Archivi del mese: luglio 2009

Comunicato Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Comunicato Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili.

Comunicato

Del perché politici che godono della stima del Magistrato Piero Luigi Vigna non si adoperano per una commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del 1993, non lo sappiamo, possiamo solo immaginarlo.

Del perché noi mai vorremmo una commissione d’inchiesta parlamentare sul massacro dei nostri parenti, lo abbiamo ben chiaro in testa, e tante volte lo abbiamo detto, semplicemente perché in Parlamento non ci sono le condizioni per una tale inchiesta.

Riteniamo la politica attuale troppo compromessa nei fatti del 1993 stragi incluse, per avere una commissione d’inchiesta serena nei giudizi e nelle analisi di eventi tanto tragici che hanno visto i nostri attuali politici comportarsi verso quei fatti come minimo con indifferenza .

Del resto la storia ci supporta ampiamente, nessuna commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi in Italia ha mai prodotto alcunché di positivo.

Al Magistrato Vigna che ci chiama in causa, con tutto rispetto gli vogliamo dire con serenità, che avremmo preferito che il nostro Esposto, a suo tempo presentato in Procura proprio sul famigerato ‘papello’, avesse un risultato diverso da quello ottenuto.

Molti politici nel 1992 erano venuti in possesso del ‘papello’ stesso secondo le nostre informazioni addotte nell’esposto, i nomi di questi politici ci aspettavamo di conoscerli, sicuramente nessuno di loro fu innocente nel non denunciare di aver ricevuto il documento incriminato, almeno quando nei processi di Firenze si cominciò a parlarne.

Sicuramente quei politici innocenti non furono, e non lo sono neppure oggi mentre tacciono, se non altro sono colpevoli di vigliaccheria, e chissà alcuni di loro forse colpevoli di complicità con la mafia, la quale il suo ‘papello’ di richieste temiamo lo abbia inviato a chi credeva amico o ricattabile.

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

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Antimafia Duemila – De Magistris: “Inchiesta Copasir? Lasciamo lavorare i magistrati”

Antimafia Duemila – De Magistris: “Inchiesta Copasir? Lasciamo lavorare i magistrati”.

Luigi De Magistris, parlamentare europeo dell’Idv, critica il Comitato Parlamentare di Vigilanza sui Servizi di Sicurezza per la decisione di “occuparsi delle indagini sulle stragi di mafia del ’92-’93 e della trattativa tra mafia e pezzi deviati delle Istituzioni” e suggerisce che di queste vicende si occupi la magistratura.
Come mai, ma la domanda è ovviamente retorica, parte della politica – sottolinea l’ex pm – sta entrando in fibrillazione e vuole occuparsi di queste indagini? Dopo la richiesta di una Commissione sulle stragi, si viene a sapere oggi che il Copasir, in cui opera la coppia Rutelli-Cicchitto, quest’ultimo tessera P2, rivolge la sua attenzione, con encomiabile tempismo, sulle inchieste in corso in Sicilia. C’é da preoccuparsi. Magari facciamo partecipare anche Dell’Utri e Cuffaro a questa dinamicità parlamentare; così, almeno, sicuramente ne sapremmo di più. Per carità, lasciamo lavorare – conclude De Magistris – i magistrati”.

Chi uccise il giudice Borsellino?

Chi uccise il giudice Borsellino?.



Scritto da Miguel Mora (
EL PAIS, 19 luglio 2009), Traduzione a cura di Valentina Culcasi

Il “capo” Totò Riina rompe 17 anni di silenzio dal carcere e conferma i sospetti sui servizi segreti.

Roma – Il 19 luglio del 1992, il giudice antimafia Paolo Borsellino fu assassinato insieme a cinque uomini della scorta con un’autobomba caricata con 100 chili di dinamite. La bomba esplose in via Mariano D’ amelio a Palermo, quando il magistrato stava andando a visitare sua madre. Due mesi prima, e solo alcuni giorni dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone, Borsellino aveva parlato in una intervista alla Rai delle relazioni tra Cosa Nostra e alcuni industriali di Milano, citando i nomi di Marcello Dell’ Utri, condannato in seguito per associazione mafiosa, e Silvio Berlusconi, capo e socio politico del precedente.
Adesso, 17 anni dopo la sua morte, i magistrati siciliani hanno riaperto il caso dopo il ritrovamento di documenti e testimoni che indicano che la mafia eseguì la strage in alleanza con i servizi segreti.

Il capo dei capi, Totò Riina, detenuto nel carcere di Opera (Toscana) e condannato all’ergastolo per, tra gli altri, l’omicidio di Falcone e Borsellino, ha appena rotto un silenzio di 17 anni e ha confermato questa versione. Informato dai giornali della nuova direzione delle indagini giudiziarie, il padrino di Corleone sabato ha detto con foga al suo avvocato la sua verità: “Lo uccisero loro”, ha affermato. E ha aggiunto: “Non guardate sempre e solo a me, guardatevi anche voi quello che avete dentro”.

Nella traduzione del suo avvocato, Luca Cianferoni, Riina afferma che l’uccisione di Borsellino fu un crimine di Stato. L’affermazione rafforza i sospetti delle procure di Caltanissetta e Palermo, che hanno riaperto un’indagine che sembrava sepolta grazie alle rivelazioni di due nuovi pentiti, Giovanni Brusca e, soprattutto, Massimo Ciancimino.

Il secondo è il figlio del capo defunto e detenuto don Vito Ciancimino, un corleonese che fu sindaco demoscristiano (corrente andreottiana) di Palermo negli anni settanta, e che, stando a quanto ha rivelato il recente libro Vaticano S.P.A., del giornalista Gianluigi Nuzzi, riceveva denaro dalla mafia tramite l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca vaticana.

Durante il suo mandato, Don Vito costruì una Palermo di sana pianta e si portò nella tomba un tesoro di milioni di euro. Accusato di riciclaggio di questa fortuna, Ciancimino junior ha tentato di cavarsela confessando l’origine di alcuni documenti cruciali che custodiva suo padre.

