Archivi del giorno: 4 agosto 2009

Via D’Amelio. le verità supposte

Via D’Amelio. le verità supposte.

A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.
Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini – come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” – o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.

Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.

Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli – e sono solo una minima parte – sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.

Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.

A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul Giornale di Sicilia. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.

Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.

A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.

Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.

Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?

Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org

Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, strage Borsellino aveva altre regie

Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, strage Borsellino aveva altre regie.

Massimo Ciancimino afferma che l’attentato al giudice Borsellino aveva ‘anche altre regie’ e riferisce di aver conosciuto l’uomo dal viso deformato che e’ stato visto da testimoni sulla scena di molti delitti di mafia: “Sono stato il primo a parlare di anomalia – ha detto il figlio dell’ex sindaco di Palermo in un’intervista al Tg3 – ho detto che secondo me l’omicidio Borsellino aveva anche altre regie.
Se adesso questo puo’ aiutare…” “Ho parlato con una persona con una malformazione al viso – ha aggiunto rispondendo alle domande – che girava anche nell’entourage di Carlo. Di piu’ non posso dire”. Ciancimino ha anche confermato di aver ricevuto “della documentazione inerente l’individuazione di Toto’ Riina, sia in piantina sia in utenze telefoniche e dell’acqua. Mi e’ stata data, ha fatto un percorso e poi e’ ritornata nelle loro mani. Non mi chieda il percorso – ha detto al giornalista – perche’ non posso rispondere”. Sul “papello” ha invece precisato: “ho sempre detto che dalle grandi aspettative possono nascere grande delusioni”. “La prova – ha anche affermato – non la fa Ciancimino: Ciancimino da’ notizie, documentazione. E’ compito dei magistrati stabilire la veridicita’, l’attendibilita’”. “Io rispondo a domande e porto documentazione a richiesta – ha concluso – Ribadisco che non ho mai avuto e non avro’ mai atteggiamenti omertosi”.

Pietro Orsatti » Blog Archive » Masciari: I guai di un imprenditore testimone di giustizia

Pietro Orsatti » Blog Archive » Masciari: I guai di un imprenditore testimone di giustizia.

Pino Masciari dal 1997 ha dovuto lasciare casa e affetti per aver denunciato il ricatto della ’ndrangheta calabrese contro le sue attività edilizie. Da quel momento è scattato un “piano speciale di protezione” per garantirne l’incolumità che però è stato ritenuto scaduto nel 2004 dal ministero dell’Interno. Ora rischia di tornare bersaglio della criminalità. Qual è la situazione di quanti hanno fatto la sua scelta?

di Pietro Orsatti su Terra

Pino Masciari se lo ricorderà per sempre il 18 ottobre 1997. In piena notte è stato prelevato da casa, con la moglie e due figli piccoli, da un mezzo reparto dei carabinieri, ed è scomparso. Scomparso dalla propria terra, dai familiari, dagli amici. Programma speciale di protezione. Pino, quando lo ricorda, si mette ancora a piangere, non per il fatto in sé ma per le conseguenze. «I miei figli hanno conosciuto la loro nonna, mia madre, solo anni dopo – racconta con la voce spezzata -. Appena in tempo prima che mamma morisse. Lei ci aveva pianto tante volte, come se fossimo morti. Non sapeva nulla di noi, di dove eravamo, di cosa stavamo facendo. Il programma prevedeva questo. Non dire nulla, a nessuno. E da quel momento, da quella notte del 1997, siamo diventati dei deportati».

Pino Masciari è tecnicamente un “testimone di giustizia”, che a differenza di un pentito o collaboratore, non è qualcuno che dopo aver commesso dei reati decide di collaborare con la giustizia, ma un libero cittadino che, avendo assistito a un reato o essendone venuto a conoscenza, decide di testimoniare. Anzi di più. Masciari è una vittima di reati. Lui, uno dei primi quattro imprenditori calabresi negli anni Ottanta e Novanta, decide di non pagare il racket verso le ’ndrine (il 3%) e verso quella che defnisce la “mafia politica” (il 6%) e, nonostante sia le forze di polizia che alcuni magistrati contattati lo sconsigliassero per la sua sopravvivenza, denuncia tutto, fa mettere a verbale nomi, eventi, intrecci. «Non potevo accettare, non volevo accettare. Io credo nello Stato, nel valore del mio lavoro, nella responsabilità. Ho detto no. E poi ho denunciato ». Senza un tentennamento e aspettandosi dallo Stato comprensione e protezione.

