Archivi del giorno: 11 luglio 2009

Orwell si rivolta nella tomba/Orwell rolls in his grave ENG/ITA

http://www.youtube.com/watch?v=JoWiY5hen_A&feature=PlayList&p=9F4586B2E521D701&index=0

Questo documentario spiega come il sistema manipola attraverso l’informazione e i mass-media, Occultando e creando notizie, deformando la realtà e adattandola ai propri scopi,

La legge bavaglio sulle intercettazioni e le sue ricadute pratiche – Intercettazioni telefoniche – Toghe Rotte – Bruno Tinti

La legge bavaglio sulle intercettazioni e le sue ricadute pratiche – Intercettazioni telefoniche – Toghe Rotte – Bruno Tinti.

Cari amici,
sembra che tra un paio di mesi anche la legge sulle intercettazioni e sul bavaglio alla stampa sarà un delitto consumato.

La concertazione tra il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia servirà (forse) solo a smussare i profili più discutibili della legge; ma ciò che non cambierà sarà l’impostazione complessiva; che è fatta apposta per impedire alla giustizia di accertare il malaffare della classe politica.

A dimostrazione di ciò pongo alcune domande e suggerisco le relative risposte.

Le intercettazioni sono un mezzo per accertare le responsabilità penali: servono per individuare gli autori di un reato e trovare le prove della loro colpevolezza (o della loro innocenza). Siccome questo fatto è incontrovertibile, la domanda diventa: ma perché questa ricerca della responsabilità penale deve essere consentita solo per alcuni reati e per altri no? Ricordiamo che l’impianto originario della legge era fondato proprio sull’esclusione dei reati societari, finanziari, contro la Pubblica Amministrazione e in genere i reati commessi dai colletti bianchi. E Berlusconi, stando a molti organi di stampa, non è soddisfatto di questa nuova legge proprio perché essa permette – in teoria – ancora le intercettazioni per i reati di corruzione e in genere per i reati contro la Pubblica Amministrazione.

Per quale motivo dunque questo mezzo di ricerca della prova non deve essere consentito per la dichiarazione fiscale infedele, per il falso in bilancio, per l’infedeltà patrimoniale degli amministratori di società, insomma per tutti i reati per cui sarebbe utilissima? Allora è evidente che escludere alcuni reati dall’elenco di quelli per cui le intercettazioni telefoniche sono possibili significa che si vuole rendere difficile accertarne la sussistenza e le responsabilità di chi li ha commessi. E siccome questi reati non li commette né l’extracomunitario né il delinquente comune, ecco che abbiamo la prova che la classe dirigente del Paese vuole impedire le intercettazioni perché vuole tutelare se stessa.

Con la stessa premessa (le intercettazioni servono per scoprire chi sono gli autori di un reato e per trovare le prove della loro colpevolezza), per quale motivo la nuova legge prevede che, nei casi in cui queste sono consentite, si possono tuttavia adottare solo in presenza di “evidenti (o gravi, non cambia nulla) indizi di colpevolezza”? Tenete conto del fatto che, al momento, le intercettazioni si fanno quando vi sono “gravi indizi di reato”; servono cioè, come ho detto, per scoprire chi ha commesso il reato. Se vi sono indizi di colpevolezza, vuol dire che l’autore del reato è già stato individuato e allora è assai probabile che le intercettazioni non serviranno a nulla. Dunque per quale motivo una stupidata tecnica come questa? Di nuovo per limitare l’uso delle intercettazioni. E chi mai può desiderare di impedire che si scoprano i reati (perché questo significa impedire le intercettazioni)? Ovviamente chi li commette, che è alla ricerca dell’impunità. Dunque ancora una volta diventa evidente che chi vuole impedire le intercettazioni lo fa a tutela di se stesso.

Perché il contenuto delle intercettazioni disposte in un processo non deve servire in un altro processo dove magari torna utile? Quale straccio di motivo può mai giustificare logicamente un’idiozia del genere? Non sto a riproporre la risposta, ché tanto sempre quella è.

Perché non si può richiedere una intercettazione portando come prova della sua necessità il contenuto di un’altra intercettazione? E se il Pubblico Ministero solo quella ha, ma riguarda un reato gravissimo che si potrebbe impedire se si disponesse la nuova intercettazione sulla nuova utenza? Niente, non si intercetta e il reato si commette.

Perché è previsto un budget per le intercettazioni; e, quando i soldi sono finiti, non se ne possono più fare? E cosa diciamo alla famiglia del figlio rapito, che non facciamo più intercettazioni perché non abbiamo soldi? Oppure economizziamo, diciamo alle donne molestate e perseguitate, alle famiglie che hanno gravi sospetti contro un maestro che forse abusa dei loro bambini che, no, non possiamo fare intercettazioni perché dobbiamo conservarci i soldi, non si sa mai capita qualcosa di più grave? Vero che si può chiedere uno stanziamento supplementare; ma, e quando arriva? E se poi non lo danno? E intanto il reato continua o viene irreparabilmente commesso.

Ma quale logica può essere invocata a sostegno di queste stupidaggini? Se non quella etc. etc. etc.

Per far capire bene cosa succederà, vi propongo parte di una relazione preparata dalla Giunta Distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Catania. Leggete e … preoccupatevi.

Alcune ricadute pratiche (tratte da indagini realmente condotte nel distretto di Catania)

Caso 1 – Tentato omicidio di Tizio
– in data 1.1.01 giunge in ospedale Tizio con ferita da taglio all’addome;
– Tizio dichiara di essere caduto in casa e di essersi ferito con una forbice;
– Caia, moglie di Tizio, dichiara di essere stata presente al fatto, ma di non aver visto con esattezza la dinamica dell’incidente;
– Mevio, chirurgo che opera Tizio, rappresenta al magistrato che la ferita è molto profonda ed è difficilmente riconducibile ad un colpo accidentale;
– il magistrato apre dunque un procedimento nei confronti di ignoti per il reato di tentato omicidio e riascolta Tizio e Caia che confermano la versione già fornita (incidente domestico).

Caso 1 –  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
– Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
– Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
– Le incongruenze nel racconto di Tizio e le indicazioni del chirurgo Mevio integrano gravi indizi del reato di tentato omicidio e si dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella stanza di ospedale (indispensabili stante la mancata collaborazione della persona offesa);
– Dalle intercettazioni emerge un vero e proprio stato di soggezione di Tizio a Caia e le lamentele di Caia nei confronti di Tizio per non aver “raccontato” una storia più verosimile dell’accaduto. In una conversazione con Caietta (figlia della coppia) Tizio le confida di essere stato colpito proprio da Caia con un coltello
– Caia viene pertanto sottoposta a misura cautelare (va in prigione) e rende piena confessione.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 1 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
– Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
– Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
IN ASSENZA DI COLLABORAZIONE DI TIZIO (Parte Offesa) NESSUN ALTRO ACCERTAMENTO E’ POSSIBILE
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 2 – violenza sessuale su Mevia
Mevia, bambina di 5 anni, mostra durante la permanenza all’asilo comportamenti eccessivamente sessualizzati. La maestra contatta i servizi sociali che trasmettono alla Procura e al Tribunale dei Minori una prima relazione evidenziando la verosimile sottoposizione della bambina a molestie sessuali in ambito familiare e la situazione di estremo degrado in cui vive la minore. Il Tribunale dei minori dispone l’immediato collocamento in comunità della bambina.
La Procura iscrive un procedimento contro ignoti per il reato di cui all’art. 609 bis c.p. ed affida una consulenza sulla minore che riscontra le tracce di abuso.

