Archivi del giorno: 14 luglio 2009

Nuovo Ordine Mondiale: Obama, Fed e signoraggio, passando per Lincoln e Kennedy « Titolando

Ecco un articolo interessante. Particolarmente belli mi sono sembrati i due video di John e Bob Kennedy che parlano rispettivamente dei pericoli delle società segrete e di quanto possa essere fuorviante il PIL. Due grandi esempi di bella politica, di cui si è persa traccia in Italia.

Nuovo Ordine Mondiale: Obama, Fed e signoraggio, passando per Lincoln e Kennedy

Sono molte similitudini tra la morte di Abramo Lincoln e JFK. Entrambi vennero uccisi di venerdi e entrambi furono colpiti da dietro e alla nuca. Morirono senza riprendere coscienza. Sia Lincoln che Kennedy avevano avuto 4 figli e, al momento della loro uccisione, solo 2 di questi erano vivi. Il vice di Lincoln si chiamava Johnson ed era nato nel 1808. Il vice di Kennedy si chiamava pure, Johnson ed era nato nel 1908, a distanza di 100 anni esatti dall’altro. Tutti e due i presidenti avevano condotto aspre battaglie per i diritti civili dei negri: Lincoln con il Proclama di Emancipazione e Kennedy con la legge sui Diritti Civili.

Al di là di queste coincidenze, entrmabi i presidenti degli Stati Uniti si opposero ad una Banca Centrale privata. Lincoln lo fece attraverso queste parole: “The money power preys upon the nation in time of peace and conspires against it in times of adversity. It is more despotic than monarchy, more insolent than autocracy, more selfish than bureaucracy. I see in the near future a crisis approaching that unnerves me, and causes me to tremble for the safety of our country. Corporations have been enthroned, an era of corruption will follow, and the money power of the country will endeavor to prolong its reign by working upon the prejudices of the people, until the wealth is aggregated in a few hands, and the republic is destroyed”.

Kennedy tentò di limitare i poteri della Banca Centrale e di far stampare moneta direttamente allo Stato e denunciando i pericoli della massoneria e delle società segrete. E’ per questi motivi che è facile pensare che Obama avrà lunga vita. Recentemente ha proposto una riforma del sistema finanziario statunitense attribuendo maggiori poteri alla FED, banca centrale americana, privata. Questi maggiori poteri la farebbero diventare un supercontrollore del mercato monetario nazionale e internazionale.

L’amministrazione Obama, guardata con occhi disperanza dall’intero pianeta, non ha nulla di realmente innovativo. I principali uomini che la compongono provengono da Wall Street. I giornali americani, ora, osannano il Nuovo Ordine Mondiale come un’opportunità per la nazione. Peccato che non spieghino cosa intendono con queste tre parole. Sopratutto, peccato che si sia persa la visione critica di illustri e liberi presidenti morti al servizio del loro paese.

Nel gennaio del 2009 Market Watch, una pubblicazione online del Wall Street Journal, discuteva della possibilità di una iperinflazione del dollaro statunitense, e affermava di seguito, riguardo la prospettiva dell’amero, “a prima vista, per quanto difficile da immaginare, si intuisce che la cosa abbia un senso. La capacità di coniugare le risorse naturali del Canada, l’ingegnosa creatività americana e la mano d’opera a basso prezzo del Messico, permetterebbe al Nord America di competere meglio a livello globale.” L’autore continua dicendo che “se la futura politica sarà quella di creare più debito, invece di lasciare che risparmio e investimenti si riequilibrino, dobbiamo fortemente considerare l’eventualità di uno shock sistemico. Potremmo aver bisogno di far guadagnare spazio a una valuta a due livelli, se il dollaro dovesse decadere sensibilmente dai livelli attuali,” e che “Se si manifestasse una simile dinamica  l’equilibrio globale dei poteri si frammenterebbe in quattro regioni principali: Nord America, Europa, Asia e Medio Oriente. Il tutto è da verificare. Nel frattempo il Financial Times, edito da un membro Bildenberg, scriveva: And now for a world government.

Sono in tanti a ritenere che la crisi economico finanziaria possa essere un’opportunità per l’America e che Obama sia la persona giusta per rendere reale questa opportunità. Peccato che questi pensieri frullino nelle menti degli attuali responsabili della crisi stessa. La presidenza Obama sembrerebbe servive agli scopi di quelle elite di “potenti” che altri presidenti americani hanno aspramente criticato a contrastato prima di lui.

