica. Più informazione pubblichi, più rettifiche puoi ricevere e dover pubblicare. Ci potrebbe essere il caso di chi invia un commento con un nickname e poi chieda lui stesso la rettifica.
E’ una legge insensata e chi l’ha scritta è un analfabeta di Internet o uno che vuole metterle il bavaglio. I blog di liberi informatori come Martinelli o Byoblu chiuderanno dopo le prime multe e con loro centinaia di altri. Solo per gestire le richieste di rettifica entro 48 ore dovrei assumere 10 persone, e forse non sarebbero sufficienti. In un anno dovrei pagare probabilmente alcuni milioni di euro di multa. Una legge che non esiste neppure in Cina o in Birmania, concepita per fottere la libertà di espressione. Se passa, sarà la morte della blogosfera italiana. Se dovesse avvenire non dimenticheremo chi l’ha firmata, chi l’ha votata e chi, eventualmente, la controfirmerà. La Rete non è un ballo delle debuttanti, questi golpisti se ne accorgeranno. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Leggi l’articolo di Punto Informatico.

Antimafia Duemila – ”Il Ddl Alfano ferma la meta’ dei processi”

Antimafia Duemila – ”Il Ddl Alfano ferma la meta’ dei processi”.

Intervista di Alberto Gaino a Gian Carlo Caselli – 12 giugno 2009
Il procuratore capo: “Vallette, una polveriera”
«Con la nuova legge in cella non finiranno grandi criminali ma pesci piccoli»

Gian Carlo Caselli ha chiesto all’ufficio di calcolare gli effetti del disegno di legge sulle intercettazioni approvato l’altro ieri alla Camera: «Il 50 per cento dei procedimenti torinesi si dovrà fermare. Purtroppo il dato di cui dispongo non è disaggregato per tipologia di reato. Ma, siccome le intercettazioni per mafia e terrorismo proseguiranno quasi tutte, è di evidenza che la percentuale del 50 per cento è destinata salire per tutti gli altri fascicoli aperti per omicidio, stupro, rapina, pedofilia e corruzione. I nostri governanti parlano tanto di sicurezza, il risultato è la produzione di insicurezza».

C’è comunque una logica?
«Senza intercettazioni i grandi delinquenti resteranno impuniti e il carcere continuerà a riempirsi di persone che hanno commesso reati molto meno gravi per cui le intercettazioni non servono».

Il carcere, più che un luogo di detenzione, sembra essere diventato una discarica umana.
«Intanto c’è da osservare che le strade percorse dal legislatore in questi ultimi tempi portano ad affrontare tutti i problemi di maggior e minore disagio con lo strumento penale, incluso il carcere: dalla scritte sui muri alle donne per strada, dalle violenze negli stadi all’immigrazione clandestina. Magari è così solo di facciata, in ogni caso non si danno risposte efficaci ai problemi. E così si riempie il carcere di tossicodipendenti e folli con il venir meno del welfare. Così si ritiene di poter affrontare il problema complesso della migrazione. Sappiamo trovare soltanto risposte repressive e non mirate sui casi gravi. Rispetto all’efficacia i dati sono eloquenti.

Quali dati?
«Nel mese di maggio sono entrate in carcere, a Torino, 513 persone che a fine mese si erano ridotte a 53. Gli arresti facoltativi erano stati 210 e 74 quelli relativi alla legge sull’immigrazione. Tutti detenuti per poche ore e giorni, per cui scatta un meccanismo complicato e costoso: immatricolazione, visita medica, colloquio psicologico, esami ematochimici ed ematologici di screening, fornitura di gavette e coperte. Si è così pensata una soluzione, affidata al prefetto Padoin: la ristrutturazione delle camere di sicurezze delle aule bunker alle Vallette, gestite dalle forze dell’ordine, insieme all’amministrazione penitenziaria, sino al processo per direttissima e al successivo ingresso in carcere di quel 10 per cento che risulta dalle statistiche».

Stiamo parlando di un carcere con sempre meno risorse, come accade per l’intera amministrazione pubblica. Di un carcere che potrebbe esplodere con una media di 1650 detenuti.
«Si tratta di una struttura in cui convivono più carceri: quello “fiumana” di chi entra ed esce sovraffollando le sezioni dei nuovi giunti, la palestra. Con la soluzione delle camere di sicurezza si può limitarne l’ingresso restituendo dignità ad un ambiente di detenzione invivibile. Altra problematica acuta la condizione di chi attende il giudizio: di indeterminatezza e scarse relazioni rispetto a cui si hanno meno strumenti di intervento e dove si realizza il carcere dell’ozio che porta all’80 per cento dei gesti di autolesionismo. In queste condizioni solo la professionalità del personale di custodia e l’aiuto del volontariato evitano che il carcere esploda».