La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese di costruzioni edili, bruciato capannoni e mezzi per centinaia di milioni di vecchie lire, bloccato le attività delle sue società sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove si era infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operava. Tutto ciò dal giorno in cui disse il primo “no” alle pressioni mafiose dei politici e al racket della ’ndrangheta. Il 6% ai politici e il 3% ai mafiosi, ma anche angherie, assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, e poi la costruzione di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, richieste di regalare appartamenti e auto di lusso: questo il prezzo che si rifiutò di pagare.

L’avvertimento mafioso

Quel momento Pino se lo ricorda bene: «Vennero nel cantiere dove lavoravo e mi invitarono a salire in macchina. Poche decine di metri e subito la richiesta del 3%. Mi rifiutai, anzi li aggredii verbalmente in maniera dura. Mi risposero che entro 48 ore avrebbero distrutto l’intero cantiere. Io gli risposi che toccare il mio lavoro era come toccare la mia vita. Mi dissero chiaramente che toccare la mia vita per loro non era assolutamente un problema». Ci vollero anni, e decine e decine di denuncie dell’imprenditore, prima che fosse allontanato dalla sua terra per l’imminente pericolo di vita a cui si trovarono esposti, lui e la sua famiglia. Non fu un processo immediato. Prima che si arrivasse alla necessità di farlo sparire, venne letteralmente dissanguato attraverso attentati, pressioni, abusi della politica e di funzionari pubblici, fino a essere spinto alla decisione di chiudere le sue imprese, licenziando nel settembre 1994 gli ultimi 58 operai rimasti. E poi, tre anni dopo, la fuga nella notte verso una località segreta.

Cerchiamo di capire cosa significhi davvero nel nostro Paese la figura del testimone di giustizia, un termine che Pino Masciari addirittura arriva quasi a rifiutare («Io sono una vittima della criminalità»). I testimoni di giustizia sono, come già detto, persone che, assistendo a un reato o venendone a conoscenza, testimoniano davanti all’autorità giudiziaria. Non pentiti, con cui anche giuridicamente sono stati confusi per anni in un unico calderone giuridico, esempio classico dell’ottusità giuridica e amministrativa di un’Italia in cui la “testimonianza” è sempre un optional o peggio il vezzo di qualche testa calda, istituto modificato e regolamentato in una specifica legge solo nel 2001. E quando ci si trova davanti a gravi delitti di sangue, connessi ad esempio con il terrorismo o, in particolare, con la criminalità organizzata, significa rischiare la vita.

Raccogliendo la storia di Masciari, e le tante altre di altri testimoni, si scopre che, di fatto, lo Stato non ha assolutamente coperto la loro rinuncia a vivere una vita “normale” spinti dalla propria sete di giustizia. La risposta dello Stato, della politica, è stata nella maggior parte dei casi un rifiuto. Anzi, una lunga serie di rifiuti. Un rifiuto generalizzato, sia dalla destra che da parte della sinistra. Perché i testimoni di giustizia sono un piccolissimo gruppo sociale, 72 paria in quasi vent’anni, dal primo e artigianalissimo “fai da te” inaugurato da Paolo Borsellino. Se si contano anche i parenti da proteggere si parla di meno di 400 persone. Niente al confronto delle migliaia di figure (collaboratori e loro parenti) legate alla legislazione sul pentitismo. Queste “voci testimoniali” premiate con riduzioni e favori in cambio delle loro deposizioni e delazioni. Importanti, certamente. Ma il valore morale del libero testimone che sceglie di testimoniare? Sembra non essere riconosciuto. Anzi, risulta negato, da atti, burocrazie, norme, sottovalutazioni. I testimoni spesso vengono abbandonati a se stessi, in balia delle paure e a volte di disagi e soprafaazioni incredibili. Sopraffazioni morali e materiali. Testimoni di giustizia che subiscono ingiustizie proprio da chi dovrebbe proteggerli. Le persone e le fragilità. È sorprendente quanto le vicende umane siano simili, i percorsi di queste persone che hanno scelto si intrecciano, in un unico coro. Da cui emerge un dato: lo Stato li usa e poi li abbandona. Vent’anni fa e oggi. E poi non sorprendiamoci che siano solo poco più di 70 persone. Sapendo a cosa si va incontro, chi affronterebbe la perdita di tutto e contemporaneamente l’abbandono da parte dello Stato?

