Archivi del giorno: 5 giugno 2009

ComeDonChisciotte – L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR: POTREBBE ACCADERE DI NUOVO ?

ComeDonChisciotte – L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR: POTREBBE ACCADERE DI NUOVO ?.

DI ELLEN BROWN
globalresearch.ca

“Fu orribile. Orribile! Colpì come un fulmine. Nessuno se l’aspettava. Gli scaffali dei negozi erano vuoti. Coi tuoi soldi di carta non potevi comprare nulla.” Frederich Kessler, docente di Legge alla Harvard University, sull’iperinflazione nella Repubblica di Weimar (intervista del 1993)

Alcuni commentatori preoccupati prevedono l’avvento di una massiccia iperinflazione del genere che colpì la Germania di Weimar nel 1923, quando una carriola piena di banconote bastava appena per comprare una pagnotta. Un articolo sul San francisco Examiner del 29 aprile avvertiva:

“Con un deficit mai visto, che sta raggiungendo i duemila miliardi di dollari, la proposta di bilancio [del Presidente per il 2010] è la ricetta sicura per l’iperinflazione. Per cui ogni senatore e deputato che voterà per questo budget mostruoso da 3.600 miliardi di dollari, sosterrà di fatto una spesa folle che potrebbe benissimo fare degli Stati Uniti la nuova Repubblica di Weimar.” [1]

Martin Hutchinson, nella newsletter finanziaria Money Morning del 9 aprile, ha sottolineato gli inquietanti paralleli tra la corrente politica monetaria del governo e quella della Germania di Weimar, nella quale il 50% della spesa veniva finanziata attraverso il signoraggio – cioè semplicemente stampando soldi. [2] Tuttavia, c’è qualcosa di strano nei suoi dati. Hutchinson riferisce che il governo britannico sta già finanziando il suo bilancio attraverso il signoraggio più di quanto facesse la Germania di Weimar al culmine della sua massiccia iperinflazione; eppure la sterlina, in circostanze che, ci viene detto, causarono la completa distruzione del marco tedesco, regge ancora. Quindi ci dev’essere stato qualcos’altro, al di là dell’emissione di moneta per soddisfare il bilancio dello stato, a causare il collasso del marco, ma cosa? E corriamo lo stesso rischio, oggi? Guardiamo i dati più da vicino.

La Storia si Ripete – o No ?

Nel suo articolo ben documentato, Hutchinson rileva che la Germania di Weimar era afflitta dall’inflazione sin dalla I Guerra Mondiale; ma fu nel biennio tra 1921 e 1923 che si scatenò la vera “iperinflazione di Weimar”. Durante la sua fase finale, nel novembre 1923, il marco valeva un bilionesimo [1/1.000.000.000.000] di quanto valesse nel 1914. Così continua Hutchinson:

“L’insieme delle politiche attuali riflettono quelle della Germania nel periodo tra il 1919 e il 1923: il governo di Weimar era restio a imporre tasse per finanziare la ricostruzione postbellica e pagare i danni di guerra [alle nazioni vincitrici], e quindi produsse grandi deficit di bilancio. Mantenne i tassi di interesse molto al di sotto dell’inflazione, allargando rapidamente il flusso monetario, e coprendo il 50% della spesa pubblica con il signoraggio (stampando moneta e utilizzando i profitti della sua emissione)…

Il parallelo diventa inquietante se consideriamo che adesso Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone hanno cominciato a finanziare il loro deficit di bilancio attraverso il signoraggio. Negli Stati Uniti la Fed sta acquistando, nell’arco di sei mesi, 300 miliardi di dollari in buoni del tesoro (T-bond), un tasso di 600 miliardi all’anno, il 15% del bilancio federale, che è di 4.000 miliardi. In Gran Bretagna la Banca d’Inghilterra sta acquistando 75 miliardi di sterline in gilt [l’equivalente dei buoni del tesoro statunitensi], nell’arco di tre mesi. Corrisponde a 300 miliardi di sterline per anno, il 65% della spesa del governo britannico, che è di 454 miliardi di sterline. Quindi, mentre gli Stati Uniti si avvicinano abbastanza rapidamente alla situazione weimariana (50% della spesa), la Gran Bretagna l’ha già oltrepassata!”

Ed è qui che i dati si fanno problematici. Se la Gran Bretagna sta già soddisfacendo col signoraggio una percentuale di bilancio maggiore di quella della Germania di Weimar al culmine della sua iperinflazione, perché la sterlina vale sui mercati esteri all’incirca quanto valeva nove anni fa, in circostanze che ci dicono avessero ridotto il marco a un bilionesimo del suo valore, e tutto questo nel corso di un paio d’anni? Nel frattempo, il dollaro è addirittura diventato più forte, relativamente alle altre monete, da quando lo scorso anno è cominciata una politica di “alleggerimento quantitativo” [quantitative easing] (l’eufemismo oggi in uso per “signoraggio”) [3] L’emissione ora la fanno le banche centrali, non i governi, ma gli effetti sulla quantità di moneta circolante dovrebbe essere lo stesso del vecchio sistema. Il debito governativo acquistato dalle banche centrali non viene mai pagato davvero, ma rinnovato di anno in anno, e una volta che la nuova moneta entra in circolazione, ci resta, diluendo il valore della valuta. E allora come mai la nostra moneta non è collassata a un bilionesimo del suo valore precedente, come accadde alla Germania di Weimar? In effetti, se si trattasse di una semplice questione di domanda e offerta, qualsiasi governo dovrebbe stampare un bilione di volte la precedente quantità di moneta circolante, per giungere a svalutarla di un bilione di volte, e perfino il governo tedesco non è accusato di aver fatto una cosa del genere. Nella Repubblica di Weimar c’era qualcos’altro in gioco, ma cosa?