Caso 2 –  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia (Tizio e Caia);
Contestualmente alla convocazione, sussistendo gravi indizi del reato di violenza sessuale, il PM dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella vettura (luogo NON di privata dimora) con la quale gli stessi si recheranno in Procura;
Tizio e Caia, davanti al PM, negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Uscendo dagli uffici di Procura, all’interno della macchina sottoposta ad intercettazione, Caia si lascia andare ad un violentissimo sfogo verso Tizio accusandolo di aver molestato la figlia;
Caia viene riconvocata in Procura e, davanti ai risultati delle intercettazioni, crolla ammettendo di essersi accorta delle molestie poste in essere dal marito nei confronti di Mevia.
Tizio viene pertanto sottoposto a misura cautelare (va in prigione).
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 2 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia;
Tizio e Caia davanti al PM negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Il PM non è convinto e riascolta più volte Caia che tuttavia mantiene inalterata la sua versione.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO
(stante l’archiviazione del procedimento, dopo pochi mesi, Mevia viene ricollocata in famiglia)

Caso 3 – Furti in abitazione
In una determinata zona residenziale si riscontrano nell’arco di poche settimane un rilevante numero di furti in abitazione. In un caso si è trattato di vera e propria rapina in quanto il proprietario, presente in casa, è stato legato ed imbavagliato.
In occasione di uno dei furti viene notata una vettura in sosta non appartenente a residente e intestata a pregiudicato (Sempronio).

Caso 3 –  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo.
Sussistendo gravi indizi di reato (i furti sono già stati perpetrati) e ricorrendone l’indispensabilità (l’esibizione dei tabulati non ha fornito riscontri) vengono attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Sempronio ed ambientali sulla vettura dello stesso Sempronio.
L’intercettazione ambientale sulla vettura consente di seguire in tempo reale l’organizzazione del successivo furto e di arrestare Sempronio in flagranza di reato.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 3 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo (tale accertamento è consentito anche dalla nuova normativa).
Non vi sono pertanto gravi indizi di reato nei confronti di Sempronio e si decide di intensificare la sorveglianza nella zona.
I furti nella zona non si ripetono, ma cominciano a verificarsi in un quartiere contiguo ora meno sorvegliato.
Dopo diversi mesi Sempronio viene arrestato in flagranza durante un colpo “sfortunato”.
SENTENZA DI CONDANNA
(…ma solo dopo la commissione di un numero rilevante di reati che non si sarebbero verificati)

Caso 4 – Le intercettazioni come garanzia per l’indagato innocente
Viene rinvenuto nella cella di un carcere il corpo esanime di un detenuto all’interno del proprio letto.
L’autopsia consente solo di individuare le cause della morte: asfissia acuta (non chiarendo se l’asfissia è stata provocata da circostanze naturali o violente).
Alcuni elementi di fatto lasciano supporre che la morte non è avvenuta per cause naturali (in particolare desta sospetto la posizione del cadavere prono, con il viso rivolto innaturalmente contro il materasso).
La morte risulta avvenuta nelle prime ore del mattino, ma i compagni di cella (principali indagati) hanno dato l’allarme solo in tarda sera: sostengono di avere pensato che il morto aveva dormito tutta la giornata.

Caso 4 – Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di un litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono gravi indizi di reato (omicidio) e vengono pertanto attivate intercettazioni all’interno della cella (che non è considerata luogo di privata dimora);
L’intercettazione ambientale consente, tuttavia di appurare la buona fede dei detenuti (compreso Mevio) e di ricondurre la morte a cause naturali.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 4 – Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di una litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono a carico di tutti i compagni di cella del morto gravi indizi di reato, ma, siccome il reato è già stato commesso, non possono essere attivate intercettazioni ambientali in cella (che, infatti presuppongono che ivi si stia ancora svolgendo l’attività criminosa);
Il PM esercita l’azione penale nei confronti di Mevio. (plausibile)
SENTENZA DI CONDANNA

Ecco le previsioni. Mi viene in mente il monologo di Antonio sul cadavere di Cesare: “Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori”.

Sicché, se ci preoccupiamo (e ci arrabbiamo, diciamo così) adesso; che faremo quando queste cose succederanno davvero?

Antimafia Duemila – Ddl sviluppo e’ legge, torna il nucleare

Antimafia Duemila – Ddl sviluppo e’ legge, torna il nucleare.

9 luglio 2009
Roma.
L’Aula del Senato ha approvato con 154 si’, 1 no, 1 astenuto in via definitiva il ddl sviluppo. A favore il voto del Pdl, Lega Nord ed Udc. Contro Pd ed Idv che non hanno votato nel tentativo di far mancare il numero legale.

Nucleare e non solo ma anche class action, contributi all’editoria, lotta alla contraffazione. Il ddl sviluppo dopo quattro letture in Parlamento diventa legge con il si’ definitivo del Senato. Queste le misure contenute.
NUCLEARE: Il governo avra’ la delega per decidere quali tecnologie scegliere, i criteri per l’individuazione dei siti delle future centrali e le compensazioni alle popolazioni che ospiteranno sul loro territorio gli impianti.
AGENZIA PER LA SICUREZZA NUCLEARE: Sara’ costituita l’Agenzia per la sicurezza nucleare. Dovra’ dettare le regole tecniche, controllare e autorizzare tutto il ciclo, compreso lo smaltimento delle scorie.
GAS: Eliminata la proroga dei tetti antitrust alla vendita di gas dal 2010 al 2015. Resta il tetto del 61% fino a tutto il prossimo anno.

Lettera d’amore – Passaparola – Voglio Scendere

Lettera d’amore – Passaparola – Voglio Scendere.

La lettera della mafia a Berlusconi
Piero Grasso, nulla da dirci?
Gli amici degli amici
Berlusconi intercettato parla delle minacce della mafia
Testo:
“Buongiorno a tutti, oggi siamo in trasferta, in tipografia, stiamo chiudendo un instant book insieme a Peter Gomez e a Marco Lillo, si intitolerà  “Papi” e che uscirà a metà luglio, ma non è di questo naturalmente che vi voglio parlare.
Vi voglio parlare di una notizia di quelle che passano come l’acqua sul vetro, se ne parla un giorno, poi scompare e tra l’altro è una notizia clamorosa, dirompente, molto ancora più dirompente, mi scuso se lo ripeto, ma bisogna continuamente ripetercelo, degli scandali politico – sessuali che riguardano il Presidente del Consiglio e la sua corte dei miracoli, ribadisco ancora una volta che basterebbe uno di quegli scandali politico – sessuali per far dimettere il Presidente del Consiglio o il sottosegretario di qualunque paese del mondo, tranne il nostro, quindi non li sto sminuendo, ma sto dicendo che qui abbiamo anche di peggio!
E è curioso che nessuno di quelli che fanno 10 o 20 o 5 domande tutti i giorni al Presidente del Consiglio, non si concentri anche su questo fatto, anzi non scriva neanche una riga, sarò fissato ma penso che i rapporti con la mafia siano più gravi, persino dei rapporti con le prostitute, con i papponi e con gli spacciatori di droga, è grave anche questo secondo cotè, ma è doppiamente grave o triplamente grave il primo.