Muammar Al Tappon – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Muammar Al Tappon – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Un solo paese, nel mondo libero, poteva riservare gli onori di Stato a una tetra macchietta come il colonnello Gheddafi: il nostro. Un solo premier, nel mondo libero (anzi, semilibero), poteva non solo accogliere nelle più alte sedi istituzionali, ma addirittura baciare con trasporto un soggetto che fino a qualche anno fa foraggiava gruppi terroristici, cacciava ebrei, faceva abbattere aerei di linea come piccioni (Lockerbie, 270 morti), approntava armi di distruzione di massa (vere), bombardava l’Italia senza neppure centrarla: il nostro. Del resto, dal punto di vista coreografico, c’è un solo un leader al mondo che rivaleggi con Muammar Al Tappon quanto a ridicolaggine, tintura, fard, ombretto, per non parlare del corteo di «amazzoni», versione tripolina delle veline di Villa Certosa.

Anche la concezione che i due hanno della democrazia è piuttosto simile, anche se milioni di gonzi italo-padani si erano illusi che Al Tapone fosse almeno uno sfegatato filoamericano, punta di diamante dell’«alleanza contro il terrorismo». Vederlo baciare chi sostiene che «bisogna capire le ragioni del terrorismo» e paragona gli Usa a Bin Laden e sentire Schifani definirlo «uomo di Stato» potrebbe creare qualche spaesamento in un elettorato minimamente avveduto. Dunque non quello del Pdl, che digerisce tutto, anche il fard. Ottimo, come sempre, il Pd che è riuscito a dividersi anche su Gheddafi, grazie all’encomiabile apporto di Mohammed Al Dalemah e del fido Alì Lah Torr, che hanno invitato il colonnello a concionare in Fondazione Italianieuropei. Ribattezzata per l’occasione Beduinieuropei.

Antimafia Duemila – ”Ddl intercettazioni compromette lotta mafia”

Antimafia Duemila – ”Ddl intercettazioni compromette lotta mafia”.

“In Commissione Antimafia è emerso chiaramente che questa legge danneggia l’efficacia delle indagini e quindi la repressione del fenomeno mafioso”.
Lo sottolinea il senatore del Partito Democratico, Giuseppe Lumia, commentando l’approvazione alla Camera del Ddl sulle intercettazioni telefoniche su cui il Governo ha posto la fiducia. “In apparenza – spiega l’ex presidente della Antimafia – sembra non riguardare i reati di mafia. Nella sostanza complica e limita il ricorso all’utilizzo delle intercettazioni e riduce l’ambito di manovra degli investigatori, compromettendo il buon esito delle indagini”.

La tassa occulta del nucleare

La tassa occulta del nucleare.

Cento milioni di euro. Questa la cifra che sarà prelevata dal 1 gennaio 2009 dal finanziamento che ogni famiglia italiana paga, grazie ad una tassa sulla bolletta elettrica, per garantirsi la sicurezza di non essere contaminata dai 28.000 metri cubi di scorie radioattive ereditate dalla stagione nucleare degli anni ’60. L’idea è di un deputato del PDL, tale Zanetta, e del suo emendamento al Ddl 1195, il Disegno legge che ripaprirà la stagione nucleare italiana. Disegno legge che attende solo il terzo ed ultimo passaggio parlamentare per diventare legge di stato. Scippo dei soldi compreso.

L’emendamento, che non centra niente con quel progetto, serve a creare surrettiziamente una tassa occulta deviando un finanziamento che dal 2000 ad oggi ha visto arrivare nelle casse della società deputata a smantellare il nostro sistema nucleare, la Sogin, ben 1.092,2 milioni di euro. Tanti soldi che…

in un momento di crisi fanno gola e che da gennaio 2009 – questo dice l’emendamento Zanetta – saranno usati per rimpinguare il bilancio dello Stato. Un’ottima pubblicità per un governo che da sempre dice di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani.

L’idea che ha avuto Zanetta non è però originale. Il padre di questa idea “creativa”, cioè usare i soldi dati per un particolare progetto per rimpinguare le casse dello Stato, l’ebbe il ministro Giulio Tremonti nel 2005. Era l’anno del famoso taglio delle tasse promesso da Berlusconi e in qualche maniera si doveva recupera almeno in parte le entrate mancanti. Lo strumento usato fu la Finanziaria, che deviò il finanziamento per lo smantellamento nucleare nel bilancio statale (articolo 1, comma 298). In pratica, ciò che sta rifacendo oggi Zanetta.

Quella del 2005 fu una Finanziaria di dolorosi tagli, tanto che non solo si ridussero i soldi dei ministeri così da avere “una minore spesa pari a 700 milioni di euro per l’anno 2005 ed una minore spesa annua di 1.300 milioni di euro a decorrere dall’anno 2006”, ma si aumentarono anche alcune imposte indirette come “gli importi fissi dell’imposta di registro, della tassa di concessione governativa, dell’imposta di bollo, dell’imposta ipotecaria e catastale, delle tasse ipotecarie” – alla faccia delle promesse Berlusconiane – cosi da recuperare, solo per il 2005, ben 1.120 milioni di euro. Infine si cercarono dei “tesoretti” nascosti.