Schacht Scopre gli Altarini

Su questo mistero gettano luce gli ultimi scritti di Hjalmar Schacht, commissario monetario della Repubblica di Weimar. I fatti vengono analizzati a fondo in The Lost Science of Money di Stephen Zarlenga, che riferisce che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, “scopre gli altarini, visto che scrive in tedesco, con qualche ammissione davvero notevole, che mina la ‘vulgata’ sull’iperinflazione tedesca promulgata dalla comunità finanziaria.” Ciò che realmente trasformò un’inflazione da tempo di guerra in iperinflazione, scriveva Schacht, fu la speculazione di investitori stranieri, che avrebbero scommesso sul valore decrescente del marco, tramite vendite allo scoperto.

La vendita allo scoperto [short selling] è una tecnica utilizzata dagli investitori per ottenere profitti dal prezzo in calo di un prodotto finanziario. Comporta prendere in prestito il titolo in questione e quindi venderlo, con l’intesa che il medesimo titolo dovrà in seguito essere riacquistato e restituito al proprietario originale. Lo speculatore scommette che nel frattempo il prezzo del titolo diminuirà, e che potrà intascarsi la differenza. La vendita allo scoperto del marco tedesco divenne possibile perché le banche private misero in circolazione grandi masse di denaro disponibile per i prestiti, marchi che vennero creati su richiesta e imprestati agli investitori, con proficui interessi per le stesse banche.

All’inizio le necessità degli investitori vennero soddisfatte dalla Reichsbank (la banca centrale tedesca), che era stata privatizzata di recente. Ma quando la Reichsbank non poté più far fronte alla ingorda richiesta di marchi, altre banche private furono autorizzate a crearli dal nulla, e a prestarli a interesse. [4]

I Paradossi della Storia

Se Schacht è credibile, non solo non fu il governo a causare la iperinflazione, ma fu lo stesso governo a tenere la situazione sotto controllo. La Reichsbank fu posta sotto stretta sorveglianza, e furono varate rapide contromisure per annullare la speculazione straniera, eliminando il facile accesso ai prestiti di denaro creato dalle banche.

Più interessante è la continuazione poco nota di questa storia. Quello che permise alla Germania di rimettersi in piedi negli anni 30 fu la medesima cosa che i commentatori di oggi accusano del collasso degli anni 20 – il denaro emesso dal governo per utilizzarne il signoraggio. L’economista Henry C. K. Liu chiama questa forma di finanziamento “credito sovrano”. Ecco cosa scrive della impressionante trasformazione subita dalla Germania:

“I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un periodo in cui l’economia era al collasso totale, con insostenibili riparazioni di guerra da pagare e nessuna prospettiva di investimenti dall’estero o crediti. Eppure, attraverso una politica monetaria indipendente di credito sovrano e un programma di piena occupazione basato sulle opere pubbliche, nel giro di quattro anni il Terzo Reich fu in grado di trasformare una Germania in bancarotta, privata delle colonie oltremare da poter sfruttare, nella più forte economia europea, perfino prima che iniziassero le spese del riarmo.” [5]

Sebbene Hitler meriti pienamente l’infamia che gli hanno procurato le successive atrocità, almeno per un certo periodo godette di un’enorme popolarità fra i suoi concittadini. Ciò era chiaramente dovuto al fatto che aveva salvato la Germania dagli spasmi di una depressione globale – e lo aveva fatto attraverso una politica di opere pubbliche finanziate con l’emissione di moneta da parte del governo. Prima si stabilirono i progetti da finanziare, incluse opere d’arginamento, restauro di edifici pubblici e abitazioni provate, e la costruzione di nuovi edifici, strade, porti, canali e infrastrutture portuali. Il costo stimato dei vari programmi venne fissato a un miliardo di unità della valuta nazionale. Quindi, a fronte di questo costo, vennero emessi un miliardo di titoli di credito [bills of exchange, in pratica cambiali – ndt] non inflazionistici chiamati Certificati del Tesoro. I lavoratori spendevano i certificati in merci e servizi, creando quindi altro lavoro per altre persone. Questi certificati non erano proprio liberi da debito, ma venivano emessi sotto forma di titoli, su cui il governo pagava interessi ai proprietari. Tuttavia i certificati circolavano come moneta, e potevano essere rinnovati all’infinito, il che li rendeva de facto valuta corrente, mentre scongiuravano il bisogno di rivolgersi a prestatori internazionali o di pagare debiti verso l’estero. [6] I Certificati del Tesoro non venivano scambiati sul mercato dei cambi, ed erano perciò oltre la portata degli speculatori. Non potevano essere venduti allo scoperto, perché non c’era nessuno a cui venderli, e quindi conservavano il loro valore.

Nel giro di due anni il problema della disoccupazione in Germania era risolto, e il paese si era ripreso. Aveva una moneta solida, stabile, nessuna inflazione, in un periodo in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di sussidi. La Germania riuscì perfino a ristabilire il commercio estero, pur essendole negato accesso al credito estero e fronteggiasse il boicottaggio economico. Ottenne lo scopo attraverso un sistema di baratto: attrezzature e merci venivano scambiate con altri paesi senza il tramite delle banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto operava senza creare debito e senza deficit commerciale. Sebbene l’esperimento economico tedesco abbia avuto vita breve, lasciò qualche duraturo monumento al suo successo, inclusa la famosa autobahn, il primo sistema autostradale del mondo. [7]

Le Lezioni della Storia: a Volte Non Sono Quel che Sembrano

Il piano tedesco per sfuggire al suo debito devastante e rinvigorire un’economia agonizzante era brillante, ma non era realmente originale. L’idea che un governo potesse autofinanziarsi stampando e diffondendo titoli cartacei da scambiare con beni e servizi fu concepita per la prima volta dai coloni americani. Benjamin Franklin attribuiva la notevole crescita e abbondanza presenti nelle colonie, in un’epoca in cui i lavoratori inglesi subivano le condizioni peggiorative della Rivoluzione Industriale, all’inedito sistema della moneta ad emissione governativa adottato dai coloni. Nel XIX Secolo il senatore Henry Clay lo definì il “sistema americano”, distinguendolo dal “sistema britannico” dell’emissione valutaria privata. Dopo la Rivoluzione Americana, il sistema americano venne sostituito negli USA col denaro emesso dalle banche, ma il denaro a emissione governativa fu ripescato durante la Guerra Civile, quando Abraham Lincoln finanziò il proprio governo con banconote dell’Unione, o “Greenbacks”, emesse dal Tesoro.