Pino, ad esempio, dopo che ha «fatto condannare boss e gregari di mezza Calabria, di tutte e quattro le province, uomini politici e amministratori e perfino magistrati » ha subito l’ennesima violenza: la soppressione del programma di protezione. E si è trovato, caso unico in Italia, a cominciare mostrarsi con il proprio volto in pubblico per raccontare la propria storia e i soprusi che aveva subito.

Usato e abbandonato

Ricostruiamola la vicenda. Il 27 ottobre 2004, la Commissione centrale (testimoni) del ministero degli Interni gli notifica il temine del programma speciale di protezione. Tra le motivazioni si indica che i processi erano terminati, fatto non vero visto che molti processi erano ancora in corso. Il 19 gennaio 2005, Masciari fa ricorso al Tar del Lazio contro la revoca, azione che gli permette di rimanere sotto programma di protezione in attesa di sentenza. Ma nel febbraio 2005, senza tenere conto del ricorso già in atto, la Commissione centrale del ministero dell’Interno delibera ancora una volta di «invitare il testimone di giustizia Masciari Giuseppe ad esprimere la formale accettazione della precedente delibera ricordando che alla mancata accettazione da parte del Masciari seguirà comunque la cessazione del programma speciale di protezione». E Masciari, ovviamente, si rifiuta. Fino ad arrivare al gennaio 2009: il Tar del Lazio pronuncia la sentenza riguardo al ricorso e stabilisce l’inalienabilità del diritto alla sicurezza e ordina al ministero di attuare le delibere su sicurezza, reinserimento sociale, lavorativo, risarcimento dei danni. Ma ci vorranno mesi prima che questo avvenga e che si arrivi a un accordo, ancora oggi non del tutto “delineato”, a quanto sembra. E un sciopero della fame e l’intervento sul caso addirittura del presidente Napolitano.

Ma non è finita qui. Anzi. Il 20 luglio, dopo che Pino si è recato a Palermo per partecipare alle manifestazioni per il ventisettesimo anniversario della strage di via D’Amelio ed è davanti al Tribunale di Palermo per esprimere la propria solidarietà ai magistrati che stanno indagando sulle stragi del 1992, una telefonata lo avverte che un ordigno di medio potenziale è stato piazzato sul davanzale della sede dell’ex impresa di costruzioni di famiglia, a Serra San Bruno, anzi sul davanzale di quello che è stato per decenni il suo studio. Gli artificieri, dopo averla disinnescata, hanno trovato la miccia bruciata a metà. Solo per un inconveniente non ha raggiunto la carica. «Il messaggio è stato chiaro – spiega Masciari -. È ovvio che i destinatari non fossero i miei fratelli che oggi usano quegli uffci. La coincidenza con la mia partecipazione a Palermo e ai miei interventi pubblici degli ultimi giorni è evidente». Ma nonostante il riaccendersi della paura, ovviamente, Pino non ha alcuna intenzione di mollare e di “ritirarsi” nel mondo da deportato che è stato finora il Programma di protezione: «Io sono un imprenditore, un cittadino onesto e ho denunciato e fatto condannare con la mia testimonianza i criminali, scoperchiando quel sistema di affari mafiosi che, per esempio, anche l’inchiesta why not anni dopo ha mostrato al Paese. Io non posso tornare indietro. Lo devo, lo dobbiamo, ai nostri figli e alla nostra terra. E lo dobbiamo alla nostra dignità». Poi con un sorriso sale sul palco in una villa pubblica a Riccione e inizia a parlare davanti a una folla di centinaia di villeggianti in vacanza. Come praticamente fa ogni settimana da anni in tutta Italia

