Archivi del giorno: 22 luglio 2009

Benny Calasanzio Borsellino: La bomba a Pino Masciari, un messaggio d’affetto: “Noi ci siamo”

Solidarietà a Pino Masciari in seguito al fallito attentato e ancora  una volta vergogna al sottosegretario (dis-?)onorevole Mantovano. La ricostruzione di Benny Calasanzio: Benny Calasanzio Borsellino: La bomba a Pino Masciari, un messaggio d’affetto: “Noi ci siamo”.

Ciò che è inquietante è l’incredibile tempismo di questo ordigno. Di solito, quando un ente, una commissione parlamentare o un sottosegretario ti dice: “Non sei più in pericolo”, e poi ti piazzano una bomba, l’audace veggente dovrebbe quanto meno dimettersi, chiedere scusa e chiedere di triplicare le misure di protezione per il testimone di giustizia nel mirino, prima di tornare a casa e dedicarsi al pascolo dei greggi. In Uzbekistan forse. Qui no. Anzi, io credo in fondo che Masciari se la sia messa da sola la bomba, copiando Falcone che per diventare famoso rischiò di far saltare mezza spiaggia all’Addaura. Non trova Mantovano?

Il pubblico da casa può televotare chiamando il Ministero dell’Interno e urlare alla cornetta di mandare qualcuno a proteggere Masciari. Il Grande Fratello sei tu.

Taranto, una città che non vede il cielo

Taranto, una città che non vede il cielo.

Scritto da Sandro Modeo

Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l’immane agglomerato dell’acciaieria Ilva – gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» – sembra strangolare, quasi fagocitare l’intera città di Taranto.

Sintesi di questo amplesso forzato, il vicino quartiere Tamburi, protetto in teoria dalle «collinette ecologiche» e invece sottoposto a una mostrificazione cromatica: i muri rosso-ruggine, le lenzuola nere ai balconi, il cimitero ruggine e nero insieme, coi becchini che a fine giornata devono lavarsi come gli operai dell’acciaieria. Una simile alterazione è il segno di un inquinamento chimico (benzoapirene, mercurio, soprattutto il più alto tasso europeo di diossina) di cui… l’Ilva è l’attore principale, «comprimari» il cementificio Cementir, la raffineria Eni, l’inceneritore di Massafra.

Un inquinamento che test genotossici hanno ricondotto a co-fattore ambientale nell’aumento del 30 per cento di neoplasie cittadine negli ultimi anni. Indagando sulla Città delle nuvole (Edizioni Ambiente, pp. 160, Euro 14, titolo allusivo a un cielo ormai perennemente opacizzato), Carlo Vulpio ci offre un libro-inchiesta che sembra scritto da un allievo di Zola e di Gogol: di Zola per la visionarietà costante che accompagna il realismo duro della denuncia, di Gogol per gli aspetti surreali e grotteschi di tanta malapolitica e malasanità.

Per un verso, vediamo così emergere i nessi causali tra un percorso molto italiano di storia industriale («quello che va bene per l’Italsider – si diceva a proposito dell’ antefatto dell’Ilva – va bene per Taranto») e le sequenze dei drammi attuali, non solo al quartiere Tamburi: allevatori che devono sterminare migliaia di pecore «contaminate»; donne che non possono allattare i figli per il tasso di diossina nel sangue; bambini col carcinoma rinofaringeo come fossero fumatori adulti.
Drammi biologici a cui se ne aggiungono di strettamente «psichici»: scioccante la zoomata sul capannone-lager dell’Ilva, dove un management sadico ha concentrato i dipendenti «degradati», facendone – come ha registrato una psichiatra – degli ebeti vaganti, soggetti psicotici ora aggressivi ora gravemente depressi.

Per un altro – ecco i toni gogoliani – vediamo come le responsabilità imprenditoriali e quelle politiche, a livello locale e nazionale, abbiano prodotto patafisici conflitti di interessi (il dottor Nicola Virtù, capo del Presidio di prevenzione dei controlli e presidente dell’ Imcor, fornitrice dell’Ilva), crudeli paradossi (l’ospedale Testa, fondato come «colonia elioterapica» per la Tbc, chiuso per le polveri silicee e ora sede dell’ Asl) e repressioni strabiche (sequestri di auto senza marmitta catalitica e ispezioni omissive nelle fabbriche).
Chi pensasse, però, al libro di Vulpio come a un concentrato di nostalgia anti-industrialista sbaglierebbe. Anzi: uno dei ritornelli consiste proprio nell’ invocazione di standard «europei» nelle emissioni e soprattutto di tecnologie meno obsolete a tutela di mansioni suicide: vedi gli operai del «piano coperchi», che inalano – secondo un’ indagine chimica disposta dalla procura – l’equivalente di 7.278 sigarette al giorno.

E pensare che per «modernizzare» l’acciaieria basterebbero 100 milioni di euro, il 5 per cento degli utili di due anni. La domanda brutale del libro è allora chiara. Se gli imprenditori agitano il ricatto dello spettro-disoccupazione e i politici (ma anche i sindacati e un’inerte società civile) li assecondano passivamente, ne dobbiamo concludere che la sicurezza e la salute sul lavoro siano degli optional? O meglio, dobbiamo rassegnarci al fatto che la vita dei lavoratori sia solo una variabile della produttività? Che «i morti che camminano» siano la condizione inevitabile di un sistema senza alternative?