Interessante, a titolo divulgativo, è il piccolo documentario di Alex Jones che si intitola: L’inganno di Obama. Inserisco il link al primo video, dal quale potete accedere a tutti i successivi. Complessivamente sono 12, tutti con i sottotitoli in italiano.

Concludo questo post con l’unico mezzo di “protesta” che ritengo utile: cioè divulgare alcuni video dei discorsi dei due fratelli Kennedy. Nella speranza che, anche per sbaglio, qualcuno ci clicchi e che possa rimanere colpito e riflettere sull’”unico sogno” che l’intera umanità debba perseguire. Sperando anche che agli Illuminati del Nuovo Ordine Mondiale, si possano sostituire presto i Kennediani del New World Democratic Dream. Il sogno l’abbiamo già da anni, abbiamo bisogno, purtroppo, di chi riesca a realizzarlo senza morire prima. In fondo, non esiste complotto senza resistenza.

Nuovo Ordine Mondiale: Obama, Fed e signoraggio, passando per Lincoln e Kennedy « Titolando

Ecco un articolo interessante. Particolarmente belli mi sono sembrati i due video di Joh

Nuovo Ordine Mondiale: Obama, Fed e signoraggio, passando per Lincoln e Kennedy

Antimafia Duemila – Giovanna Maggiani Chelli scrive a Toto’ Riina

Antimafia Duemila – Giovanna Maggiani Chelli scrive a Toto’ Riina.

di Giovanna Maggiani Chelli – 13 luglio 2009

Egregio Signor  Salvatore Riina, non è la prima volta che io Le scrivo.  Naturalmente tutte le mie lettere sono cadute nel vuoto: Lei non si pentirà mai. Questo ho sempre chiesto nelle mie lettere: il suo “pentimento”, ma Lei mai e poi mai collaborerà con la giustizia perché, ne sono certa, ritiene di non essere “un infame”. E’ una questione di punti di vista. Lei i collaboratori li chiama “infami”, io non li amo, ma li ritengo persone che hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà, che hanno preso coscienza del fatto di aver ucciso tante persone e, con le loro azioni, di aver pesantemente condizionato la vita democratica del nostro Paese.
Ma a Lei questo non interessa; Lei non conosce la democrazia ed il vivere civile e, soprattutto, non li vuole conoscere, perché questo sarebbe come ammettere in Lei un segno di debolezza, come rilevare in Lei la presenza di una coscienza e, diciamocelo, Lei una coscienza non ce l’ha. Ma, se può consolarla, fra i politici, nelle Istituzioni, fra i dirigenti di aziende importanti e di finanziarie ancora più importanti, fra i direttori di banca  come tra gli alti prelati, sono in tanti a non avere una coscienza…. come Lei.
Il livello delinquenziale al quale Lei è arrivato, purtroppo, nella nostra disgraziata Italia è congeniale a molti, a troppi.
Veniamo al perché di questa lettera: Lei ha travolto la mia famiglia in un vigliacco atto terroristico, la strage di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993.
E’ la terza volta che Le scrivo pubblicamente nel corso di questi 16 anni. Lo faccio in questo momento perché desidero informarLa che mia figlia, colei alla quale i suoi uomini hanno rovinato la vita in via dei Georgofili il 27 Maggio 1993, si è questa mattina laureata a Firenze presso la facoltà di architettura , con 110 e Lode.
La voglio mettere pubblicamente a parte di questa cosa importante, perché suo cognato Leoluca Bagarella brindò quando esplosero le bombe nel 1993. Oggi sappiamo che tutti brindaste perché sapevate che Vi  avrebbero abolito il “41 bis”, quel famigerato “41 bis” che tanto fa dannare la mafia perché teme che chi non sopporta il carcere duro si faccia “sbirro”.
Come Gaspare Spatuzza ultimamente o come Giovanni Brusca che, sia pure con difficoltà, ogni tanto qualcosa di buono dice.
A proposito di brindisi apro una parentesi: io brinderò pubblicamente – se Dio me lo concederà e se sarò ancora viva – quando moriranno coloro che nel 1993 ci hanno messo nelle mani della mafia, ogni volta che ne morirà uno solleverò un calice e urlerò come fece Bagarella quando morirono i nostri figli.
Ebbene, Le parlo di mia figlia e di questo importante momento della sua vita, perché Le voglio dire semplicemente:
Egregio Signor Riina, il Suo tritolo, il Vostro tritolo, e di quanti con Voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia, ma non l’ha piegata.
Pur fra mille difficoltà, con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata.
Posso oggi ben dirlo: quella mattina  del 27 Maggio 1993, mia figlia doveva affrontare un importante esame di architettura. Il sistema marcio, colluso con “cosa nostra”, colluso con Lei , ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta.
Una rondine non fa primavera, non ci illudiamo, non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia.
Ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in architettura, per non darla vinta a Lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici che hanno fatto e fanno affari con Lei  comprandosi barche da mille metri e ville faraoniche in mezzo al verde,  a quei banchieri che i soldi li hanno messi sul tavolo di trafficanti di armi che hanno le case piene di quadri preziosi, e ancora per non darla vinta a quei capi militari che giocano a chi compra il diamante più grosso alla propria moglie e a quegli uomini di Chiesa che si sono venduti per avere più oro sulle mitre e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti anche solo per risultare più importanti, ebbene quello sforzo compiuto è riuscito.
Questa laurea di mia figlia, è  la rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento.
Ne approfitto mentre ho la penna in mano: dica a Sua figlia di trovarlo lei il coraggio di raccontare tutto quello che sa, di dirci con chi il padre andava a braccetto e anche Sua figlia ce l’avrà fatta, ce l’avrà fatta alla faccia di chi, ogni giorno, dice fra sé e sé “tanto i RIINA non parlano, perché sono mafiosi con la coppola e loro non tradiscono, noi invece con i colletti bianchi li sappiamo tradire eccome”.
I politici ci hanno traditi-  diceva spesso Leoluca Bagarella in aula a Firenze –  durante i processi per le stragi del 1993.