In uno di questi, che risulta strappato nella sua metà superiore, Cosa Nostra minacciava Silvio Berlusconi “con un luttuoso evento” (il sequestro di uno dei suoi figli) se non avesse messo a disposizione un canale televisivo che curasse i suoi interessi. Secondo Ciancimino, la nota fu scritta dal capo Bernardo Provenzano, sebbene egli l’avesse vista intera e non strappata: “In questa storia c’è qualcosa più grande di me” ha detto, aggiungendo che Provenzano inviò a Berlusconi altre due lettere, tramite suo padre e Dell’ Utri.

Altro del contenuto dei documenti, che Ciancimino attribuisce allo stesso Riina, proverebbe che l’omicidio di Borsellino fu conseguenza di una trattativa tra la mafia e due capi dei servizi segreti.

Riina, con la credibilità che si può dare al mafioso più spietato e sanguinoso della storia, non ha tardato neppure 48 ore per apparire in scena: ha negato che fosse lui colui che trattò con lo Stato, però ha detto che questa trattativa ci fu e che i negoziatori furono gli assassini.

Anche i fratelli del giudice Borsellino credono a questa versione, che è sempre stata qualcosa simile a un segreto aperto. Sabato, Rita e Salvatore Borsellino hanno diretto una manifestazione di protesta che è terminata di fronte al Castello Utveggio, sede palermitana dei servizi segreti.

“Oggi, finalmente, dopo anni oscuri la lotta che stanno facendo le procure di Caltanissetta e Palermo va finalmente nella giusta direzione”, ha detto Salvatore Borsellino.

Al grido di “Resistenza, l’agenda rossa esiste”, circa 300 persone hanno preteso che compaia l’agenda rossa di Paolo Borsellino. L’agenda conteneva quello che il giudice sapeva. Si ritiene che fu raccolta da un carabiniere il giorno della strage. Nessuno ha avuto più notizie di entrambi da allora.

Rita Borsellino, eurodeputata per il Partito Democratico, si domanda perchè tutte queste piste vengano alla luce 17 anni dopo. “Ho molti dubbi, però non accuso nessuno”, dice.

Si conoscerà un giorno la verità, o le verità? Questa domenica la manifestazione dell’anniversario è stata rivelatrice. È venuta a fatica qualche persona, e non si è visto un solo politico nazionale. L’unico rappresentante dello Stato è stato il procuratore antimafia, Piero Grasso. E il lavoro non gli manca. Il pentito Ciancimino ha dichiarato in televisione: “Ho paura, certo che ho paura. Ogni volta che parlo, Riina esce dal suo nascondiglio”.

Palermo, sparita una prova dei contatti fra Stato e mafia

Palermo, sparita una prova dei contatti fra Stato e mafia.

Scritto da Attilio Bolzoni e Francesco Viviano

L’ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c’è anche il numero del cellulare di “Carlo”, l’agente segreto che ha trattato con Vito Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992. Il suo nome è sconosciuto agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al momento dell’arresto. C’è il verbale di sequestro di uno dei suoi telefonini, c’è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta è sparita.

Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e “sollecitazioni” alla Corte di Appello però – dopo mesi di ricerche – non è stata consegnata ancora ai pubblici ministeri che indagano sul patto fra Stato e Mafia. O qualcuno l’ha sottratta o qualcun altro l’ha infilata in un posto sbagliato. Forse fra un giorno o fra un anno salterà fuori da qualche scatolone o forse non ricomparirà più. E “Carlo”, se non ci sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell’ombra.

E’ il personaggio centrale di tutta l’inchiesta siciliana sugli avvenimenti di quell’estate del 1992. Più dello sfregiato, quell’altro agente segreto con la “faccia da mostro” che i magistrati di Palermo e di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi. Più degli “irregolari” del Sisde che per anni si sono aggirati nelle borgate palermitane “camminando” insieme a boss e a picciotti – questa l’ipotesi – per mettere bombe o far paura a Falcone e Borsellino.

E’ “Carlo” l’uomo cerniera di più “alto livello” fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette anni fa. E’ lui – lo racconta Massimo Ciancimino – che aveva materialmente in mano il famigerato “papello” alla vigilia del massacro di via D’Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime mosse per far contento Totò Riina. Il figlio di don Vito non conosce l’identità di “Carlo” e quella scheda telefonica scomparsa era l’unica traccia per risalire all’oscuro 007.

Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una frequentazione con lui dal 1980. Un vero “intermediario” fra pezzi dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino anche un passaporto turco subito dopo l’uccisione di Salvo Lima, all’inizio del 1992. E’ stato “Carlo” a portarglielo a casa sua, a Roma in via San Sebastianello. “Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di allontanarsi in fretta dall’Italia”, gli disse “Carlo”. La foto che servì per quel passaporto, don Vito l’ha fatta in uno studio a pochi passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta.

Ma quel passaporto l’ex sindaco di Palermo non l’ha mai usato. E’ fra le carte ereditate dal figlio.
E’ un potente “Carlo”. Con “licenza” di fare scorribande dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e chaffeur. E’ sempre stato lui – nell’autunno del 1984 – a far visita più volte a Rotello, in Abruzzo, a don Vito che era al soggiorno obbligato. In quel periodo “Carlo” incontra pure i figli. Li pedina anche. Quando escono di casa. Quando lasciano la Sicilia. Quando hanno i “colloqui” in carcere con il padre. Capita anche che “Carlo” prova a usare come “postini” i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire: “Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda”. L’agente segreto e i suoi hanno sempre avuto paura che don Vito potesse parlare.

Le “visite” in carcere si fanno sempre più frequenti. E anche la “libertà” di don Vito in galera è tanta. Può chiamare con un cellulare di “Carlo”. E può incontrare, anche quando è ufficialmente in isolamento, altri detenuti. Come per esempio Nino Salvo, il grande esattore mafioso della Sicilia, con Salvo Lima l’uomo più potente della corrente andreottiana nell’isola che Giulio Andreotti ha sempre negato di conoscere. Ecco cosa raccontava il 17 marzo 1993 Vito Ciancimino al procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, al sostituto Antonio Ingroia e – guarda caso presente all’incontro – al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il fedelissimo del generale Mario Mori che fu il primo ad “agganciare” Massimo Ciancimino per avviare la “trattativa”.