Antimafia Duemila – Otto punti fermi su rapporti mafia-Stato

Antimafia Duemila – Otto punti fermi su rapporti mafia-Stato.

di Saverio Lodato -22 luglio 2009
Gli anniversari – si sa – riaccendono l’attenzione sulle pagine più nere, e irrisolte, della nostra storia. Quello della strage di Via D’Amelio, dove persero la vita Paolo Borsellino e la scorta , non si sottrae alla regola.

E posto che Cosa Nostra partecipò militarmente alla strage, mancano all’appello, 17 anni dopo, i mandanti. Che le Procura di Palermo e Caltanissetta non abbiano gettato la spugna visto il trascorrere (infruttuoso) del tempo, e continuino a cercare, va a loro merito. Ma in questi giorni, questa, che dovrebbe essere acquisizione pacifica, tanto pacifica non sembra. Procediamo per flash.

1) Che sia esistito il papello della trattativa, nella parentesi fra Capaci e via d’Amelio, che qualcuno lo abbia scritto e qualcuno ricevuto, è consacrato in sentenze passate in giudicato, vedi quella di Firenze per le stragi del 1993.

2) Che il papello non sia pubblico non è la prova del nove della sua inesistenza (non tutto quello che non è pubblico non esiste).

3) Che i Ros dei carabinieri, con in testa il generale Mario Mori, e il suo braccio destro, il capitano Giuseppe De Donno, furono manus di quella trattativa ( in rappresentanza di chi?) lo hanno ammesso, in qualche modo, gli stessi interessati.

4) Che sull’argomento Vito Ciancimino la sapesse lunga, lo sapevano sia Ciancimino stesso che Mori e De Donno, visto che i tre si incontrarono ripetutamente.

5) Che Massimo Ciancimino, figlio di “don” Vito, non abbia mai avuto la caratura criminale paterna, abbia amato sempre la bella vita, e di conseguenza non abbia nulla di cui pentirsi, o nulla a cui collaborare, come osserva Lino Jannuzzi, è argomento fragile. Oltre che testimone, sempre figlio d’arte è. Quindi, anche lui, va ascoltato, salvo poi accusarlo di millantato credito mafioso.

6) Che Riina sia uno stragista, il boia che ha ammazzato centinaia di persone, non significa che per proprietà transitiva debba essere dietro tutte le stragi d’ Italia. E lui non nega la sua responsabilità a Capaci, ma in via d’Amelio. Anche lui, dunque, va ascoltato, come, a Norimberga, i criminali nazisti (e tenuto in galera).

7) Che sia saltato fuori solo ora un moncherino di “pizzino” con mittente Cosa Nostra e destinatario Silvio Berlusconi, forse, di per sé, non significa molto. Inquieta, però, che il moncherino sia rimasto per anni insabbiato negli uffici, sebbene l’Autorità Giudiziaria dell’epoca ne fosse a conoscenza.

8) Che i magistrati che indagano siano dipinti come visionari, e quelli che invece non indagano, o insabbiano, si proclamino campioni del pragmatismo e della filosofia dei piedi per terra, è storia vecchia. Ma in Sicilia, quando i piedi sono troppo piantati per terra, spesso si scivola nelle sabbie mobili.

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it.

Nuovi indagati a Palermo, inchiesta più ampia di quella che portò alle archiviazioni
La misteriosa trattativa tra la “cupola” e uomini delle istituzioni

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta
“Intermediario americano per Totò Riina”

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO – Le ultime richieste sono state girate ai vertici dei servizi segreti, su alcuni 007. “Voglia la Signoria Vostra illustrare le mansioni svolte nell’ambito della struttura palermitana dell’intelligence da…”. I pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, gli stessi che hanno portato a processo l’ex capo del Sisde Mario Mori per favoreggiamento a Cosa nostra, hanno riaperto l’inchiesta sulla misteriosa trattativa che vide protagonista la cupola mafiosa e alcuni uomini delle istituzioni.

Adesso, l’indagine sarebbe molto più ampia di quella che nel 2004 era stata chiusa con un’archiviazione per Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e l’ex sindaco Vito Ciancimino. Erano accusati di aver “veicolato” un “papello” di richieste per far cessare le stragi. Ora, l’indagine cerca oltre, perché la trattativa sarebbe iniziata molti mesi prima della stagione degli eccidi Falcone e Borsellino, e sarebbe proseguita anche oltre. Secondo i pm di Palermo, uno degli “effetti” del presunto (e raggiunto) patto sarebbe stata la mancata cattura di Provenzano nel 1995 da parte del Ros di Mario Mori, che con Ciancimino aveva iniziato a dialogare. Ecco perché le risultanze dell’ultima inchiesta potrebbero finire presto anche al processo Mori.

Intanto, ci sarebbero già dei nuovi indagati per la trattativa, al vaglio della Procura diretta da Messineo. Il filone principale che viene approfondito è quello dei rapporti fra boss e uomini dei servizi. Dalla vecchia inchiesta i magistrati hanno poi ripreso il giallo della trattativa americana di Riina. A parlarne era stato Paolo Bellini, ex estremista di destra che ai processi per le stragi aveva svelato le confidenze di uno degli assassini di Falcone, Nino Gioè, morto suicida in carcere. “Riina aveva un ulteriore canale per cercare di ottenere benefici – questa la confidenza – era una trattativa triangolare, fra Italia e Usa, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti oltreoceano per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani”.

Chissà se il misterioso intermediario è l’avvocato americano arrivato in Sicilia poco prima delle stragi. Ne ha parlato il pentito Giuffrè. Lui sa poco, solo che qualche mafioso aveva il compito di andarlo a prendere nel lussuoso albergo di Villa Igiea.