Io c’ero.
Cordiali saluti

Ciancimino jr, l’ultimo segreto “Patto mafia-Stato, ecco la prova”

Ciancimino jr, l’ultimo segreto “Patto mafia-Stato, ecco la prova”.

Scritto da Attilio Bolzoni e Francesco Viviano

Il figlio di don Vito a pubblici ministeri: “Pronto a darvi il ‘papello’ di Riina”. Ovvero le richieste dei boss alle istituzioni

PALERMO – Lo cercano da quando venne ucciso Paolo Borsellino, diciassette anni fa. Un foglio di carta, uno solo. Con la scrittura incerta di Totò Riina e, in fondo, la sua firma. È il famoso “papello”, le richieste dei Corleonesi allo Stato per fermare le stragi in Sicilia e in Italia. “Ve lo consegno io nelle prossime ore”, ha giurato qualche giorno fa Massimo Ciancimino, testimone eccellente ormai sotto scorta come un pentito.
È forse l’epilogo della più intricata vicenda siciliana di questi ultimi anni: la trattativa fra Stato e Mafia. Se il più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo manterrà la sua promessa, fra qualche giorno – proprio alla vigilia dell’anniversario della morte di Borsellino, il 19 luglio – il famigerato documento del patto fra boss e misteriosi apparati di sicurezza finirà nelle mani dei magistrati di Palermo e poi quelli di Caltanissetta e Firenze, tutte le procure che indagano direttamente o indirettamente sugli attentati mafiosi fra il 1992 e il 1993. “Questa volta ve lo porterò davvero, questa volta non faccio bluff”, ha assicurato Ciancimino junior nel suo ultimo interrogatorio dopo un tira e molla durato un anno.
La sua “collaborazione” è cominciata nel giugno del 2008. In decine di verbali ha raccontato la sua verità su incontri fra mafiosi e uomini dei servizi segreti, ha parlato dei fatti accaduti fra la strage di Capaci e le bombe dei Georgofili, ha ricordato i faccia a faccia fra suo padre e l’allora vicecomandante dei Ros Mario Mori, ha svelato alcuni segreti che don Vito si era portato nella tomba. Come certi appuntamenti che l’ex sindaco agli arresti domiciliari aveva – sia a Palermo che a Roma – con “l’ingegnere Lo Verde”, cioè Bernardo Provenzano.
Ma fino ad ora “Massimuccio” non aveva mai voluto dire nulla sul “papello”. Alle insistenze dei procuratori, la sua risposta è sempre stata una sola: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. All’improvviso, la settimana scorsa e dopo un ultimatum della procura di Palermo, Massimo Ciancimino però ha ceduto: “Garantito: adesso il papello ve lo do”.

