Archivi del giorno: 27 luglio 2009

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale.

La Seconda Repubblica è agli sgoccioli. Si vedono le crepe, si sentono gli scricchiolii. Per coloro che vogliono vedere e sentire, si intende. Le indagini riaperte dalle procure di Milano, Roma, Caltanissetta e Palermo sulle stragi del ’92-’93 avranno la stessa portata devastante dell’inchiesta di Mani Pulite, che mise fine alla Prima Repubblica.

In televisione non trapela ancora nulla. Gli Italiani se ne stanno per andare al mare, se non ci sono già, e la Cesara Buonamici dagli studi di Canale5 tenta di sedarli raccontando loro del caldo torrido, dell’ultimo caso di cronaca nera e delle vacanze dei vip. Sotto sotto, la gente che conta trema. Sono per ora ancora movimenti sotterranei, poco visibili. Segugi che fiutano il pericolo imminente e si preparano al peggio. C’è chi già si sta riorganizzando, crollano vecchie alleanze, si instaurano nuovi legami. Per conferma, chiedere a Lombardo, Dell’Utri e Miccichè, alle prese col neonato partito del Sud . Sono segnali, piccole scosse telluriche, premonitrici del terremoto imminente.

Osserviamoli. Riina ha parlato. Ha parlato dopo sedici anni di sostanziale silenzio. E l’ha fatto il giorno del diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Ha lanciato un messaggio chiaro, anzi chiarissimo. Chi voleva intendere, ha capito perfettamente. Quella frase (“L’hanno ammazzato loro“) ha insinuato il panico. Lungi dal voler essere un modo maldestro per scaricare le proprie colpe su altri (come è stato ingenuamente interpretato da molti, in primis il nostro presidente Napolitano), quel messaggio è un avvertimento ben preciso: se inizio a parlare vi distruggo, quindi cercate di venire incontro agli interessi di Cosa Nostra.

Se Riina inizia a parlare, salta tutto. Come minimo, mezzo stato democratico crolla. Se Riina inizia a parlare, saltano politici, magistrati, forze dell’ordine. Saltano Berlusconi e Dell’Utri (ma per davvero questa volta), esplode il Pdl, salta Andreotti dagli scranni del senato, salta Mancino dagli scranni del Csm, salta Carnevale con mezza Corte di Cassazione, saltano Gelli e i suoi seguaci sparsi nelle istituzioni, a destra come a sinistra. Ed è notizia di oggi che i magistrati di Caltanissetta sono saliti al nord ad interrogare Riina. Tre ore di domande incalzanti. Non trapela ancora nulla. Secondo prime indiscrezione il capo dei capi avrebbe dichiarato che per la strage di Via D’Amelio ci sono innocenti in galera e colpevoli in libertà. Ma questo dice poco e niente. Bisogna attendere.

Intanto, ieri, Luciano Violante si è consegnato spontaneamente ai magistrati di Palermo. Ha detto che aveva qualcosa da riferire. Una cosina così, da poco. Che gli è venuta in mente giusto l’altra notte, mentre faceva fatica ad addormentarsi. Gli è venuto in mente che un bel giorno di diciassette anni fa, settembre 1992, l’allora colonnello (poi divenuto generale) Mario Mori lo contattò in qualità di Presidente della Commissione Antimafia (era appena stato eletto) per una richiesta inedita. Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo legato al clan dei corleonesi di Totò Riina, aveva richiesto espressamente di poter incontrare Violante a tu per tu. Per fare cosa? Evidentemente per metterlo al corrente della trattativa in corso e delle richieste di Cosa Nostra. Violante afferma di aver risposto picche: o un incontro ufficiale in Commissione o niente. Niente incontri privati.

Ma perchè Violante se ne è uscito solo ora con questa rivelazione? C’è già stato nel 2005, ed è terminato con una discutibile assoluzione, un processo a carico del generale Mori e del capitano Sergio De Caprio (il leggendario Capitano Ultimo) per favoreggiamento a Cosa Nostra per non aver perquisito il covo di Riina dopo la cattura avvenuta il 15 gennaio del 1993. Una sbadata “dimenticanza” che ha permesso ai picciotti di ripulire il covo di tutti i documenti compromettenti e che avrebbero testimoniato in modo inequivocabile la trattativa in corso tra mafia e istituzioni. Ma soprattutto è da mesi che è in corso un altro processo, in cui sono imputati ancora una volta il generale Mori e il colonnello Obinu, questa volta per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Evitarono di arrestarlo nel lontano 1995 boicottando il blitz nel casolare di Mezzojuso, col risultato che Provenzano rimarrà latitante per altri 11 lunghissimi anni. Dov’è stato Violante in tutto questo tempo? Non gli è passato per la testa che forse quell’episodio che oggi racconta sarebbe potuto servire ai magistrati inquirenti per farsi un’idea migliore delle varie vicende?

Non risulta per lo meno sospetto il fatto che Violante inizi a ricordare qualcosa solo dopo che Massimo Ciancimino ha fatto espressamente il suo nome come persona informata della trattativa in corso tra stato e mafia?

Ma non c’è da stupirsi. Violante appare sempre più come un uomo in grave stato confusionale. Nato comunista, giudice, ha passato la sua gioventù politica a difendere i magistrati e ad attaccare pesantemente Berlusconi e il suo partito. Sentitelo quattordici anni fa, sembra il Di Pietro di oggi: “Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità“. Oppure: “Un manipolo di piduisti e del peggio vecchio regime… ripete le parole d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. E’ una chiamata alla mafia, quella che Berlusconi ha fatto“. Oppure: “Le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi“. O ancora: “C’era un giro di mafia intorno al premier, e non so se c’è ancora“.

