Archivi del giorno: 18 luglio 2009

Antimafia Duemila – Ingroia: “Ci sono testimoni che sanno molto sulla strage di via d’Amelio”

Antimafia Duemila – Ingroia: “Ci sono testimoni che sanno molto sulla strage di via d’Amelio”.

“Ci sono testimoni dentro le istituzioni che sanno molto su quella strage e sulla trattativa”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo durante l’incontro dibattito “I mandanti impuniti” organizzato da ANTIMAFIADuemila presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo.
“Questo è il momento che vengano fuori – ha continuato – I cittadini coraggiosi devono contagiare gli altri affinché si crei un vero movimento che porti alla verità e alla giustizia”.
Parlando dell’inchiesta sulle stragi del ’92-’93 Antonio Ingroia ha dichiarato che non può esprimersi sui fatti nuovi oggetto d’indagine e investigazione. “Esistono però – ha sottolineato il procuratore – ampi spiragli di luce che stanno illuminando zone buie. Certo è che non ci sono più certi argomenti tabù. Io non so se qualcuno chiuderà la porta e lo spiraglio di luce svanirà nell’oscurità e nell’impunità ma con l’impegno di tutti questa porta si potrà ulteriormente aprire”.

Antimafia Duemila – Ingroia: “Il cambiamento e’ possibile”

Antimafia Duemila – Ingroia: “Il cambiamento e’ possibile”.

“Sono convinto che certe verità scomode, soprattutto quella di Via D’Amelio, non vengono fuori da sole e neanche per il merito di questo o di quel magistrato. Certe verità si possono raggiungere insieme”.
Occorre che la collettività chieda a tutte le istituzioni di fare il proprio dovere”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia al convegno organizzato da Antimafia Duemila.
“Io parto da lontano – ha detto Ingroia – e dico che l’America di Obama non è quella di Bush. E’ l’America che ha prodotto Obama al posto di Bush. Se sta cambiamo qualcosa in quella che era l’America guerrafondaia, allora vuole dire che nel mondo intero qualcosa sta cambiando sul serio”. C’è una voglia di legalità che sta contagiando tutto il mondo”. “Anche l’Italia che è diventata negli ultimi anni la patria dell’impunità e dell’immunità potrà diventare un giorno la patria della legalità”.

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio:  “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato –  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di Antimafia duemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “ nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.

Antimafia Duemila – Lari: “Borsellino sapeva di trattativa”

Antimafia Duemila – Lari: “Borsellino sapeva di trattativa”.

“Gli investigatori lavorano su diverse ipotesi: che Borsellino fosse venuto a conoscenza della trattativa e che si fosse messo di traverso – e per questo fu ucciso – oppure che la trattativa si era arenata.
Allora Totò Riina ha deciso di accelerare l’esecuzione della strage allo scopo di costringere lo Stato a venire a patti. Quindi, lentamente, emergono possibili se non addirittura probabili rapporti tra Cosa nostra e settori deviati dello Stato”. Alla vigilia dell’anniversario dell’eccidio mafioso di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, parla delle piste dell’inchiesta sui cosiddetti mandanti occulti della strage di via D’Amelio. In un’intervista al Giornale Radio Rai, il magistrato, che da un anno interroga l’aspirante pentito Gaspare Spatuzza che ha disegnato nuovi scenari investigativi sulla morte del giudice, parla anche della cosiddetta agenda rossa: il diario che Borsellino aveva il giorno della morte, misteriosamente sparito dalla borsa ritrovata nell’auto del giudice. Per la sparizione dell’agenda è stato indagato un ufficiale dei carabinieri, ripreso da alcune immagini televisive mentre si allontana dal luogo dell’esplosione con la borsa. La posizione del militare è stata poi archiviata. “Si può ipotizzare – dice Lari – che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”.

ComeDonChisciotte – SOLDATI ISRAELIANI DENUNCIANO LE VIOLENZE CONTRO I CIVILI A GAZA

ComeDonChisciotte – SOLDATI ISRAELIANI DENUNCIANO LE VIOLENZE CONTRO I CIVILI A GAZA.