La drammatica differenza nei risultati dell’esperimento con la doppia moneta fatto in Germania fu la diretta conseguenza degli scopi per cui venne usata la valuta. L’inflazione dei prezzi si verifica quando la “domanda” (il denaro) cresce più dell’ “offerta” (beni e servizi), portando in alto i prezzi; e nell’esperimento degli anni 30 veniva creata nuova moneta per finanziare la produttività, così domanda e offerta crescevano insieme e i prezzi rimanevano stabili. Hitler disse: “Per ogni marco emesso, esigiamo l’equivalente di un marco in lavoro effettuato o in beni prodotti.” Nel disastro iperinflattivo del 1923, d’altro canto, il denaro veniva stampato solo per pagare gli speculatori, portando la domanda alle stelle mentre l’offerta restava invariata. Il risultato non fu una semplice inflazione, ma un’iperinflazione, perché la speculazione si scatenò, innescando una follia progressiva in stile bolla dei tulipani [vedi Depressione 2009: il peggiore deragliamento… – ndt]

Questo vale anche per lo Zimbabwe, un drammatico esempio contemporaneo di inflazione galoppante. La crisi risale al 2001, quando lo Zimbabwe risultò insolvibile, e il FMI rifiutò i soliti compromessi tipo rifinanziamento del prestito o azzeramento dello stesso. Evidentemente l’intenzione del FMI era quella di punire questo paese per le sue scelte politiche, incluse riforme agrarie che comportavano l’esproprio ai danni di ricchi latifondisti. Col credito azzerato, lo Zimbabwe non poteva accedere ad alcun tipo di prestito, così il governo decise di mettere in circolazione una sua propria valuta nazionale, usandola per acquistare dollari USA sul mercato dei cambi. Questi dollari venivano poi utilizzati per pagare il FMI e riacquistare il credito per il paese. [8] Secondo una dichiarazione della banca centrale dello Zimbabwe, l’iperinflazione è stata causata da speculatori che hanno manipolato il mercato dei cambi, imponendo per il dollaro un tasso di cambio esorbitante, il che ha causato una drammatica svalutazione della valuta dello Zimbabwe.

Il vero errore del governo, comunque, potrebbe essere stato il fatto stesso di giocare secondo le regole del FMI. Piuttosto che usare la propria valuta nazionale per l’acquisto di moneta straniera al fine di pagare prestatori stranieri, avrebbe potuto seguire le orme di Abraham Lincoln e dei coloni americani, e battere moneta per pagare la produzione di beni e servizi del proprio popolo. Si sarebbe così evitata l’inflazione, perché l’offerta si sarebbe tenuta alla pari con la domanda, e la valuta sarebbe stata usata a livello locale, piuttosto che essere risucchiata dagli speculatori.

La Vera Minaccia Weimariana, e Come Evitarla

Gli Stati Uniti, quindi, si trovano fuori dal pericolo di iperinflazione, col loro sistema di “alleggerimento quantitativo”? Forse sì, forse no. Nella misura in cui la moneta di nuova creazione verrà utilizzata per un vero sviluppo e una vera crescita, il finanziamento attraverso il signoraggio non dovrebbe portare a un incremento dei prezzi, perché domanda e offerta cresceranno insieme. L’uso dell’alleggerimento quantitativo per finanziare le infrastrutture e altri progetti produttivi, come nel pacchetto di stimolo economico del Presidente Obama, potrebbe rivitalizzare l’economia come promesso, realizzando quel genere di abbondanza che Benjamin Franklin vedeva nei primi anni di un’America in espansione.

Tuttavia, altri eventi in corso ricordano tristemente quelli che innescarono l’iperinflazione del 1923. Come nella Germania di Weimar, la creazione di moneta negli Stati Uniti viene affidata a una banca centrale a proprietà privata, la Federal Reserve; e viene creata perlopiù per sistemare gli azzardi nei libri contabili delle banche private, senza che si produca alcunché di valore per l’economia reale. Come avvertiva quasi due anni fa l’investitore (in oro) James Sinclair:

“[I]l vero problema è una montagna di ventimila miliardi di dollari di debiti e derivati non contabilizzati. Considerate attentamente il caso della Repubblica di Weimar, perché, ogni giorno di più, sembra riproporsi la stessa catena di causa ed effetto…” [9]

I 12,9 miliardi di dollari di “salvataggio” passati per le mani dell’AIG per pagare i derivati altamente speculativi della Goldman Sachs ne sono solo uno degli esempi più clamorosi. [10] Nella misura in cui il denaro generato dall’ “alleggerimento quantitativo” viene risucchiato dal buco nero di questi derivati speculativi, possiamo dirci sulla strada di Weimar, e c’è davvero di che allarmarsi. Siamo stati portati a credere di dover puntellare lo zombi del behemot bancario di Wall Street perché senza di esso ci ritroveremmo senza sistema creditizio, ma questo è falso. Esiste un’alternativa praticabile, che potrebbe rivelarsi anche l’unica possibile. Possiamo battere Wall Street al suo stesso gioco, istituendo banche di proprietà pubblica che distribuiscano il credito e la piena fiducia degli Stati Uniti non a vantaggio di speculatori privati ma, in quanto pubblico servizio, a beneficio degli Stati Uniti e del loro popolo. [11]