Poi qualcosa è cambiato. Berlusconi ha vinto e Violante è diventato adulto. Si è messo ad inciuciare con Silvio. Sono diventati grandi amici. Con un famoso discorso alla camera del 2003 ha svelato che ci fu un patto scellerato tra la sinistra e Berlusconi affinchè al Cavaliere non venissero portate via le concessioni televisive, in cambio ovviamente di favori politici. E’ oggi apprezzato da Ignazio La Russa per la sua moderazione e da Angelino Alfano per le sue idee sulla giustizia (che ricalcano il Piano di Rinascita di Gelli). Ha riabilitato Almirante, Fini e Craxi (da “latitante” a “capro espiatorio dal formidabile spirito innovativo“). Non perde occasione di bacchettare i magistrati (“Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare“). Appare regolarmente come ospite, unico del partito Democratico, alle feste del Pdl. I complimenti per la coerenza sono d’obbligo.

Intanto, un’altra notiziucola è passata inosservata. Giuseppe Ayala, famoso magistrato del pool antimafia, che non perde occasione per ribadire la propria amicizia con Falcone e Borsellino, autore del libro “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellinoedito da Mondandori, già parlamentare e di nuovo magistrato, ha rilasciato, con nonchalance, un’intervista ad Affaritaliani.it in cui spazia dai misteri delle stragi al proprio rapporto personale con i due giudici morti ammazzati. E ad un certo punto, alla domanda del giornalista sulle dichiarazioni di Nicola Mancino che nega categoricamente di aver mai incontrato Paolo Borsellino, lascia cadere la bomba: “Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero“. Il giornalista, esterrefatto, obietta: “Ma lui ha sempre negato l’incontro“. Ayala non fa una piega: “Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. Mi ha fatto vedere anche l’agenda con l’annotazione. Anche se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C’era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c’era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose “Si figuri”. Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. Lì ci fu una stretta di mano. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro.”

Dunque, per il principio del terzo escluso, una cosa sembra certa. O Ayala mente. O Mancino mente.

Ma soprattutto, cosa ha spinto Ayala a fornire questo “assist” (come l’ha prontamente definito Salvatore Borsellino) a Mancino? E che sia un tentativo di aiuto all’amico, verso cui dichiara di nutrire profonda stima, non c’è dubbio. Lo si capisce dal modo tendenzioso in cui ripropone la ricostruzione della vicenda. Che bisogno c’era di sottolineare che l’incontro è stato “del tutto casuale“? E poi: come fa a riportare le esatte parole che Mancino e Borsellino si sarebbero detti (o non detti)? Come fa ad essere sicuro che c’è stata solo una stretta di mano? Lui non era certamente presente e quindi la versione che lui spaccia per vera non può essere nient’altro che quella raccontatagli da Mancino. Certamente non una fonte imparziale. E perchè tutta questa foga nel cercare di sminuire la portata di quell’incontro, il che, secondo la formula dell’excusatio non petita, non fa altro che inguaiare ancora di più la posizione di Mancino?

Sì, perchè il nostro vicepresidente del Csm, intervistato non più di qualche mese fa per La7 dalla giornalista Silvia Resta, aveva tirato fuori da un cassetto del suo studio un calendarietto che avrebbe dovuto dimostrare che il 1 luglio non ci fu alcun incontro con Paolo Borsellino. In effetti, l’agendina mostrata da Mancino alle telecamere per qualche secondo, risultava praticamente vuota alla data 1 luglio 1992. Il problema è che tutta la settimana precedente al 1 luglio appariva vuota. Difficile pensare dunque che quella fosse l’agenda ufficiale di Mancino. Era evidentemente un tentativo maldestro per proclamarsi estraneo alla vicenda. Ora, grazie alle parole altrettanto maldestre di Ayala, sappiamo che di agendine Mancino ne ha almeno due. Una da mostrare alla stampa e una da mostrare negli incontri privati. In cui a quanto pare c’è la prova che quell’incontro effettivamente c’è stato.

Nicola Mancino è un’altra persona in grave stato confusionale. Tutte le bugie da lui raccontate in questi mesi stanno crollando miseramente e lo stanno mettendo all’angolo. E dimostrano come quell’incontro fu tutt’altro che casuale, tutt’altro che di poco conto. Che bisogno ci sarebbe stato di mentire spudoratamente per tutto questo tempo, se non ci fosse qualcosa di grosso e di inconfessabile da coprire?

Resta da capire l’uscita alquanto inaspettata di Ayala. E’ chiaro che non stiamo parlando di uno sprovveduto. E’ stato forse imboccato da Mancino, che prima o poi dovrà confessare ai magistrati l’avvenuto incontro del 1 luglio e quindi si sta preparando a spianare il terreno? Molto probabile. Oppure l’ha fatto sinceramente per cercare di tirar fuori dai guai l’amico, che Vito Ciancimino ha indicato espressamente come il terminale istituzionale della trattativa tra stato e mafia? Senza accorgersi, per altro, di mettere Mancino in una situazione ancora più imbarazzante? Ne dubito.

Pochi minuti fa è arrivata puntuale la risposta all’assist di Ayala. Dichiara Mancino: “Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale. Ma tra avergli stretto la mano in mezzo ad altre persone senza avergli parlato e avere incontrato e parlato con il giudice Borsellino, c’è una bella differenza. Ayala, però, fa confusione sulle agende. Sulla mia, che molti testimoni hanno visto e che è stata mostrata anche in TV, il primo luglio 1992 c’è una pagina bianca senza alcuna annotazione di incontri“.

Per la serie: mi son confuso confondendomi.