Allora don Vito non raccontò come poteva aggirare l’isolamento, però ricordò: “Nino salvo mi disse: ‘Hai capito di quali romani ci parlò Salvo Lima? Non hai capito niente… Ti comunico in termini perentori che a decidere l’assassinio del generale Dalla Chiesa e dell’onorevole Pio La Torre è stato Giulio Andreotti”. All’epoca don Vito fu bollato come un “depistatore”.
Un rapporto antico quello fra l’agente “Carlo” e l’ex sindaco. Fino ai giorni del “papello”. Fino a quando si ritrovarono a “ragionare” insieme sulle richieste che Totò Riina aveva avanzato allo Stato per fermare le stragi.

Poi, dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, “Carlo” non ha mai voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo. E’ stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari. E’ stato lui a presentarsi come “un carabiniere” sotto la sua casa di Palermo qualche mese fa. E’ stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio, a entrare segretamente nell’appartamento bolognese di Ciancimino jr per lasciare un messaggio: “Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?”. E ieri, Massimo Ciancimino, ascoltato di sera in procura a Palermo, forse ha parlato anche dell’ultimo incontro con “Carlo” e dei suoi avvertimenti.

Verrà un giorno: Il senso delle parole

Sempre ben argomentate le analisi del blog “Verrà un giorno”.

Verrà un giorno: Il senso delle parole.

Questa storia sta assumendo contorni sempre più grotteschi. Parlo dell’affaire Mancino e di tutta quella ridda di dichiarazioni, smentite, aperture, indietreggiamenti, rivelazioni, ritrattazioni, ricordi, dimenticanze, verità (poche), bugie (tante), quei non so, non sapevo, non potevo sapere e anche se avessi saputo non ricordo. Qualcosa che puzza tremendamente di marcio e che vorrei provare a ricostruire dati alla mano. Sono due le questioni che agitano i sonni del vicepresidente del Csm. La presunta trattativa tra stato e mafia e quell’ormai famigerato incontro fantasma con Paolo Borsellino il 1 luglio 1992.

Partiamo dalla trattativa. Tutto nasce dalle dichiarazioni che il figlio di Vito Ciancimino sta rilasciando da mesi ai magistrati inquirenti. Massimo Ciancimino ha rivelato che il padre fu avvicinato da esponenti di Cosa Nostra per conto di Totò Riina che voleva far pervenire ai piani più alti delle Istituzioni le sue richieste indecenti, vergate di proprio pugno sul famoso “papello”. Vito Ciancimino a quel tempo aveva intrapreso delle relazioni delicate con le forze dell’ordine, che volevano a tutti i costi arrivare, grazie alle sue conoscenze, alla cattura di qualche pezzo grosso di Cosa Nostra. In particolare, erano stati il colonnello Mario Mori e il tenente Giuseppe De Donno ad avviare i primi contatti col sindaco mafioso di Palermo. Questo è stato ormai accertato. Il punto è che Massimo Ciancimino rivela per la prima volta che Riina non si accontentava di questi contatti. Voleva avere l’assicurazione che i piani alti delle istituzioni fossero a conoscenza della trattativa e in qualche modo la legittimassero. Massimo Ciancimino fa il nome di Nicola Mancino, allora ministro dell’Interno, che avrebbe dato l’ok per trattare con Cosa Nostra.

Come si difende Mancino da queste accuse?

La sua prima dichiarazione è di rifiuto assoluto: ”

Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia: nessuno dei vertici delle forze di polizia me ne parlò, né chiese il mio parere, che sarebbe stato decisamente negativo sull’apertura di una trattativa con la malavita organizzata. Ignoro le assunte trattative che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino rese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“.

A ben vedere, sono dichiarazioni ambigue, contraddittorie. Come può escludere che ci sia stata una trattativa tra Ros e Cosa Nostra (verità processualmente accertata) se mai nessuno degli interessati gliene parlò? Se “esclude”, significa che è sicuro che nessun apparato dello Stato trattò con i mafiosi. Come fa a esserne certo? Soprattutto alla luce di quanto è emerso nei vari processi celebratisi sulle stragi. In proposito, voglio riportare due brani inquietanti, tratti dalle deposizioni di due pentiti, Giovanni Brusca e Calogero Pulci.

Brusca: “Io capisco che quella trattativa…cioe’, quella strage del dottor Borsellino e’ per me per due motivi: una e’ per accelerare, due, che il dottor Borsellino poteva essere l’ostacolo, quello che poteva non garantire quelle trattative che erano state richieste e, quindi, un elemento di ostacolo…un elemento di ostacolo da togliere di mezzo a tutti i costi, visto che non era abbordabile con la corruzione o con qualche altro sistema. Perchè allora si parlava del dottor Borsellino che doveva andare qua, doveva andare la’, doveva fare questo, pero’ era la persona che poi, piu’ di tutti, togliendo gli incarichi istituzionali che avrebbe potuto avere, ma era la persona che denunciava pubblicamente fatti e misfatti, quindi, era un ostacolo a tutti i livelli. Quindi per me i motivi sono due: uno, che Cosa nostra lo doveva eliminare necessariamente, l’accelerazione per spingere a questa trattativa, e due, che poteva essere un ostacolo per continuare questa trattativa.

Pulci: “Le due stragi furono decise contemporaneamente, ma si dovevano fare in date separate. Solo che quella del dottor Borsellino fu accelerata per una imprudenza del dottor Borsellino, in quanto dopo la strage di Capaci si confidò con un uomo delle Istituzioni a Roma, con l’uomo direi io sbagliato, che quello ci avverti’ e accelerammo la…Io non lo so il contenuto, ma questo si confido’ al punto tale da fare spaventare quella persona delle Istituzioni da farci accelerare la strage. Fummo avvisati per fare la strage, perche’ la strage e’ diventata dopo, si doveva ammazzare il dottore Borsellino, come si doveva ammazzare il dottore Falcone, perche’ collegati sono”.

Queste parole di Calogero Pulci suonano ancora più sinistre se si pensa che proprio oggi è trapelata la notizia per cui due magistrati, ex giovani colleghi di Borsellino, hanno dichiarato qualche giorno fa alla procura di Caltanissetta: “Un giorno di quell’estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito“. Questo amico di cui parlano questi due (ancora anonimi) magistrati ha qualche cosa a che fare con l’uomo delle Istituzioni che secondo Pulci avrebbe tradito Borsellino? Mancino ha qualche sospetto in proposito? O, alla luce di tutto ciò, ha ancora il coraggio di dichiarare di non aver saputo nulla della trattativa e dei ricatti incrociati che avvenivano sotto il suo naso?