Nessuno sa dove sia stato custodito in tutti questi anni, molti pensavano e ancora pensano in una cassetta di sicurezza di una banca da qualche parte in Europa. Un sospetto, un mese fa, aveva portato gli investigatori in Francia. Una mossa di Massimo Ciancimino e una contromossa degli inquirenti. Ma non quelli di Palermo, gli altri di Caltanissetta. Tutti erano e sono ancora a caccia del “papello”.

Massimo Ciancimino, a giugno – appena gli hanno revocato il divieto di espatrio – ha lasciato Bologna dove vive da qualche mese e con la sua auto ha raggiunto Parigi insieme alla moglie Carlotta. È stato pedinato. Al ritorno da Parigi, fermato al posto di frontiera e invitato a entrare in un ufficio di polizia, ha trovato un paio di magistrati della procura della repubblica di Caltanissetta e alcuni ufficiali di polizia giudiziaria. Erano sicuri di trovarlo con il “papello” addosso. Perquisito lui e perquisita anche la moglie, ma il “papello” non l’hanno trovato. Interrogato al posto di frontiera, Ciancimino junior ha spiegato: “Mi ero accorto che mi seguivate, voi non vi fidate di me e io non mi fido di voi e non ho portato con me quel documento che non è a Parigi…”.

Messo alle strette dai procuratori di Palermo subito dopo ha promesso di far avere quel foglio di carta, quell’atto con il quale Totò Riina e i suoi Corleonesi chiedevano ad alcuni emissari dei servizi segreti di “trattare” con loro. Fine della violenza e delle stragi in cambio dell’abolizione del carcere duro, basta bombe in cambio di una sorta di salvezza per i familiari dei boss, armistizio con lo Stato in cambio di un colpo di spugna della legge sui pentiti e sui patrimoni aggrediti dalla legge Rognoni la Torre.

Ma quanto è attendibile nei suoi racconti il rampollo di don Vito? Quanto i magistrati possono credere alle sue parole? “Come qualsiasi imputato di reato connesso, le sue dichiarazioni possono essere attendibili solo se supportate da riscontri obbiettivi ed esterni”, risponde il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che con il sostituto Nino Di Matteo indaga sui misteri palermitani dei Ciancimino. Aggiunge Ingroia: “Alcuni elementi di riscontro alle sue dichiarazioni li abbiamo già avuti, però abbiamo bisogno ancora di qualcosa per avere un quadro completo”.

Tutti i verbali di Ciancimino junior sono finiti alla procura di Caltanissetta che è titolare delle indagini sulla strage di via Mariano D’Amelio. Gli stessi procuratori di Caltanissetta l’hanno interrogato più volte. C’è un’ipotesi investigativa: il procuratore Paolo Borsellino, subito dopo la morte del suo amico Giovanni Falcone, avrebbe scoperto la vicenda del “papello” e quella trattativa fra Stato e Mafia. L’avrebbero ucciso perché qualcuno lo considerava un ostacolo al patto con la mafia.

Sarà il “papello” a certificare una volta per tutte l’attendibilità del figlio di don Vito. Tutto un impasto, fra i più pericolosi mafiosi latitanti e alti funzionari degli apparati. Tutto un impasto che ora fa molta paura al giovane figlio di don Vito, condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi per avere riciclato il “tesoro” di suo padre. Dal novembre scorso è stato costretto a lasciare la sua casa di Palermo e vivere 24 ore su 24 con auto blindata e “tutela”. Dopo un paio di episodi inquietanti accaduti in Sicilia, Massimo Ciancimino è stato contattato da falsi carabinieri e poi ha ricevuto una lettera di minacce. Dentro la busta tre proiettili. Uno era destinato a lui, il secondo al procuratore Ingroia, il terzo al sostituto Di Matteo.