Oggi si parla di conti dormienti, ma nel 2005 si pensò al “tesoretto” che era stato raccolto nelle casse della Sogin. Nemmeno un prelievo “una tantum”, ma una disposizione annuale. La cosa incredibile è che nel 2006, con al governo il centro sinistra, quella disposizione non fu abrogata, ma ci si aggiunsero altri 35 milioni di euro! Insomma: nel 2005 i milioni erano 100, ma a partire dal 2006 divennero 135.

L’unico che prese carta e penna per denunciare questi fatti fu il presidente dell’Autorità Elettrica, che scrisse ben due volte al Parlamento perché abrogasse queste disposizioni. Secondo Ortis quegli articoli prevedevano “accanto ad una componente parafiscale (quella degli oneri di sistema) un vero e proprio prelievo di tipo fiscale, di natura sostanzialmente occulta poiché non realizzato attraverso un provvedimento di carattere esplicitamente tributario, ma agganciando una parte del gettito dovuto al bilancio ad un prelievo di altra natura”.

Una denuncia che il Parlamento non accolse. Né quello di centro destra, ne quello di centro sinistra. La conseguenza fu che a partire dal 2006 – per coprire l’ammanco nei conti della SOGIN – l’Autorità elettrica fece l’unica cosa possibile: aumentò quella tassa che provocò nel 2006 un onere addizionale pari a oltre lo 0,4% sulla bolletta elettrica. Una bella cifra in un anno che vedeva l’inflazione aumentare del 1,2%.

Sino al 2008 questa tassa occulta si è rivelata un regalo da parte delle famiglie italiane al governo di 600 milioni di euro e dopo 4 anni, grazie all’onorevole Zanetta, quell’idea creativa viene aggiornata. Lo si fa riscrivendo proprio l’articolo del suo maestro Tremonti. In pratica andando a cambiare quel comma si avrà una Finanziaria 2005 contenente una norma… che inizierà ad avere effetto solo 4 anni dopo! Un assurdità legislativa se si pensa che le disposizioni delle Finanziarie regolano anno dopo anno l’attività patrimoniale dello Stato.

La cosa incredibile è che il Ddl 1195 dice esplicitamente che la Sogin sarà smembrata e che nascerà una nuova agenzia governativa nucleare che si occuperà di tutto, smantellamento compreso. Il disegno parla però solo degli impianti nuovi e non dice cosa si farà delle vecchie scorie e dei vecchi impianti e, soprattutto, se sarà la nuova Agenzia ad occuparsene. A quanto pare l’unica preoccupazione è stata quella di chiudere la Sogin e arraffare una buona pare dei soldi per lo smantellamento.

Ad oggi l’unica certezza è che ci ritroveremo delle nuove centrali nucleari in casa quando quelle vecchie non sono ancora state smantellate e una bolletta elettrica che sicuramente aumenterà perché i soldi per controllare quei vecchi siti, anche se non si sa chi li controllerà, da qualche parte devono venire fuori. Come devono saltare fuori i 135 milioni per i Bilanci governativi.

I tagli alle risorse e alle intercettazioni costringono alla fretta – Pietro Orsatti

I tagli alle risorse e alle intercettazioni costringono alla fretta – Pietro Orsatti.

– Mentre entra in fibrillazione Tremonti e immobilizzano l’Antimafia
di Pietro Orsatti su Terra