Ellen Brown ha sviluppato le sue capacità di ricercatrice come avvocata civilista a Los Angeles. In Web of Debt, il suo ultimo libro, usa quelle capacità per analizzare la Federal Reserve e il “cartello della moneta”. Mostra come questo cartello privato abbia usurpato alla collettività il potere di battere moneta, come noi, la collettività, dobbiamo riappropriarcene. I suoi libri precedenti si concentravano sul cartello farmaceutico che trae potere dal “cartello monetario”. Tra i suoi undici libri ci sono Forbidden Medicine, Nature’s Pharmacy (scritto con il Dr. Lynne Walker), e The Key to Ultimate Health (scritto con il Dr. Richard Hansen). I suoi siti: http://www.webofdebt.com e http://www.ellenbrown.com

Ellen Brown
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=13673
19.05.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D’AMICO

Note dell’autrice

1. “Examiner Editorial: Get Ready for Obama’s Coming Hyperinflation,” San Francisco Examiner, April 29, 2009.
2. Martin Hutchinson, “Is It 1932 – or 1923?”, Money Morning (April 9, 2009).
3. See Monthly Average Graphs, x-rate.com.
4. Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (Valatie, New York: American Monetary Institute, 2002), pages 590-600; S. Zarlenga, “Germany’s 1923 Hyperinflation: A ‘Private’ Affair,” Barnes Review (July-August 1999).
5. Henry C. K. Liu, “Nazism and the German Economic Miracle,” Asia Times (May 24, 2005).
6. S. Zarlenga, op. cit.
7. Matt Koehl, “The Good Society?”, Rense (January 13, 2005).
8. “Bags of Bricks: Zimbabweans Get New Money – for What It’s Worth,” The Economist (August 24, 2006); Thomas Homes, “IMF Contributes to Zimbabwe’s Hyperinflation,” http://www.newzimbabwe.com (March 5, 2006).
9. Jim Sinclair, “Fed Actions a Bandaid on a Gaping Economic Wound,” reprinted in Go for Gold, September 18, 2007.
10. Eliot Spitzer, “The Real AIG Scandal, Continued! The Transfer of $12.9 Billion from AIG to Goldman Looks Fishier and Fishier,” Slate (March 22, 2009).
11. See Ellen Brown, “Cash Starved States Need to Play the Banking Game,” webofdebt.com/articles (March 2, 2009).

Papi e padrini, altro che gossip

Papi e padrini, altro che gossip.

 “Non vi fidate mai di chi sorride troppo” diceva Daniele Silvestri dal palco del Concerto del Primo Maggio 2003, prima di essere inibito dalla Rai. E, aggiungiamo noi, mai fidarsi di chi sorride troppo anche quando quest’ultimo fa finta di piangere. Basterebbe prendere la vicenda Mills: si arrabbia con i magistrati, mentre in realtà sta ridendo sotto i baffi consapevole che nulla rischia finchè Lodo Alfano regge. Un atteggiamento alla Bingo Bongo, per dirla alla Bossi.

Discorso analogo si può fare per la famosa, a tratti logorroica, vicenda Berlusconi-Letizia. Una vicenda incentrata troppo sul gossip, come gli stessi uomini del Pdl hanno sottolineato. Peccato solo che…

il fatto che tale vicenda sia quasi esclusivamente gossippara è un grosso punto a favore di Berlusconi (e anche di Noemi, la quale si è fatta una pubblicità non indifferente) in piena campagna elettorale. Si, perchè i giornali e i finti oppositori (leggi PD) nascondono l’unico punto veramente interessante di tutta questa vicenda, nonchè il più scandaloso, qualora fosse confermato: il padre di Noemi è indagato per associazione mafiosa. Il tutto, ironia del destino, negli stessi luoghi descritti da Roberto Saviano in Gomorra, Casal Di Principe su tutti.

Dunque, la domanda che Franceschini dovrebbe porre, invece di “fareste mai crescere i vostri figli da un uomo come Berlusconi?”, dovrebbe essere “fareste mai crescere i vostri figli in un paese guidato da chi frequenta strane amicizie?”. Oppure “Noemi è illibata, ma la coscienza dei politici di oggi?”

da lavocedellevoci:

A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell’ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell’attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l’altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale.

Potrebbe suonare solo come un’omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l’ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell’aspirante starlette Noemi, lungi dall’essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle “regole”. E pagare.

Ma chi e’ veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all’Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall’inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Pero’ a Enrico Fierro, inviato dell’Unita’, qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove e’ in servizio) piu’ che altro per un vecchio inciampo giudiziario – fu arrestato nel ’93 nell’ambito di un’inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali – per tutti e’ un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di societa’ dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? “Non dimentichiamo – dice un attento osservatore di queste dinamiche – che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi “puliti”, o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni”.

A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica “excusatio non petita”, sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr’ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l’arresto a San Cipriano d’Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti piu’ ricercati d’Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E’ firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela – si legge – tra l’arrestato Franco Letizia ed il papa’ di Noemi, lo affermano “gli inquirenti che operano nel casertano”. Che bisogno c’era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche’ rifarsi ad un termine generico come “gli inquirenti”, senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell’ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l’occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.

Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella “vicenda Papi”, spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perche’, se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere – perfino alla moglie e ai figli – che si tratti d’una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verita’.