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano (Fonte La Repubblica 14 luglio 2009)

Antimafia Duemila – Novita’ sull’Unto del signore

Antimafia Duemila – Novita’ sull’Unto del signore.

di Nicola Tranfaglia – 13 luglio 2009

Dobbiamo a un giornalista, Ferruccio Pinotti (che, negli anni scorsi, ha già pubblicato inchieste importanti come Poteri forti – 2005 -,Opus Dei segreta – 2006 – Fratelli d’Italia – 2007 – e Olocausto bianco – 2008 -)di aver scritto, insieme con il giornalista tedesco Udo Gumpel, per Rizzoli, un libro intitolato L’unto del signore (pp.300,11 euro) che rappresenta uno dei lavori più informati e interessanti sulla carriera di Silvio Berlusconi, attuale presidente del Consiglio in Italia, e sui suoi rapporti, stretti e intensi, con il Vaticano, con il Papa e con le alte gerarchie della Chiesa cattolica.
L’ho letto con particolare attenzione.
Ora  desidero parlarne nel mio blog e mi riprometto, se mi sarà possibile, parlarne  nella stampa italiana,
probabilmente in quella on-line che è sicuramente  più libera di quella che appare nelle edicole, e di parlarne adeguatamente perché gli italiani sappiano (almeno quelli che riusciremo a raggiungere) del pactum sceleris -direbbero i latini – che lega da molti anni  il leader del Popolo della Libertà con l’istituzione ecclesiastica, non con i cattolici italiani, tanti dei quali sono oggi, e magari da tempo, all’opposizione del suo governo e, in ogni caso, non immaginano nemmeno natura e obbiettivi di quel patto di potere.
Silvio Berlusconi, già durante gli anni universitari, frequenta la residenza universitaria Torrescalla, un collegio dell’Opus Dei, e qui incontra quello che diventerà il suo più stretto collaboratore, il dottor, oggi senatore, Marcello Dell’Utri.
Il quale ha raccontato: ”A presentarmi Silvio Berlusconi fu il direttore della residenza universitaria di Palermo. Segesta, Bruno Padula, oggi vicario della Pelatura dell’Opus Dei in Sicilia.” E, anche se Berlusconi è vicino alla laurea mentre Marcello è una matricola, tra i due si sviluppa un’immediata simpatia e quindi un sodalizio destinato a durare tutta la vita (p.15-16).
La carriera imprenditoriale di Silvio, che Pinotti ripercorre analiticamente prima di parlare del patto con il Vaticano ,   è  assai veloce.
Grazie a un prestito concesso dalla Banca Rasini, di cui il padre Luigi è direttore, Berlusconi fonda con Pietro Canali, la Cantieri Riuniti Milanesi e costruisce quattro palazzine per gli immigrati in via Alciati alla periferia di Milano.
Quindi nel 1963 fonda la Edilnord Sas, di cui è socio di opera. I capitali li fornisce la Finanzierunggesellschaft fur Residenten Ag di Lugano.
La società costruisce un complesso di quattromila appartamenti a Brugherio, vicino Milano. E offre a Marcello Dell’Utri un lavoro come segretario del presidente dal 1964 al 1965. Tre anni dopo, nel 1968, per costruire Milano 2, Berlusconi fonda un’altra società La Edilnord Centri Residenziali. I capitali vengono da un’altra società svizzera Aktiengesellshaft fur Immobilienlagen in Residezzentren AG, una società rappresentata come la svizzera precedente, da Renzo Rezzonico.
Proprio, in quel periodo, Berlusconi  inizia a frequentare il mondo cattolico che conta. Del resto la Banca Rasini è un terminale forte della finanza vaticana.
Dai documenti presenti nelle inchieste giudiziarie che lo hanno riguardato, ma anche in quelle giornalistiche che ne hanno seguito il percorso, emerge con chiarezza che la Rasini non era solo la banca nella quale lavorava il padre di Silvio ma anche l’istituto che finanziò i suoi inizi imprenditoriali negli anni sessanta e con l’aiuto del quale nacque, nella seconda metà degli anni settanta, la complessa costruzione societaria delle holding che detenevano il controllo della Fininvest.
“Vale a dire – raccontano Pinotti e Gumpel – 23 Srl, fondate nel 1978, intestate per il 90 per cento a Nicla Crocitto,