La lettera della mafia a Berlusconi

Allora la notizia che riguarda il nostro Presidente del Consiglio e i suoi rapporti con la mafia, è una notizia che dovrebbe interessare soprattutto in periodo di G8, perché in periodo di G8? Prendo oggi “Il Corriere della Sera” e leggo a pag. 2  “Le 12 tavole per un’economia etica, pronto il testo Ocse elaborato dall’Italia” e sotto abbiamo addirittura il volto di Tremonti che evidentemente, per conto del Cavaliere, sta preparando le tavole della finanza etica, devo dire che è proprio la persona giusta Berlusconi per parlare di finanza etica, visto che aveva quelle 64 società nei paradisi fiscali, quelle costruite da Mills che poi lui ha dovuto corrompere per farlo stare zitto nei processi.
Ma devo dire che tra queste 12 tavole per la finanza etica, potrebbe entrare a buon diritto, potrebbero anche distribuirne copia al G8 affinché gli altri 7 capi di Stato e di governo, oltre al nostro, il nostro è soltanto mezzo, quindi sarà un vertice G7 ½ come ha titolato “L’espresso” che il nostro mezzo distribuisse un foglietto, un papellino agli altri colleghi, per fargli vedere di cosa è capace lui quando si tratta di finanza etica, è un foglietto che è saltato fuori all’improvviso da un cassetto della Procura di Palermo, forse qualcuno di voi ha letto, bisogna essere pronti in questi casi perché la notizia viene data una volta e poi scompare, non ci sono commenti, reazioni, interrogazioni parlamentari, approfondimenti, nessuno ce la fa vedere.
Sul Corriere dell’altro giorno: “La mafia nel 1991: a noi una televisione di Berlusconi o rapiremo un figlio”, la Stampa: “Minacce della mafia a Berlusconi, giallo su una lettera del 1989”, quindi per la stampa è del 1989 per Il Corriere della Sera è del 1991, altri giornali la fanno risalire tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 e ne traggono tutti la conseguenza che questo povero Cristo di Berlusconi, era perseguitato dalla mafia, era minacciato, ricattato, una vittima quindi della mafia, poveretto! Ce l’hanno tutti con lui, anche la mafia! Questo è il messaggio che è passato anche in quei fugaci servizi o notiziole che sono state date in televisione, ne ha parlato perfino la televisione, perché? Perché poter accostare Berlusconi ai martiri minacciati dalla mafia, oppure addirittura uccisi dalla mafia, in un momento come questo è interessante, nessuno si è posto due domande ma queste le porremo alla fine nella speranza che quelli che ne fanno 10, ne facciano almeno 2 su questa vicenda, visto che ne fanno 10 sul caso Noemi.
Leggo, così  ci capiamo, leggo il pezzo della Stampa che è il più completo, l’ha scritto Lirio Abbate, uno che dalla mafia è veramente minacciato per avere danneggiato la mafia nei suoi rapporti mafia – politica.
“I boss mafiosi nei primi anni 90 minacciavano Silvio Berlusconi e i suoi familiari perché volevano avere a disposizione una delle sue reti televisive, la richiesta sarebbe stata fatta all’allora imprenditore della Fininvest, ancora lontano dalla politica attraverso una lettera che sarebbe stata scritta dai corleonesi. Questa missiva vergata a mano è adesso agli atti del PM della direzione distrettuale antimafia di Palermo e è stata sequestrata insieme alle carte personali di Vito Ciancimino, l’ex  Sindaco mafioso di Palermo, amico fidato di Bernardo Provenzano e referente politico dei corleonesi di Totò Riina, i documenti erano nascosti in un magazzino a Palermo, la lettera è stata sequestrata dai Carabinieri nel febbraio 2005”, state attenti a queste date perché sono importanti, nel febbraio 2005 i Carabinieri vanno a casa di Ciancimino e poi in questo in questo magazzino e portano via le carte del defunto Sindaco mafioso.
L’hanno trovata nella prima perquisizione a cui è stato sottoposto il figlio di Ciancimino, Massimo Ciancimino che oggi è sotto processo in appello per riciclaggio e proprio per avviare quel processo gli avevano fatto i sequestri in casa.
In primo grado è stato condannato a 5 anni e 8 mesi e adesso c’è l’appello.
“Dal verbale redatto dai militari dell’arma a firma Capitano Angeli si legge parte di foglio A4 manoscritto contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive, il pezzo di carta è strappato nella parte iniziale, il testo è incompleto e ciò che si legge è un invito a Berlusconi affinché accolga le richieste che gli sono state fatte “altrimenti dovrà essere compiuto il luttuoso evento” sullo scenario giudiziario che si apre, prendendo spunto dal documento finora inedito i magistrati della direzione distrettuale antimafia hanno avviato un’inchiesta riservatissima, sono stati fatti interrogatori ed altre persone devono essere convocate, è stato sentito anche Massimo Ciancimino che da quasi un anno collabora con diverse Procure, rendendo dichiarazioni ai PM sull’economia mafiosa, sugli intrecci con la politica e sulle trattative tra lo Stato e la mafia attraverso proprio suo padre nei giorni caldi delle stragi 92/93.
Ricorderete il Gen. Mori, il Capitano De Donno che vanno da Ciancimino perché  faccia da tramite con Provenzano e Riina, trattativa che inizia prima della strage di Via D’Amelio subito dopo Capaci, prosegue dopo Via D’Amelio, dura altri mesi e si interrompe all’improvviso con il sorprendente arresto di Riina nel gennaio 1993 .
“Proprio a Ciancimino i PM hanno mostrato questa lettera durante un interrogatorio, il dichiarante sarebbe rimasto sorpreso nel vedere nelle mani dei magistrati quel documento, di cui gli aveva parlato suo padre, che pensava fosse stato smarrito tra le tante perquisizioni subite o nei traslochi che ha effettuato, invece era lì, tra le carte processuali ancora a disposizione della Procura che fanno parte del processo, in cui lui è stato condannato in primo grado per riciclaggio, su questo procedimento è in corso l’appello e dunque la Procura ha inviato alla Corte una copia del documento.
Intanto i PM hanno già disposto accertamenti, uno dei quali ha verificato che la missiva sarebbe stata scritta intorno al 1991, una perizia calligrafa avrebbe escluso che sia la scrittura di Vito o Massimo Ciancimino, gli inquirenti vogliono fare esaminare la grafia di alcuni uomini di fiducia di Riina perché dalle ipotesi investigative emergerebbe che il messaggio è stato scritto dai corleonesi.” Quindi da Riina o dagli uomini di Riina, il documento viene scritta da Riina o da qualcuno dei suoi uomini, viene passato a Provenzano che le cede a Ciancimino e Ciancimino cosa deve fare? Deve comunicarlo a un referente perché lo dia a Berlusconi e chi è questo referente? Dicono gli inquirenti che potrebbe essere Marcello Dell’Utri, tant’è che questa roba verrà consegnata alla Corte d’Appello di Palermo che sta concludendo il processo d’appello a Dell’Utri, quello in cui Dell’Utri in primo grado è stato condannato per concorso esterno a associazione mafiosa a 9 anni di reclusione, il processo di appello sta finendo, credo che intorno al 10 luglio si concluda l’istruttoria dibattimentale e cominci la requisitoria e poi ci saranno le arringhe e poi dopo l’estate ci sarà la sentenza.
Ci siamo capiti, i corleonesi chiedono a Berlusconi di dare loro a disposizione una sua televisione, altrimenti dovranno fargli una ritorsione, un evento luttuoso, Il Corriere della Sera scrive “rapirgli il figlio”, rapirgli il figlio non si sa bene dove stia scritto, forse perché nel 1988 in una telefonata che è stata intercettata e che abbiamo pubblicato per esempio nel libro Le Mille balle blu, Berlusconi parla con un immobiliarista di minacce che ha ricevuto e che potrebbero colpire il figlio Piersilvio, poi ne ve leggerò un pezzettino di questa intercettazione.