Nutro forti perplessità sulla figura di Giuseppe Ayala. E quest’ultima esternazione non fa altro che aumentare i miei dubbi. Ayala è colui che arrivò per primo sul luogo della strage di Via D’Amelio. Alloggiava infatti al Residence Marbella a 150 metri di distanza. Ancora in mezzo alle fiamme e circondato dai pezzi carbonizzati di Paolo e della sua scorta, riuscì a scorgere all’interno della Croma blindata una valigetta. Da qui in poi la ricostruzione diviene confusa. Ayala ha dato successivamente varie versioni differenti dell’accaduto. Prima ha dichiarato che un carabiniere in divisa aprì la macchina, estrasse la valigetta e gliela consegnò, ma lui, non essendo più a quel tempo un magistrato, si rifiutò di prenderla in consegna. Poi, dopo le dichiarazioni (per altro confuse e contraddittorie) di Arcangioli che ribaltavano questa versione, Ayala ritratta e dice che in realtà non esisteva nessun carabiniere e che vide lo sportello della macchina già aperto e che fu lui materialmente a estrarre la valigetta, senza però mai aprirla. Poi ritratta ancora. Fu una persona in borghese, e non lui, ad estrarre la valigetta dall’auto. Lui la prese in consegna e poi la consegnò ad un carabiniere in divisa. Dice anche di non aver riconosciuto Arcangioli nei personaggi in divisa che si sono occupati della borsa.

Fatto sta che quella valigetta dopo pochi secondi compare proprio nelle mani di Arcangioli, immortalato mentre si dirige con passo sicuro e sguardo tutt’altro che disorientato verso la fine di Via D’Amelio, all’incrocio con Via Autonomia Siciliana (e non sul lato opposto della strada, come dichiarato dallo stesso Arcangioli). La borsa ricomparirà dopo un’ora e mezza sul sedile posteriore della macchina del giudice, priva dell’agenda rossa.

Ayala ha sempre giustificato le varie versioni con la scusa (comprensibile) di essere stato talmente sconvolto dall’accaduto da non avere un ricordo lucido di quegli istanti. Sarà. Ma lo stato di confusione mentale, se ci mettiamo pure le dichiarazioni di Arcangioli, è grande e sicuramente non ha contribuito all’accertamento della verità. Ma come fa un uomo, evidentemente in stato di shock emotivo, ad avere la prontezza e la freddezza di notare una valigetta all’interno della Croma ancora in fiamme? E perchè l’attenzione di Ayala si concentra subito su quel particolare e non sul putiferio di fumo, sangue e fuoco che lo circonda? Perchè tanto interesse?

Domande che per ora non hanno una risposta. Per ora. Quattro procure hanno riaperto ufficialmente le indagini sulle stragi. Qualcuno trema. Qualcuno si arrende. Qualcuno se la fa sotto. Si sente già l’odore.

Antimafia Duemila – La guerra dei minerali. Il sistema delle multinazionali uccide il Congo

Antimafia Duemila – La guerra dei minerali. Il sistema delle multinazionali uccide il Congo.

di Marco Menchi –  23 Luglio 2009
La Global Witness, Ong che denuncia gli abusi di risorse e le violazioni dei diritti umani nel mondo, ha appena pubblicato un rapporto su come diverse multinazionali contribuiscono ad alimentare la guerra nel Congo.

Secondo l’organizzazione, molte aree minerarie dell’est sono controllate dall’esercito nazionale e dai ribelli, che sfruttano i civili per avere accesso alle preziose risorse del territorio. Alcune compagnie europee ed asiatiche, come la THAISARCO di Bangkok, l’inglese Afrimex e la belga Trademet, acquisterebbero materiali da fornitori che trattano con le parti in guerra, finanziando così i gruppi armati e alimentando il conflitto.
Attraverso inchieste e indagini sul campo, la Global Witness ha scoperto come l’esercito congolese e i gruppi ribelli, nonostante siano in guerra tra loro, collaborino regolarmente spartendosi il territorio e spesso anche i guadagni delle attività minerarie illegali. Ad esempio, i ribelli ruandesi usano strade controllate dalle Forze Armate della Repubblica del Congo e viceversa; oppure, i minerali prodotti dai ribelli sono esportati attraverso aeroporti locali gestiti dall’esercito nazionale.
Grazie alla situazione caotica del settore minerario in Congo, combinata alla la crisi dello stato di diritto e alla devastazione causata dalla guerra, questi gruppi hanno ottenuto un accesso illimitato alle risorse minerarie, avviando attività commerciali redditizie. Il rapporto della Global Witness mostra l’incapacità del governo non solo nel salvaguardare le zone ricche di minerali, ma anche nel controllare il suo stesso esercito, che sta facendo affari nel settore a spese dello stato.
I gruppi armati riescono a sopravvivere proprio grazie al loro controllo illegale delle miniere, in quanto i profitti permettono l’acquisto di armi ed equipaggiamento. Per mantenere questa fonte di ricchezza, le diverse fazioni hanno commesso orribili abusi dei diritti umani, come il frequente assassinio di civili inermi, le torture, gli stupri, i saccheggi, l’arruolamento di bambini-soldato e la rimozione forzata di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.
Questo legame tra i gruppi armati e il traffico illecito di minerali era già stato documentato dall’ONU nel dicembre 2008. I prodotti al centro della violenza comprendono la cassiterite, la columbite-tantalite (o coltan) e la wolframite, che dal Congo passano attraverso il Rwanda e il Burundi per poi raggiungere i paesi dell’Asia Orientale, dove sono lavorati per ottenere metalli preziosi, come lo stagno e il tungsteno, usati nell’elettronica.
Una delle compagnie citate nel rapporto è la THAISARCO, la quinta maggiore produttrice mondiale di stagno, di proprietà del gigante britannico dei metalli, la Amalgamated Metal Corporation (AMC). Il maggior fornitore della THAISARCO vende cassiterite e coltan da miniere controllate dai ribelli ruandesi. Un’altra compagnia, l’inglese Afrimex, già nel 2008 fu ammonita dal governo britannico perché acquistava prodotti da fornitori in affari con un gruppo ribelle, ma nessun provvedimento concreto è stato preso contro di essa.
Tutte queste multinazionali hanno replicato alle accuse della Global Witness definendole senza fondamento, sostenendo anzi di aver sempre seguito le direttive ONU per garantire la massima trasparenza riguardo all’origine dei minerali. Il rapporto però rivela che i comptoirs, ovvero le agenzie che comprano, vendono ed esportano i minerali gestiti dai gruppi armati, sono regolarmente registrate e autorizzate dal governo congolese. Le compagnie straniere usano così lo status “legale” dei loro fornitori come giustificazione per proseguire i rapporti commerciali con loro, senza verificare l’origine precisa dei materiali né l’identità degli intermediari.
La Global Witness ha infine sottolineato che paesi come la Gran Bretagna e il Belgio, evitando sanzioni pesanti contro le loro multinazionali coinvolte in questi traffici, stanno quasi vanificando tutti i loro sforzi diplomatici ed economici per porre fine alla guerra del Congo.