Una ventina di militari che parteciparono all’offensiva denunciano che “le regole erano: spara quando ne hai voglia, non lasciare che la coscienza sia un problema”. Nell’operazione Piombo Fuso morirono 1.400 palestinesi, per la maggior parte civili.

Gerusalemme. (EFE).- Una ventina di soldati israeliani che parteciparono all’ultima offensiva a Gaza denunciano la violenza delle forze militari impiegate, l’assenza di distinzione tra combattenti e civili e la completa mancanza di restrizioni al momento di sparare.

La ONG israeliana “Rompendo il Silenzio” ha diffuso oggi le testimonianze di 26 soldati che parteciparono all’operazione Piombo Fuso (tra il 27 dicembre e il 18 gennaio nella quale morirono 1.400 palestinesi, per la maggior parte civili), per aprire un dibattito sul comportamento dell’Esercito.

“A Gaza si è pensato, innanzi tutto, a che le truppe non corressero nessun rischio” spiega il direttore di questa organizzazione, Yehuda Shaul, un militare di riserva secondo il quale quanto successo è da interpretarsi alla luce della sconfitta israeliana subita nel sud del Libano nel 2006.

Shaul sottolinea che i testimoni riportano l’assenza totale di regole d’ingaggio, che lasciò libertà assoluta a tutti i soldati di sparare a qualsiasi palestinese, civile o meno. “Non c’erano limiti. Tutti quelli che erano lì erano nemici”, spiega Shaul, che aggiunge che le istruzioni in molti casi furono: “Entrate e sparate contro qualsiasi cosa”.

Uno dei soldati che ha reso pubblica la sua testimonianza in forma anonima concorda che “le regole erano: spara quando ne hai voglia”, e aggiunge che i vertici “ripetevano continuamente che questa è la guerra e in guerra non ci sono restrizioni sull’apertura del fuoco”. Un altro militare dice: ”Non dovevamo preoccuparci per i civili, sparavamo a tutto quello che vedevamo, Ci ripetevano che non c’era spazio per considerazioni umanitarie, ‘Non lasciatevi condizionare dalla coscienza, Lasciate a dopo le paure e ora pensate solo a sparare’”.

Un giovane lamenta “l’odio e l’allegria di uccidere” tra i suoi commilitoni. “Tutta questa distruzione, tutto questo fuoco contro gli innocenti (…) era semplicemente incredibile”, dice questo militare il cui battaglione, spiega, era formato da “60 ragazzi di 19 e 20 anni tra i quali volgarità e violenza sono una forma di vita” e dove “non c’era nessuno a fermarli”.

Un altro qualifica il fuoco di artiglieria israeliana “demenziale” e riconosce: “Stavamo uccidendo gente innocente”. “Le istruzioni erano chiare: se hai dubbi, uccidi”, dichiara un altro giovane militare, il quale ricevette istruzioni che quella era “una guerriglia urbana e in una guerriglia urbana sono tutti tuoi nemici, non ci sono innocenti”. Anche i combattenti descrivono la distruzione gratuita delle abitazioni e di come non si lasciava “una sola casa intatta”.

Un soldato che operò al cannone di un carro armato al nord est della frangia spiega che se dovevano girare e non c’era visibilità “si sparavano dodici bombe alle case intorno e si continuava”. In due settimane di offensiva dice di aver sparato 50 bombe, 32 casse di munizioni da mitragliatrice media (più di 7.000 colpi), 20 colpi di mortaio da 60mm e 300 cariche da mitragliatrice pesante Browning 0.5. “E questo è solo un carro: ce n’erano più di duecento”, aggiunge Shaul.

I soldati descrivono la morte dei civili in circostanze in cui era facilmente evitabile, come quella di un anziano che fu colpito mentre stava nascosto nel sottoscala della sua casa. “Prima di entrare in una casa, era normale lanciare missili, fare fuoco dal carro armato e con mitragliatrici e granate e poi sparare mentre si entrava”, descrive uno dei soldati. Altri riferiscono dell’impiego dei cosiddetti “Johnnies” o “scudi umani”: si mandava un civile palestinese nella casa per assicurarsi che non ci fossero dei miliziani dentro.