Piero Grasso, nulla da dirci?

Le due cose che balzano subito agli occhi sono: 1) se questa lettera è stata sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino, ormai il vecchio Ciancimino era morto, c’era il figlio e il processo a Massimo Ciancimino è iniziato subito dopo e il processo Dell’Utri è in corso da 12 anni, prima in primo grado e poi in appello, perché questa lettera è saltata fuori in Procura soltanto adesso? Siamo a luglio 2009, sono passati 4 anni e mezzo dal suo ritrovamento, dove era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri e Ciancimino? Forse che i pubblici ministeri che fingono di chiedere le condanne dei loro imputati, poi nascondono le prove per farli assolvere? Non saranno mica così stupidi e perché le hanno portate solo adesso queste carte nei processi a Ciancimino junior e a Dell’Utri, forse non gli era stato detto che c’era questa lettera.
Allora bisognerebbe fare questa domanda al Procuratore Capo di Palermo del 2005 Piero Grasso e al suo braccio destro, il Procuratore aggiunto dell’epoca Giuseppe Pignatone, i quali oggi non sono più a Palermo perché Grasso è diventato procuratore nazionale antimafia e Pignatone è diventato il Procuratore capo di Reggio Calabria, furono loro a dirigere le operazioni sull’inchiesta Ciancimino, fu Pignatone a interrogare Massimo Ciancimino per intere giornate su tutto ciò che era stato sequestrato in casa sua e su tutta la grande vicenda del tesoro di Ciancimino, curiosamente pare che in tutte quelle giornate di interrogatorio, a Ciancimino non sia mai stata fatta neanche una domanda sul documento più importante che era stato trovato in casa sua, sulla lettera che Riina o chi per lui aveva dato a Provenzano perché la desse a Ciancimino padre, perché la desse a Dell’Utri, perché la desse a Berlusconi, una domandina almeno gliela potevano fare, tanto più che come apprendiamo qui, ora che è stata trovata e i magistrati sono andati da Ciancimino, quest’ultimo è sbiancato e ha detto delle cose interessanti, ci dice Lirio Abbate, quali cose siano non lo sappiamo, perché sono coperte dal segreto, ma se i magistrati le scopriranno queste carte nei processi Dell’Utri e nei processi Ciancimino le verremo a sapere, le dichiarazioni di Ciancimino, per intanto sappiamo che c’è questa lettera, una lettera che tra l’altro risulta tagliata, sarebbe interessante sapere se quando è stata trovata dai Carabinieri era già tagliata, oppure se nel frattempo qualcuno ne ha portato via qualche pezzo!
La seconda cosa che balza agli occhi è che però negli articoli usciti finora sui giornali non l’abbiamo trovata, forse perché nessuno finora, speriamo nei prossimi giorni che ciò accada, è andato al processo Ciancimino a Farsi dare da qualche Avvocato questo documento, che non è coperto da segreto, siamo in dibattimento: meno segreto di così! Adesso che è stato depositato, finalmente, dopo quattro anni e mezzo non è più un segreto per nessuno e perché nessun giornale la pubblica? Una lettera di Riina a Berlusconi in cui il capo della mafia gli chiede – o lui o chi per lui, ovviamente – una televisione minacciando, in cambio, di fare qualcosa di brutto a lui o alla sua famiglia nessun giornale ce la pubblica? Possibile?! Nessuno la va a cercare, nessuno se la accaparra, c’è una caccia spasmodica alle foto di Zappadu, delle mignotte o delle ragazze immagine in Sardegna: fanno bene a cercarle, ma perché nessuno cerca la lettera dei Corleonesi a Berlusconi per avere una televisione?!