E infatti Mancino un piccolo passo avanti lo fa e adombra l’ipotesi che la trattativa ci sia effettivamente stata: “Noi la trattativa l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia.” E’ chiaro che se la trattativa è stata respinta, significa che qualcuno l’ha proposta e intavolata. E poi quel plurale, “noi”. A chi si riferisce Mancino? Sta parlando anche per i vertici del Ros, che come sappiamo erano tutt’altro che allergici ad una trattativa, o è un semplice plurale maiestatis?

Passa qualche giorno e il piccolo passo avanti, evidentemente troppo azzardato, è subito rimangiato. In un’intervista al Corriere Mancino dichiara: “Per quanto mi riguarda non ci fu, né ci furono trattative. Parlo naturalmente di dopo il mio arrivo al Viminale: nessuno ha mai proposto, a me e allo Stato nei suoi vertici istituzionali, impossibili trattative con la mafia“. L’arguto giornalista gli fa notare: “Ma allora cosa avete respinto?“. Mancino si arrotola su se stesso: “Mi riferivo al fatto che, a partire dal capo della polizia fino ai direttori dei Servizi, quando qualcuno avanzò l’ipotesi che la mafia aveva alzato il tiro contro le istituzioni per ottenere un’attenuazione dei provvedimenti di contrasto già assunti dal governo o ancora all’esame del Parlamento, questa eventualità fu immediatamente scartata”.

Dunque quando Mancino parla di “trattativa respinta” intende l’ipotesi di un fantomatico “qualcuno”, secondo cui le bombe di Cosa Nostra dovevano servire a far venire a patti lo Stato. Questo “qualcuno” deve essere stato davvero un genio dall’intelligenza spiccata e fuori dalla norma per aver intuito un così sottile piano diabolico. Evidentemente nessuno al Ministero dell’Interno ci era ancora arrivato. Però una cosa è certa. Quando questo “qualcuno” glielo spiegò per filo e per segno, magari con un bel disegnino, loro (chiunque fossero questi “loro”) si opposero fermamente.

Veniamo ora alla questione dell’incontro con Paolo Borsellino. Mancino fu interrogato come teste dai magistrati di Caltanissetta nel lontano 1998 e a loro riferì di non potersi ricordare dell’accaduto. Oggi, a undici anni di distanza, conferma quelle parole: “Confermo di non averne memoria: non conoscevo fisicamente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto nulla in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare. Ma perchè poi incontrare il Giudice Borsellino in una giornata in cui si festeggiava la mia nomina a Ministro dell’interno?“.

E’ credibile che un senatore della Repubblica Italiana, quale era Mancino a quei tempi, designato a succedere al Ministro Scotti al Viminale, scelto dunque per la sua esperienza in termini di conoscenza del fenomeno mafioso, non sapesse che faccia avesse Paolo Borsellino? Il giudice che riempiva le prime pagine di tutti i giornali dopo la morte di Falcone. Il giudice che rilasciava interviste, parlava alle televisioni, interveniva ad incontri pubblici. Il giudice considerato da tutta l’opinione pubblica come l’ultimo baluardo della lotta alla mafia. Il giudice che prese addirittura sei voti durante l’elezione del Capo dello Stato. Il giudice che portava a spalle la bara del suo amico e collega davanti a tutte le televisioni del mondo. E’ credibile tutto ciò? E’ credibile che un uomo navigato come Mancino e così esperto delle faccende italiane e che, come lui ama rimarcare, aveva firmato la legge Violante-Mancino per impedire la scarcerazione degli imputati del maxiprocesso, non avesse mai visto, nemmeno di sfuggita, in tutti quegli anni di lotta alla mafia colui che, insieme a Falcone, il maxiprocesso l’aveva istruito?

E’ credibile che Paolo Borsellino fosse stato invitato al Viminale da Parisi senza che nessuno lo presentasse al ministro? E’ credibile che Mancino possa aver stretto la mano a Paolo Borsellino senza che questi si presentasse? E soprattutto senza che il volto di Paolo gli rimanesse impresso nella mente? Non sarebbe dovuto essere lui, Mancino, il primo a chiedere della possibile presenza di Borsellino al Viminale e fare di tutto per farselo presentare? Non era Mancino ansioso di conoscere il magistrato che più di tutti poteva aiutare lo Stato a sconfiggere Cosa Nostra in quel periodo assolutamente tragico della storia della Repubblica? Non era ansioso di conoscere il magistrato che Cosa Nostra aveva già condannato a morte e che aveva dichiarato di aver capito perchè e da chi Falcone fosse stato ucciso? Oppure era troppo impegnato, a quanto pare, ad autocelebrarsi e a festeggiare il proprio insediamento al Viminale? E cosa c’era, di grazia, da festeggiare in quei terribili giorni in cui lo Stato pareva sull’orlo di crollare sotto gli attacchi eversivi della mafia?

Mancino dichiara: “Nella mia agenda, anno 1992, primo luglio, non è annotato nessun incontro e non potevano esserci incontri prestabiliti: salivo la prima volta al Viminale e una folla tra prefetti, funzionari, impiegati, amici riempì il corridoio dal quale si accede all’ufficio del ministro“. Ma chi ha detto che quello fosse un incontro prestabilito? Anzi. Quell’incontro sappiamo bene che fu qualcosa di assolutamente non pianificato. Dunque, se nelle agende il ministro è solito segnare solamente gli incontri prestabiliti e non quelli effettivamente avvenuti (anche improvvisi o casuali), è chiaro che il fatto che al primo luglio non ci sia scritto niente non dimostra nulla. Mancino infatti, in un’intervista per La7, ha mostrato un calendarietto, tirato fuori da un cassetto chiuso a chiave del suo studio, mostrato per qualche secondo alle telecamere e poi subito rimesso al proprio posto.

In proposito Mancino pronuncia la dichiarazione più sconcertante: “Ma non potevo dare un appuntamento a uno che non conoscevo! A meno che quello che non conoscevo non mi avesse detto ci ho un segreto di Stato…ci ho una mia valutazione urgentissima…allora io a quel punto .. perchè non riceverlo … ricevo tutti!“. Ma come? Allora Mancino sta dicendo che non solo non conosceva fisicamente Borsellino, ma ignorava addirittura chi fosse. Forse che aveva bisogno di conoscerlo fisicamente per convocare al Viminale il giudice antimafia più famoso d’Italia? Tutto ciò è ridicolo. Ridicolo e offensivo per la memoria del giudice. Offensive sono quelle parole (“ricevo tutti!“), come se Paolo fosse un funzionario qualunque giunto al Viminale solo per omaggiare sua maestà il neoministro.

