Archivi del giorno: 3 agosto 2009

Paolo Franceschetti: LE TRATTATIVE TRA STATO E MAFIA E LA FAVOLA DI BIANCANEVE

Paolo Franceschetti: LE TRATTATIVE TRA STATO E MAFIA E LA FAVOLA DI BIANCANEVE.

Di Solange Manfredi

A 17 anni di distanza si torna a parlare delle c.d. Trattative che, tra il ’92 e il ’93, vi sarebbero state tra stato e mafia.

Quotidiani gli articoli di giornale sulle testimonianze di protagonisti di quegli anni che pare, solo ora, abbiano recuperato la memoria o, cosa ancora più grave soprattutto per quanto riguarda i soggetti istituzionali, solo ora abbiano deciso di parlare e mettere al corrente la magistratura di quanto a loro conoscenza sulla grave vicenda.

Speriamo che nuovi processi possano far chiarezza su quelle trattative che, nelle ricostruzioni delle precedenti sentenze, presentavano diversi punti irrisolti.
Vediamo quali.

MORI-CIANCIMINO

Secondo le sentenze che si sono occupate del periodo stragista del ’92-’93, tra l’agosto e il dicembre 1992 vi sarebbe stata una sorta di Trattativa tra Stato e mafia che vedeva: da un lato il Generale Mori e il cap. De Donno del Ros; dall’altro Vito Ciancimino e Antonino Cinà.

Dopo i primi contatti con Cinà: “…il Ciancimino – si legge negli appunti dello stesso Vito– avrebbe realizzato che non c’erano margini per alcuna trattativa, alla quale, tra l’altro, neppure “l’ambasciatore” aveva dimostrato vero interesse, per cui decise – come da sua annotazione testuale – di “passare il Rubicone”, ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell’organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicitò ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi “tutti inventati” si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto” (sentenza Mori – Capitano Ultimo sulla mancata perquisizione al covo di Riina).

Immediatamente dopo questa proposta di collaborazione, ovvero il 19 dicembre 1992, Vito Ciancimino è stato arrestato.

All’udienza del 24 gennaio 1998 (processo di Firenze sulla strage dei Georgofili), escusso come testimone, il Generale Mori ha affermato: “Ciancimino non ha dato nessun contributo alla cattura di Riina, la vicenda dopo fu del tutto diversa. Ma il mio parere è che se fossero proseguiti i rapporti, lui Riina ce lo avrebbe fatto prendere davvero!2”

Problemi irrisolti.

1. Perchè Vito Ciancimino viene arrestato proprio nel momento in cui decide di voler collaborare con il ROS? La sua condanna non era ancora definitiva, perchè dunque? Chi decise quell’arresto e con quale motivazione? Possibile che sia stato improvvisamente ravvisato un pericolo di fuga? Non è possibile, invece, che Ciancimino sia stato arrestato proprio perchè aveva deciso di collaborare? Perchè questo intempestivo arresto è stato considerato irrilevante? Perché la sentenza ha lasciato aperto un interrogativo di questo tipo?

2. Cosa intendeva dire il Generale Mori quando, escusso come teste al processo di Firenze, ha afferma che se Ciancimino non fosse stato arrestato: Riina ce lo avrebbe fatto prendere davvero? Questa affermazione ha qualcosa a che vedere con l’anomalo arresto di Riina e con l’ancor più anomala mancata perquisizione del covo ove era latitante il boss di Corleone? Ed è possibile che i processi che hanno visto, e vedono, il gen. Mori imputato di favoreggiamento a Cosa nostra siano, come afferma il suo avvocato, un tentativo di linciaggio morale nei confronti di chi ha saputo mantenere la schiena dritta?

BELLINI-GIOE’

Nella sentenza sulla strage dei Georgofili viene presa in esame anche la trattativa Bellini-Gioè, svoltasi nello stesso periodo della trattativa tra Mori e Ciancimino.

Paolo Bellini, contattato nel 1992 dal mar.llo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri perché si interessasse al recupero di alcuni quadri rubati alla Pinacoteca di Modena, ha testimoniato di aver girato la richiesta al suo amico Gioè, conosciuto nel 1981 mentre si trovava ristretto nel carcere di Sciacca sotto falso nome (impossibile identificarlo con certezza perchè le sue impronte digitali erano sparite dagli archivi), si faceva chiamare Roberto De Silva (???).