Gli amici degli amici

Perché  se qualcuno ce la facesse vedere potremmo scoprire una cosa che, dato che non ci sono segreti su questo documento, adesso vi dico, ossia che in quella lettera Riina o chi per lui si rivolge a Berlusconi non chiamandolo Cavaliere, Dottore, Imprenditore, ma si rivolge a Berlusconi chiamandolo Onorevole Berlusconi e, se lo chiama Onorevole Berlusconi, questa lettera non può essere stata scritta nell’89, perché nell’89 Berlusconi faceva il palazzinaro e l’editore. Non può essere scritta nel 91, perché nel 91 Berlusconi faceva il palazzinaro e l’editore. Quando è che Berlusconi diventa Onorevole? Il 27 marzo del 1994, elezioni politiche, prime elezioni politiche in cui Berlusconi si presenta, vince le elezioni e diventa Presidente del Consiglio con Forza Italia, conseguentemente la lettera all’Onorevole Berlusconi è successiva al 27 marzo del 1994, oppure magari – che ne so? – in campagna elettorale qualcuno lo chiama già Onorevole, perché tanto si sa che verrà eletto? Quindi diciamo o subito prima o subito dopo la prima elezione di Berlusconi a Deputato, 94. E sempre in questa lettera il mafioso che scrive – o è Riina o è qualcuno dei suoi – dice a Berlusconi che “ la mafia gli darà un appoggio che non sarà di poco alla sua posizione politica”. E’ evidente che si stanno rivolgendo all’Onorevole Berlusconi o a quello che sta per diventare l’Onorevole Berlusconi per dargli “un appoggio non di poco” – così scrivono- alla sua posizione politica: vi sembra che sia questo il messaggio che è passato da quei frettolosi articoli e servizi televisivi? No, negli articoli e nei servizi televisivi si sentiva dire che Berlusconi, poveretto, era minacciato dalla mafia e quindi un nemico della mafia che viene minacciato dai mafiosi, altro che amico, come dicono questi Travaglio, Santoro, Luttazzi, questi infami! È talmente nemico della mafia da esserne minacciato: bastava raccontare le cose come stavano, andarsi a prendere questo bel papellino, vedere, “caro Onorevole Berlusconi, noi le daremo un appoggio non di poco se lei ci metterà a disposizione una delle sue televisioni. Se non lo dovesse fare, ci saranno delle spiacevoli conseguenze negative, un luttuoso evento” e quindi forse non solo un rapimento, ma anche un omicidio luttuoso. Quando uno vede queste parole tutte insieme e vede soprattutto il destinatario, Silvio Berlusconi nostro Presidente del Consiglio, inevitabilmente si domanda:  ma Riina e i corleonesi erano impazziti? Pensavano di poter trasmettere una lettera a Berlusconi se non lo conoscevano? Come potevano pensare che, dando la lettera a Ciancimino affinché la desse a Dell’Utri, perché la desse a Berlusconi la lettera sarebbe arrivata a destinazione? Chiunque di noi voglia mandare una lettera a Berlusconi che cosa fa? Scrive “ caro Presidente Berlusconi” e poi mette una busta a Palazzo Grazioli, o a Villa Certosa o a Arcore o a Antigua, una delle ville, o a Palazzo Chigi. Perché Riina, invece di usare le Poste Italiane, usa la posta celere che è formata dalla staffetta Provenzano / Ciancimino padre / Dell’Utri per arrivare a Berlusconi? Si saranno mica conosciuti questi soggetti? Berlusconi conosceva Ciancimino? Dell’Utri conosceva Ciancimino? Berlusconi o Dell’Utri conoscevano Ciancimino, Provenzano, Riina o uno di questi alternativamente? No, perché è interessante, dato che si tratta di tre boss mafiosi tutti del clan corleonese! Altrimenti che gli viene in mente a Riina di usare quello strano sistema di comunicazione? Metti in busta e manda, se non lo conosci, no? Se lo conosci glielo fai arrivare tramite amici, ma allora sono gli amici di Berlusconi questi? O di Dell’Utri? E quando Berlusconi – poniamo il caso – riceve una lettera firmata dai corleonesi che gli porta Dell’Utri non gli chiede “ ma dove l’hai trovata? Chi te l’ha data?” dice “ ah, conosci Provenzano, Riina e Ciancimino?” oppure non glielo chiede perché già lo sa che Dell’Utri li conosce?! Oppure non glielo chiede perché anche lui li conosce? Queste sono le domande che ci dovremmo porre di fronte a un caso di questa dimensione. E poi il fatto che lui abbia risposto oppure no anche questa è una bella domanda: “ signor Ciancimino junior, lei ha mica saputo da sue padre se poi quella lettera ebbe un seguito, se qualcuno rispose a quella lettera? Se quando avete detto “ ti facciamo del male se non ci dai una televisione” quello ha fatto sapere – che ne so io? – “ stiamo valutando la vostra richiesta”, sa quelle formulette che si usano negli uffici, “ le faremo sapere”? No, perché dal 94 ricordo alcune trasmissioni televisive nelle quali le reti Fininvest, invece di prendersela con la mafia, se la prendevano con l’antimafia, attaccando violentemente e insultando, diffamando, calunniando la Procura di Palermo guidata da Caselli e poi smisero all’improvviso, quando la Procura di Palermo, dal 99 in avanti, dal 2000 fu guidata da Grasso e, sotto la gestione di Grasso e Pignatone, fu trovata questa lettera che scomparve, che non fu depositata agli atti dei processi, che solo adesso, in fase finale del processo d’appello a Dell’Utri, si può finalmente portare come prova davanti ai giudici! Qualcuno vorrà chiederlo all’attuale Procuratore antimafia e al suo aggiunto Pignatone dove se l’erano dimenticata, se per caso se l’erano dimenticata? Perché non l’hanno mandata nei processi, non l’hanno trasmessa, perché non hanno fatto una sola domanda a Ciancimino su quella lettera? Sono state fatte indagini su quella lettera? Perché vengono fatte adesso? Non si potevano fare quattro anni fa quando è stata trovata? Non si poteva convocare o Dell’Utri o Berlusconi per sapere se avevano ricevuto quella lettera, se conoscevano le persone che avrebbero dovuto consegnargliela, se avevano poi risposto a quella lettera? Misteri! Poi sapete che nella storia di Ciancimino c’è un altro grosso buco nero: le telefonate intercettate tra il figlio di Ciancimino e i soci del padre defunto, nelle quali nel 2004 si parla delle persone a cui Ciancimino aveva girato una parte del suo tesoro, i presunti prestanome del tesoro di Ciancimino: anche quelle bobine sono rimaste a marcire in Procura senza che nessuno le facesse trascrivere. Sapete che per usarle, dato che qui i prestanomi sarebbero dei parlamentari, bisognava chiedere il permesso al Parlamento, ma nessuno le ha trascritte e nessuno ha chiesto il permesso al Parlamento e, anche queste, sono saltate fuori dai cassetti dopo che il Procuratore Grasso e il Procuratore aggiunto Pignatone sono andati via da Palermo. Vorrei ricordare anche un’altra cosa così, a titolo di coincidenza cronologica: che il Procuratore Grasso è Procuratore nazionale antimafia grazie a una legge approvata dalla maggioranza berlusconiana due legislature fa, nella quale si faceva fuori il suo unico concorrente per la Procura Nazionale Antimafia: si chiama Giancarlo Caselli, è un po’ più anziano di lui, con qualche titolo quindi in più di lui; erano due candidati, uno è stato fatto fuori per legge e quindi la legge anti/Caselli non solo è una legge contra personam, ma è anche una legge ad personam, perché inevitabilmente, eliminando l’unico concorrente di Grasso, ha portato Grasso alla Procura Nazionale Antimafia. Capisco che certe domande scomode non si vogliono fare, ma bisognerebbe pur chiedere come mai qualcuno preferiva Grasso a Caselli e come mai queste carte, queste bobine saltano fuori quattro o cinque anni dopo dai cassetti, dopo che erano state dimenticate lì, se erano state dimenticate lì come sembra, confrontando le date.

Berlusconi intercettato parla delle minacce della mafia

Vi avevo detto di questa telefonata: è una telefonata – l’ho pubblicata sul sito www.antefatto.it, che è un po’ l’antipasto del nostro giornale; a proposito, in settimana arriverà la possibilità di abbonarsi con carta di credito, quindi restate in contatto con il sito “antefatto” e con il blog “voglio scendere”, perché finalmente molti di quelli che si sono prenotati e che devono ancora fare l’abbonamento potranno farlo comodamente da casa propria, con la carta di credito via Internet.
Quella telefonata è del 17 febbraio dell’88 e ci sono, al telefono, Berlusconi e il suo socio Renato Della Valle, che all’epoca era indagato per bancarotta e era sotto intercettazione. A questo punto Berlusconi, dopo aver parlato di varie cose quali politica, televisione e giornali, parla di un’artrosi che l’ha bloccato e dice “ sono messo male fisicamente e poi ho tanti casini in giro, a destra e a sinistra. Ne ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandare via i miei figli, che stanno partendo adesso per l’estero, perché mi hanno fatto delle estorsioni in maniera brutta”, “ O Madonna!”, dice Della Valle, “ è una cosa che mi è capitata altre volte dieci anni fa e ora sono ritornati fuori”. “ Senti, Silvio – gli dice Della Valle – va beh, ma hai Saint Moritz, no? Sennò ti dicevo se vuoi mandarli, i figli, anche qui a casa mia non ci sono problemi”, cioè Della Valle gli dice “ scappa per un po’, se ti vogliono minacciare” e Berlusconi dice “ grazie, li mando molto più lontani. Sai, siccome mi hanno detto che, se entro una certa data non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in Piazza Duomo…” “ O Madonna!”, ridice Della Valle, “ allora sai, sono cose poco carine da sentirsi dire”, giustamente, devo dire “ e allora ho deciso: li mando in America e buonanotte, perché ho un po’ di cosette da fare”. Della Valle gli chiede “ ma ti hanno dato una data? Ti hanno dato un ultimatum? Fino a quella data lì vai anche tu, no?” e Berlusconi dice “ no, no, io qui sono difeso per casa”, “devono passare sul mio cadavere”, dice Della Valle, come dire “ ti proteggo io” e Berlusconi gli dice “ sì, così ci mettono la bomba in due e ci fanno saltare in due” e ride e Della Valle dice “ ma cosa vuoi che ci facciano saltare, la bomba?”, poi parlano un po’ di altre cose, pensate anche questa dimestichezza del nostro Presidente del Consiglio con le bombe, già ne aveva avute due in casa sua nel 75 e nell’86. A un certo punto Berlusconi conclude dicendo “ ti dico sinceramente che, se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non mi rompono più i coglioni”, praticamente apprendiamo che il nostro Presidente del Consiglio, quando riceve richieste estorsive o minacce dai mafiosi, paga: purtroppo dovrebbe essere colui che dà il buon esempio, oggi che è capo del governo, agli imprenditori che magari, per non pagare, si sono fatti pure ammazzare, vedi Libero Grassi e dovrebbero fare così.
Questo vi ho voluto raccontare perché il processo Dell’Utri sta per finire, il G8 sta per iniziare, tutti parlano di ragazze e di festini e di ricatti legati a quelle ragazze e a quei festini. Bene, pensate a quanta gente è in grado di ricattare Berlusconi, se già all’inizio della sua carriera politica la mafia gli aveva subito mandato un messaggio chiedendogli l’uso di una televisione, poi lui ha provveduto altrimenti con trasmissioni che hanno fatto grandi favori alla mafia, attaccando l’antimafia. Ma pensate a quanta gente, soltanto la catena Riina /Provenzano /Ciancimino /Dell’Utri /Berlusconi, questa catena quanto è ricattatoria come situazione intrinseca potenziale nei confronti del Presidente del Consiglio e quante persone quindi sono in grado di chiedergli qualcosa o di minacciare qualcosa: forse è più preoccupante che, tra queste, ci sia anche qualche boss mafioso che magari potrebbe parlare, oppure magari potrebbe far parlare qualcuno dei suoi, oppure potrebbe tirare fuori qualche altro pezzettino di carta, nella speranza che poi qualcuno non lo inguatti in un cassetto o magari non ne tagli un pezzettino!
Passate parola, ci vediamo tutti quanti, se potete, mercoledì sera 8 luglio al Circolo Alpheus in zona ostiense a Roma dalle otto di sera in avanti per la grande serata e notte bianca contro la legge bavaglio. Grazie, a lunedì prossimo.”