Continua Mancino: “Ma si può parlare con un ministro neo nominato di trattative tra lo Stato e la criminalità organizzata? … a parte ragioni di stile … in quei giorni …a meno che non ci fosse stata una richiesta esplicita per notizie di carattere urgente … io non ho ricevuto nessuno e non avrei voluto ricevere nessuno … come in effetti mi pare che sia avvenuto“. Notate la spudoratezza di certe dichiarazioni. Ma che faccia tosta avrebbe avuto Paolo Borsellino a venire a rovinare la festa del ministro? Era il caso di parlargli di trattative tra stato e mafia proprio mentre lui stappava spumante e mangiava cannoli per l’importante poltrona ottenuta? Sarebbe stato davvero sfacciato questo Borsellino. E che diamine. Nemmeno un briciolo di stile!

E per difendersi, Mancino cita addirittura la deposizione del pentito Gaspare Mutolo che dimostrerebbe come l’incontro non sia avvenuto. Anzi accusa Salvatore Borsellino di raccontare sempre “una versione monca” della vicenda. Per dovere di verità riporto dunque qui di seguito lo stralcio delle dichiarazioni di Mutolo che dovrebbero “scagionare” Mancino.

Mutolo: “Quando il Giudice ando’ via mi aveva detto che gli aveva telefonato il ministro. Quindi, quando il Giudice ritorno’, che era passata un’ora, un’ora e mezza, ci siamo entrati di nuovo nella stanza, pero’ l’umore del dottor Borsellino era completamente cambiato, perche’ diciamo, quando incomincio’ l’interrogazione era molto soddisfatto e si vedeva che era contento che io ero iniziato la mia collaborazione; invece quando ritorno’ era molto agitato, tanto che io, ad un certo punto, notai questo, perche’ lui si era tolto la giacca, sudato. Ad un certo punto io mi accorgo che il dottor Borsellino c’ha una sigaretta accesa e se ne accende un’altra, quindi da quel momento io ho capito che era molto distratto. Anche se era con me, ma il pensiero era ad un’altra persona. Dopo c’ho detto – a tipo una battuta – che deve essere contento che e’ andato dal ministro. Dice: “Ma quale ministro e ministro…sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada”, quindi ho capito,che con quello che avevo detto io qualche ora prima, qualche due ore prima, insomma, il discorso era molto preoccupante. Comunque, ma me l’ha detto molto seccato, molto dispiaciuto, con fare stanco. Ma si vedeva chiaramente che la cosa non era gradita, diciamo; era stata una sorpresa che lui magari o non si aspettava o… Io non lo so, io non e’ che posso essere nella mente del Giudice, quello che pensava lui in quel momento. Cioe’, pero’ era completamente diverso di come era andato, di come quando ritornò”.

Se, come dice Mancino, questo resoconto è da prendere come buono si evince che:

1) il ministro Mancino ha chiamato personalmente Borsellino sul cellulare per convocarlo d’urgenza al Viminale.

2) quando Borsellino giunge al Viminale, invece che dal ministro, viene accolto dall’allora capo della Polizia Parisi (deceduto qualche anno fa) e dall’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, oggi condannato in via definitiva a dieci anni per mafia.


3) Borsellino ne rimane sconvolto, perchè Contrada era proprio colui che Mutolo gli aveva indicato come “a disposizione” di Cosa Nostra. Non solo: durante quel colloquio, rivela ancora Mutolo in un altro passaggio, Contrada mostra di essere già a conoscenza del fatto che Mutolo vuole collaborare e anzi si “mette a disposizione” di Paolo Borsellino. Questa è la cosa che inquieta di più il giudice, che non si fida assolutamente di Contrada.

Ora io chiedo a Mancino: in che modo questa ricostruzione potrebbe scagionarlo? Non si accorge che questa versione invece lo sbugiarda completamente? Come faceva ad avere il numero di cellulare di una persona che non conosceva? L’ha forse chiamato per sbaglio credendo che fosse qualcun altro? E cosa ci faceva Contrada (un uomo che, secondo Paolo Borsellino, al solo pronunciarne il nome si poteva morire) negli uffici del Viminale? E Mancino, che tanto ama far parlare (o tacere, a seconda dei casi) i morti, si ricorda almeno che nei suoi uffici si aggirava il numero tre del Sisde? O nemmeno lui sapeva che faccia avesse?

Ma la cosa più grottesca sono gli ultimi sviluppi della vicenda. Improvvisamente, dopo tanti anni, c’è gente che inizia a ricordare e a dare la propria versione dei fatti. Nel post precedente ho citato Giuseppe Ayala che, con una intervista dirompente, affermava con assoluta certezza: “Io ho parlato personalmente con Nicola Mancino e Mancino mi ha detto che ha avuto l’incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui Mancino andò per la prima volta al Viminale a prendere possesso della sua carica di ministro. No, no! Lui ha detto che lo ha avuto questo incontro! Come no? L’ha detto anche a me! Mi ha fatto vedere addirittura…forse svelo una cosa privata, ma insomma…mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione…perchè lui è di quelli che ha le agende conservate con tutte le annotazioni.

In un colpo solo Ayala distrugge il castello di carta eretto da Mancino in propria difesa. Ayala svela che, in un colloquio privato di qualche mese fa, Mancino ha ricordato perfettamente di aver incontrato Borsellino e per di più gli ha mostrato un’agenda con una annotazione a conferma dell’avvenuto incontro. Evidentemente deve essere un’agenda diversa da quella che Mancino ha mostrato alle telecamere. Non passa nemmeno un giorno che spunta un altro partecipante al medesimo colloquio privato. Si tratta di Mario Fresa, consigliere del Csm, e quindi in stretti rapporti con Mancino, che sbugiarda Ayala: “Non è vero che Mancino raccontò di aver avuto un incontro con Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale. Piuttosto disse di non poter escludere di aver stretto anche le mani del procuratore di Marsala, che per altro non conosceva, tra le migliaia di quel giorno. Mancino ci disse di non aver avuto nessun appuntamento quel giorno con Borsellino e ci mostrò anche la pagina bianca della sua agenda alla data del primo luglio 1992“.