Antimafia Duemila – Centinaia di giornalisti in Italia subiscono minacce

Antimafia Duemila – Centinaia di giornalisti in Italia subiscono minacce.

di Dora Quaranta – 24 luglio 2009

Roma. In Italia esiste un fenomeno grave ed esteso che finora non ha ottenuto la dovuta attenzione: tra il 2006 ed il 2008 più di 200 giornalisti hanno subito minacce ed intimidazioni per aver scritto notizie di mafia, terrorismo o estremismo politico. L’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea dove in 40 anni sono stati uccisi 11 giornalisti (9 per mafia e 2 per terrorismo).
A sollevare la questione è l’osservatorio “Ossigeno” che lunedì scorso ha consegnato al presidente Napolitano il Rapporto 2009 in occasione della cerimonia del Ventaglio. Erano presenti per l’occasione il presidente e il segretario genrale della Federazione Nazionale della Stampa, Roberto Natale e Franco Siddi, il segretario dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino e il giornalista Alberto Spampinato, consigliere nazionale della Fnsi e direttore del progetto Ossigeno.
Nel Rapporto sono compresi tre reportages in Sicilia, Calabria e Campania, 52 episodi di minacce ed intimidazioni rilevati fra il 2006-2008 che sono stati segnalati sui giornali o evidenziati da attestazioni di solidarietà (fra cui 15 perquisizioni giudiziarie ritenute particolarmente invasive, effettuate nelle case o nelle redazioni di giornalisti che avevano appena pubblicato notizie di grossa importanza per l’opinione pubblica), 43 casi individuali  e 9 riguardanti intere redazioni con oltre 100 giornalisti (Secolo XIX, Telegenova, Chi l’ha visto?, Corriere di Livorno, Famiglia Cristiana, Avvenire), 16 aggressioni fisiche, 3 minacce in sede processuale (a Rosaria Capacchione, Roberto Saviano, Lirio Abbate), 8 danneggiamenti ad abitazioni o automobili, 17 minacce telefoniche o con lettere anonime. A questi episodi bisogna aggiungere, evidenzia il Rapporto, centinaia di giornalisti italiani che non hanno denunciato la violenza.
“Un giornalista che per non subire violenze deve tacere la notizia – ha spiegato Alberto Spampinato – è nella stessa condizione di un commerciante costretto a pagare il pizzo per evitare ritorsioni. E’ difficile capire perché non si sono accesi i riflettori sui cronisti minacciati neppure dopo la primavera del 2009, quando il prestigioso osservatorio internazionale della Freedom House lo ha indicato fra le cause che hanno causato il declassamento dell’Italia da paese con informazione giornalistica libera a paese con informazione giornalistica parzialmente libera”. L’osservatorio “Ossigeno” si pone l’obiettivo non solo di fornire elementi di conoscenza documentati ma soprattutto di sollecitare norme di maggior tutela e condizioni di lavoro più sicure per i cronisti che si occupano di mafia, terrorismo e di ogni tipo di notizie in cui sono coinvolti potenti criminali.

Paolo Franceschetti: LA STRAGE DI VIA D’AMELIO E L’ “OPERAZIONE” FALANGE ARMATA

Interessante articolo di Solange Manfredi sul possibile rapporto tra le stragi di mafia e la falange armata: Paolo Franceschetti: LA STRAGE DI VIA D’AMELIO E L’ “OPERAZIONE” FALANGE ARMATA.

Di Solange Manfredi

Il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo moriva in un attentato il giudice Paolo Borsellino con la sua scorta.

A distanza di 17 anni la verità su quanto successo in quel periodo è ancora lontana. Piccole verità emergono per essere, poi, subito soffocate da un mare di menzogne e depistaggi ad hoc, come, purtroppo, è consuetudine nella nostra Repubblica.

Da anni il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, sta portando avanti una battaglia perché venga detta la verità sulle stragi del 1992-1993, perché vengano chiariti i tanti misteri che ancora ruotano attorno a quel periodo che ha insanguinato l’Italia. Si parla di servizi segreti deviati, di “trattative” tra stato e mafia, di strage di Stato. E’ cosi’? Sarà compito della magistratura accertarlo.

Quello che è certo è che nelle stragi del ’92-’93 paiono esservi diverse vicende non adeguatamente approfondite, prima fra tutte la Falange Armata, ovvero la “presunta” organizzazione che ha rivendicato le stragi.

LA MAFIA CHE DEPISTA?


Le sentenze dei vari processi hanno stabilito che le stragi del ’92-’93 sono state stragi di mafia, eppure sono state rivendicate dalla Falange Armata. Qui qualcosa non torna.

Infatti se, come stabilito dalle sentenze, la mafia ha deliberato il periodo stragista per attaccare frontalmente lo stato ed indurlo a scendere a patti, che senso avrebbe avuto poi adoperarsi perché la colpa ricadesse sull’organizzazione eversiva Falange Armata?