Antimafia Duemila – Il tempo della verita’

Antimafia Duemila – Il tempo della verita’.

di Giorgio Bongiovanni

Cari lettori,
eccoci a Voi con la nuova veste di ANTIMAFIADuemila.
Così come vi avevamo annunciato si tratta di uno strumento di approfondimento che accompagnerà le vostre letture per almeno tre mesi, pensato per aiutarvi a capire meglio cosa accade in Italia sul fronte della lotta alla mafia, ma non solo.
Alla sezione inchieste, infatti, che sono da sempre il tratto distintivo e più amato di ANTIMAFIADuemila, abbiamo aggiunto anche una sezione dossier che di volta in volta esaminerà più a fondo possibile uno o più argomenti. Lo sguardo sul mondo che non può e non deve mancare in un’epoca così delicata come quella attuale è raccolto nella sezione Terzomillennio sempre più ampia e dettagliata.
Questo nuovo numero sarà presentato ufficialmente a Palermo il prossimo 18 luglio 2009.

Non è a caso che abbiamo scelto il mese di luglio e la data del convegno con cui ricordiamo l’anniversario della strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, che quest’anno avrà come titolo “I mandanti impuniti. Il tempo della verità sulle ‘stragi di Stato’”.
Fin dai nostri esordi, nel marzo 2000, abbiamo dichiarato che cercare, capire, e consegnare alla storia, seppur con il nostro umile e modesto lavoro di servizio, quanta più verità possibile sulle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è l’essenza stessa del nostro lavoro.
Siamo sempre stati convinti che questi due eventi delittuosi, seguiti a ruota dalle cosiddette bombe in continente, siano fatti di mafia solo per una certa percentuale. Sono invece eventi che vanno inseriti in un quadro molto più complesso poiché hanno determinato la svolta definitiva verso la tragica deriva democratica, morale, culturale e sociale in cui versa la nostra povera Italia.
Per anni si è cercato di far credere alla maggior parte dell’opinione pubblica italiana che si sia trattato solo di una guerra tra le guardie (i magistrati) e i ladri (i mafiosi) senza alcuna altra implicazione. Ma oggi, grazie al lavoro incessante dei procuratori antimafia e delle forze dell’ordine più impegnati ed esposti e, lasciatemelo dire, grazie anche al grido di giustizia che in questo ultimo anno Salvatore Borsellino ha portato in tutta Italia, moltissimi hanno aperto gli occhi. Moltissimi si sono uniti a quel lumicino di resistenza tenuto in vita da pochi e ora rinvigorito dalla consapevolezza di molti. Certo siamo ben lontani da essere una maggioranza, ma siamo una voce, un’unica voce che viene da tutto il Paese che chiede Verità e Giustizia.
E questo clima così favorevole nella gente è accompagnato da segnali di diversa natura e tutti in questo senso incoraggianti.
Prima di tutto le indagini.
Dopo una lunga parentesi di silenzio, due testimoni di quel biennio così drammatico hanno deciso di parlare, di raccontare quello che sanno e ricordano. Gaspare Spatuzza, uomo d’onore di primo piano della famiglia di Brancaccio e Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito e protagonista, suo malgrado, della delicatissima questione della trattativa tra Stato e mafia.
Naturalmente sono due personaggi molto diversi che raccontano due aspetti differenti, sotto il profilo tecnico, ma che ci confermano un dato fondamentale: molto ancora non è stato chiarito e accertato né sulla scena del delitto né sul retroscena.
Le dichiarazioni rilasciate da Spatuzza sono ancora top secret. Da quanto finora trapelato sappiamo che l’ex mafioso, cui non è stato ancora accordato lo status definitivo di collaboratore di giustizia, si è autoaccusato di essere colui che ha sottratto la 126 imbottita di tritolo e poi portata in via D’Amelio, così smentendo quanto già confessato, e sancito dalle sentenze, da Vincenzo Scarantino.
La questione Scarantino è sempre stata fonte di grande controversia sia all’interno delle procure che nell’opinione dei collaboratori di giustizia. Tra ritrattazioni e smentite la sua versione fornita agli inquirenti circa la sottrazione dell’auto era un punto debole della ricostruzione che con fatica si è giunti a delineare, almeno finora.
Secondo indiscrezioni il primo confronto tra Spatuzza, Salvatore Candura, reo confesso di aver partecipato con Scarantino al furto dell’auto, e lo stesso Scarantino avrebbe già sortito significativi risultati.
Mentre Candura avrebbe ceduto subito confessando di aver mentito, Scarantino, sulle prime in imbarazzo, avrebbe poi invece confermato la precedente versione. Tuttavia i riscontri su questo punto darebbero ragione a Spatuzza.
E se così stanno le cose, i quesiti, anche inquietanti, sono a questo punto molti…
Per conto di chi Scarantino starebbe mentendo? Cosa teme al punto da accusarsi e scontare 18 anni di carcere? E ancora, perché Spatuzza parla proprio ora che con la domanda di giustizia di Salvatore Borsellino si è creato molto interesse attorno alla fase esecutiva di via D’Amelio?
Se Spatuzza sa che Scarantino ha mentito, sa anche perché? Per conto di chi? Sa anche dirci chi ha premuto il telecomando che ha innescato l’ordigno e da dove? Sa dire se, come lasciano presagire le indagini finora svolte, abbiano preso parte all’eccidio soggetti esterni a Cosa Nostra, appartenenti, magari, ai servizi?
Ci auguriamo di leggere presto nelle carte tuttora secretate degli interrogatori qualche risposta a tutte queste domande che probabilmente gli inquirenti stanno vagliando con la massima attenzione. Quel che è certo è che siamo ancora lontani dal sapere con precisione cosa è accaduto esattamente in via D’Amelio e per mano di chi.
Sul fronte del retroscena invece, dicevamo, vi sono le autentiche rivelazioni di Massimo Ciancimino che fanno pericolosamente il paio con quelle di recente rilasciate da Giovanni Brusca nel corso di un’audizione al processo Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Sentito a più riprese dai magistrati Ciancimino non solo ha confermato l’esistenza della trattativa, di cui fu parte in causa, anticipandone la data a prima della strage di Via D’Amelio ma ha confermato l’esistenza fisica del cosiddetto “papello” di cui il primo a parlare fu proprio Brusca.
Nel corso della succitata udienza (del 21 maggio ndr) il collaboratore di giustizia, sollecitato dalle domande dei pm ha spiegato di conoscere il nome del referente istituzionale con cui avrebbe trattato Totò Riina, ma non ha voluto rivelarlo poiché, ha spiegato ai ripetuti tentativi di accusa, difesa e presidente della corte, vi sono indagini in corso.
Non era la prima volta però che Brusca accennava a questa sua consapevolezza.
Anni addietro, a Firenze, nel corso di un dibattimento nel processo per le stragi, disse di avere confessato quel nome, in via ovviamente riservata, anche al procuratore Grasso e alla “buonanima” del dottor Chelazzi (scomparso il 16 aprile 2003) per poi leggerlo in un articolo di Repubblica firmato da Francesco Viviano.