Antimafia Duemila – Mafia: Ingroia, su stragi svolta vicina, ora chi sa parli

Antimafia Duemila – Mafia: Ingroia, su stragi svolta vicina, ora chi sa parli.

“Chi sa parli: questo è il momento giusto per raccontare tutto su quello che è avvenuto fra il maggio e il luglio del 1992”.
Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, lancia un appello ritenendo che sulle stragi mafiose si sia ormai a una svolta nelle indagini: “I miei colleghi di Caltanissetta stanno procedendo con grande rigore, in questi mesi – dice il pm intervistato da Repubblica – stanno affiorando tanti particolari che possono fare finalmente luce su misteri durati troppo a lungo”. E anche a Palermo, puntualizza Ingroia, “sono venuti fuori particolari estremamente interessanti. E’ decisivo – insiste il magistrato – che chiunque sia a conoscenza di qualcosa su quelle vicende, dentro e fuori le istituzioni, si faccia avanti. Anche se sono ricordi lontani”. Secondo Ingroia, è un “segnale importante” che Copasir e commissione Antimafia abbiano deciso di indagare nuovamente sulle stragi di mafia a cavallo tra il ’92 e il ’93, ma alla politica il pm chiede un cambio di passo: “E’ il momento questo anche di fornire il massimo di strumenti operativi e legislativi per potere andare avanti per svelare le zone rimaste al buio”. In altri termini, spiega Ingroia citando le norme sui pentiti e sulle intercettazioni, “siccome da qualche anno la legislazione antimafia è stata caratterizzata da segnali negativi, in una fase delicata come questa bisognerebbe cambiare rotta”.

Palermo, l’appello di Ingroia: “Sulle stragi chi sa ora parli”

Palermo, l’appello di Ingroia: “Sulle stragi chi sa ora parli”.

Scritto da Attilio Bolzoni e Francesco Viviano

Il Procuratore: svolta nelle indagini sul ’92

Nell’estate di diciassette anni fa era uno di quei «giudici ragazzini» al fianco di Paolo Borsellino, a Marsala. Oggi è il procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo che indaga sulla trattativa intorno alla quale Paolo Borsellino probabilmente è morto. Antonio Ingroia parla della svolta nelle inchieste sulle stragi. «I miei colleghi di Caltanissetta stanno procedendo con grande rigore, in questi mesi stanno affiorando tanti particolari che possono fare finalmente luce su misteri durati troppo a lungo». Parla del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che «rileggerà» tutte le carte sui massacri siciliani: «E’ un segnale di attenzione molto importante». Parla di Totò Riina e della sua improvvisa voglia di verità: «Io non credo che lui abbia voluto inviare un messaggio a noi magistrati, ma credo che lo abbia voluto mandare a qualcun altro».
In quest’intervista a Repubblica, Ingroia lancia un appello: «Chi sa parli: questo è il momento giusto per raccontare tutto su quello che è avvenuto fra il maggio e il luglio del 1992».

Procuratore Ingroia, pensa davvero che questa volta siamo a una svolta sulle stragi siciliane?
«Credo di sì. E nelle ultime settimane, anche qui a Palermo, sono venuti fuori particolari estremamente interessanti. E’ decisivo che chiunque sia a conoscenza di qualcosa su quelle vicende, dentro e fuori le istituzioni, si faccia avanti. Anche se sono ricordi lontani. Magari per alcuni di loro possono sembrare insignificanti, ma per noi magistrati che indaghiamo e che abbiamo raccolto nuovi elementi, anche quei particolari potrebbero esserci molto utili. E´ il momento giusto per riferirli».