Qualche militare sottolinea, sorpreso, la parte avuta dal Rabbinato Militare, e concretamente dal dipartimento “Coscienza Ebraica per un Esercito Israeliano Vincente”, dal quale si incitavano le truppe con espressioni tipo: “Non aver compassione, Dio ti protegge e tutto quello che fai sarà santificato”. I rabbini diffusero tra i militari la nozione messianica secondo la quale stavano partecipando a una “guerra santa” nella quale i “figli della luce” lottavano contro i palestinesi, “figli della oscurità”. A Gaza, conclude Shaul, “l’Esercito Israeliano ha abbandonato tutti i suoi valori morali ed ha agito contro il suo proprio codice etico”, cosa che, secondo lui, meriterebbe quanto meno un dibattito affinché la società decida se è questo l’Esercito che vuole avere.

Titolo originale: “Soldados israelíes denuncian la brutalidad contra civiles en Gaza “

Fonte: http://www.lavanguardia.es/
Link
15.07.2009

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da DANIELE NARDI (EPICUREO99)

Diretta streaming manifestazione 18-19-20 luglio 2009

Diretta streaming manifestazione 18-19-20 luglio 2009.

Informiamo tutti gli utenti del sito che sarà possibile seguire in diretta streaming le iniziative in programma per la manifestazione nazionale antimafia del 18-19-20 presso il link www.c6.tv. Le immagini saranno in diretta dalla città di Palermo e sono previsti numerosi contatti telefonici con altre città italiane dove si svolgono altre manifestazioni dedicate a Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina ed Agostino Catalano.

Gli orari ufficiali della diretta saranno i seguenti:

sabato 18 luglio 2009: inizio ora 20:30 presso la Facoltà di Giursiprudenza, dibattito “I mandanti impuniti” organizzato dal periodico Antimafia2000.

domenica 19 luglio 2009: Prima parte – inizio ore 9:30 e fine ore 17:45, presidio in via D’Amelio.
Seconda parte – inizio ore 21.15 in p.zza Magione fino a fine manifestazione.

NOTA: La marcia delle agende rosse verso Castello Utveggio sarà visibile presso il link http://www.livestream.com/giorgiociaccio a partire dalle ore 15.30 circa.

Mafia e servizi, telefonate e carte sparite ecco gli indizi nelle inchieste – cronaca – Repubblica.it

Mafia e servizi, telefonate e carte sparite ecco gli indizi nelle inchieste – cronaca – Repubblica.it.

L’ultima pista: “In un hotel la regia della strage di via D’Amelio”
Dalla sede degli 007 alle frasi di un pentito. E spunta anche la versione di Genchi

Mafia e servizi, telefonate e carte sparite
ecco gli indizi nelle inchieste

dai nostri inviati ATTILIO BOLZONI FRANCESCO VIVIANO

CALTANISSETTA – C’è puzza di spie in ogni strage siciliana. Misteri di mafia e misteri di Stato. Chiamate fatte da boss e dirette a uffici dei servizi segreti, biglietti con numeri telefonici intestati a capi degli apparati di sicurezza trovati sulla scena del crimine, esperti in bonifica ambientale in contatto con sospetti attentatori. E ancora: agende sparite (quella rossa di Paolo Borsellino), depistaggi, pentiti fasulli o pilotati. Dalle indagini sui massacri avvenuti in Sicilia fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 stanno affiorando complicità e patti, intrecci, una rete di “interessi convergenti”.

I procuratori di Caltanissetta hanno riaperto tutte le inchieste sulle stragi ripescando vecchi fascicoli e interrogando nuovi testimoni, ripercorrendo piste frettolosamente abbandonate, scoprendo indizi che si orientano verso quelli che vengono chiamati “i mandanti occulti” o i “soggetti esterni” a Cosa Nostra.
Uno degli ultimi personaggi ascoltati dai magistrati è stato Gioacchino Genchi, uno dei protagonisti del “caso De Magistris” a Catanzaro, il consulente che 17 anni fa era con il questore Arnaldo La Barbera alla guida del “Gruppo Falcone Borsellino”, il pool di investigatori che indagò fin dall’inizio sulle stragi. Gioacchino Genchi ha parlato per un giorno intero, il 16 aprile scorso. E alla fine ha indicato una traccia: “Dovete scoprire chi c’era il 19 luglio del 1992 a Villa Igiea perché lì dentro c’era la regia…”.

