Antimafia Duemila – Confessioni di un sicario dell’economia

Antimafia Duemila – Confessioni di un sicario dell’economia.

La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider
Recensione a cura di Laura Marano – 3 giugno 2009

La confessione di un uomo che ha contribuito, con il suo lavoro nell’ombra, all’asservimento di molte nazioni al disegno di espansione economica degli Stati Uniti, finisce citando una bellissima profezia, una delle tante che indicano questi tempi come l’inizio di un periodo di transizione, una profezia nota in tutta l’America Latina: la profezia del condor e dell’aquila. Racconta che “nella notte dei tempi le società umane si divisero e presero due strade diverse: quella del condor (che rappresenta il cuore, intuitivo e mistico) e quella dell’aquila (che rappresenta il cervello, razionale e materiale).  (In quest’epoca) il condor e l’aquila avranno l’opportunità di riunirsi e volare insieme nello stesso cielo, lungo la stessa rotta. Se il condor e l’aquila accetteranno quell’opportunità, genereranno una discendenza straordinaria, diversa da ogni altra mai conosciuta.”

In fondo, sembra il percorso che, in circa trent’anni, ha seguito l’autore stesso. All’inizio, ha accettato di far fuori il cuore, gli scrupoli e la compassione, per partecipare agli immensi guadagni che il suo ruolo di “sicario” gli regalava. Giovanissimo, con quelle classiche motivazioni di rivalsa su un’infanzia a suo dire non felice, si trova a vivere delle esperienze (coincidenze, le definisce spesso) che lo portano ad accettare un incarico prestigioso ma, apparentemente, almeno all’inizio, innocente. Quando tuttavia scopre in che meccanismo è stato introdotto, comincia a dover tacitare la voce del condor, che per molti anni sarà solo un flebilissimo suono.

Il succo del suo compito e di quelli che partecipano al gioco glielo spiega la sua prima addestratrice: “Siamo pagati per rubare miliardi di dollari ai paesi di tutto il mondo. Il tuo lavoro consiste soprattutto nel convincere i governanti mondiali a far parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Alla fine, questi leader restano intrappolati in una trama di debiti che ci garantisce la loro fedeltà. Possiamo fare affidamento su di loro in qualunque occasione per soddisfare le nostre esigenze politiche, economiche o militari.. e i governanti a loro volta rafforzano la loro posizione politica fornendo poli industriali, centrali elettriche e aeroporti alle  loro popolazioni. Intanto, i proprietari delle società di progettazione e costruzione americane si arricchiscono enormemente.”

Nonostante la mostruosità lampante di questo progetto, l’autore si lascia convincere e inizia la sua lunga carriera di ingranaggio della corporatocrazia, cioè  di quell’intreccio di banche, corporation e governi che hanno collaborato nell’opera di costruzione dell’impero americano.

Nello specifico, è chiamato a fare previsioni sugli effetti degli investimenti statunitensi in un determinato paese. In particolare, deve elaborare proiezioni della crescita economica per i successivi venti anni e valutare l’impatto di tutta una serie di progetti. Niente da dire, se non fosse che gli viene fatto chiaramente capire che le sue stime debbono risultare in linea con tutta una serie di previsioni gonfiate che avrebbero fatto il gioco del suo committente. Un caso per tutti: viene mandato in Indonesia per valutare come avrebbe inciso sull’economia del luogo una moderna rete di distribuzione elettrica. Un suo predecessore che non aveva voluto vendersi l’anima aveva previsto una percentuale di crescita del fabbisogno di elettricità dell’8%. Era stato licenziato. Lui produce uno studio che valuta questa crescita nel 19%. La sua bravura consiste nel rendere credibili e difendibili queste stime.

Il suo lavoro è cruciale, perché è il perno intorno al quale poi agiscono altre figure, ma fa comunque parte di un sistema molto più vasto. In Arabia Saudita, per esempio, gli viene chiesto  di studiare un piano di infrastrutture per giustificare l’immissione di centinaia di milioni di dollari nell’economia saudita con lo scopo finale  di garantire che gran parte dei petrodollari ritornasse negli Stati Uniti, rendendo nel contempo il paese sempre più dipendente dall’orbita di influenza occidentale.

