Giustizia tra saldi e “periti deviati”

Giustizia tra saldi e “periti deviati”.

Saldi. La Giustizia italiana offre sconti fino al 70% – di while

Affrettati. Non perdere tempo. La Giustizia italiana sta partecipando al periodo saldi offrendo succulenti sconti di pena.
Vedi un ragazzo per strada e ti viene voglia di pestarlo a morte insieme ai tuoi amici? Noti una scazzottata fra ultras dall’altra parte della carreggiata autostradale e ti viene voglia di estrarre la pistola, divaricare le gambe e sparare uccidendo un giovane tifoso?
Questo è il periodo giusto per fare tutto ciò. La Giustizia italiana offre uno sconto di pena fino al 70%. Non puoi perdere questa incredibile occasione! Sfoga la tua sete di violenza ora. Estrai l’arma, affacciati alla finestra e al primo liceale che esce dalla maturità spara cazzo.

Ecco le offerte nel dettaglio:

NB: L’opzione “ucciso da poliziotto” è importante in questo caso per valutare la pena.

Ah non sei poliziotto? Mi dispiace, per te lo sconto non vale. Solo chi ha il distintivo ha diritto a pene ridicole. Solo chi indossa una divisa può massacrare la gente che dovrebbe proteggere per poi cavarsela con soli tre anni e mezzo di carcere che non sconterà mai. Solo un poliziotto può uccidere e non perdere lo stipendio ritrovandosi in servizio al G8 un giorno dopo la sentenza.
Ammazzare un ragazzo con un colpo di pistola: 6 anni con addosso una divisa. Coprire un collega che ammazza un ragazzo in servizio: proscioglimento per legittima difesa. Ammazzare un ragazzo a colpi di manganellate in testa: 1 anno con addosso una divisa. Ammazzare con le cariche: nessun colpevole con addosso una divisa. Ammazzare un collega in servizio: la colpa viene data ad un ultras. Si potrebbe continuare ad elencare le curiose sentenze della magistratura nei casi in cui l’assassino sia un legionario statale, ma è curioso soffermarsi sui primi due esempi. Chiaramente il primo si riferisce alla fresca sentenza per l’omicidio Sandri e il secondo a Carlo Giuliani. C’è un legame nascosto che unisce i due omicidi, ovvero la perizia del tecnico della difesa. Leggiamo assieme Il Tempo di oggi:

Se il consulente della difesa di Spaccarotella punta sulla deviazione netta e determinante del proiettile sulla rete di recinzione metallica che stava fra il punto dove l’agente ha sparato e il ragazzo ucciso, quelli del pm sottolineano che «l’angolo della deviazione subita non è quantificabile». Più netto il giudizio dell’esperto nominato dalla famiglia Sandri: «Non c’è stata alcuna deviazione», afferma Vero Vagnozzi. Che aggiunge: «Dal punto dove ha sparato, Spaccarotella poteva vedere l’auto solo dal finestrino in su, quindi non ha mirato alle gomme». L’agente sostiene la versione del colpo partito per caso.

Stranamente per il consulente dei Sandri è riportato sia nome che il cognome, mentre per quello della difesa no. Un rapida ricerca online però ci aiuta a fare chiarezza sul perchè dell’omissione. Il consulente non è altro che Domenico Compagnini, un perito balistico con un curriculum vitae piuttosto importante, come possiamo leggere nell’articolo di Rita Pennarola per La Voce della Campania, che si basa su un’attenta ricostruzione del gruppo “Pillolarossa”:

Noi qui vogliamo sottolineare una particolare coincidenza: il perito balistico che di fatto ha scagionato il poliziotto Spaccarotella e’ lo stesso consulente di parte prescelto dai difensori di Mario Placanica, il militare che sparo’ la pallottola conficcatasi nel cranio di Carlo Giuliani. Si tratta del catanese Domenico Compagnini, che in quella occasione l’Ansa definì «insegnante di applicazione tecnica in pensione divenuto per hobby esperto balistico». Un “hobby” coltivato al punto che Compagnini risulta uno fra i soli cinque periti balistici italiani che possono fregiarsi del diploma rilasciato dalla Forensic Science Society, l’unica certificazione di questo tipo a livello europeo. A rilasciare il titolo e’ la Strathclyde University, socia a sua volta dell’European network of forensic science institutes, che riunisce gli istituti forensi di 18 Paesi europei. Fra i suoi soci italiani, il Servizio Polizia Scientifica ed il Racis, da cui dipendono i reparti Ris dei carabinieri che troviamo regolarmente sulla scena del crimine. Al pari degli altri otto, dieci superconsulenti nominati dalle Procure italiane nei casi giudiziari che hanno tenuto banco negli ultimi anni (da Paolo Romanini a Pietro Benedetti, fino a Carlo Torre, Marco Morin ed Ezio Zernar), anche Compagnini si e’ occupato di grosse vicende come quelle di Marta Russo (sostenne che le possibili traiettorie del proiettile che uccise la giovane potevano essere piu’ di 27) e dell’attentato a Giuliana Sgrena che costo’ la vita a Nicola Calipari. Di recente lo troviamo nel processo alla brigatista Nadia Lioce.

Una fama insomma, la sua, per nulla appannata da quanto aveva verbalizzato dinanzi alla commissione parlamentare antimafia (presieduta all’epoca da Luciano Violante) il superpentito Antonino Calderone. «Una sera – raccontava Calderone – mi trovavo in una saletta d’aspetto dell’impresa Costanzo per parlare con uno dei nipoti (doveva affidare del lavoro alla mia impresa di movimento-terra). E’ venuto il dottor Domenico Compagnini che si occupa di balistica, tanto che aveva libero accesso ai documenti dei carabinieri, almeno allora, ora non lo so. (…) Mi ha detto: “Lei non sa niente?”. Ho risposto di no e lui ha aggiunto che erano stati emessi i mandati di cattura per mio cugino, Ferrera Giuseppe e tanti altri. Non gli ho detto che ce ne eravamo occupati ma mi sono chiesto come mai, dato che ci avevano assicurato di aver depennato i nomi. Di Ferrera Giuseppe non ne sapevo nulla. Ho informato De Luca di quanto mi aveva riferito il dottor Compagnini (con il quale ero in buoni rapporti, andavamo a caccia insieme e gli avevo regalato una pistola)».

Su questi ed altri dettagli forniti agli inquirenti da Calderone in merito al rapporto con Domenico Compagnini, l’inchiesta della magistratura non ha poi prodotto, nei confronti di quest’ultimo, nessuna imputazione. In un’Ansa del 2 novembre 1999 si legge: «La procura di Catania, a meta’ degli anni Novanta, chiese e ottenne l’archiviazione del fascicolo del perito balistico Domenico Compagnini, indagato nell’ ambito dell’ inchiesta sulla cosca Santapaola. A conclusione delle indagini Compagnini ha continuato ad essere nominato come perito d’ufficio in delicati processi come quello per l’ uccisione dell’avvocato Serafino Fama’, per il delitto del giudice Livatino e per l’omicidio del sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986».
«Della sua abilita’ – viene aggiunto – si servi’ anche il boss Benedetto Santapaola che lo nomino’ perito di parte nel processo per la strage in cui morì Carlo Alberto Dalla Chiesa».

Davvero strana la tempistica con cui viene interpellato questo consulente.

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