A Villa Igiea, lo splendido albergo voluto dai Florio sul mare di Palermo, quel pomeriggio c’era – secondo Genchi – un ospite speciale che avrebbe praticamente “guidato” le operazioni per l’uccisione di Borsellino. Il consulente ha ricostruito il “movimento” telefonico nei minuti che hanno preceduto l’attentato. Ha accertato che dal cellulare clonato di un’ignara donna napoletana, A. N., sono partite prima alcune chiamate a mafiosi di Villagrazia di Carini (il luogo dove Borsellino quel pomeriggio è partito con la sua scorta), poi alcune chiamate a mafiosi di Palermo e infine – proprio quando l’autobomba è esplosa – l’ultima chiamata a Villa Igiea. Chi c’era dentro il lussuoso hotel? Chi era l’ospite innominabile che probabilmente i procuratori di Caltanissetta stanno cercando?

Un testimone che sarà interrogato nei prossimi giorni sarà il pentito Francesco Di Carlo, nei primi anni ’90 rinchiuso in un carcere londinese dove ricevette una visita di quattro uomini. “Tre erano stranieri e uno italiano”, ha risposto qualche anno fa al pubblico ministero Luca Tescaroli. Quattro 007. Il pentito Di Carlo non ha mai voluto fare il nome dell’agente segreto, però ha raccontato che gli 007 gli chiesero una sorta di “consiglio” su come ammazzare Falcone e Borsellino che tanto stavano dando fastidio a Cosa Nostra e ai suoi traffici. Lo stesso Totò Riina, usò per proprio tornaconto in un’udienza queste rivelazioni di Francesco Di Carlo: “Io con le stragi del 1993 non c’entro niente, chiedetelo a Di Carlo: era lui in contatto con i servizi segreti non io”.

Mafia e servizi, ci sono impronte dappertutto. Di chi era quel numero di telefono trovato sul bigliettino di carta recuperato a qualche metro da dove Giovanni Brusca fece esplodere l’autostrada a Capaci? Era di L. N., il capo del Sisde a Palermo. “Era un appunto sulla riparazione di un cellulare Nec P 300 che qualcuno dei miei uomini deve avere perso durante il sopralluogo”, ha risposto L. N. Fine della deposizione e fine delle indagini. C’è solo un particolare da ricordare: cellulari di quel tipo – Nec P 300 – sono stati trovati qualche tempo dopo nel covo di via Ughetti, la casa dove si nascondevano i macellai di Capaci e parlavano – ascoltati dalle microspie – “dell’attentatuni” che avevano preparato.

A chi erano indirizzate le telefonate di Gaetano Scotto – mafioso dell’Acquasanta, imputato dell’inchiesta sull’uccisione del procuratore – poco prima della strage di via D’Amelio? Al castello Utvegio, una costruzione degli Anni Venti che domina Palermo da Montepellegrino. Lì erano acquartierati alcuni “irregolari” del Sisde, i superstiti di quel carrozzone sfasciato che era l’Alto Commissariato antimafia. Spie.
E che lavoro facevano quei due fratelli di Catania, indagati l’anno scorso per la strage Falcone insieme a un noto imprenditore palermitano, che avevano a che fare con telecomandi a media e a lunga distanza? Avevano l’appalto per bonificare alcune “case” dei servizi segreti.

Coincidenze, tutte coincidenze che ora i procuratori di Caltanissetta stanno mettendo in fila e risistemando in un “quadro”. Forse in passato ci sono state “carenze investigative”. O forse c’è sempre stato qualcuno che non voleva spingersi oltre Totò Riina e i suoi Corleonesi.

(18 luglio 2009)