IL PENTITO

Dalle sentenze nessuna risposta.

Leggendo le sentenze sulle stragi di Capaci, Via D’Amelio, i Georgofili (ovvero la sentenza che si è occupata delle stragi di Firenze, Roma e Milano) si apprende solo che a riferire dell’idea di Cosa Nostra di depistare le indagini sulle stragi attribuendole alla organizzazione eversiva Falange Armata è il presunto pentito Giuseppe Pulvirenti secondo cui, durante una riunione tenutasi ad Enna tra la fine del ’91 e gli inizi del ’92, si sarebbe deciso che: “si doveva prima fare la guerra allo Stato per poi fare la pace. Le azioni poste in essere in ossequio a tale disegno avrebbe dovuto es­sere rivendicate con la sigla della “Falange armata”.

Il perché cosa nostra abbia deciso non solo di depistare, ma di farlo utilizzando la sigla Falange Armata, nelle sentenze, non viene spiegato. Né viene spiegato cosa sia e da chi sia formata la Falange Armata, quasi fosse una cosa di nessuna importanza, ma non è così perchè, con la sigla Falange Armata, sono state fatte, dal maggio 1990 (Falange Armata carceraria) al 1994, oltre 500 rivendicazioni.

La cosa è sorprendente, è un po’ come se, durante gli anni di piombo, non fossero stati presi in nessuna considerazione i volantini di rivendicazione delle Brigate Rosse, né ci si fosse posti domande su cosa volevano e da chi erano composte le Brigate Rosse.

LA FALANGE ARMATA

Secondo Paolo Fulci, ex direttore del Cesis, l’ufficio di coordinamento dei servizi segreti, dietro la sigla “Falange Armata” ci sarebbero uomini di Stato.

Nella denuncia presentata nel 1993, poi archiviata dal PM Ionta, Fulci faceva il nome di quindici ufficiali e sottufficiali della VII divisione del Sismi (quella di Gladio per intenderci) che facevano capo, in parte, al nucleo «K», inserito nella Sezione addestramento speciale (Sas), dislocato al di fuori della VII divisione, presso il Centro di intercettazione e trigonometria di Cerveteri1.

Per uno strano caso del destino il 02 febbraio 2009, proprio a Cerveteri, è stato ucciso Giuseppe Pulvirenti, il presunto pentito che aveva riferito della riunione mafiosa tenutasi ad Enna in cui era stato deciso di attaccare lo stato e, contestualmente, di depistare attribuendo le stragi alla Falange Armata. Pulvirenti, alla guida della sua moto ape, è stato tamponato da una Volkswagen Golf.

Ma a parlarci della Falange Armata è anche l’ex parà Fabio Piselli che, con il suo articolo, pare supportare la denuncia a suo tempo presentata da Fulci e poi archiviata:

Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta “Falange Armata”, voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.

L’ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI.

Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l’esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.
La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l’impiego di unità d’elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all’estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud.

Quest’ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli “esterni”.

Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l’85 ed il ’94, molti ragazzi d’azione, e non d’avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni “psicologiche” idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.

Non dobbiamo dimenticare che proprio l’ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia.

Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltrettuto dal condizionamento psicologico indotto dall’appartenenza ai reparti d’azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, “operativi”, erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti.

Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella “sana” sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.

La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una “operazione” e non una “struttura” con vita propria.

Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d’azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall’interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l’ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell’operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle “smagliature” che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.

Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi “psicologici” capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all’origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi.

Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all’interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.

La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una “organizzazione” e non una semplice “operazione” con un nulla di fatto o con l’arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente la cui vita è stata rovinata.

Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di orgine alle collaborazioni “esterne” ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d’ufficio, peculato, attentanto alla democrazia ed altro ancora è ciò che l’operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.

Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all’interno di uffici istituzionali, che ha gestito l’erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perchè come ho detto, la psicologia, nelle attività dell’operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.

Per riuscire a farlo l’addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più “semplici” incursori.

E’ stata ampliata l’operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle. L’omicidio in danno dell’operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.

Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l’apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d’intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d’intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eleminazione fisica laddove ve ne fosse stata l’esigenza.

Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d’istituto, capaci di manipolare l’operato di ignari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d’incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un “convegno carnale”, fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali.

Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.

Chi ha gestito e preso parte alla operazione falange armata è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.

L’operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l’acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l’ha fatto in modo tecnico, con gerco specifico, non sempre ma spesso, l’ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all’interno delle strutture dello Stato.

Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d’azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all’indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perchè ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l’opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della una bianca.

L’operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perchè fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.

La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione...2

Ovviamente, verificare la veridicità di quanto scritto da Fabio Piselli sarà compito della magistratura.

Anche capire il perché, se vero quanto affermato da Piselli, detta “operazione” si stata attivata, sarà compito della magistratura che potrebbe riaprire, se non ha già riaperto, quell’indagine, archiviata a suo tempo per scadenza dei termini e denominata “sistemi criminali”.

In quella indagine si ipotizzava che il periodo stragista del ’92-’93 fosse, in realtà, la realizzazione di un piano eversivo di destabilizzazione dello Stato condotto da un “sistema criminale” composto da mafia, massoneria deviata e servizi segreti deviati, il cui accordo risalirebbe al 1991 (chissà se l’accordo è stato raggiunto nella riunione di Enna riferita da Pulvirenti?), e che aveva lo scopo, per i settori deviati di massoneria e servizi segreti di realizzare un nuovo progetto politico (Forza Italia), per la mafia di realizzare il suo progetto separatista.

Verificare tutto questo sarà compito della magistratura.