Sconcertante. Come è possibile che due persone che hanno partecipato al medesimo colloquio riportino fatti completamente opposti? Cosa ha detto veramente Mancino? Cosa c’era scritto veramente su quella agenda?

Non passa nemmeno un giorno che Ayala, con una lettera ufficiale, ritratta la propria versione: “Confermo di aver avuto modo di visionare la pagina relativa alla data del 1 luglio 1992 dell’agenda del presidente Mancino nel corso di un colloquio svoltosi qualche tempo fa nel suo ufficio a Palazzo dei Marescialli. Per chiarire un probabile equivoco, desidero chiarire che nella pagina dell’agenda di cui sopra non risulta annotato il nome di Paolo Borsellino. E’, cioè, proprio l’assenza di tale annotazione che, a dire del Presidente Mancino, conferma che tra i due non vi fu alcun incontro“.

Ma come? Possibile che tutti abbiano frainteso? Eppure, a riascoltare l’intervista rilasciata da Ayala, non sembra ci sia spazio per interpretazioni. E’ possibile che una persona un giorno ricordi una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario? E’ possibile che una frase un giorno voglia dire una cosa e il giorno dopo l’esatto contrario? Ma Ayala è cosciente di quanto delicate siano certe dichiarazioni? Ha il senso dell’importanza di calibrare le parole? Ma Ayala ci è o ci fa? Perchè ha ritrattato in fretta e furia? E’ stato folgorato sulla via di Damasco? Ha subito dalle pressioni da qualcuno?

No, perchè in questo periodo stiamo assistendo a cose inaudite. E’ di oggi la notizia ufficiale che il processo Borsellino è da rifare. Il pentito Vincenzo Scarantino, mezzo analfabeta, sulle cui contraddittorie dichiarazioni (ritrattò e poi ritrattò la ritrattazione) erano stati basati tre processi penali ed erano stati inflitti decine di ergastoli, ora si scopre che fu “indirizzato” nelle sue confessioni. Da chi? Da alcuni membri del comando Falcone-Borsellino, che a quel tempo indagavano sulle stragi. E che a quanto pare verranno inquisiti per depistaggio. La mano lunga dei servizi segreti che depista e imbocca falsi pentiti per creare una falsa verità. A che pro? E per conto di chi? Da brivido. Persino la madre di Scarantino oggi conferma: “Su mio figlio sono state fatte pressioni“. A Scarantino non credette fin dal primo minuto Ilda Boccassini che per questo lasciò la procura di Catania. A Scarantino non credette fin dal primo minuto Gioacchino Genchi che capì immediatamente come un personaggio del genere non avrebbe potuto essere per nulla credibile. A Scarantino invece credette incondizionatamente l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, detto Tenebra. Lo stesso che impose al giudice Luca Tescaroli (contro il suo parere) l’archiviazione delle indagini sui mandanti esterni a carico di alpha e beta (Dell’Utri e Berlusconi), salvo poi diventare l’anno successivo il presidente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria su chiamata proprio di Berlusconi.

Volete sapere l’ultima? Con tutta probabilità il nuovo processo Borsellino si svolgerà a Catania. E sapete chi è oggi procuratore capo a Catania? Giovanni Tinebra.

Chi sarà il prossimo a ritrattare?

Blog di Beppe Grillo – Last lecture

Blog di Beppe Grillo – Last lecture.

Questo è un pò fuori tema ma da un’energia incredibile per suprare tutte le difficoltà:

Un anno fa, il 25 luglio 2008, moriva Randy Pausch, professore di informatica alla Carnegie Mellon University. Era padre di tre figli. La sua ultima testimonianza è stata “the Last Lecture”, il discorso che si tiene prima di morire, se si sa di dover morire. Che discorso terremo ai nostri figli quando dovremo lasciarli? Che cosa lasceremo loro in eredità? La voce di Randy in questo pantano che è l’Italia di oggi, sembra una voce del Grande Spirito.

Testo dell’ultima lezione:

Se c’è un elefante nella stanza, è meglio presentarlo
Vivere i sogni dell’infanzia
L’importanza di avere buoni genitori
Divertiti e mostra gratitudine

Se c’è un elefante nella stanza, è meglio presentarlo

“Vi parlerò di una conferenza che ho tenuto a settembre. Nell’Università di Carnegie Mellon, c’è una tradizione accademica chiamata “Last Lecture”: se ipoteticamente sapessi che stai per morire e dovessi tenere un’ultima conferenza, cosa diresti ai tuoi studenti? Per me la cosa non è ipotetica. C’è un elefante nella stanza: avevo sconfitto un cancro al pancreas, ma ora è tornato dopo operazioni, chemioterapia, radiazioni. I medici mi hanno detto che non c’è più niente da fare e che ho solo qualche mese di vita.
Queste sono le mie T.A.C. e mostrano che il cancro pancreatico si è espanso al fegato con una decina di tumori. A me questo non piace. Io ho tre bambini piccoli, sia chiaro: mi fa schifo. Ma non posso fare niente per evitare il fatto che morirò. Sto seguendo i trattamenti medici, ma so benissimo come andrà a finire questo film. E non posso controllare le parti della storia solo movendo le mani.
Se non vi sembro abbastanza triste per la mia situazione, me ne scuso. Ma ho deciso di non essere oggetto di pietà. Infatti anche se sto per morire presto, sono molto forte fisicamente. Probabilmente più forte della maggior parte delle persone che sono in questa sala.