Come ha fatto l’ex presidente della Camera e dell’Antimafia Luciano Violante…
«Non posso aggiungere niente alla testimonianza di Violante, però è evidente che certi ricordi assumono nelle nostre indagini significati importanti anche dopo tanto tempo. Mi riferisco anche a quello che potrebbero dire uomini di Cosa Nostra, i collaboratori di giustizia che tanti anni fa hanno riferito molti fatti e forse non altri perché li avevano giudicati ininfluenti».

Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, ha deciso di ascoltare il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e in pratica di indagare sugli 007: lei, cosa ne pensa?
«E’ un segnale importante, come quello che è venuto qualche giorno fa dalla commissione parlamentare antimafia che ha deciso di avviare un´inchiesta sulle stragi a cavallo fra il 1992 e il 1993. E´ da molti anni che i familiari delle vittime delle stragi, penso per esempio a Rita Borsellino, chiedevano quest´attenzione. Ma poi devono seguire i fatti. L´attività del comitato non dovrà certo sovrapporsi alle inchieste della magistratura – ma sono sicuro che non avverrà – e dovrà servire da stimolo nei confronti di altri istituzioni».

E’ evidente che lei, procuratore, sta pensando al Palazzo, alla politica.
«Alla politica come legislatore e alla politica come amministrazione. E’ il momento questo anche di fornire il massimo di strumenti operativi e legislativi per potere andare avanti per svelare le zone rimaste al buio».

Cosa dovrebbe fare la politica, secondo lei, per arrivare a scoprire altri pezzi di verità su quello che è accaduto nel 1992 in Sicilia?
«Voglio fare un paio di esempi. Nel 1982 fu approvata la legge Rognoni La Torre e, subito dopo, produsse collaborazioni di mafiosi come quella di Tommaso Buscetta. E poi ci fu il maxi processo di Palermo. In tempi più recenti, la legislazione post stragista del 1992 produsse risultati straordinari nella repressione contro Cosa Nostra. Ora, siccome da qualche anno la legislazione antimafia è stata caratterizzata da segnali negativi, in una fase delicata come questa bisognerebbe cambiare rotta».

Come, procuratore? Faccia esempi precisi.
«Ripensare alla soglia di sbarramento dei tempi sull’acquisizione dei tabulati telefonici. E poi c´è da riflettere anche su un segnale equivoco nei confronti della criminalità organizzata: la stretta sulle intercettazioni telefoniche e ambientali previste dall´ultimo disegno di legge. E si dovrebbe rivedere quella norma sui collaboratori di giustizia che devono raccontare una vita intera entro sei mesi di tempo. Se lo Stato vuole fare sul serio contro la criminalità mafiosa, oggi dovrebbe riaprire anche le carceri di Pianosa e dell´Asinara».

Parliamo dell'”uscita” a sorpresa di Totò Riina: che cosa avrà mai voluto dire il capo dei capi con quell’invito allo Stato “di guardarsi dentro”?
«Rimango convinto di quello che ho pensato fin dal primo momento. Totò Riina non era tanto interessato a spedire un messaggio ai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi o a quelli di Palermo che indagano sulla trattativa fra Mafia e pezzi dello Stato: Totò Riina lo voleva mandare ad altri. Ci sarà tempo per decifrare anche quelle parole».

Ci sarà un perchè

Ci sarà un perchè.

“Il buio sugli anni di piombo: 142 morti, soltanto 5 condanne”, Corriere della Sera. I numeri, a volte, valgono più di milioni di parole. E oggi il giornalista del Corriere della Sera, Dino Martirano – in occasione dell’anniversario numero 29 della strage di Bologna – ne ha messi in fila alcuni che parlano davvero con voce chiara e cristallina.