Scrive Fierro sull’Unita’ del 22 maggio: “La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attivita’); Portici, la citta’-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti”. In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora piu’ realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell’appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina – e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l’aereo, a Capodichino – di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un’ora a colloquio “riservato” – dice chi c’era – con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.

IL POTERE DI GOMORRA

Troppo forte, il potere d’intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L’uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma “mmiez ‘e palle”; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovra’ essere “incaprettato”, legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu’ grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Cosi’ anche la presenza fisica di una personalita’, in certi luoghi ed occasioni, vale piu’ di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia’ da mesi. E del quale la bella – e quasi certamente ignara – Noemi non era che un altro “segnale”. La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell’ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all’esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.

Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici – anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte – praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) e’ autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, ‘Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all’altro dei continenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo “dare conto” ai clan italiani.

Dal punto di vista dell’economia criminale, poi, che interi pezzi dell’Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non è una novità. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e’ pari a 125 miliardi di dollari l’anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed è così che possono maturare, per i posti chiave di governo – ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato – le nomine di personaggi ritenuti già nelle loro stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini piu’ stretti.

MARONI ALLA CARICA

Come s’inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l’autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? “Berlusconi – dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo – probabilmente sara’ presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui e’ stato colto dopo l’episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende e’ ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi e’ partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia”.

L’escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso – si capirà in seguito – a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell’eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, già ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell’imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. “Secondo il pentito Oreste Spagnuolo – scriverà Roberto Saviano – Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anzichè buttarle. Quando il suo capo chiese perche’ perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe”. 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l’11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l’arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto “o schizzato”. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando è zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest’ultimo, che sara’ tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell’arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un’altra e piu’ rilevante cattura forse e’ gia’ nell’aria. All’alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado – secondo gli inquirenti – di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.

Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. “Una storia – fanno notare in ambienti giudiziari del casertano – che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa e’ stata sempre una fra le più lucrose attività. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell’ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo”. Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell’ambito di un’operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c’era l’avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia e’ anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista “Liberamente”, sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l’apertura dell’inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all’affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.

IL MILAN? ALL’OLIMPIA

Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza “curiosi” che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c’era stata l’Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle piu’ desolate periferie dell’hinterland: Sant’Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant’Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell’agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.

L’Hotel Olimpia rientra nell’impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l’unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu’ densamente popolati d’Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita’. Leader della famiglia e’ Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant’Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.

Ecco i passaggi chiave. “I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata – clan Puca e Verde – si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita’ economiche e patrimoniali”. “La cointeressenza in attivita’ economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative “La Paola” e “Raggio di Sole”, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell’economia locale. Della Cooperativa “Raggio di Sole” e’ socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi”. Ancora: “Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorita’ Giudiziaria in ordine a molteplici attivita’ estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell’omonimo clan camorristico operante in Sant’Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d’ufficio, omissione in atti d’ufficio e peculato”. Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo “gemello” politico Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l’Espresso in un’inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perche’ se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l’attivita’ imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte.

Terremoto – «La ricostruzione è già iniziata», nessuno sa dove – Pietro Orsatti

Terremoto – «La ricostruzione è già iniziata», nessuno sa dove – Pietro Orsatti.

Silvio e le sue tante versioni sulla rinascita de L’Aquila. Intanto alcune indiscrezioni mostrano un quadro tutt’altro che rassicurante sull’attuazione del piano Case
di Pietro Orsatti e Angelo Venti su Terra

ComeDonChisciotte – LA NUOVA ONDATA DI CRISI E’ GIA’ PARTITA. QUANDO COLPIRA’ ?

ComeDonChisciotte – LA NUOVA ONDATA DI CRISI E’ GIA’ PARTITA. QUANDO COLPIRA’ ?.

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

La terza ondata è arrivata mercoledì pomeriggio. Per ora sottoforma di cavallone inaspettato che ribalta i materassini e fa la gioia dei bagnanti ma l’effetto domino che può innescare è di quelli degni di uno tsunami.

L’altro giorno, infatti, nel silenzio generale è andata completamente a vuoto un’asta di titoli di stato per il controvalore di 100 milioni di dollari in Lettonia, chiaro segnale che il paese baltico è sull’orlo di un default sul proprio debito pubblico. La notizia ha immediatamente innescato una reazione a catena colpendo tutte le monete dei paesi Ue dell’Est: il fiorino ungherese è crollato dell’1,97% contro l’euro e del 2,85% contro il dollaro; lo zloty polacco ha ceduto lo 0,75% contro l’euro e l’1,56% contro il dollaro; la corona ceca è scesa dello 0,25% contro l’euro e dell’1% contro il dollaro. Direte voi, nulla di che. In effetti, vista così la situazione non appare drammatica.

Qualche preoccupazione in più sorge quando si vanno a vedere le ripercussioni patite in Svezia a causa del mancato introito di 60 milioni di lats lettoni da parte dello Stato a causa dell’asta andata deserta: la corona svedese ha subito un brusco calo e le azioni delle due principali banche, Svedbank e SEB, sono scese rispettivamente del 15,9% e dell’11%. Come già scritto, qualcosa di sistemico sta arrivando dall’Est europeo. Le banche svedese, infatti, sono esposte per 75 miliardi di dollari verso i paesi baltici e la crisi lituana rischia di innescarne una politica, sociale ed economica in tutta l’area.

Lo conferma Bartosz Pawlowski, analista di BNP Paribas: «La Lettonia è sì un piccolo paese ma ha vaste ripercussione su tutta l’area. Se la moneta lituana crolla porterà con sé quella estone, non escludendo scossoni su Bulgaria e Romania». Guarda caso, l’epicentro di quegli 1,3 trilioni di euro di esposizione a Est delle banche europee, italiane comprese.