Gioè gli avrebbe detto che per i quadri della pinacoteca di Modena non si poteva fare nulla, ma che avrebbe potuto fargli recuperare opere molto più importanti. In cambio chiedeva l’ammissione in ospedali, o agli arresti domiciliari per causa malattia, di alcuni detenuti tra cui: Luciano Leggio, Pippò Calò, Brusca (il padre di Giovanni).

Bellini ha raccontato anche che Gioè gli fece capire che la mafia aveva intenzione di attentare al patrimonio artistico dello stato: “che ne direste se una mattina non trovaste più la torre di Pisa?” (sentenza sulla strage dei Georgofili).

Antonino Gioè non può confermare quanto raccontato da Bellini visto che è morto, presumibilmente suicida, nel carcere di Rebibbia il 29 luglio 1993 (Su questo suicidio, nel corso del processo, gli avvocati della difesa hanno sollevato molti dubbi. Ufficialmente Gioè si sarebbe ucciso perché’ aveva parlato troppo al telefono e, saputo delle intercettazioni e temendo una vendetta di Riina, prima di impiccarsi, in un estremo tentativo di salvare la faccia, avrebbe scritto una lettera cercando di farsi passare per pazzo).

Il mar.llo Tempesta ha testimoniato che, verso il 28-29 agosto 1992, andò dal gen. Mori e gli spiegò la situazione, parlandogli di Bellini, di Gioè e dei discorsi fatti sui monumenti e sulla Torre di Pisa.

Se queste sono le testimonianze, sostanzialmente coincidenti, di Bellini e Tempesta, diverse sono le versioni del Generale Mori e di Brusca.

Il generale Mori ha testimoniato che non ricorda che Tempesta gli parlò della possibilità di recuperare opere d’arte attraverso il Bellini, né che le agevolazioni carcerarie per i cinque mafiosi potessero costituire la contropartita di un recupero di opere d’arte, né tanto meno che Tempesta gli parlò di progetti criminosi eclatanti contro il patrimonio artistico della nazione (in riferimento alla Torre di Pisa Mori afferma: “sono portato ad escluderlo, è un fatto così enorme che me ne sarei ricordato”).

Brusca, invece, ha dichiarato addirittura che l’idea di colpire i monumenti artisti della penisola fu suggerita a Cosa Nostra proprio da Bellini, considerato dai mafiosi un uomo dei servizi segreti.

Brusca riferisce anche che Bellini avrebbe motivato tale idea affermando che in quel periodo era Presidente del Senato Spadolini, persona molto sensibile a queste cose. Per uno strano caso del destino il 27 maggio 1993 un’autobomba esplodeva a Firenze in via della Lambertesca e, tra gli appartamenti devastati dall’esplosione, vi era anche la sede dell’Accademia dei Georgofili, centro studi di cui all’epoca faceva parte, guarda caso, proprio il Presidente Spadolini.

Problemi irrisolti.

1. Paolo Bellini, personaggio “particolare” indicato da più fonti (diverse da Brusca) come persona legata ai servizi segreti sin dal 1970, è un ex estremista di destra imputato, e poi prosciolto, per falsa testimonianza e concorso nella strage di Bologna che, arrestato, nel 1999, ha confessato più di 10 omicidi. Perchè non è stato ritenuto rilevante approfondire la storia criminale di Paolo Bellini, anche al fine di valutarne la sua attendibilità?

2. Se Brusca, collaboratore di giustizia, è stato ritenuto credibile dalla Corte, perché non approfondire le sue gravissime dichiarazioni riguardo Paolo Bellini, dichiarazioni peraltro coincidenti con quelle di un altro collaboratore di giustizia, Tony Calvaruso?

DELFINO-DI MAGGIO

L’08 gennaio 1993, secondo quanto riportato nelle sentenze, i carabinieri captarono casualmente (?????????????) una conversazione che li indusse a sospettare (?????????) fosse in atto un traffico di stupefacenti e, vista la possibile fragranza di reato, intervennero.