Inutile girarci intorno: il nome è quello dell’allora ministro degli interni Nicola Mancino. Che ha sempre smentito ogni addebito e ha anzi minacciato querele e depositato esposti contro chiunque osi accostarlo a questi fatti.
Tuttavia il suo presunto coinvolgimento riemerge di continuo.
Ciancimino, figlio, nelle innumerevoli indiscrezioni di stampa, ha chiarito che mai suo padre si sarebbe esposto a quel punto se non avesse avuto rassicurazioni circa la fondatezza della trattativa; accorgimento in egual modo utilizzato anche da Riina, come ci dice Brusca.
Quindi entrambi sapevano che dietro Mori e De Donno, che erano l’elemento di raccordo nel dialogo tra Stato e mafia, vi era un’entità in grado di prendere decisioni di grande portata.
Solo per questo si arrischiano a parlare con il nemico, con il “diavolo”, come spiega Brusca ricordandosi della sua prospettiva di allora.
Persino Totò Riina, nelle rarissime occasioni in cui ha fatto sentire la sua voce ha preteso di sapere, durante una dichiarazione spontanea sempre al processo di Firenze, come potesse sapere il ministro Mancino che sarebbe stato catturato esattamente 8 giorni dopo il suo annuncio.
E chiede, sibillino, sono stato venduto?
Ed è ancora il capo dei capi a domandarsi perché non era stato sentito (fino a quel momento) proprio il figlio di Ciancimino, Massimo. Che si ritrova ora al centro di cruciali passaggi per la storia del nostro Paese di cui è in parte testimone diretto e in parte erede quale depositario di segreti e forse anche di documenti di fondamentale importanza del padre.
Per questo destano viva preoccupazione le continue minacce da lui subite, compreso un furto di carte che sarebbe avvenuto nel suo appartamento di Bologna mentre lui si trovava all’estero. Oggi finalmente Ciancimino è scortato, ma ci auguriamo che la sua persona sia attenzionata con la massima cura da chi è preposto a farlo.
Tornando a Mancino. Fermo restando che sia stato a conoscenza della trattativa non ci è dato per ora in alcun modo di sapere se sia stato lui o meno ad informarne Paolo Borsellino.
Sappiamo solo che nell’agenda grigia del giudice il 1° luglio è chiaramente segnato Mancino e francamente non si possono che respingere con sdegno le ridicole scuse accampate dall’odierno vice presidente del Csm che dice di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno ci fosse anche quella del magistrato più in vista in quel momento, dilaniato, da li a pochi giorni, assieme ai suoi angeli protettori, da un’ esplosione di tritolo.
Perché, se non ha niente da nascondere, l’ex Ministro non ci dice come sono andati quei fatti così delicati? C’è forse un segreto di Stato?
La risposta a tutte queste domande e probabilmente l’intera spiegazione della strategia stragista potrebbe essere invece nell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Ce lo dimostra la rapidità e la precisione con cui chi, oltre al giudice stesso lo sapeva, l’ha fatta sparire nell’inferno di via D’Amelio.
Una verità che non si vuole affrontare nemmeno sul piano processuale, già tanto limitato delle regole del dibattimento, vista la vera e propria forzatura giudiziaria con cui si è voluta chiudere l’indagine a carico del colonnello Giuseppe Arcangioli, fotografato e filmato mentre si allontana dall’auto in fiamme del magistrato con in mano la sua valigetta.
Con una sentenza pretestuosa tesa più alla confusione che non all’accertamento dei fatti il Gup ha infatti reso impossibile il processo e un ancor più frettoloso giudizio della Cassazione ha messo i sigilli alla questione.
Questione che invece è aperta per noi che assieme a molti altri, da varie parti d’Italia, partiremo per andare in via D’Amelio, il giorno 19 luglio, con un’agenda rossa in mano, per chiedere, assieme a Salvatore Borsellino, in pacifica protesta, che su quest’altro mistero del biennio stragista sia fatta luce. Che sia celebrato almeno un processo per stabilire quale tra le tante versioni fornite da Arcangioli sia quella vera. E soprattutto sapere dove è andato con quella borsa, a chi l’ha data, e se qualcuno ne ha sottratto l’agenda rossa.
La voglia di legalità e giustizia questa volta scende dal resto dell’Italia e viene in Sicilia. L’indignazione questa volta non parte dal sacrificio di qualche siciliano onesto che combatte solo nella sua terra, ma viene dal Paese debitore di questo sangue, viene a rendere omaggio e a fare il suo dovere sperando di rinvigorire nello spirito stanco e disilluso dei siciliani, dei palermitani, la fiamma della nuova resistenza.
Questa volta non è così impossibile arrivare alla verità.
Non è e non sarà facile, intendiamoci.
Questo governo, protettore dei corrotti e dei criminali, che sbandiera sicurezza e giri di vite sul 41bis (mentre i boss se ne fanno beffe raggirandolo come niente fosse e persino ottenendo i domiciliari con un semplice certificato di depressione), si è già predisposto per tagliare di netto l’ultimo straordinario strumento investigativo rimasto (dopo la demolizione dei collaboratori di giustizia) per incidere profondamente sul sistema criminale che ci domina. Con la limitazione delle intercettazioni e la proibizione della pubblicazione dei contenuti si vuole costringere la pubblica opinione al letterale letargo del cervello indotto dalla televisione spazzatura e dalla pura e semplice censura.
Da un po’ di tempo però nella mente degli italiani si è introdotto un anticorpo che li protegge dal ronzio ipnotico di telenovelas e talkshow e hanno ricominciato a pensare e a votare.
Nonostante la campagna di discredito e nonostante le persecuzioni subite e nonostante la totale mancanza di mezzi e di copertura mediatica, più di 400.000 italiani hanno chiesto a Luigi de Magistris di rappresentarli in Europa. Un magistrato privato illecitamente del suo sogno: servire lo Stato con il proprio dovere, ha saputo trasformare la sua vicenda di ingiustizia in un grande riscatto per tutti gli italiani onesti che sono riusciti ad informarsi, a fare passaparola, a difenderlo per poi oggi farsi difendere.
Siamo certi che l’onorevole de Magistris saprà essere attento custode della speranza di noi tutti. A lui vanno il mio personale augurio e ringraziamento. E una promessa: che non sarà solo in questa grande responsabilità. La redazione di ANTIMAFIADuemila farà tutto quanto possibile per aiutarlo, sostenerlo e fornirgli informazioni, supporto e qualsiasi altra cosa necessiti nelle sue battaglie e soprattutto per sostenere il suo impegno nell’accertamento della verità sulle stragi che hanno deturpato l’onore e la reputazione del nostro Paese, molto più delle donnine del nostro pseudo tiranno.