Il G20 dello scorso aprile, temendo quanto sta accadendo, aveva triplicato i fondi dell’emergenza del Fmi portandoli a 750 miliardi di dollari: una misura tampone che però non interviene sul vero male. Cioè, l’eccessivo indebitamento di quei paesi negli anni dell’economia allegra. «Non sappiamo ancora assolutamente il vero livello della crisi bancaria nell’Est, il rischio di default comunque sta crescendo enormemente», conclude Pawlovski.

Che fare, quindi? Il premier lettone Valdis Dombrovskis teme la parola svalutazione della propria moneta, ma ammette a bassa voce che il lat è sopravvalutato di almeno un terzo del suo valore. Ecco quindi la ricetta che pare ormai già adottata: svalutazione della moneta del 30%, con ovvio crollo del potere d’acquisto dei salari e uno shock che colpirà, da subito, tutto e tutti.

E si sa che la stabilità sociale di certi paesi sta seduta su una polveriera: un’esplosione di povertà potrebbe innescare proteste violente, ipotesi di colpi di Stato e le mire di egemonia di qualcuno pronto a sfruttare la situazione per destabilizzare e chiudere qualche conto rimasto ancora aperto dal recente passato. L’aver agganciato la propria economia a euro, franco e yen per quanto riguarda le indicizzazioni dei mutui potrebbe costare molto caro alla Lettonia: per Fitch Ratings il debito estero del 2009 sarà pari al 320% delle riserve estere. La contrazione del Pil lettone per quest’anno è attesa del 18%, mentre il valore delle case è crollato del 50%, lo shock più pesante mai registrato.

In ossequio al prestito del Fmi, garantito dalla Commissione Europea, la Lettonia ha già licenziato un terzo degli insegnanti e tagliato del 35% i salari dei dipendenti pubblici. Insomma, una scure che non è servita a nulla: potrebbe servire la ghigliottina. Verrà sacrificata l’economia lettone per salvaguardare le banche svedesi o si sceglierà davvero la strada della svalutazione immediate del lat? In ogni caso, sarà una cura da cavallo. E socialmente molto dolorosa. Non è un caso che la scorsa settimana Riksbank abbia aumentato le proprie riserve estere per 13 miliardi di dollari, una vera e propria corazza difensiva dal rischio ormai imminente di default nel Baltico.

«Se dovesse emergere una crisi in un paese della zona euro, c’è una soluzione». È quanto ha sottolineato il commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, durante un intervento un paio di mesi fa a Bruxelles. Ricordate? E ancora. «Potete star sicuri che prima che arrivi il Fondo monetario internazionale ci sarebbe una soluzione», ha sottolineato il commissario senza tuttavia entrare nel dettaglio di eventuali piani di intervento: «La soluzione esiste, siamo equipaggiati politicamente, intellettualmente ed economicamente per affrontare la crisi. La definizione di queste cose non può però essere esposta pubblicamente».

Da allora, silenzio. Peccato che un paese dell’area euro sia già in default tecnico – l’Irlanda -, un altro sta avvicinandosi a tappe forzate al punto di non ritorno, l’Austria e ora la Svezia rischia di destabilizzarci dall’interno se andrà in default sulla propria esposizione. A dirlo sono i freddi numeri dei cds, l’assicurazione sul rischio di fallimento di un’entità terza, sul rischio di default dei vari Stati sul debito pubblico e notizia come quelle giunte l’altro giorno da Riga.

Non stupisce visto che le banche di Vienna hanno prestato all’insolvente Est europeo il 70% del Pil austriaco e ora rischiano di non vederselo rimborsato. Se va in default l’Austria, arrivederci all’Est e alla stessa tenuta dell’area euro. E anche Unicredit, a dispetto dell’ottimismo dispensato a piene mani dal proprio amministratore delegato, potrebbe subire perdite consistenti, la “Stalingrado monetaria” prefigurata qualche mese fa dalla stampa austriaca. La terza onda è arrivata, più subdola delle precedenti. Ma certamente non meno letale.

Mauro Bottarelli
Fonte: http://www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=23809
5.06.2009

Antimafia Duemila – De Magistris: Una nuova cultura per una nuova resistenza democratica

Antimafia Duemila – De Magistris: Una nuova cultura per una nuova resistenza democratica.