un’anziana casalinga abitante a Milano 2 e per il 10 per cento al marito Armando Minna, già sindaco della Banca Rasini. Alla fine dell’anno escono di scena i due coniugi e subentrano due fiduciarie, Saf e Parmasid. In poco tempo il capitale sociale della Fininvest è quasi interamente controllato da questo opaco sistema di scatole cinesi, dietro cui il nome di Silvio scompare. Tra il 1978 e il 1983 nelle holding fluisce un fiume di denaro di provenienza non sempre verificabile attraverso la documentazione bancaria.”
Da verbali che provengono dagli atti del processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri emerge: “Da tabulati rinvenuti presso gli archivi della Banca Rasini si è rilevato che le denominazioni sociali delle holding “dalla prima alla ventiduesima” venivano censite come “servizi di parruccheria ed istituti di bellezza”. Inoltre si veniva a conoscenza che le holding non erano solamente ventidue ma “trentotto” come peraltro riscontrato nelle schede di censimento.” A queste si aggiungono altre cinque società, denominate Hodfin, nonché una società denominata Holding Elite.
“Quasi tutte le holding – commentano gli autori – cessavano i propri rapporti di conto corrente con la Rasini pochi mesi dopo il blitz antimafia del 14 febbraio 1983.” (p.21)
La Banca Rasini alla metà degli anni cinquanta era composta, per quanto riguarda la composizione societaria, quasi esclusivamente da milanesi (tra cui Carlo e Gian Angelo Rasini) eccetto il siciliano Giuseppe Azzaretto.
Successivamente, negli anni sessanta e settanta, cresce il ruolo dei soci siciliani, rappresentati anche dal figlio di Azzaretto, Dario.
Giuseppe Azzaretto, nato nel 1909 a Misilmeri, piccola frazione nell’hinterland di Palermo, può contare nella sua carriera imprenditoriale di forti appoggi della Santa Sede.
Appartiene – ricorda Pinotti – ai potenti Cavalieri dell’Ordine di Malta e ai Cavalieri del Santo Sepolcro che hanno visto tra i propri adepti personaggi come Licio Gelli e Umberto Ortolani. In effetti, appena acquistarono il controllo della Banca Rasini il presidente dell’Istituto divenne Carlo Nasali Rocca di Corneliano, Cavaliere di Malta e fratello del cardinale Mario Nasali Rocca.
La baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, a lungo cliente privilegiata della Banca Rasini, in una lettera a Max Parisi del giornale “La Padania” scrive già nel 1998 che la Banca “formalmente era intestata alla famiglia Azzaretto ma nella realtà la Banca era controllata da Giulio Andreotti. Il commendator Giuseppe Azzaretto era all’epoca uomo di fiducia di Andreotti. Il punto saliente (…) che non è stato evidenziato è che quando la mafia siciliana si impossessa della Banca Rasini, la banca è già di Andreotti. Lasciai la Banca Rasini quando la lasciarono gli Azzaretto, cui subentrò, mi fu detto, una società svizzera.” (p.23)
Pinotti e Gumpel fanno seguire a questa importante testimonianza un lungo racconto sui particolari di quei rapporti e ricordano che, tra il  1983 e il 1984, la Banca entra nel controllo azionario dei Rovelli, una famiglia di imprenditori legata all’uomo politico siciliano e implicato nello scandalo Imi-Sir e concludono: ”La Banca Rasini, dunque, sembra essere un vero e proprio feudo andreottiano e della finanza vaticana.”(p.28)
Infine, tra il 1991 e il 1992, la Banca viene acquisita da un altro istituto noto: la Banca Popolare di Lodi che sarà protagonista, sotto la guida di Gianpiero Fiorani, di uno scandalo più recente di enormi proporzioni.
A questo punto i due autori riportano parte di una testimonianza di Ezio Cartotto, l’ex dirigente democristiano che ha vissuto gli anni dell’esordio politico a fianco di Berlusconi. Nei vari incontri con Pinotti e Gumpel, Cartotto ha detto cose assai interessanti: ”Ho sentito parlare dell’idea di Berlusconi di scendere in campo nel 1992, dopo le stragi, ma l’elaborazione era in effetti iniziata già prima.
Personalmente ritenevo che la situazione italiana fosse destinata a cambiare radicalmente, tanto che nel 1991, prima delle stragi, ne avevo parlato con Arnaldo Forlani: già allora nell’aria c’era un’idea di rinnovamento.” (p.113)