l caldo, l’avvicinarsi delle ferie, non cancellano la cappa di tensione e incertezza che domina da mesi. La sensazione impalpabile che possa da un lato frantumarsi un equilibrio consolidato – la presunta tregua armata fra i clan di , che almeno impedisce ulteriori spargimenti di sangue – e dall’altro, sul piano politico, che si stia verificando una vera e propria resa dei conti con obiettivo l’intero impianto giudiziario dell’Antimafia. I recenti omicidi nel palermitano, un’ondata di atti intimidatori in tutta la provincia, il ritrovamento poche settimane fa di un arsenale e di un “tesoretto” di una decina di milioni di dollari falsi: tutti che svelano una situazione che il procuratore aggiunto Ingroia ha definito «di fibrillazione». Poi due giorni fa, diretta conseguenza delle dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino e dal coimputato Gianni Lapis sulla vicenda del cosiddetto “tesoro” messo in piedi da don Vito – il sindaco del sacco di -, è arrivata la notizia che la procura ha inviato avvisi di garanzia a quattro senatori siciliani perché ritenuti coinvolti. Sono Carlo Vizzini (Pdl), Saverio Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola (Udc). Un terremoto, non solo in .
Vizzini si è dimesso dalla commissione parlamentare Antimafia (ma non dalla presidenza di quella sugli Affari costituzionali). Da tempo si era a conoscenza che il figlio di don Vito, Massimo, stava coinvolgendo alcuni esponenti politici siciliani già attivi all’epoca e contemporaneamente stava svelando alcuni retroscena, confermando i sospetti di molti, della presunta trattativa fra e tra il 1992 e il ’93. E non solo, il dichiarante Ciancimino continua a parlare a ma anche a , davanti al pm Tescaroli, sulla vicenda Ior nell’ambito dell’ sulla morte di Roberto Calvi. Tornando a , la situazione in cui versano le forze dell’ordine, anche i reparti cosiddetti di punta come la “Catturandi” e la mobile impegnati direttamente nella lotta alle cosche, è drammatica: hanno risorse limitatissime per effetto dei tagli operati da Tremonti la scorsa estate e dello stornamento di fondi indirizzati prima a reparti dell’esercito nelle città e poi alle cosiddette ronde volontarie.
Stiamo parlando, per fare un esempio, delle tante difficoltà, di gran parte del parco macchine in dotazione fermo nei garage perché senza manutenzione o la possibilità di riparazioni o di recuperare pezzi di ricambio.
Inoltre, con l’avvicinarsi della delle proroghe e di nuove (se non in caso, ricordiamo, di conclamata appartenenza alla criminalità organizzata dell’intercettato) molte indagini importanti rischiano la chiusura, comprese quelle sull’individuazione delle reti di protezione di pericolosi come , reti ovviamente costituite da soggetti non riconducibili direttamente a e quindi non indagabili attraverso il modulo previsto dal ddl del ministro . Una situazione che spinge magistratura e forze dell’ordine ad agire in fretta, con le poche risorse che i tagli e il ddl hanno lasciato.
E questa la chiamano .

politicamentecorretto.com – VOTI RADDOPPIATI A PRAGA – Altre “anomalie” in Europa….. e in Italia ?

Si tratta forse di brogli elettorali?

politicamentecorretto.com – VOTI RADDOPPIATI A PRAGA – Altre “anomalie” in Europa….. e in Italia ?.

103 per cento

Facendo un’analisi piu’ attenta, ci siamo accorti che nella Circoscrizione III (votanti per l’Italia centrale) della Repubblica Ceca, il senso civico dell’elettorato raggiungeva punte invidiabili, avendo li’ votato il 103% degli aventi-diritto. Per chi aveva votato la parte “fantasma” ? Pdl.

http://europee2009.interno.it/europee/euro090607/EE3225.htm

Questo, confrontato con altri dati europei, ad esempio la Bulgaria dove ha votato il 100% degli iscritti (premettiamo che all’estero la percentuale raggiunge, per le europee, mediamente il 20)

http://europee2009.interno.it/europee/euro090607/EE3224.htm ,

e vedendo anche PER CHI si era votato in Bulgaria, ci ha fatto riflettere ancor di piu’.

In Lettonia ha votato il 100 %, dimostrando anche li’ enorme senso civico! Per chi avranno votato ?

http://europee2009.interno.it/europee/euro090607/EE0255.htm

A Cipro ha votato quasi il 70% degli aventi diritto, quasi come Roma ! E per chi ?

Abbiamo immediatamente scritto al Consolato di Praga, siamo in attesa di risposte ufficiali.

Ci chiediamo inoltre dove possa essere avvenuto il piccolo “errore”. Non qui a Praga e Brno, sicuramente, dove i Presidenti di seggio hanno sigillato dei verbali firmati da tutti i componenti del seggio stesso nonche’ dai rappresentanti di lista.

Probabilmente neanche a Castlnuovo di Porto, dove i voti sono stati scrutinati, perche’ li’ erano presenti anche i rappresentanti di lista. L’errore dovrebbe quindi, per esclusione, essere avvenuto dopo, e cioe’ in fase di inserimento dei dati ? Ma, se e’ cosi’, per QUANTE SEZIONI si puo’ aver sbagliato ? La risposta potrebbe essere davvero inquietante.

La verità è eversiva e alla Mediaset non se la possono permettere

ComeDonChisciotte – RISOLVERE IN MODO SEMPLICE E FACILE L’ODIERNA CRISI ECONOMICA

ComeDonChisciotte – RISOLVERE IN MODO SEMPLICE E FACILE L’ODIERNA CRISI ECONOMICA.

STEPHEN LENDMAN
Global Research

Spesso le idee migliori sono le più semplici e se questo si applica alla crisi economica globale la soluzione è più semplice di quanto non si immagini. Il nodo Gordiano, in realtà, è avere la volontà politica di risolverla. Persino nodi cosi grandi possono essere sciolti con un colpo deciso. Come nell’epica soluzione Alessandrina quando, con un colpo di spada, Alessandro Magno tagliò il nodo a metà. Applicare tale metafora alla crisi economica globale significa affrontarla con politiche efficaci e non con quelle che stanno distruggendo sia gli Stati Uniti che altri paesi del mondo.