Vivere i sogni dell’infanzia

Quindi oggi non parleremo della morte, parleremo della vita e di come viverla. Nello specifico, di sogni d’infanzia e come fare per realizzarli. Posso dire di aver avuto un’infanzia felicissima. Riguardando gli album fotografici devo dire che non sono riuscito a trovare una foto in cui non stessi ridendo. Ho avuto un’infanzia veramente felice. Io sognavo, sognavo sempre. Era un tempo facile per sognare. Quando tu accendi la TV e vedi degli uomini atterrare sulla Luna, tutto è possibile, e non dovremmo mai perdere questo spirito.
Quali erano i miei sogni da bambino? Giocare nella NFL, la Lega Nazionale di Footbal. Questo è uno di quei sogni che ho realizzato. Ed è importante farlo notare perché anche se non riesci a realizzare un sogno, puoi ottenere molto tentando di realizzarlo. C’è un detto che adoro: “L’esperienza è quella che ottieni, quando non ottieni quello che desideri”.
Giocai in una lega per molto tempo. Avevo un grande allenatore, Jim Gram. Era un allenatore alla vecchia maniera, e mentre ci allenavamo mi rimproverava per tutto il tempo: Così per tutte le due ore. E alla fine di un allenamento, uno dei suoi assistenti mi disse: “Coach Gram è molto duro con te!” io dissi. ““. Mi disse: “Quando fai un lavoro fatto male e nessuno te lo dice, vuol dire che si sono arresi con te; quando qualcuno continua a correggerti per due ore, lo fa perché ci tiene che tu lo faccia meglio“.
Il prossimo sogno è “Walt Disney Imagineering”. Quando avevo otto anni, la mia famiglia mi portò a Disneyland, in California. Fu un’esperienza incredibile: le passeggiate, gli show, le attrazioni. Mi dissi: “Wow, mi piacerebbe costruire cose del genere quando sarò grande!“. Così mi laureai e cercai di fare parte del gruppo di persone che crea la magia. Quello che ottenni fu un’amabile lettera di rifiuto. Guardo questa lettera tutt’ora, dà una tale ispirazione! Queste cose passano, lavorai duro e diventai un giovane ingegnere di ricerca visuale nella mia facoltà. Questo sono io. Sviluppai le abilità che erano valide per Disney, e trovai l’opportunità di lavorare lì e far parte del gruppo di immaginaria dove lavorammo nella “Passeggiata sul tappeto magico di Aladino”. Mi portò via più di quindici anni per farlo e moltissimi tentativi. Imparai che quando un muro si presenta sul nostro cammino è per una ragione; non è lì per impedirci di fare qualcosa, ma perché noi possiamo mostrare quanto vogliamo quella cosa.

L’importanza di avere buoni genitori

Quali sogni volete realizzare? Ve ne suggerisco uno: avere buoni genitori! Io ho dei grandi genitori. Questa è mia madre nel suo settantesimo compleanno. Io sono quello sulla macchina blu e sono appena stato doppiato. Questo è mio padre nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Viveva sempre con un sentimento di felicità, sempre. La felicità è un sentimento che dovrebbe mai andarsene.
Mio papà: che uomo incredibile! Ha fatto la Seconda Guerra Mondiale, fece parte della Grande Generazione. Tristemente mio padre è morto un anno fa, e fu quando mia madre frugò nelle sue cose che scoprì che durante la Seconda Guerra Mondiale ricevette una medaglia di bronzo al valore. In cinquant’anni di matrimonio, non la mostrò mai. E’ un grande messaggio di umiltà che ho potuto imparare da mio padre.
Ora mia mamma: le madri sono quelle persone che ti amano anche quando le tiri i capelli. Questo è il tipo di relazione che ho avuto con mia madre. E parlando di umiltà, lei era sempre li a mantenere in ordine. Quando mi stavo laureando a scuola, avevo esami veramente duri. E me ne stavo a casa preoccupandomi di quanto dure fossero le prove per il dottorato. Mia madre mi diceva: “Sappiamo come ti senti. Ricorda solo che alla tua età tuo padre stava combattendo contro i tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale!“. Il giorno in cui mi laureai era molto orgogliosa, e mia mamma mi presentava a tutti dicendo: “Questo è mio figlio! È un dottore, ma non di quelli che aiutano la gente”. Probabilmente una delle cose più importanti che i miei genitori fecero, fu che mi lasciarono dipingere le pareti della mia camera da letto. Un giorno dissi loro che volevo dipingere le cose sulle pareti e loro dissero: “Ok!”. Dipinsi una nave spaziale; vivevamo in un ranch e misi un ascensore per vedere dove mi avrebbe portato; potete vedere che fossi un secchione, misi un’equazione quadratica. Ma la cosa grande fu che me la lasciarono fare. Pensarono che lasciare che io esprimessi la mia creatività fosse più importante di avere una parete pulita. Fui davvero benedetto ad avere genitori che la pensassero così. I miei genitori mi insegnarono a rispettare le persone più delle cose. Quando comprai la mia auto ero molto emozionato, brillava incredibilmente. Questi sono i miei nipoti Christopher e Lara. Ogni mese li portavo via per un week-end per dare respiro a mia sorella e suo marito. E prima di salire sulla mia auto nuova mia sorella continuava a dirgli: “Questa è l’auto nuova dello zio Randy. Mi raccomando, non sporcatela, ecc.“. E loro scoppiarono a ridere, perché nel frattempo io alle sue spalle avevo aperto una lattina e la stavo rovesciando incurante sui sedili posteriori. Lei corse verso di me gridandomi: “Cosa stai facendo?!” Le dissi: “È una ‘cosa’, soltanto una ‘cosa’“. Ne fui molto orgoglioso perché alla fine della settimana mentre stavamo tornando a casa, mio nipote si sentì male e vomitò tutto sui sedili posteriori della mia auto; e non mi importa quanto valore potesse avere una cosa pulita e brillante, perché non è paragonabile a quanto mi sono sentito bene sapendo di non aver fatto sentire in colpa un bambino di otto anni solo perché aveva il raffreddore.

