Archivi del giorno: 21 luglio 2009

Blog di Beppe Grillo – La muta del serpente

Blog di Beppe Grillo – La muta del serpente.

C’è un serpente che si snoda per l’Italia. Un serpente di molte teste. Sta cambiando pelle. Quella che ha avuto fino ad ora non gli sta più bene. Dalla morte di Borsellino nessun magistrato è stato ucciso in Sicilia. Si possono trarre diverse conclusioni: o lo Stato ha sconfitto la mafia, o la mafia ha sconfitto lo Stato, o si sono messi d’accordo. La terza ipotesi è la più probabile.
Il papello, le condizioni proposte allo Stato dalla mafia, molte accettate nei fatti, è diventato forse insufficiente. Il figlio di Ciancimino parla come un canarino. Totò Riina, dopo tre lustri di isolamento manda messaggi a quelli che, per lui, sono i mandanti politici della morte di Borsellino. Lui sa i nomi e può dirli. Ha chiamato in causa Mancino, allora ministro degli Interni, lo smemorato di Collegno che non ricorda di aver incontrato Borsellino a Roma prima dell’attentato. Perché Riina lo ha fatto? Il processo Dell’Utri si concluderà nei prossimi mesi a Palermo. Il fondatore di Forza Italia è stato condannato a nove anni in primo grado per collegamenti con la mafia, l’appello potrebbe confermare la sentenza. Un nuovo soggetto politico sta nascendo: il Partito del Sud. Un partito autonomista siciliano è un vecchio pallino della mafia. Riappare ogni volta che i suoi protettori e i burattini politici al suo servizio non la garantiscono più. Il Pdl ha subito un tracollo di voti alle europee in Sicilia, una regione che gli regalò 61 seggi su 61 in una elezione politica. Da fare invidia a Ceaucescu. Nulla avviene per caso in quell’isola.
Ho ascoltato le conversazioni tra la D’Addario e Berlusconi. La mia impressione è che siano state preparate, studiate a tavolino. Riascoltatele, la D’Addario sembra recitare una parte. Non mi sembra verosimile che una escort rischi tutto, si metta contro il Sistema, per una concessione edilizia negata, per una promessa non mantenuta dello psiconano. Poteva vendere le registrazioni a qualunque cifra all’interessato, e non lo ha fatto. E’ una supposizione, ma la D’Addario mi ricorda il cadavere di Salvo Lima usato contro Andreotti. Altri tempi. Per lo psiconano potrebbe essere sufficiente una prostituta. Un salvagente per Testa d’Asfalto è in arrivo. Si chiama Topo Gigio Veltroni che si è proposto come osservatore esterno all’Antimafia. Proporrà una supercàzzola al posto del papello e la mafia sarà sconfitta per sempre.

La trattativa, parte seconda – L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Il blog di chiarelettere

La trattativa, parte seconda – L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Il blog di chiarelettere.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza*

Dopo la morte di Paolo Borsellino, il 19 luglio di diciassette anni fa, si prolungò ancora la trattativa tra Stato e mafia? Proseguì anche dopo la strage di via D’Amelio e dopo gli attentati del ‘93? Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è convinto che il patto tra Cosa nostra e le istituzioni non andò in porto perché Riina venne arrestato nel ’93. Ma il ritrovamento della lettera con cui Provenzano chiede a Berlusconi una tv, pena il verificarsi di un ‘evento luttuoso’, saltata fuori durante la perquisizione del 2005 a casa di Massimo Ciancimino (figlio di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo), allunga il periodo del ‘negoziato’ fino al marzo del ’94, periodo della nascita di Forza Italia. E apre nuovi scenari investigativi che potrebbero coinvolgere di nuovo il presidente del Consiglio, già indagato per mafia (e poi archiviato per l’impossibilità temporale di concludere le indagini) dalla procura di Palermo. I magistrati palermitani stanno valutando attentamente, infatti, il contenuto della missiva: un foglio A4 tagliato a metà, di cui resta solo la metà inferiore. La lettera é scritta in un italiano sgrammaticato come se, dicono in procura, l’avesse vergata ”uno che sa scrivere, sotto la dettatura di uno che non sa parlare”. Ovvero come se l’avesse scritta Vito Ciancimino sotto la dettatura del boss Provenzano. Un giallo ancora tutto da decifrare con l’aiuto anche del capitano dei carabinieri Angeli, che firmò il verbale di ritrovamento della lettera, e che poco tempo dopo fu sottoposto ad un procedimento disciplinare per non aver seguito ‘’con la dovuta diligenza” le intercettazioni di Ciancimino nell’ambito della ricostruzione della sua ragnatela di affari.

La metà mancante della lettera, intanto, é stata interamente ricostruita in questi giorni dalla memoria del figlio di Ciancimino, assai sorpreso ed impaurito di vedere il foglio A4 mutilato visto che, come ha detto a verbale, ricorda benissimo che per anni fu conservato integro all’interno di un volume dell’enciclopedia Treccani nella casa romana del padre. E sempre integro, egli stesso provvide a trasferirlo a Palermo, quel foglio, dopo la morte del genitore che l’aveva conservato in originale, ha spiegato Massimo, visto che aveva l’ossessione di lasciare le proprie impronte digitali sulle missive che gli recapitava il capo dei capi, Bernardo Provenzano, impegnato, in quel periodo, a traghettare Cosa Nostra verso un approdo più tranquillo, lasciandosi alle spalle la stagione stragista. Per farlo, ha raccontato il boss Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il corleonese Binu avrebbe garantito un profilo basso dell’organizzazione mafiosa in cambio di vantaggi sul pentitismo, amnistia e indulto, e la possibilità di tornare a svolgere attività imprenditoriali ad alto livello. Stessi concetti messi a verbale dal pentito Nino Giuffrè, che sostiene che la trattativa proseguì, dopo le stragi e l’arresto di Riina, per volontà di Provenzano con i nuovi referenti politici Dell’Utri e Berlusconi. E non a caso la lettera è stata depositata agli atti del processo di appello nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa.