L’economista Michael Hudson spiega che ” è stata la leva del debito a causare l’attuale collasso globale” e continuare ad accatastare debito su debito (“Il Piano di Risanamento verso l’Inferno”, come lo chiama lui) non fa che peggiorare le cose, specialmente per il modo in cui ciò viene implementato:

— negli Stati Uniti dal cartello di banche private che fanno capo alla Federal Reserve e che salva e arricchisce i propri membri, il maggiore dei quali si chiama Wall Street;

— dal dipartimento dell’Economia che ha fatto esattamente la stessa cosa. Ha lasciato che il debito pubblico assumesse dimensioni stratosferiche confermando quanto affermato da Adam Smith in “The Wealth of Nations” [La Ricchezza delle Nazioni, n.d.t.] ovvero che nessun paese ha mai pagato i suoi debiti, e certamente non quelli di stati controllati da un cartello di banche private. Ed è proprio qui che risiede il problema altrimenti facilmente risolvibile con un colpo deciso, che non può avvenire se non sotto pesante pressione da parte dell’opinione pubblica.

Questa è la ragione per cui questo articolo è stato da me scritto e ispirato dal lavoro di altri. Mi riferisco all’economista Michael Hudson, a Michel Chossudovsky editore di Global Research, nonché alla famosa autrice e scrittrice Ellen Brown per il suo straordinario libro “Web of Debt” [La Ragnatela del Debito, n.d.t.] e per la sua trattazione in “Cash-Starved States Need to Play the Banking Game” [Gli Stati Affamati di Contante Devono Partecipare al Gioco Bancario, n.d.t.]. Ricordo infine lo stato del Nord Dakota.

Effettuata a livello statale o federale può non solo salvare l’economia dalle pratiche predatorie di Wall Street ma eliminare il ‘debt overhang’ [situazione nella quale il debito eccede la capacita di essere ripagato, n.d.t.], ridurre il debito, finanziare prosperità sostenibile e priva di processi inflattivi. Non è sogno, ma è realtà. E’ gia accaduto e può accadere ancora.

In breve, secondo Hudson: “essere asserviti al debito esclude la spesa per beni e servizi e impedisce il rilancio economico. La deflazione debitoria precipita l’economia e concentra ulteriormente la ricchezza nelle mani del 10% più ricco della popolazione (in particolare quell’1% più in alto) che opera nel settore finanziario”.

Successivamente l’economia collassa e mentre Wall Street ne beneficia supportata da amministratori pubblici corrotti al servizio della parassitaria Federal Reserve, l’America si trasforma in ciò che Hudson definisce una “economia di zombie” e una repubblica delle banane.

Quello che Funziona in Nord Dakota, Può Funzionare in Altri Stati, in America, Dovunque

Lo scorso 2 marzo, Brown ha illustrato il “gioco bancario” del Nord Dakota chiedendo, “Cosa ha lo Stato del Nord Dakota che gli altri stati non possiedono…la sua banca” ed è qui la sua unicità e la sua forza. In un momento in cui solo quattro dei 50 stati sono solventi, il Nord Dakota sta accantonando un surplus e secondo il Centro per le Politiche Monetarie, questa tendenza continuerà anche negli anni fiscali 2009 e 2010.

Nel gennaio 2009 durante lo State of the State address [discorso annuale del governatore a camere riunite e riassuntivo delle condizioni economiche dello stato, n.d.t.] il governatore John Hoeven ha spiegato, “Dal 2000, lo Stato del Nord Dakota ha aumentato i posti di lavoro e ora stiamo incrementando anche la popolazione. Il reddito individuale è cresciuto del 43%, quasi il 15% più velocemente della media nazionale. Il reddito pro-capite è di fatto salito di ben 12 posti, dal 38mo al 26mo tra tutti gli stati (tutto questo nonostante una popolazione di soli 641,481 abitanti, secondo i dati dello US Census Bureau 2008 [Istituto di Statistica Nazionale, n.d.t.]).

I salari sono cresciuti del 34%, comparato al solo 26% del resto del paese. Dal 2000 il prodotto statale lordo è aumentato di quasi $10mld., dai $17.7mld. a oltre $27mld. dello scorso anno, un aumento del 56%, e anche questo il più veloce a livello nazionale. Le nostre esportazioni verso l’estero sono cresciute del 225% dal 2000 superando per la prima volta nella storia del Nord Dakota il tetto dei $2mld.

A questo si aggiunge che crescita economica e diversificazione, unite alla buona gestione finanziaria, hanno consentito di creare un surplus e una robusta riserva finanziaria per il futuro….la situazione del nostro stato è solida (nel momento in cui) l’economia nazionale è afflitta da un ciclo negativo….”

Il 23 maggio, il Bismark Tribune e altri giornali locali riportarono la notizia che il tasso di disoccupazione in Nord Dakota era pari al 4%, il più basso a livello nazionale. E’ palese che il Nord Dakota è un passo avanti rispetto agli altri stati e tale fatto dovrebbe essere notato dagli altri governatori e dagli amministratori, sia a livello locale che a Washington. Quel che funziona in Nord Dakota può infatti funzionare dovunque.

