Archivi del giorno: 20 luglio 2009

Antimafia Duemila – Andreotti: ”Il divo” per i mafiosi era un ”gran cornuto”

Antimafia Duemila – Andreotti: ”Il divo” per i mafiosi era un ”gran cornuto”.

Antonio Patti raccontò della mafia che incontrava la politica e che con la politica non usava mezzi termini. Patti un giorno durante una delle deposizioni al maxi processo Omega parlò di Andreotti. Dei baci? No, niente affatto, ma della sua “cornutaggine”. Proprio così.
Di soprannomi il senatore a vita Giulio Andreotti nel corso della sua lunga carriera ne ha ricevuti parecchi, ma quello che di lui ha detto Antonio Patti è certo il meno onorevole di tutti. «Andreotti? È un gran cornuto». L’affermazione riferita da Patti non è sua ma di un altro boss, uno potente, il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Pronunciata durante un summit di mafia tenutosi nel ’92 a Mazara del Vallo, dopo l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima, il boss dei boss che secondo Balduccio Di Maggio avrebbe incontrato Riina a casa degli esattori Salvo a Palermo, con tanto di bacio. Circostanza considerata infondata dai giudici che hanno procesato Andreotti. «Fu Matteo Messina Denaro (il capo mafia del Belice latitante dal 1993, numero uno di Cosa Nostra siciliana adesso) a sollecitare Totò Riina ­- ha riferito Patti – su cosa pensava di Andreotti. E lui rispose dicendo che Andreotti era un cornuto». Ironie a parte, la riunione mazarese avvenne, come si diceva, pochi giorni dopo l’uccisione a Palermo del leader andreottiano Salvo Lima: con le sue parole Riina avrebbe potuto anche sancire che dentro Cosa Nostra era mutato il comune sentire nei riguardi del senatore a vita. E che era ora di lanciare la sfida allo Stato. Le stragi erano allora questione di settimane. Il filo del tritolo mafioso di Capaci, via D’Amelio, partiva proprio dalla provincia di Trapani e nel 93 si allungò fino a colpire Roma, MIlano e Firenze. Dietro quel “cornuto” lanciato ad Andreotti dunque la decisione probabile presa  da Cosa Nostra di cambiare anche referenti.

Dott. Lari su strage Borsellino: “Probabili rapporti tra Cosa Nostra e settori deviati dello Stato”

Dott. Lari su strage Borsellino: “Probabili rapporti tra Cosa Nostra e settori deviati dello Stato”.

“Gli investigatori lavorano su diverse ipotesi: che Borsellino fosse venuto a conoscenza della trattativa e che si fosse messo di traverso – e per questo fu ucciso – oppure che la trattativa si era arenata. Allora Totò Riina ha deciso di accelerare l’esecuzione della strage allo scopo di costringere lo Stato a venire a patti.

Quindi, lentamente, emergono possibili se non addirittura probabili rapporti tra Cosa nostra e settori deviati dello Stato”. Alla vigilia dell’anniversario dell’eccidio mafioso di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, parla delle piste dell’inchiesta sui cosiddetti mandanti occulti della strage di via D’Amelio. In un’intervista al Giornale Radio Rai, il magistrato, che da un anno interroga l’aspirante pentito Gaspare Spatuzza che ha disegnato nuovi scenari investigativi sulla morte del giudice, parla anche della cosiddetta agenda rossa: il diario che Borsellino aveva il giorno della morte, misteriosamente sparito dalla borsa ritrovata nell’auto del giudice. Per la sparizione dell’agenda è stato indagato un ufficiale dei carabinieri, ripreso da alcune immagini televisive mentre si allontana dal luogo dell’esplosione con la borsa. La posizione del militare è stata poi archiviata. “Si può ipotizzare – dice Lari – che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”.


Delitto Borsellino: “Strage di mafia, ma restano delle zone d’ombra”

Delitto Borsellino: “Strage di mafia, ma restano delle zone d’ombra”.

Scritto da Guido Ruotolo

Per la prima volta Totò Riina ha deciso di offrire un contributo di maggiore chiarezza ai misteri dello stragismo mafioso. E’ una novità positiva. Il dato più importante di queste sue esternazioni è quando dice che si è stufato di fare il parafulmine d’Italia».

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, titolare delle inchieste più importanti su quell’area grigia dei rapporti tra poteri criminali e pezzi delle istituzioni, commenta lo sfogo del Capo dei capi di Cosa nostra, il corleonese Totò Riina. Che avviene alla vigilia dell’anniversario della strage di via d’Amelio, del massacro di Paolo Borsellino e della sua scorta.

Dottore Ingroia, Totò Riina dice che la strage di Borsellino è opera dello Stato…
«Non è la prima volta che indica questo scenario. Oggi lo fa con maggiore chiarezza. Finora – in questi anni voglio dire – Riina ha sempre rifiutato ogni forma di dialogo. Non ha mai voluto rispondere alle nostre domande. In passato ha mandato, talvolta, messaggi sibillini e mai un granché chiari. Ora vedo nelle sue dichiarazioni un desiderio di far chiarezza, e non solo per ragioni processuali difensive».

E allora, Borsellino chi l’ha ammazzato?
«Che Cosa nostra abbia avuto un ruolo nella strage di via D’Amelio è indiscutibile. Rimangono delle zone d’ombra al punto che non si sa ancora chi ha premuto il pulsante dell’autobomba. Possiamo aggiungere che sicuramente vi sono stati interessi convergenti con quelli mafiosi».

Il capo dei Corleonesi dice che si è stancato di fare da parafulmine…
«Lasciando sottintendere, evidentemente, che non vuole pagare per colpe altrui. Intendiamoci, Riina è l’artefice della strategia stragista di Cosa nostra, sotto il suo comando la mafia ha ucciso, ha seminato terrore, ha soggiogato imprenditori e commercianti. Quando afferma che non vuole essere più il parafulmine di tutti, dice esplicitamente che sta pagando per colpe e responsabilità non sue. Siccome da indagini e processi si sono percepite altre corresponsabilità, che però non sono mai state messe a fuoco, solo lui, depositario di queste verità, ci può indicare, spiegare, dire di chi è stato il parafulmine. Noi siamo pronti, senza pregiudizi, ad ascoltare questa sua verità. E naturalmente a verificarla».

Procuratore, Riina sostiene di non avere nulla a che fare con la trattativa, semmai sospetta che il risultato di quella trattativa è stato la sua cattura.
«Su questo aspetto non posso entrare nel merito. Da indagini e processi in corso, in effetti è emerso che vi sono state una, due, forse tre trattative. All’inizio, Totò Riina stava incominciando ad avere un qualche ruolo nella trattativa. Poi, evidentemente, è stato scavalcato».

Quando?
«Già prima del suo arresto e sicuramente dopo. Lui ne sa, comunque, più di noi».

La prima trattativa. Quella del papello. Riina si chiama fuori e invita a fare una perizia calligrafica sul pezzo di carta attribuito a lui, ma non ancora consegnato da Massimo Ciancimino, sul quale avrebbe posto allo Stato le condizioni per far cessare le stragi e gli omicidi eccellenti.
«Su questo davvero non posso dire nulla. Sono in corso indagini molto delicate. Se vi fu trattativa, certamente non fu solo interesse di Cosa nostra a chiuderla. Tutti, da subito, sin dal 1992, hanno avuto la sensazione che vi fossero altri mandanti esterni a Cosa nostra, dietro lo stragismo di quel biennio ‘92-‘94».

Strage di via d’Amelio, ricordo e quesiti ancora aperti

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo, Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio: “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato –  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.