*Autori de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”

Nicola Mancino ha ritrattato!

Ich bin ein Berliner. Ovvero io sono un Italiano.

Scritto da Nicola Picenna

Da uno Stato che tratta con la Mafia, foss’anche solo per rispondere di no alle sue richieste, cosa ci possiamo aspettare? Nulla. Nemmeno che i procedimenti penali seguano il loro corso. Nemmeno che i reati vengano perseguiti. Nemmeno che ad un magistrato come Vincenzo Capomolla venga impedito di far sparire gli atti della chiusura dell’inchiesta “Toghe Lucane”. Ma dagli Italiani c’è da aspettarsi tanto e d’esempi ve ne sono in abbondanza; alcuni sono addirittura ancora viventi mentre, di quelli che non sono più tra noi, ci conforta la tesimonianza eroica. Ci sono Italiani fra i magistrati, fra i giornalisti, fra gli avvocati, fra i politici, fra i ciabattini e finanche tra i barboni. Quindi non hanno scampo. Quei quattro tromboni che occupano (usurpando) tutti i gangli dello Stato, della Finanza e della Politica, non hanno scampo. Verranno cacciati, come si conviene in un paese civile, dal popolo Italiano, cui mi onoro di appartenere. Viva l’Italia, viva gli Italiani!
Ich bin ein Berliner. Ovvero, Io sono un Italiano (licenza poetico-morale). Per la verità, la frase corretta dovrebbe essere “Io sono Italiano”. Ma ci saremmo giocati l’effetto citazione. Io sono Italiano, mai come oggi occorre rinnovare l’orgoglio di questa appartenenza che, di contro, si oppone al preteso orgoglio d’italianità della classe dirigente politica, burocratica, borghese (illuminati e non) ed istituzionale. Quando emergono aspetti non proprio edificanti nel comportamento pubblico e privato dell’homo publicus di turno, ci si affretta a riaffermare l’onore leso degli italiani.

Il Presidente Napolitano si affanna a chiedere il silenzio stampa e i maggiorenti ne condividono pensieri e finalità, seguiti dalla Rai che censura le notizie. Ebbene, chiariamolo subito, l’onore degli Italiani non è lì. Non risiede in siffatti figuri che pretendono d’essere l’incarnazione dell’onor di Patria in virtù del consenso elettorale. L’onore degli italiani non si rappresenta per elezione ma per meriti, per evidenza, per legittima dimostrazione di fulgide ed elette virtù. I giudici Falcone e Borsellino erano mai stati eletti in una competizione politica? Mai, eppure nessuno dubita che abbiano tenuto alto l’onore, la credibilità e la dignità dell’istituzione giudiziaria e dell’Italia tutta. In opposto, le avventure sessuali del premier che ricorre al meretricio mostrando problemi di personalità non certo adeguati all’alto incarico ricoperto, non offendono l’Italia, meno ancora gli italiani. Offende e disturba essere associati ad arte a siffatti personaggi. Perché dovrebbe ritenersi offeso un elettore che scopre l’eletto non idoneo a svolgere l’incarico che pur egli ha contribuito ad eleggerlo? Oggi, apprendiamo con sgomento quello che già sapevamo. Oggi ce lo comunicano con i crismi dell’ufficialità, lo dice proprio uno dei protagonisti.

Quel Nicola Mancino che aveva sempre sostenuto l’inesistenza della trattativa Stato Italiano versus Mafia. Mancino ha dichiarato che le richieste di Cosa Nostra non sono state accolte anzi, meglio, sono state rimandate al mittente con un secco: “non si tratta”. Allora significa che una trattativa c’è stata, che il “papello” è arrivato. Significa anche che se ne conosce il mittente, altrimenti a chi avrebbero comunicato il “niet”? Ecco che ora è ancora più difficile credere al Mancino che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino; il giudice di punta della lotta a Cosa Nostra che aveva appena sostituito Giovanni Falcone saltato in aria a Capaci. Il Mancino che dichiara che (al più) Borsellino potrebbe essere andato ad “omaggiarlo” per la nomina a Ministro degli Interni, ma l’episodio gli sfugge “perché non conosceva Borsellino”. Il Mancino che si era detto pronto a lasciare se anche solo un’ombra avesse offuscato la sua onorabilità. Ovviamente non ha lasciato, nemmeno quando in aereo si disse contrariato perché “non riuscite a far fuori De Magistris”. Chiaramente non si riferiva ai metodi di Capaci e Via D’Amelio, quel genere di trattative avevano deciso di rifiutarlo. Meglio usare metodi democratici, non cruenti, senza spargimento di sangue innocente. Uno Stato che tratta con la Mafia, uomini che credono di rappresentare lo Stato Italiano, che dicono di rappresentare lo Stato Italiano, che si ostinano a rappresentare lo Stato Italiano ma che nulla hanno a che vedere con l’Italia e meno ancora con gli Italiani. Ecco, di fronte a tanto scempio, occorre che tutti gli uomini di buona volontà si proclamino, con orgoglio, Italiani. Io sono un Italiano!