di Monica Centofante – 3 giugno 2009
Coscienza e cultura come antidoto al “berlusconismo”. E come alternativa al pericoloso sistema autoritario e neoliberale che governa il nostro Paese ed entro il quale si inseriscono in modo organico una serie di fattori indissolubilmente legati fra loro.
Nell’ottica di una nuova gestione del potere perfettamente aderente – salvo qualche opportuna “miglioria” – al modello piduista di Licio Gelli.
Luigi de Magistris, magistrato in aspettativa e candidato alle prossime Europee con l’Italia dei Valori, ne ha parlato ieri ad Ancona, in una sala stracolma del centrale Hotel City. Ospite della sede locale dell’Idv e del candidato sindaco Fiorello Gramillano. Proponendo una vera e propria rivoluzione culturale e morale – “terreno sul quale è scivolato anche il centrosinistra” – che deve essere la base di una nuova resistenza democratica e di una rinnovata democrazia partecipativa.
Fondamentale, ha spiegato l’ex-pm di Catanzaro, è contrapporsi alla “corruzione sistemica” e assolutamente trasversale, che caratterizza il nostro Paese, nel quale sempre più chiari si delineano i contorni di una strategia precisa entro i quali vanno inseriti i violenti e continui attacchi all’indipendenza e all’autonomia della magistratura, il giornalismo ridotto a propaganda di potere, i disegni di legge che mirano a bloccare la circolazione delle informazioni su internet, le nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato o la deriva xenofoba tipica dei regimi. Che, con leggi che ricordano il nazifascismo, usa la violenza molto spesso contro uomini, donne e bambini inermi non preoccupandosi di risolvere alla causa il problema dei flussi migratori.
“Non è un caso – ha spiegato de Magistris – che in Parlamento penda una legge che vuole impedire al pm di prendere di propria iniziativa le notizie di reato (norma introdotta nel codice penale del 1989 su volontà di Giovanni Falcone), obbligandolo a indagare solo su reati segnalati dalla Polizia Giudiziaria. Quando è vero che, da una parte, la storia giudiziaria italiana insegna che le più grandi inchieste – soprattutto quelle che hanno toccato le deviazioni del potere, la mafia, i poteri occulti, le stragi, ecc. – sono sempre nate dall’intuito e dal lavoro di pool di magistrati. E, dall’altra, che tale riforma non potrà che bloccare le indagini sulle corruzioni della pubblica amministrazione, sul malaffare o sulle truffe all’Unione Europea dal momento che Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza dipendono rispettivamente dal Ministero degli Interni, della Difesa e dell’Economia. I quali, a logica, saranno restii a chiedere indagini in questa direzione”.
Stesso discorso per i tentativi di sottoporre la magistratura al controllo della politica o il disegno di legge che impedisce ai giornalisti di pubblicare i fatti fino a che non ci sia sentenza di primo grado. Tutte mosse che minacciano pesantemente la Costituzione Repubblicana in alcuni dei suoi principi fondamentali: la legge uguale per tutti, la libertà di stampa e la libera manifestazione del pensiero. “Azioni molto pericolose”, ha sottolineato de Magistris che portano allo “svuotamento della Costituzione attraverso legislazione ordinaria”. Alle quali occorre aggiungere le “leggi ad personam”, le denigrazioni, le delegittimazioni e le “tecniche del trasferimento che, almeno in un caso, in Calabria, hanno riguardato anche un sacerdote (Mons. Bregantini), il quale, tra le altre cose, denunciava la criminalità organizzata e la massoneria deviata”.
Oggi non si spara più si usano tecniche più raffinate.
E allora l’interrogativo si sposta inevitabilmente sulla reale natura del crimine organizzato, “penetrato nel sistema politico-istituzionale ed economico-finanziario tanto da non aver più necessità di aggredire militarmente i servitori dello Stato”. Così come avvenne nel ’92 e nel ’93 “quando assistemmo ad una strategia della tensione militare di altissimo impatto stragista”.
Tracciando un filo tra quelle stragi e la nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, de Magistris ha quindi evidenziato gli elementi di continuità, analizzando i motivi per cui la mafia utilizzò all’epoca una “strategia politico- criminale” e soffermandosi sulla presunta trattativa tra mafia e pezzi delle istituzioni per la quale è in corso un delicato processo a Palermo. E proprio in merito ad alcuni di quegli elementi di continuità ha accennato alle dichiarazioni del colonnello Riccio sulle confidenze di Luigi Ilardo (ucciso prima di cominciare il suo rapporto di collaborazione con la giustizia), che fece il nome di Dolcino Favi, il magistrato che avocò l’inchiesta Why Not; al dottor Genchi e al suo ruolo di consulente sia nelle sue inchieste che in quelle di Capaci e Via D’Amelio; al ruolo dei servizi segreti in quelle stragi; ai dubbi inquietanti che pesano sull’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, ora vicepresidente del Csm, e sui quali chiede si faccia luce Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso nel 1992. “La sua voce – promette il candidato dell’Idv – noi la porteremo in Europa. E l’Europa ci dovrà aiutare visto che in Italia abbiamo politici collusi con la mafia”.
Prima di chiudere la serata il discorso si è spostato sul tema della sicurezza, ridotto a “due operazioni di pura e becera propaganda: i militari e le ronde”. Dove la cosa più grave, nel quadro del già accennato disegno piduista, “è che ci sembrerà normale avere i militari sulle strade”, mentre le ronde richiamano al fascismo e ai paramilitari colombiani che, per l’appunto, “si chiamavano ronde”. Ma questo sistema non è invincibile. Tutt’altro, continua de Magistris, appellandosi al crescente senso democratico del quale il potere costituito ha enorme paura.
“Questo è un progetto politico che va colpire al cuore questo sistema che sta corrodendo il nostro Paese e sono convinto – ha concluso – che se ognuno di noi darà il proprio contributo a questa resistenza costituzionale si sbriciolerà molto prima di quanto noi possiamo immaginare”.

Antimafia Duemila – 2 Giugno: festeggiare, ricordare, lottare

Antimafia Duemila – 2 Giugno: festeggiare, ricordare, lottare.

di Luigi de Magistris – 2 giugno 2009

Giovani ragazze e menestrelli portati a festeggiare nella villa del sovrano il sovrano stesso, sfruttando gli aerei e i voli di Stato. Sentenze che riconoscono un avvocato inglese colpevole di corruzione della Guardia di Finanza per favorire il presidente Fininvest.

Soap opera sul matrimonio in crisi del capo del governo diffusa a mezzo stampa, con un agone del commento, del pettegolezzo, dell’opinione cresciuto a dismisura. Una fiction grottesca e tragica a cui la stampa internazionale assiste sbigottita: “cade la maschera del buffone sciovinista” scrive il Times in un editoriale durissimo.

E’ in questo contesto che cade l’anniversario del 2 Giugno ed è proprio per questo contesto che la Festa della Repubblica assume un significato ancora maggiore come vera e propria resistenza democratica di fronte ai “minima moralia” che stiamo vivendo. Riflette luce e offre ancora speranza, infatti, la stagione che portò alla nascita della Repubblica e alla ratifica della Carta Costituzionale, cioè di quei riferimenti che si sono trasformati in obiettivo costante del governo e del suo presidente, ormai sempre più simile ad un califfo piuttosto che ad una guida politica e istituzionale.