La Banca del Nord Dakota è l’unica banca statale negli Stati Uniti. Secondo Brown che cita il consulente amministrativo Charles Fleetham in un articolo pubblicato nel suo stato, il Michigan, nel febbraio 2009, la banca fu fondata nel 1919 “per liberare gli agricoltori e le piccole imprese dal giogo del banchieri di altri stati e dalle imprese ferroviarie”.

Brown continua, “Tre cariche elettive controllano e gestiscono la banca: il Governatore, il Procuratore Generale, e il Commissario all’Agricoltura. La missione della banca è fornire servizi finanziari per promuovere l’agricoltura, il commercio, e l’industria (e operare) come ‘banca delle banche’ collaborando con le banche private nel prestito di denaro agli agricoltori, alle imprese edilizie, alle scuole e alle piccole aziende”. A questi si aggiungano studenti e privati cittadini dello stato, a tutti ad un tasso di interesse accessibile.

La chiave per comprendere come la Banca del Nord Dakota possa mantenersi solvente mentre cosi tante altre istituzioni nazionali sono sull’orlo della bancarotta finanziaria, viene così spiegata da Brown, “Alle banche certificate è permesso ciò che nessun altro può fare, ovvero creare ‘credito’ tramite voci contabili nei propri registri”. Attraverso la pratica del “fractional reserve banking” [riserva bancaria frazionaria, n.d.t.] il denaro si trasforma in credito e moltiplica magicamente ogni dollaro depositato per 10 in forma di prestiti o di fondi generati dal computer. E’ denaro letteralmente inventato affinché la banca possa ri-prestarlo numerose volte. E maggiore è il deposito, maggiore sarà l’ammontare del prestito.

Come ha scritto Brown il 29 dicembre nell’articolo, “Prestare da Peter per Pagare Paul: Lo schema Ponzi di Wall Street ovvero la Riserva Bancaria Frazionaria”, la questione infatti è se il credito debba essere privato o pubblico. “Sin dall’epoca delle 13 colonie, il credito prontamente disponibile ha fatto degli Stati Uniti il paese delle opportunità”. Brown continua, “Ciò che ha trasformato tale sistema di credito nello schema Ponzi, il quale necessita costantemente di iniezioni di denaro pubblico, è che il potere di credito è stato assegnato alle banche private. Tali banche necessitano di più denaro di quanto ne abbiano in realtà creato” in quanto impongono interessi elevati al fine di ottenere un profitto. Differentemente quando è il governo a prestare il denaro, il profitto non è un fattore cruciale e quindi il tasso di interesse può essere mantenuto basso e accessibile alle imprese, agli agricoltori, ai privati, o addirittura a tasso zero quando prestato per necessità proprie dell’amministrazione pubblica.

Brown e altri hanno spiegato che il “la riserva bancaria frazionaria” risale al 17mo secolo. All’epoca era prevalentemente in monete d’oro e d’argento, ma i primi banchieri compresero abbastanza velocemente che era più facile emettere una ricevuta di deposito (chiamata nota) come mezzo di pagamento. In seguito iniziarono a creare denaro tramite il prestito con promessa di pagamento. In questo modo si poteva prestare molto più denaro di quante in realtà fossero le monete in deposito. E questo è esattamente l’odierno concetto di riserva bancaria.

Ciò che iniziò a quel tempo come nota, oggi sono voci contabili atte a creare denaro dal nulla. Questo vale sia per i governi che per le banche private con la sola eccezione delle istituzioni pubbliche, le quali hanno uno statuto interamente differente. Esse infatti non hanno il dovere di fare profitti; non hanno obblighi nei confronti di Wall Street o degli azionisti; e infine l’unica cosa per loro importante è che il rischio sul debito dello stato si mantenga basso. Fino a oggi, in più di 230 anni, nessuno stato ha mai dichiarato fallimento e, anche quando malamente governato, ha mai omesso di pagare i propri debiti.

Tali istituzioni possono inoltre emettere prestiti a se stesse e ad altre municipalità a tasso d’interesse zero, mentre alle imprese, agli agricoltori, e ai privati possono offrire un tasso basso e accessibile che garantisca la crescita interna e una prosperità sostenibile.. In un tale sistema, più il prestito si rinnova, più denaro privo di debito si crea con il risultato di minimizzare il rischio di processi inflattivi.

Fintanto che il denaro produce beni e servizi l’inflazione è sotto controllo in quanto sono i disequilibri a causare i problemi “ogni qualvolta la domanda (denaro) eccede l’offerta (beni e servizi).” La stabilità del prezzo è assicurata quando sia la domanda che l’offerta crescono proporzionalmente come avveniva nelle 13 colonie e come illustrato da Brown in “Web of Debt” durante l’amministrazione Lincoln all’epoca della Guerra Civile.