E’ interessante come ad un certo punto, nell’osservare il fenomeno che lui stesso contribuisce a far prosperare, si accorge che esistono delle inquietanti analogie con la natura, i fini e le caratteristiche delle organizzazioni mafiose. Dice: “Ora avevo capito che avevamo raggiunto un nuovo livello di falsità, un livello che ci avrebbe portato all’autodistruzione – non soltanto morale, bensì fisica, come civiltà –  se non avessimo apportato subito cambiamenti significativi. L’esempio della criminalità organizzata mi sembrava una buona metafora. I capimafia iniziano spesso come monelli di strada. Ma con il tempo, quelli che riescono ad emergere trasformano il proprio aspetto. Cominciano ad indossare impeccabili abiti su misura, a possedere imprese legali e ad avvolgersi nel manto della società dabbene. Sostengono gli enti benefici locali e sono rispettati dalle loro comunità. Non esitano a prestare i soldi a chi ne ha particolare bisogno. Sembrano cittadini modello. Tuttavia, quella patina nasconde una scia di sangue. Quando i debitori non possono pagare, i sicari si fanno avanti a pretendere il dovuto. E se non l’ottengono, intervengono gli sciacalli con le mazze da baseball. Alla fine, come ultima risorsa, compaiono le pistole. Mi rendevo conto che la mia patina di economista capo (..) era parte di un sistema sinistro volto a promuovere la forma più sottile ed efficace di imperialismo che il mondo abbia mai conosciuto… l’avanzata era cominciata e stava ormai interessando tutto il pianeta. .. uomini e donne uscivano dai quartier generali delle corporation sciamando in ogni continente per convincere politici corrotti ad asservire i propri paesi alla corporatocrazia e per spingere persone disperate a vendere il proprio corpo alle fabbriche più disumane e alle catene di montaggio”.

Ad un certo punto la voce del condor si fa molto forte, e decide di lasciare la società che lo aveva assunto. Tuttavia, seppure da consulente, seppure con più ampi margini di autonomia, seppure mantenendo il suo nuovo lavoro di imprenditore (fonda nel frattempo una società che si sarebbe impegnata a costruire centrali elettriche benefiche per l’ambiente), rimane nel giro ancora parecchi anni, e questo da una parte gli consente di poter seguire gli accadimenti politici, economici e sociali molto da vicino, ma dall’altra lo inchioda ad una sorta di patto scellerato per cui le cose che sa, non se la sente di dirle.

Poi la sua vita cambia ancora, anche per lui l’11 settembre è un momento di profondo ripensamento, ma la decisione di dire finalmente la verità, la sua verità, avviene un paio d’anni dopo, quando l’America decide di invadere l’Iraq e quasi subito assegna alle più importanti società di costruzioni statunitensi i primi appalti per la ricostruzione del paese stesso! A quel punto la sua consapevolezza è maturata abbastanza da fargli capire che non può più tacere, che il suo compito è quello di partecipare non più ad un gioco di morte ma ad un movimento di vita, che comprende svegliarsi, alzare la testa, gridare la verità. Con la voce del condor.

Le indicazioni pratiche sul cosa può fare ognuno di noi, contenute nell’epilogo, sono la possibile risposta concreta che possiamo dare se ci siamo sentiti messi in causa durante la lettura avvincente, mai monotona, tristissima e brutale del libro. Se in qualche modo abbiamo sobbalzato leggendo che: “Ci siamo convinti che qualsiasi tipo di crescita economica giova all’umanità, e che maggiore è la crescita e più diffusi sono i benefici. Ci siamo persuasi a vicenda della giustezza morale del corollario a questo concetto, che cioè quanti eccellono nell’alimentare il fuoco della crescita economica vadano esaltati e ricompensati, mentre chi è nato ai margini può essere sfruttato… la vera storia è che stiamo vivendo una menzogna. Abbiamo creato una patina che nasconde il cancro letale esistente sotto la superficie. .. nel suo cuore, ognuno di noi soffre… sarebbe perfetto se potessimo attribuire tutto ciò ad un complotto, ma non è così. L’impero dipende dall’efficienza delle grandi banche, delle corporation e dei governi (la corporatocrazia), ma non è un complotto. La corporatocrazia siamo noi – siamo noi a realizzarla – ed è per questo, ovviamente, che ci riesce così difficile ribellarci e combatterla. Preferiamo scorgere cospiratori in agguato nell’ombra, perché la maggior parte di noi lavora per quelle banche, quelle corporation o quei governi o in qualche modo dipende da essi per i beni e i servizi che producono e commercializzano”.

Allora, come dice ad un certo punto, qualcuno di noi si può dire veramente innocente? “Disinformati e deliberatamente male informati, d’accordo, .. ma innocenti?”

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