Silvio e la mafia: la lettera | L’espresso

di Peter Gomez

Una missiva che documenta i rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra. Anche dopo la “discesa in campo”. E’ stata trovata tra le carte di Vito Ciancimino. E “L’espresso” la pubblica in esclusiva

Adesso c’è la prova documentale. Davvero, secondo la procura di Palermo, Silvio Berlusconi era in contatto con i vertici di Cosa Nostra anche dopo la sua “discesa in campo”, come era stato già stato raccontato da molti collaboratori di giustizia.

I corleonesi di Bernardo Provenzano, infatti, scrivevano al premier per minacciarlo, blandirlo, chiedere il suo appoggio e offrirgli il loro. Lo si può leggere, qui, nero su bianco, in questa lettera da tre giorni depositata a Palermo gli atti del processo d’appello per riciclaggio contro Massimo Ciancimino, uno dei figli di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002.

Una lettera che “L’Espresso” online pubblica in esclusiva. Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti frasi: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi.Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.

Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica. Ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano. I primi esami hanno comunque già permesso di escludere che gli autori siano don Vito, o suo figlio Massimo, che dopo una condanna in primo grado a cinque anni e tre mesi, collabora con la magistratura.

Tanto che finora le sue parole hanno, tra l’altro, portato all’apertura di un’inchiesta per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento mafioso contro il senatore del Pdl Carlo Vizzini, i senatori dell’Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintole, e il deputato dell’Udc e segretario regionale del partito in Sicilia, Saverio Romano. Con i magistrati Massimo Ciancimino ha parlato a lungo della lettera, che lui ricorda di aver visto tra le carte del padre quando era ancora intera.

Ma tutte le sue dichiarazioni sono state secretate. Le poche indiscrezioni che trapelano da questa costola d’indagine, già in fase molto avanzata e nata dagli accertamenti sul patrimonio milionario lasciato da don Vito agli eredi, dicono comunque due cose. La prima: la procura ritiene di aver in mano elementi tali per attribuire il messaggio a dei mafiosi corleonesi vicinissimi a Bernardo Provenzano, il boss che per tutti gli anni Novanta ha continuato ad incontrarsi con Vito Ciancimino.

Anche quando l’ex sindaco, dopo una condanna a 13 anni per mafia, si trovava detenuto ai domiciliari nel suo appartamento nel centro di Roma. La seconda: i magistrati sono convinti che la lettera dei  corleonesi sia arrivata a destinazione. Il documento è stato trovato tra le carte personali di don Vito. A sequestrarlo erano stati, già nel 2005, i carabinieri: “Parte di Foglio A4 manoscritto, contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive”, si legge un verbale a uso tempo redatto da un capitano dell’Arma.

Incredibilmente però la lettera era rimasta per quattro anni nei cassetti della Procura e, all’epoca, non era mai stata contestata a Ciancimino junior nei vari interrogatori. L’unico accenno a Berlusconi che si trova in quei vecchi verbali riguarda infatti una domanda sulla copia di un assegno da 35 milioni di lire forse versato negli anni ’70-’80 dall’allora giovane Cavaliere al leader della corrente degli andreottiani siciliani. Dell’assegno si parla a lungo in una telefonata intercettata tra Massimo e sua sorella Luciana il 6 marzo del 2004.

Venti giorni dopo si sarebbe tenuta a Palermo la manifestazione per celebrare i dieci anni di Forza Italia. Luciana dice al fratello di essere stata chiamata da Gianfranco (probabilmente Micciché, in quel periodo assiduo frequentatore dei Ciancimino) che l’aveva invitata alla riunione perché voleva presentarle Berlusconi.

Luciana: “Minchia, mi telefonò Gianfranco.. ah, ti conto questa? all’una meno venti mi arriva un messaggio?”

Massimo: L’altra volta l’ho incontrato in aereo”
Luciana: “Eh… il 27 marzo, a Palermo… per i dieci anni di vittoria di Forza Italia, viene Silvio Berlusconi. È stata scelta Palermo perché è la sede più sicura… eh… previsione… In previsione saremo 15 mila…”
Massimo: “Ah”
Luciana “…eh allora io dissi minchia sbaglia, e ci scrivo stu messaggio: “rincoglionito, a chi lo dovevi mandare questo messaggio, sucunnu mia sbagliasti” …in dialetto, eh… eh (ride) e mi risponde: “suca” …eh (ride) …mezz’ora fa mi chiama e mi fa: “Minchia ma sei una merda” e allora ci dissi “perché sono una merda”.

Dice, hai potuto pensare che io ho sbagliato a mandare? io l’ho mandato a te siccome so che tu lo vuoi conoscere [Berlusconi, nda] ?� io ti sto dicendo che il 27 marzo ” Massimo: “E digli che c’abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro…”
Luciana “(ride) Chi, il Berlusconi?
Massimo: “Si, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà?”
Luciana: ” Ma che cazzo dici”
Massimo : “Certo”
Luciana: “Del Berlusca?”
Massimo: “Si, di 35 milioni, se si può glielo diamo…”

Ma nella perquisizione a casa Ciancimino, la polizia giudiziaria l’assegno non lo trova. Interrogato il 3 marzo 2005, Ciancimino jr. conferma solo che gliene parlò suo padre, ma non dice dove sia finito: “Sì, me lo raccontò mio padre? Ma poi era una polemica tra me e mia sorella, perché io l’indomani invece sono andato alla manifestazione di Fassino”.

Adesso, invece, dopo la decisione di collaborare con i pm, sarebbe stato più preciso. Ma non basta. Perché Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell’archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze ( spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all’allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.

Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell’inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del ?94 aveveva confidato all’investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima “i palermitani” avessero indetto una “riunione ristretta” a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese.

Nell’incontro “era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare “Forza Italia”. In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza… (inoltre) i vertici “palermitani” avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie “famiglie mafiose” nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..”. Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell’ideatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell’archivio di Ciancimino si inserisca all’interno di questa presunta trattativa. Nel ?94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all’interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.

Da qui, è la pista seguita dagli investigatori, le apparenti minacce al Cavaliere (“il luttuoso evento”), la richiesta della messa a disposizione di una rete televisiva e i successivi sviluppi politici che portarono all’approvazione di leggi certamente gradite anche alla mafia, ma spesso approvate con il consenso bipartisan del centro-sinistra.

(07 luglio 2009)