Nel 1691 lo stato del Massachusetts fu “il primo governo locale a emettere denaro cartaceo….” chiamato ‘scrip’ [banconote emesse a titolo temporaneo o di emergenza, n.d.t.]. Le altre colonie si accodarono tra cui la Pennsylvania che emise nuovo denaro privo di inflazione o tassazione fiscale. Per i successivi 25 anni lo stato non riscosse tasse, con il risultato che la popolazione aumentò numericamente e il commercio prosperò. Il “segreto infatti era nel non emettere troppo (credito) e nel restituire il denaro al governo in forma di capitale e interesse su prestiti emessi dal governo stesso”. In altre parole mantenendo un sistema proporzionalmente equilibrato al fine di non dover pagare interessi a finanziatori predatori privati ovvero quel sistema che oggi sta distruggendo gli Stati Uniti e altre economie controllate dalle banche centrali private.

Nonostante le minacce di morte prima della sua inaugurazione e a dispetto dell’accusa di “tradimento, insurrezione, bancarotta nazionale” durante il suo primo anno di presidenza, Lincoln applicò il medesimo criterio. E considerati i rischi da lui corsi quel che riuscì a realizzare è davvero ammirevole: la creazione del più grande esercito del mondo; la sconfitta del Sud; la trasformazione del paese nella “maggiore potenza industriale” del mondo; il decollo dell’industria dell’acciaio, la realizzazione del sistema ferroviario continentale, e una nuova era di macchine agricole e attrezzature economiche; l’istruzione superiore gratuita; attraverso l’Homestead Act lo sviluppo del territorio e la garanzia del diritto di proprietà ai coloni; il supporto governativo a tutte le branche della scienza; la standardizzazione dei metodi di produzione di massa; e l’aumento della produttività lavorativa del 50/75%. Tutto questo fu realizzato nonostante “un dipartimento dell’Economia al fallimento e un Congresso che non percepiva salario”.

Lincoln realizzò tutto questo nazionalizzando il sistema bancario affinché fosse il governo a stampare, a interesse zero, il proprio denaro così da non dover ricorrere ai prestiti a tasso d’usura dal 24 – 36% applicati dai banchieri privati. “L’economia registrò immediatamente una crescita della spesa pubblica e del credito per la produzione pari al 600%” risultato questo reso possibile con denaro emesso dal governo centrale. Fu finanziata la guerra, pagate le truppe, e rilanciata la crescita nazionale una volta liberato il paese da quel sistema che oggi ne devasta l’economia garantendo prosperità ai parassiti delle banche private.

In “Web of Debt” Brown spiega che nei primi anni del ventesimo secolo anche l’Australia operava in un sistema bancario pubblico dove la Commonwealth Bank creava denaro, emetteva prestiti, e raccoglieva interessi ad una frazione del tasso applicato dalle banche private. Il sistema funzionava al punto di garantire al paese, a quell’epoca, uno dei migliori standard di vita nel mondo. Quando poi le banche private presero il sopravvento, l’Australia si indebitò pesantemente tanto che il suo standard di vita precipitò al a 23mo posto. Chiara dimostrazione del potere distruttivo del denaro creato dalle banche private a paragone dei grandi benefici prodotti dal denaro stampato dai governi.

Oggi gli Stati Uniti potrebbero godere dei medesimi vantaggi realizzati:

all’epoca delle 13 Colonie

nell’era della presidenza Lincoln

dell’Australia dei primi anni del ventesimo secolo

nel Medioevo falsamente dipinto come un’era di arretratezza salvata dal capitalismo industriale quando in realtà tale sistema, privo di banchieri, prosperò per centinaia di anni

della Cina di migliaia di anni prima dell’era delle banche private, e di quella attuale, in quanto Beijing attraverso la People’s Bank of China (la propria semi-indipendente banca centrale) controlla la crescita dell’economia nazionale e la creazione di milioni di posti di lavoro per una popolazione in costante aumento

Soltanto attraverso uno sforzo finalizzato alla sostituzione di questo sistema corrotto con uno più onesto e funzionale, l’America e le altre economie mondiali possono prosperare in maniera analoga.

Un sistema bancario a controllo pubblico beneficia tutti tramite depositi finalizzati alla crescita interna sostenibile, attraverso la soddisfazione delle necessità a livello sia statale che locale, e infine tramite l’emissione di denaro a interesse zero.

Tanto chi scrive che Brown crediamo che il credito dovrebbe essere un servizio pubblico all’interno di un sistema bancario nazionalizzato. Tale sistema crea denaro proprio a livello federale e lo gestirebbe poi con depositi in banche statali che servano finalmente le necessità della gente e non l’avidità di banchieri predatori. Un sistema del genere sarebbe il più equo, il più sostenibile, il più efficiente e il più democratico dei sistemi, nonché il più libero da parassiti. Tale sistema funzionerebbe bene a livello federale, statale, e locale con filiali della banca centrale che finalmente servono le municipalità, le imprese, e i residenti ad un costo accessibile.