Nel locale perquisito nessuna traccia di droga, ma trovarono tal Balduccio di Maggio in possesso di un giubbotto antiproiettile e di una pistola. Il Di Maggio era incensurato, e l’accusa era lieve, eppure, portato in caserma, si era mostra agitato e aveva chiesto di poter parlare con l’ufficiale più alto in grado, sostenendo di avere informazioni importanti su Riina.

Da pochi mesi (dal 06.09.1992) il comando della regione Piemonte e Valle D’Aosta era stato assunto dal Generale Francesco Delfino (attualmente sotto processo a Brescia con l’accusa di concorso in strage) che, avvertito della richiesta, si era precipitato nella notte e raccoglie le spontanee dichiarazioni del Di Maggio.

Di Maggio ha affermato di non conoscere il gen. Delfino e sicuramente è così, vi è però da da segnalare che: “il 28 o 29 giugno del 1989, proprio quando prestava servizio in Sicilia come vice comandante della Regiona Palermo, Delfino aveva diretto un’operazione nel territorio di San Giuseppe Iato, contrada Ginestra. L’operazione aveva lo scopo di localizzare e perquisire una grande e lussuosa villa in costruzione che, fonte confidenziale, aveva indicato come di proprietà di tale Baldassare Di Maggio, autista per il Riina, e presso la quale poteva trovarsi ospitato il boss di Corleone. La perquisizione, però, aveva dato esito negativo e al Di Maggio furono in seguito notificati solo verbali di accertamento di violazioni di tipo edilizio” (sentenza Mori -Cap. Ultimo).

Giunto a Palermo il pentito Di Maggio, preso in carico dai Ros, aveva indicato la “zona” presso la quale si sarebbe dovuto trovare Riina (affermando di non conoscere l’esatta ubicazione).

Il 15 gennaio 1993 Riina, venne arrestato presso un’area di servizio poco distante dal suo “covo”. Il luogo di latitanza del boss di Corleone, poi, non venne perquisito, né tenuto sotto osservazione, per giorni permettendo a Cosa Nostra di far sparire qualsiasi prova.

Per questa “collaborazione” Di Maggio ha ricevuto dallo stato italiano, 500 milioni di lire. Alcuni imputati del processo di Firenze (Francesco Giuliano e Cosimo Lo Nigro), che si sono dichiarati innocenti, hanno affermano che in carcere sono stati promessi loro soldi se si autoaccusavano e accusavano altre persone delle stragi.

Problemi irrisolti.

1. Per Riina: “La storia di Balduccio Di Maggio fu soltanto uno specchietto per le allodole, è chiaro. Il mio arresto fu pilotato dall’alto. Ma da chi?”.

2. Anche per Brusca la storia del pentimento Di Maggio sarebbe stata solo una copertura perchè, sostiene il pentito, Di Maggio era perfettamente a conoscenza del luogo ove si nascondeva di Riina ma: “aveva fatto un patto sotto banco con i carabinieri per far arrestare Riina in mezzo alla strada e per non individuarne la casa“(processo sulla strage dei Georgofili, udienza 15 maggio 1993). Perchè anche quest’affermazione di Brusca, ricordiamo collaboratore di giustizia e, pertanto, ritenuto credibile dalla Corte, non viene approfondita?

3. Per Brusca l’arresto di Riina si deve, in realtà, all’attività del M.llo Lombardo (apparentemente suicidatosi nel cortile dei ROS di Palermo il 04/03/1995) e alle informazioni del suo confidente Brugnano (ucciso il 26/02/1995). Secondo la stampa il mar.llo Lombardo, accusato di collusione con Cosa Nostra, si si sarebbe suicidato per la vergogna. Ad accusarlo falsamente era stato Angelo Siino, guarda caso, un uomo molto vicino a Balduccio Di Maggio. Perchè anche questo interrogativo viene lasciato senza risposta? Perchè la morte del m.llo Lombardo è stata frettolosamente archiviata come suicidio, pur presentando forti anomalie non ultima quella della sparizione, dopo la sua morte, di tutti i suoi appunti?