Quello che noi possiamo fare, però, è analizzare i c.d. “misteri” del periodo stragista 1992-1993 e vedere se, in alcuni, è possibile riscontrare l’applicazione di quelle le specifiche competenze di cui pare fosse in possesso la Falange Armata, ovvero:

– guerra psicologica;

– captazione elettronica;

– depistaggio;

– spionaggio;

– sabotaggio;

– azioni terroristiche;

– disattivazione soggetti a rischio (false denunce, discredito, omicidio)

E’ quello che faremo nei prossimi articoli.

1Giuseppe De Lutiis: Servizi Segreti in Italia, ed. Riuniti.
2http://www.fabiopiselli.com/ilBlog/tabid/530/EntryId/321/language/it-IT/Default.aspx

Memento Mori

Memento Mori.

L’ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno. Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante. A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso).

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?). Poi torna a negare: «È così,ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?

MARCO TRAVAGLIO

ORA D’ARIA – L’UNITA’ , 27 LUGLIO 2009

19 luglio 2009: intervento telefonico di Luca Tescaroli

19 luglio 2009: intervento telefonico di Luca Tescaroli.

È con l’impegno quotidiano, e non solo in occasione delle commemorazioni, che si deve dimostrare che Borsellino e i valorosi ragazzi della sua scorta sono vivi. Un impegno tanto più importante oggi dinanzi alla crisi di legalità e allo strapotere della criminalità organizzata e della corruzione politica. La mafia e i suoi garanti avvertono preoccupazione e temono la repressione, ma ancor di più l’impegno dei cittadini che: rifuggono il compromesso, l’indifferenza, rispettano le leggi anche quelle che impongono sacrifici, rifiutano di trarre benefici dal sistema mafioso (aiuti, posti di lavoro, raccomandazioni), collaborano con la giustizia, si impegnano sul territorio, nella scuola, nelle associazioni, nelle parrocchie in attività educative e culturali, di costruzione di reti sociali e di una cultura della legalità. Quel che serve è una resistenza civile di fronte al sistema mafioso e al suo meccanismo di potere, che convoglia appartenenti a tutte le classi sociali. Una resistenza a cui dev’essere affiancato il recupero del desiderio di legalità e dei valori etici da parte di tutti e, soprattutto, da parte di chi riveste ruoli di responsabilità, una forte e pressante richiesta di un sempre crescente impegno da parte delle Forze dell’Ordine e della magistratura nella repressione che non deve dare tregua al mafioso e alle velenose creature che con il mafioso trescano e condividono interessi. Ed è proprio in questa direzione che bisogna con determinazione puntare senza riguardi e senza le eccessive prudenze che spesso si sono registrate. L’attentato di via Mariano d’Amelio rimane il più misterioso ed inquietante dell’intera campagna stragista dei primi anni Novanta, che cambiò il corso della storia, riuscendo ad infrangersi ed a condizionare i mutamenti degli equilibri di potere, creando le premesse per l’affermarsi di nuove forze politiche ed assetti istituzionali. Sono stati certamente compiuti passi molto importanti nella ricerca della verità. Abbiamo provato con certezza piena il coinvolgimento di Cosa Nostra. Alcuni interrogatori, però, sono rimasti aperti sulle modalità operative di quell’agguato: chi azionò il telecomando che provocò l’esplosione, come fu procurato l’esplosivo collocato nella Fiat 126 rubata dai membri del commando operativo. Nessuna certezza è stata, poi, raggiunta sulle responsabilità, solo intraviste, dei cc.dd. “mandanti altri”. Gli esiti dei dibattimenti celebrati hanno indicato la via da percorrere in questa difficile ricerca della verità che si nasconde tra le crepe del potere politicoistituzionalefinanziario. Una verità sulla quale non può calare una cortina di ferro. L’impegno dei magistrati che oggi continuano a lavorare in questa direzione induce a ritenere che la partita non possa ancora considerarsi conclusa, nonostante il lungo lasso temporale. Ma la nostra Nazione è pronta ad accettare che comportamenti devianti siano addebitati ad esponenti della classe dirigente, tanto più se accostati ad eventi stragisti? Per ottenere i risultati non è sufficiente investigare con convinzione e serietà, senza compromessi ed incertezze. Occorre la tensione e la partecipazione attiva della popolazione del mondo politico e della comunicazione. Io credo che i cittadini non possano accettare che permangano su quel passaggio cruciale della nostra storia recente lati oscuri e che taluni quesiti non trovino risposte. Perché vi fu l’accelerazione della strage di via Mariano d’Amelio? L’accelerazione è correlata alla trattativa che i vertici di Cosa Nostra stavano portando avanti con rappresentanti delle Istituzioni per condizionare la politica legislativa del governo in cambio dell’interruzione delle stragi? Perché la stagione stragista, basata su azioni eversive e terroristiche, che oggettivamente contribuirono a disarcionare le classi dirigenti, si fermò e l’attentato, fortunatamente fallito, allo stadio Olimpico, programmato per domenica 31 ottobre 1993 in via dei Gladiatori a Roma, non venne replicato? Mi auguro che questo anniversario sia l’occasione per rilanciare un impegno investigativo e che prima o poi si possa scoprire tutta la verità perché senza verità completa non può esserci giustizia. Spero, al tempo stesso, che il legislatore, impegnato in una nuova riforma della giustizia, nella sua ansia di neutralizzare l’azione dei pubblici ministeri, non impedisca il necessario sviluppo investigativo. Non può sfuggire il fatto che i pubblici ministeri siano oggetto di una campagna di demonizzazione e delegittimazione senza precedenti nella storia europea. Un attacco fagocitato da uomini che detengono il potere, i quali, paradossalmente, si spingono ad indicare taluni mafiosi come eroi. E ciò deve rappresentare un motivo di riflessione per tutti i cittadini.

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Inquietante ambiguita’ Mancino, Csm cambi”

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Inquietante ambiguita’ Mancino, Csm cambi”.

“Trovo che l’atteggiamento di Mancino in merito a una delle pagine più buie della storia della Repubblica sia stato inquietante.