In spregio al dramma vissuto dal Paese con la guerra mondiale, stracciando il sacrificio di tanti e tante che portò alla libertà e alla Repubblica, cancellando il valore di una Carta nata da sensibilità politiche diverse e a ridosso di giorni tragici, procede questa destra di governo come un carro armato che tutto distrugge per proteggere il capo e i suoi sodali.

E stride terribilmente l’atteggiamento verso le donne che contraddistingue il sovrano, quelle stesse donne che nel 1946 votarono per la prima volta, mettendo fine ad una discriminazione storica basata su pregiudizi infondati, le stesse donne per cui oggi questa Festa non può che suonare ancora più importante, da difendere nel suo significato più profondo di fronte a chi, pur rivestendo un ruolo istituzionale, senza pudore alcuno ne parla nei termini di oggetti, possibilmente di bella forma, per disporne come marketing politico oppure arredi per la sua villa con vulcano artificiale.

Per tutti questi motivi, il 2 Giugno non solo va festeggiato, ma deve essere occasione per ricordare la sua origine nel dramma del Novecento e per lottare in difesa dei diritti, della democrazia, della dignità femminile, della legge, che oggi rischiano di essere travolti dall’arroganza del re, sempre più denudato.

Antimafia Duemila – Berlusconi ha esaurito il suo compito? Sibillina intervista a Marcello Dell’Utri

Antimafia Duemila – Berlusconi ha esaurito il suo compito? Sibillina intervista a Marcello Dell’Utri.

di Filippo de Lubac – 2 giugno 2009

L’ombelico del mondo, secondo una cultura misteriosa e pittoresca, si troverebbe nell’oceano pacifico e più precisamente nell’Isola di Pasqua. Ma per noi lucani è sempre più evidente che non può essere molto lontano dalle nostri calanchi.
Lo suggeriscono i giacimenti petroliferi più ricchi dell’Europa continentale, una ricchezza di acque minerali e per uso irrigazione senza pari nell’intero Mezzogiorno d’Italia, una concentrazione di Logge Massoniche di cui si avverte la presenza e (a volte) anche l’incombenza. Ma, più di tutto, la constatazione che tutti i fatti politici e giudiziari clamorosamente venuti in luce negli ultimi due anni passano per la Basilicata. Sarà un caso? Forse, ma bisogna anche cercare di rintracciare e inanellare tante coincidenze e qualche nome ricorrente; poi la probabilità che si tratti di eventi casuali si riduce quasi a zero: quasi! Alcuni giornali (pochi per la verità) avevano classificato i procedimenti avviati dal PM Luigi De Magistris in quel di Catanzaro come il più grande scandalo della storia repubblicana, se non proprio della storia d’Italia. Se si analizza quanto è accaduto ai procedimenti Why Not, Poseidone e Toghe Lucane e maggiormente se si considera quanto accaduto al “dottore” (così chiamavano De Magistris i suoi coadiutori più stretti) ed ai suoi consulenti e collaboratori (Genchi, Sagona, Zacheo) è tutto molto chiaro. Allora, viene da chiedersi, se non si tratti dello stesso scandalo di cui vaticinava il Presidente Berlusconi, quando prometteva rivelazioni sconvolgenti entro breve tempo. Ovviamente, tutti hanno dimenticato queste promesse e nessuno più interroga il buon Silvio nazionale. Per altro verso, invece, molti lo stanno mettendo alla gogna per le sue presunte frequentazioni private, cioè fuori protocollo (o quasi). Povero Silvio, lui sbraita contro i magistrati che vorrebbero attuare un golpe, spodestarlo dal piedistallo su cui l’hanno posto milioni di italiani. E come sarebbe possibile una simile azione, visto che una Legge dello Stato lo sottrae ad ogni Tribunale, Legge o Regolamento? Forse non è proprio così lineare, forse non sono gli oppositori a volerlo mettere da parte (non potrebbero). Qualcosa sembra intravedersi nell’intervista resa al Corriere della Sera da Marcello Dell’Utri. Dice il potente politico siciliano che nei “festoni a Villa Certosa, ci sono subito due o tre situazioni che, ogni volta, tolgono il fiato a chi partecipa per la prima volta”. E subito spiega: “c’è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. E sa qual è il gusto più buono? Il gelato del Presidente”. Ora, che gli ospiti del Cavaliere si debbano meravigliare (al punto da restare senza fiato) di poter sorbire del gelato e per giunta senza pagarlo, francamente, è assurdo. Nemmeno gli ospiti del più taccagno genovese, si meraviglierebbero di tanta generosità. Allora cosa intende Dell’Utri quando dice “gelato”? E quale sarebbe il “gelato del Presidente”? L’impressione è che Berlusconi abbia portato a termine il suo compito e adesso, totalmente prigioniero di consigli a cui non può dire di no, al massimo possa servire da parafulmine. Inutile persino attaccarlo, servirebbe a distrarre gli sguardi da quella ristretta cerchia di signori che hanno realizzato il progetto di Licio Gelli, senza mai apparire riconoscibili. Intanto, nell’ottobre 2008, il Governo Berlusconi ha dato il visto finale al piano di emergenza esterna per gli incidenti nucleari all’Itrec di Rotondella dove si custodiscono da quarant’anni le barre di combustibile nucleare provenienti da Elk River e diversi quintali di Uranio, Torio ed altri elementi radioattivi. Chi avrà modo di leggerlo (prossimamente su queste pagine), capirà perché l’elemento radioattivo più pericoloso è lo Stronzio e la Basilicata se non è l’ombelico del mondo ci sta molto vicino.

Dal quotidiano “Il Resto” del 2 giugno 2009