CONCLUSIONI


Questi i punti irrisolti lasciati dai precedenti processi. Punti non da poco. Punti che se approfonditi, forse, avrebbero potuto permettere una lettura completamente diversa di quanto successo in quel periodo.

Speriamo allora che le indagini in corso facciano un po’ di luce e (finalmente) ci spieghino perché Ciancimino, quando finalmente decide di collaborare col ROS, viene arrestato.

Speriamo che ci spieghino cosa voleva dire Mori quando ha affermato che se il rapporto con Ciancimino fosse continuato Riina lo avrebbero preso per davvero.

Speriamo, inoltre, che si faccia luce su quanto affermato da Brusca, e cioè che Di Maggio avrebbe fatto un accordo sottobanco con i carabinieri per far prendere il boss di Corleone lontano dal suo covo, (dichiarazione che non può non richiamare alla memoria il fatto che, subito dopo l’arresto di Riina, fu proprio un comunicato stampa rilasciato dai Carabinieri a “bruciare” il covo, impedendo così al Ros di proseguire in sicurezza l’osservazione dei luoghi).

Speriamo che si faccia luce anche sulla figura di Bellini, e sulle dichiarazioni che lo indicano come uomo dei servizi che aveva “suggerito” a cosa Nostra gli attentati da fare.

Speriamo, infine, che si faccia luce sulle contraddizioni insanabili che sono emerse fino a qui.

Le contraddizioni di una mafia che farebbe degli attentati per costringere lo Stato a trattare però, contemporaneamente, cercherebbe di depistare rivendicando le stragi con la sigla “Falange Armata”, senza che nessuno si preoccupi di capire da dove nasce la sigla, chi c’è dietro, chi l’ha consigliata, ecc…

Perchè chissà, magari se si fossero approfonditi i punti su elencati, si sarebbe scoperto che:

- Ciancimino era stato arrestato proprio per impedirgli di collaborare con il gen. Mori;

- Bellini era stato infiltrato dai servizi per “suggerire” a cosa nostra, braccio armato di qualche potere occulto, cosa colpire;

-Riina, ormai “bruciato” dalle indagini del m.llo Lombardo e ritenuto dall’organizzazione “sacrificabile”, grazie al “suggerito” pentimento di Di Maggio, era stato volutamente arrestato lontano dal suo covo, per impedire che la documentazione che teneva nell’abitazione venisse scoperta e sequestrata dalla magistratura;

- L’omicidio del m.llo Lombardo, persona scomoda perchè a conoscenza della verità e non corruttibile, era stato “preparato” grazie al “suggerito” pentimento di Siino, uomo molto vicino a Di Maggio che, accusandolo falsamente di collusione con Cosa Nostra, aveva permesso di preconfezionare la menzogna del suicidio per vergogna.

Magari, approfondendo i punti che abbiamo indicato, si sarebbe scritta una storia completamente diversa, la storia di un “sistema criminale” di cui la mafia era solo il braccio armato. Ma queste sono solo ipotesi.

Ora, a 17 anni di distanza, si torna a parlare di quel periodo, si parla di servizi segreti, di innocenti in carcere, di “pentiti” patacca, e si delinea un’altra verità processuale.

A noi non resta che aspettare l’esito delle indagini e dei processi, non ci resta che aspettare un nuovo capitolo (sentenza) di questa dolorosa vicenda, nella speranza che, la verità processuale che ne scaturirà, (depistaggi permettendo) possa apparire, una volta tanto, più credibile della favola di biancaneve e i sette nani.

Pietro Orsatti » Blog Archive » Dalla politica alle stragi la Sicilia entra in ebolizione

Pietro Orsatti » Blog Archive » Dalla politica alle stragi la Sicilia entra in ebolizione.