Divertiti e mostra gratitudine

Il prossimo: è meglio che tu decida presto di essere “Tiger” o “Igor”. Tiger è energetico, ottimista, curioso, entusiasta e si diverte; e mai, mai sottovalutare l’importanza di divertirsi! Io sto per morire presto, e ho deciso di divertirmi oggi, domani e ogni altro giorno che mi rimane.
Se vuoi realizzare i tuoi sogni, è meglio che giochi onestamente con gli altri. Un consiglio che è difficile seguire è dire la verità. Seconda cosa: quando sbagli chiedi scusa! Una buona scusa è formata da tre parti: “Mi dispiace“; “Era colpa mia“, “Cosa posso fare per rimediare“? La maggior parte della gente salta le terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero. L’ultima cosa è che tutti abbiamo persone o cose che non ci piacciono. Io non ho mai incontrato persone che sono totalmente cattive. Se aspetti a sufficienza, ti mostrano il loro lato buono. Non puoi affrettare la cosa, ma puoi essere paziente.
Mostra la gratitudine: quando raggiunsi i dieci anni come membro della facoltà, avevo ragazzi nel mio laboratorio di ricerca e li portai una settimana a Disneyworld a mie spese. I miei colleghi mi dissero: “Ti sarà costato un sacco; perché l’hai fatto?“. Risposi: “Questi ragazzi hanno lavorato per me giorno e notti per anni e grazie a loro ho ottenuto il miglior lavoro della mia vita. Quindi, perché non avrei dovuto farlo?” La gratitudine è una cosa molto semplice e potente.
Ultima cosa: non credo che preoccuparsi di tutto risolva veramente i problemi. Questo è Jackie Robinson, il primo giocatore nero della Lega Maggiore, e nel suo contratto c’era scritto che non doveva lamentarsi se la gente gli sputava addosso. Non importa se sei Jackie Robinson, o uno come me che ha ancora pochi mesi da vivere. Puoi scegliere se sfruttare il tempo che ti rimane per energia e sforzo, o spenderlo preoccupandoti, o spenderlo giocando il gioco duro che probabilmente ti aiuterebbe di più.
Vi ho detto che questa era una parte della conferenza dell’Università, ed è importante perché ho tenuto questa conferenza. La conferenza non parla soltanto di come raggiungere i sogni d’infanzia. È molto più che questo, è come vivere la tua vita, perché se tu vivi la tua vita nella maniera corretta, i risultati si prenderanno cura di loro da soli. I sogni verranno da te. ”Se vivi adeguatamente i sogni verranno da te”.
Sarebbe bellissimo se qualche persona traesse beneficio da questa conferenza, ma la realtà è che io non ho tenuto questa conferenza per le quattrocento persone venute all’Università. Ho tenuto questa conferenza soltanto per tre persone, perché quando saranno grandi possano vederla. Grazie.” Randy Pausch

Antonio Di Pietro: Il Partito del Sud non s’ha da fare

Antonio Di Pietro: Il Partito del Sud non s’ha da fare.

Il partito di Forza Italia e’ nato su commissione di Cosa Nostra, e’ scritto nella sentenza di condanna a nove anni di Marcello Dell’Utri, e la riprova inequivocabile di cio’ furono quei 61 seggi su 61 assegnati dall’isola al partito di Arcore alle politiche del 2001.
Oggi senza i voti della circoscrizione Sud, e della Sicilia in particolare, il Pdl non sarebbe mai andato al governo per ben quattro volte e l’Udc di Totò Cuffaro avrebbe gli iscritti di un circolo Acli.

La minaccia del Partito del Sud è un chiaro monito rivolto a Silvio Berlusconi che non sta facendo, evidentemente, quanto promesso in quell’antico patto di cui Marcello Dell’Utri è stato garante per quasi un ventennio.

Il Partito del Sud è il segnale che gli accordi politici alla base di Forza Italia in Sicilia sono in discussione. A questo segnale se ne aggiungono altri che potrebbero comunque far parte dello stesso puzzle: la monnezza di Palermo, l’agitazione della Giunta, Lombardo, i messaggi di Riina su mandanti di Stato per le stragi di Capaci e via D’Amelio, le dichiarazioni di Ciancimino jr, la recente condanna a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa di Mercadante, ex deputato di FI, definito dal pentito Giuffrè “la creatura di Provenzano”.

I messaggi lanciati in questi mesi dall’isola parlano chiaro: i 140 milioni di euro a Scapagnini per il fallimento del comune di Catania e gli 80 milioni all’amico Cammarata per scongiurare quello di Palermo non bastano più. E così il Premier promette nuovi soldi alla Sicilia e lo fa ancor prima di spiegare come verranno utilizzati e con quali coperture finanziarie. Evidentemente l’importante è porre l’accento sulla cifra, prima che sulla destinazione e sulla reale disponibilità. Evidentemente le persone a cui è rivolto il messaggio ne conoscono la destinazione.

Venerdì al Cipe saranno sbloccati quattro miliardi per la Sicilia. Lo hanno deciso a palazzo Grazioli durante uno dei tanti vertici privati in cui si dispone di soldi pubblici.
I commensali del vertice erano: il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, per cui la Giunta della Camera martedì ha negato l’autorizzazione a procedere per l’accusa di favoreggiamento; il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che istituì nel 2002 il volo Alitalia Albenga-Fiumicino per arrivare prima da casa al Parlamento; Raffaele Fitto ministro per i Rapporti con le Regioni, indagato dalla Procura di Bari per corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti; il fido ministro della Giustizia Angelino Alfano, quello del Lodo e del bavaglio alle intercettazioni, per intenderci; e, “dulcis in fundo”, il deus ex-machina, ringalluzzito da questa nuova aureola con cui ha deciso di reinventarsi a metà tra una rockstar e un attore di B-Movie: Silvio Berlusconi che non necessita di presentazioni poiché è ben noto alle procure di mezza Italia. Ecco, ad una compagine del genere non affiderei neanche il budget per un buffet matrimoniale, figuriamoci quattro miliardi per la Sicilia.

Per il meridione d’Italia non si è fatto mai abbastanza”: in termini di lotta alla criminalità è vero, ma in quanto a soldi nel meridione d’Italia si sono spesi interi Pil nazionali senza risultati apprezzabili: perché? Nelle mani di chi finiscono questi immensi finanziamenti? E come vengono gestiti? La risposta la sappiamo, basti pensare alle indagini Why Not e Poseidon dell’ex pm Luigi de Magistris, e a centinaia di altre simili, che questo sistema politico non poteva permettersi ed ha ostacolato con ogni sua energia.

La verità è che i soldi in questi decenni non sono stati destinati ai cittadini, né ad opere utili allo sviluppo reale del meridione, né all’imprenditoria giovanile.

Il Sud ha bisogno di investimenti, esteri e nazionali, ma prima bisogna riportarvi la cultura dello Stato, anzi lo Stato, di cui Falcone e Borsellino si erano fatti interpreti. Senza lo Stato e le sue garanzie, i capitali esteri, che spesso costituiscono la risorsa principale per lo sviluppo di importanti aree turistiche, non confluiranno mai nel meridione e quelli statali finiranno sempre nelle mani sbagliate.