Grazie alla gestione privata della Federal Reserve e del gigantesco e parassitario sistema bancario, è oggi il monopolio delle multinazionali a governare l’America e ad utilizzare “le banche accolite per generare fondi illimitati, per comprare i competitori, i media, e il governo stesso, sopprimendo quelle che sono le vere imprese private indipendenti”. Proprio quel sistema che gli economisti classici aborrivano.

Le banche private tengono in ostaggio nazioni intere facendo loro pagare interessi sul loro stesso denaro e “profondendo prestiti massicci ai cartelli affiliati nonché agli hedge funds [fondi speculativi n.d.r.] che usano il denaro per eliminare la competizione e manipolare i mercati”.

E’ una forma estrema di Darwinismo con un governo federale, e 46 dei 50 stati, che sono insolventi e piccole imprese e gente comune a pagarne il prezzo. In tale contesto, un’altra via è necessaria affinché il paese, gli stati, le comunità locali, insomma la maggior parte delle persone non si trasformino in “zombie” e che l’America non diventi il Guatemala.

L’eventuale trasformazione delle banche federali, statali e locali in istituzioni di pubblica utilità all’interno di un sistema bancario nazionalizzato, produrrebbe i seguenti benefici:

— l’eliminazione della tassazione personale e d’impresa

— la creazione di una crescita economica stabile e sostenibile

— la ricostruzione della base produttiva del paese

— la realizzazione di vitali infrastrutture di dimensioni mai immaginate prima incluso il ripristino dell’ambiente e lo sviluppo di fonti energetiche alternative, sostenibili, pulite, sicure ed economiche

— la creazione di molti milioni di nuovi e ben pagati posti di lavoro eliminando la disoccupazione per coloro che possono e vogliono lavorare e un sostegno per quelli impossibilitati in quanto disabili

— la fine del pignoramento dell’abitazione e la realizzazione per tutti del sogno di diventare proprietari di casa grazie all’abbondante disponibilità di mutui a buon mercato senza rischi di fregature per i più sprovveduti

— la scomparsa dell’inflazione

— boom e contrazioni economiche diverrebbero ricordi del passato

— la cessazione delle distruttive svalutazioni monetarie e delle guerre economiche per fini privati

— la tutela di pensioni private, di risparmi e di investimenti

— l’eliminazione del debito federale, statale, e locale.

Proviamo a immaginare quanto segue:

Alcune settimane fa Bloomberg e altre fonti hanno riportato che tra $12 e i 14 trilioni (migliaia di miliardi N.d.r.] del denaro destinato al salvataggio e stimolo sono stati stanziati o spesi per coprire il buco da $9 trilioni in transazioni di cui la Fed [Federal Reserve, Banca Centrale USA, n.d.t.] non ha alcuna registrazione. Questo perché a Washington amministratori pubblici in combutta con banchieri criminali chiudevano gli occhi di fronte a un truffa senza precedenti depredando il Tesoro e i citttadini.

Proviamo invece a immaginare se $1 trilione di quel bottino fosse andato a banche pubbliche per finalità produttive. La magia della “riserva frazionaria” avrebbe creato $10 trilioni, e se anche metà di quella somma fosse stata stanziata o spesa per coprire quel buco, i famosi $70 trilioni avrebbero potuto essere usati in maniera produttiva e non sprecati nell’acquisto di asset tossici a prezzo scontato per un maggiore consolidamento o per speculazione con il rischio di una futura drammatica inflazione.

Proviamo ora a immaginare un futuro nuovo dove:

il debito federale possa essere eliminato

la copertura per Social Security, Medicare, e Medicaid [programmi di previdenza e assistenza sociale, n.d.t.] sia garantita in eterno

l’intera nazione e tutti i 50 stati siano solventi e addirittura vadano verso un cospicuo surplus

un futuro sostenibile, prospero e libero dall’inflazione produce benefici sociali essenziali per ognuno tra i quali l’assistenza sanitaria accessibile o addirittura gratuita, l’istruzione, e la fine della povertà grazie a un reddito minimo garantito.

Tutto questo sarebbe niente meno che un’America rivoluzionaria e nuova, simile a quella retoricamente dipinta fino a oggi, ma con tutti vincitori e nessun perdente fatta eccezione per i predatori delle banche private e i loro partner corrotti del settore pubblico.

E ricordate, il denaro creato non genera inflazione fintanto che gli squilibri vengano evitati ed esso venga produttivamente utilizzato per nuovi beni e servizi.

Questa è l’America per cui vale la pena di continuare a lavorare senza tregua fino a che l’obiettivo non venga raggiunto. Se non ora quando? E se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non viene fatto al più presto, potrebbe essere troppo tardi e se questo non è un incentivo ad agire, quale altro può esserlo?

Stephen Lendman è Ricercatore Associato del Centre for Research on Globalization. Vive a Chicago e può essere raggiunto a lendmanstephen@sbcglobal.net.

Titolo originale: “Ending Today’s Economic Crisis Simply and Easily, in America and Globally”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
27.05.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI LOSI