Claudio Fava parla del ricatto a e al messo in piedi daLombardo e dei rapporti consolidati fra pezzi dello , e comitati di affari

di Pietro Orsatti su Terra

«Siamo davanti a uno scambio da bassa da 4 miliardi di euro», esordisce Claudio Fava, ex europarlamentare dell’Arcobaleno ed esponente di e libertà commentando la “microcrisi” aperta Lombardo in e risolta a colpi di miliardi di euro da nonostante i malumori di pezzi della . Una crisi che si è chiusa ieri con l’ennesimo voto di fiducia sul Ddl anti crisi. «Soldi sottratti ad altre voci di spesa e rifinanziando cose già ampiamente finanziate – prosegue – quindi nulla di nuovo se non questa idea molto plebea del partito della spesa pubblica come partito meridionale. Questa forma di assistenzialismo indotto è servita solo a disinnescare Lombardo e a evitare che si perdano altri voti, contatti e collegamenti. Non solo si finanzia ciò che è ampiamente finanziato prima ma si continuano ad alimentare le vecchie clientele, a illudere tutto quell’esercito di precari che sono stati assunti, come ad esempio gli operai forestali siciliani, la metà di quelli a livello nazionale».

Secondo Fava quello che è accaduto in in queste ultime settimane è «un ricatto di Lombardo verso il centrale», per alimentare il sistema di clientele messo in piedi, sempre secondo Fava, «dal governatore, un sistema di dimensioni mai viste». Quindi questo progetto di partito del Sud è tramontato? «Non è mai esistito».

Ma non è solo sulla che la , in questo periodo, sembra essere entrata in fase di ebollizione. C’è la questione, devastante, delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riapre, insieme ad altre voci come il pentito Spatuzza, il capitolo delle stragi del ’92 e l’intreccio fra , pezzi dello e comitati d’affari. «Era ora che si riaprisse questo capitolo, un’iniziativa dovuta e tardiva al tempo stesso, e che la si facesse carico di questa vicenda dopo più di diciassette anni con la richiesta di una commissione di specifica sulle stragi del ’92». L’ex eurodeputato spiega come da tempo esistessero sospetti che «ci fosse un patto indicibile e innominabile fra pezzi dello e – prosegue Fava -. Questo patto, questa la mia valutazione, è andato in parte a buon fine. Non è storia di oggi, è storia di un sospetto più che di una sensazione che si trascina da sedici anni, da quando è arrestato Riina e hanno lasciato per settimane la sua casa incustodita e accessibile ai suoi complici. E ancora le fughe improvvise di Provenzano poco prima della sua cattura quando era individuato in alcuni dei suoi rifuggi. È la storia di alcune cose che anche sul piano legislativo e normativo sono accadute: la legge sui pentiti che obiettivamente è stata ammorbidita, il 41bis si è ridotto nella sua funzione ed è possibile che dall’isolamento c’è chi è riuscito ad inviare lettere ai giornali che le hanno puntualmente sui giornali. Insomma mi pare che di questo patto, della trattativa, non se ne parlasse a caso». Fava critica anche le ultime dichiarazioni di uno dei presidenti storici della Commissione antimafia, Luciano Violante, sui suoi contatti con Mori e la richiesta da parte di quest’ultimo di organizzare un incontro riservato con Vito Ciancimino proprio all’epoca della “trattativa”. «Sarebbe interessante che invece di tenersi fino ad oggi la sua piccola verità sul suo incontro mancato con Ciancimino avesse raccontato queste cose ai magistrati 17 anni fa e non alla oggi – attacca Fava -. Tre incontri che gli furono sollecitati di Mori che ricordiamo è un alto ufficiale dei sotto processo per la fuga sospetta di Provenzano».

Poi, inevitabilmente, il discorso si sposta sulla vicenda del pignoramento della casa del padre di Fava, Giuseppe, direttore dello storico giornale I Siciliani ucciso dalla a nel 1984. «Quel debito così ridotto è quasi una gratificazione per noi, perché avere chiuso con solo 30 milioni di debiti dopo cinque anni di gestione senza aver mai avuto neanche mezza pagina di pubblicità o aiuto istituzionale è un risultato incredibile, vuol dire che siamo stati davvero bravi – spiega Fava -. Ora, dopo che il nostro direttore venne ucciso, pignorare la sua casa per ottenere 100mila euro in contanti da consegnare entro settembre a più di vent’anni dalla chiusura di quell’esperienza è un segnale chiaro e tremendo». Ma anche la possibilità di far emergere quella che rimane una società civile attiva e impegnata che si è attivata con una sottoscrizione nazionale che sta raccogliendo centinaia di adesioni.