Il suo atteggiamento è molto ambiguo”. Lo dichiara Luigi De Magistris, eurodeputato dell’Idv, intervistato a Klauscondicio su You Tube. “Leggo che persone delle istituzioni ritrovano la memoria su certi fatti dopo 17 anni, mi sembra un fatto inaccettabile se sono vere le indiscrezioni apparse sulla stampa. Là c’é qualcosa di molto torbido – aggiunge – non sono omicidi di mafia, ma politici nel vero senso del termine, cioé dovevano avere un effetto politico”. Secondo l’ex magistrato, infatti: “E’ impensabile che si possa attribuire questi omicidi solo a Riina e Provenzano”. “Ma c’é molto altro – aggiunge De Magistris – ed è qualcosa che sta segnando ancora oggi il nostro Paese, cioé la penetrazione della mafia nelle istituzioni. In questo ambito si inserisce il discorso della cosiddetta trattativa”. “Un vicepresidente del Csm – continua – deve chiarire in modo più efficace quello che è accaduto in quelle ore, un vice presidente che ha contribuito a fermare inchieste molto importanti proprio nella direzione dei rapporti tra mafia e politica e che lascia interdetto per il suo ricordare a giorni alterni”. “A Mancino – conclude l’eurodeputato – dobbiamo la scrittura di alcune tra le pagine più buie della storia del Csm. Mi auguro che quanto prima il CSM venga rinnovato. Francamente ho poca fiducia.. Parlo da cittadino e ribadisco: non ho alcuna fiducia”.

Antimafia Duemila – La mancata cattura di Zu Binnu e l’uccisione del ”confidente”

Antimafia Duemila – La mancata cattura di Zu Binnu e l’uccisione del ”confidente”.

di Nicola Biondo – 26 luglio 2009

Nel «processo nascosto» che vede indagato il generale Mori, una traccia porta ai rapporti tra Provenzano e i vertici dell’Arma.

Il boss Ilardo parlò dei politici: fu ammazzato poco dopo.
L’Unità nel gennaio scorso lo ha definito il processo nascosto. Oggi potrebbe chiarire gli aspetti del patto tra Stato e mafia e raccontare la mutazione avvenuta dentro Cosa nostra dopo le stragi.
Il processo che si svolge a Palermo vede come imputati il generale Mori, già capo del Ros, e il suo fidato braccio destro il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per aver omesso di arrestare il 31 ottobre 1995 Bernardo Provenzano. A portarli a poche centinaia di metri dal boss è Luigi Ilardo, un mafioso di Catania che dal 1994 aveva saltato il fosso, diventando un infiltrato del colonnello Michele Riccio in forza al Ros.
Ilardo quel giorno rimane per otto ore a colloquio con il boss imprimendosi bene negli occhi i tratti del fantasma di Corleone: «Altezza 1,69-1,71 mt. circa; magro, il volto scarnato come se avesse due fosse, capelli corti brizzolati di colore castano tendente al rossiccio ed al bianco, fortemente stempiato». Le linee programmatiche esposte dal padrino vengono riportate da Riccio: «Non ricorrere al momento a scontri armati…Provenzano riteneva che fra 5-7 anni avrebbero recuperato una sufficiente tranquillità per condurre i propri affari e migliorare la situazione economica dell’organizzazione ora precaria». È l’inizio della mafia invisibile dello ‘zu Bino, la mutazione.
Per anni sembravano una cosa sola: Provenzano e Riina, Bino e Totuccio. Ma non è così. La rottura definitiva tra i due boss avviene con le stragi. Rivela l’infiltrato che, «Provenzano in prima persona si era schierato contro Luca Bagarella, colpevole di seguire ciecamente la politica sanguinaria di Riina. Strategia che aveva condotto l’organizzazione a compiere anche gli attentati del dr. Falcone e del dr. Borsellino su autonoma decisione di Riina, inasprendo la reazione dello Stato che aveva condotto allo sbando Cosa nostra ed al fenomeno del pentitismo».
Qualcuno si era accorto da tempo di questa frattura nel cuore dei corleonesi. È Paolo Borsellino che il tre luglio del 1992 afferma: «Riina e Provenzano sono come due pugili che mostrano i muscoli, uno di fronte all’altro. Come se ciascuno volesse far sapere all’altro quanto é forte, quanto é capace di fare male». Ilardo dal ’94 scambia decine di pizzini con Provenzano, racconta in diretta il nuovo corso della mafia: «In tutte le famiglie siciliane – è scritto nel rapporto Riccio – stava prendendo vigore il desiderio di ritornare ad una “Mafia Tradizionale” (quella affaristica), vicina allo Stato e non generatrice di attentati ed uccisioni dei suoi rappresentanti».
Ilardo parla anche di politica. Indica nomi e fatti. Parla di Marcello Dell’Utri. Una conferma arriva anche da uno degli imputati, Mauro Obinu, che nel marzo del 2002 dichiara al giudice Nino Di Matteo di essersi interessato «al presunto avvicinamento mafioso nei confronti di un esponente di Forza Italia siciliano… lo identificammo e lo accertammo».
In pochi mesi Ilardo fa arrestare i vertici di Cosa nostra in tutta la Sicilia orientale, rivela i nomi di coloro che proteggono la latitanza di Provenzano, indica nella commistione mafia-massoneria e servizi segreti gli strateghi della campagna terroristica del ’92-’93. Muore il 10 maggio, 4 giorni prima di diventare collaboratore di giustizia, tradito da una talpa istituzionale che permette ad un commando mafioso di eliminarlo.
Perché – si chiedono i magistrati Di Matteo e Ingroia – il Ros non è più ritornato ad indagare sul covo del boss? È certo ormai che Provenzano anche dopo la morte di Ilardo continuò a frequentare il rifugio indicato dall’infiltrato. Che il padrino abbia goduto di protezioni dopo aver traghettato Cosa nostra dalle stragi al silenzio delle armi? Per Ilardo Provenzano era un confidente dei carabinieri. Un sospetto che molti mafiosi hanno coltivato: da Nino Giuffré fino a Leoluca Bagarella.