Continua Cartotto: ”Con Dell’Utri ci siamo incontrati nel 1992, dopo la morte di Salvo Lima. Era un fatto grosso: chiunque abbia visto i funerali e la faccia di Andreotti in quell’occasione, aveva potuto rendersene conto.
Era come se gli fosse caduto un masso addosso, era impetrito, una statua, distrutto. La classe politica era in fibrillazione. De Mita stava per dare mano libera ai suoi perché votassero Andreotti alla presidenza della repubblica, ma Falcone fu ucciso e allora Craxi stesso  propose l’elezione di Scalfaro, dicendo: “ E’ stato mio ministro per cinque anni, è una persona per bene di cui ci si può fidare.” Ma poi Scalfaro non chiama Craxi a formare il governo perché nel frattempo Bettino a Milano ha ricevuto un avviso di garanzia. Una sequenza di fatti che ha cambiato l’Italia.” (p.114)
Il progetto del partito di Berlusconi, insomma, nato tra il 1991 e il 1992, si concretizza nel 1993, in vista delle elezioni politiche del 1994. Secondo i magistrati di Palermo, Dell’Utri in quella fase – ricordano gli autori, è “il referente privilegiato di Cosa Nostra ancora prima della nascita della nuova formazione politica.”(p.115).
Secondo la lunga testimonianza di Cartotto, che non è stata mai smentita finora, Berlusconi tramite Gianni Letta, ex uomo e a lungo di Andreotti e il cardinale Bertone,
segretario di Stato, è vicino all’attuale pontefice Joseph Ratzinger. Conta inoltre di rafforzare i rapporti con il Vaticano l’amicizia che il leader del Popolo della Libertà ha da molti anni con Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere attraverso Roberto Formigoni che potrebbe essere alla fine il suo erede politico.
Il libro di Pinotti e Gumpel, nella seconda parte, riporta a ragione una serie di testimonianze di uomini della Chiesa cattolica, da don Vinicio Albanesi a don Albino Bazzotto, al vaticanista Giancarlo Zizola che sono, non da oggi, critici sull’intesa tra il Vaticano e Berlusconi e ne mettono in luce con chiarezza i veri  obbiettivi di potere e di scambio di denaro che li caratterizzano dall’inizio ma che non hanno la forza di mettere in crisi l’accordo di vertice che dura ormai da più di quindici anni.
Un principio fondamentale  della nostra costituzione, come la laicità dello Stato e delle istituzioni pubbliche, è stato scambiato dalla classe politica di governo (e da parte della opposizione) per ottenere l’appoggio politico e culturale  del papato e delle alte gerarchie cattoliche. Oggi  non esiste più e lo si vede con una legislazione sulle coppie di fatto, sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico che non è degna di un paese moderno e civile.
Se, nel nostro paese, esistesse una grande stampa libera e ci fossero canali televisivi indipendenti, l’intesa sarebbe stata da tempo denunciata e analizzata a fondo e, probabilmente, sarebbe entrata in crisi.
Ma, con l’attuale situazione dei mass media, gran parte degli italiani non sa ancora nulla dei corposi retroscena dell’accordo e delle sue effettive  motivazioni e non è in grado di respingere la propaganda ossessiva che le due parti, il Vaticano, da una parte, e il governo Berlusconi,
dall’altra, fanno per nascondere la verità e andare avanti come nel passato.
Per riassumere i risultati della ricerca sul percorso di Berlusconi e la sua politica che dura ormai da quasi vent’anni nel nostro paese è necessario sottolineare due punti, di solito assenti o secondari  nella letteratura storica  esistente.
In primo luogo l’aiuto della finanza vaticana e di uomini politici legati al Vaticano come Giulio Andreotti che sono stati dall’inizio importanti per l’ascesa economica e poi politica dell’attuale presidente del Consiglio e leader del centro-destra.
I suoi rapporti con le associazioni mafiose, come quelli del Vaticano, rimontano agli anni sessanta e settanta. Marcello Dell’Utri è stato, con ogni probabilità, il tramite principale di questi rapporti.