Tratto da: l’Unità

Nel rapporto del colonnello Riccio le ombre su Forza Italia

Dal rapporto Riccio agli atti del Processo Mori: «Circa un mese e mezzo prima (cioè nelle prime due settimane di gennaio del 1994 N.d.r.), in Caltanissetta, i “palermitani” avevano indetto una riunione ristretta. – In riferimento alla disposizione di votare “Forza Italia”, i sopra menzionati mafiosi gli avevano fatto chiaramente comprendere che i vertici “palermitani” avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie “famiglie mafiose” nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici quali appalti, finanziamenti statali ecc…».

Tratto da: l’Unità

Antimafia Duemila – L’ombra dei servizi sulle stragi. Intervista a Gioacchino Genchi

Antimafia Duemila – L’ombra dei servizi sulle stragi. Intervista a Gioacchino Genchi.

di Claudia Fusani – 26 luglio 2009
Genchi: «Ancora indizi utili»
«Andate a vedere là, al castello Utveggio, quella è roba vostra» ha detto Totò Riina venerdì parlando per la prima volta dopo 17 anni con i magistrati di Caltanissetta e accreditando l’ipotesi che sulla strage di via D’Amelio ci sia, anche, la mano dei servizi segreti. È il passaggio forse più significativo del colloquio investigativo durato quasi tre ore. Ed è un passaggio che si ritrova pari pari nelle motivazioni di sentenze passate in giudicato. «Le testimonianze del dottor Gioacchino Genchi e della dottoressa Rita Borsellino hanno offerto contributi determinanti su quello che realisticamente potrebbe essere stato l’intervento di soggetti esterni su Cosa Nostra (nella realizzazione delle stragi, ndr)» si legge nella sentenza di condanna per la strage di via d’Amelio. E ancora, qualche pagina dopo: «Il dottor Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio, ipotesi utile per ulteriori sviluppi, era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini».
Piste abbandonate

Insomma, può essere un ossimoro, ma Riina e le indagini dicono la stessa cosa e puntano sui servizi segreti. «Di certo – spiega Genchi impegnato oggi in comizi e dibattiti a tenere alta l’attenzione sui nuovi sviluppi sulle stragi del 1992 e del 1993 – il riscontro alle mie indagini non arriva oggi da Riina ma da tracce telefoniche inequivocabili acquisite alle inchieste». E che prescindono dal fatto che magari quel processo sia da rifare dopo che il boss Gaspare Spatuzza ha smentito Scarantino, uno dei perni della vecchia inchiesta.
Genchi, esperto di telefonia, chiamato in causa di recente per eccessi nell’acquisizione di tabulati seppur come consulente delle procure, era all’epoca uomo di punta nel pool investigativo creato per la strage di Capaci e poi per via d’Amelio. (rapporto concluso nel maggio 1993 per divergenze). Scoprì, ad esempio, che, si legge in sentenza, «nel castello Utveggio (costruzione che domina Palermo e via d’Amelio, ndr) aveva sede il Cerisdi, ente regionale dietro il quale trovava copertura un organo del Sisde». E che questo luogo divenne crocevia di utenze clonate, telefonate intercettate e, soprattutto, «il possibile punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare impulso all’esplosivo» caricato sotto la 126 parcheggiata davanti all’abitazione della madre di Paolo Borsellino e che saltò in aria alle 16,58,02 del 19 luglio 1992.
Le indagini hanno individuato Pietro Scotto (condannato e poi assolto) come «autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via d’Amelio (l’intercettazione con cui Cosa Nostra seppe che il magistrato sarebbe andato lì, ndr)». Scotto è stato riconosciuto da due testimoni; era dipendente della società telefonica Sielte che lavorava con gli 007; soprattutto è fratello di Gaspare Scotto, boss del mandamento dove è avvenuta la strage. «L’analisi delle telefonate di Gaetano Scotto – si legge in sentenza – evidenzia contatti con le utenze di castello Utveggio fino al febbraio 1992».
Genchi, trova la prova che «un’utenza telefonica clonata (di una signora napoletana ignara di tutto, ndr) era in possesso dei boss fin dall’autunno 1991» . E che quell’utenza, «in prossimità del 19 luglio (giorno della strage, ndr) chiama una serie di villini che si trovano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica». Si tratta di contatti telefonici con probabili punti di osservazione lungo il tragitto. Lo stesso apparecchio clonato chiama altre «utenze del Sisde che si incrociavano con telefoni che la domenica avevano chiamato i villini- punti di osservazione».
Il funzionario del Sisde

Era di uno 007 anche il numero di telefono trovato sulla montagnola di Capaci da dove fu fatta saltare l’auto di Falcone. Infine Bruno Contrada, lo 007 poi condannato per mafia. Il pomeriggio del 19 luglio era in barca con un altro funzionario, lo stesso il cui numero è stato trovato a Capaci. Ottanta secondi dopo l’esplosione, quando nessuno ancora sapeva, dal cellulare di Contrada partì una telefonata. Era diretta, ancora una volta, al Sisde. Ne aveva ricevuta anche un’altra, due minuti prima dell’attentato. Ma su questa c’è solo una testimonianza. All’epoca i tabulati non trattenevano le chiamate dal fisso al mobile. «Nonostante il tempo passato restano ancora molte tracce» dice Genchi, «vanno sapute seguire».

Riina ai pm ha puntato il dito «sul castello Utveggio». Qui negli anni novanta c’era un sede coperta del Sisde. E da qui partirono telefonate ai boss nei mesi prima e fino a pochi secondi dopo la strage.