Le vere e proprie carneficine che, nel secolo scorso, hanno segnato gli anni dei grandi e ancora misteriosi attentati contro obiettivi civili – dal 1969 al 1984 – sono state 6.

Per la precisione:

La prima è quella di Piazza Fontana, a Milano. Quando – il 12 dicembre del 1969 – una bomba esplose nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura, uccidendo 16 persone e ferendone 88. Ebbene: a distanza di 40 anni e due processi, i responsabili accertati – insomma i condannati – sono pari a zero.

La seconda è quella di via Fatebenefratelli, sempre a Milano. Quando – il 17 maggio del 1973, di fronte alla questura di Milano – un secondo ordigno, durante la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, esplose uccidendo 4 persone e ferendone 52. Attentato per il quale è stato condannato l’anarchico Gianfranco Bertoli.

La terza è quella di Piazza della Loggia, a Brescia. Quando – il 28 maggio del 1974, durante una manifestazione organizzata dai sindacati contro il terrorismo neofascista – una bomba nascosta in un cestino per i rifiuti uccise 8 persone e ne ferì 94. Anche in questo caso – a distanza di 35 anni – i responsabili accertati – insomma i condannati – sono pari a zero.

La quarta è quella del treno Italicus del 4 agosto 1974. Una bomba esplose in uno dei vagoni del treno diretto da Roma a Monaco di Baviera. Uccidendo 12 persone e ferendone 44. Trentacinque anni dopo, i condannati – anche in questo caso – sono sempre e rigorosamente fermi a zero.

La quinta è quella di cui ieri cadeva l’anniversario numero 29. Il 2 agosto del 198o, una bomba nascosta in una valigia esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. 85 i morti. 200 i feriti. Per la strage sono stati condannati tre neo fascisti che all’epoca erano poco più che liceali: Giusva Fioravanti; la moglie di Fioravanti, Francesca Mambro; e Luigi Ciavardini. Fioravanti – che da oggi è a piede libero – ha giurato e spergiurato che lui e sua moglie con questa attentato non c’entrano punto.

La sesta è la “strage di Natale”. Il 23 dicembre del 1984, quando erano da poco passate le 7 di sera, una bomba esplose sul treno “Rapido 904″ che viaggiava da Napoli a Milano. Il “Rapido 904″ si trovava a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, la stessa identica località della tragedia dell’Italicus. Questa volta i morti furono 17, i feriti 267. Un quarto di secolo dopo, l’unico ad essere condannato è stato l’allora “cassiere di Cosa nostra”, Pippo Calò.

Numeri che – se messi in fila – fanno venire i brividi. 6 stragi. 142 morti. 745 feriti. E solo 5 condannati. Giuseppe De Lutiis, storico e consulente della commissione parlamentare sulle stragi, ha spiegato al Corriere di essere convinto di una cosa. Il numero risibile di condanne – talmente poche che si possono contare sulle dita di una mano – si spiega col fatto che “la magistratura è stata sistematicamente sabotata dalla polizia, dall’Ufficio affari riservati e da pezzi dei servizi che non erano deviati ma rispondevano ad alleanze internazionali e ad ordini provenienti da catene di comando parallele”. Fosse vero, rimane comunque senza riposta la domanda più angosciosa: perchè? Ma soprattutto: per quanti anni ancora gli italiani – per quieto vivere – accetteranno di non sapere?

ComeDonChisciotte – LE DIECI COSE CHE NON DOVRESTE SAPERE RIGUARDO AL VACCINO ANTI-INFLUENZA SUINA

ComeDonChisciotte – LE DIECI COSE CHE NON DOVRESTE SAPERE RIGUARDO AL VACCINO ANTI-INFLUENZA SUINA.

DI MIKE ADAMS
naturalnews.com

“She was deathly afraid of the flu.
So she asked her doc what she should do.
He jabbed her unseen
With a swine flu vaccine
Blurting, “Darling, I haven’t a clue.”

[“Era spaventata a morte dall’influenza./ Così chiese al suo dottore cosa dovesse
fare./ Di nascosto le fece una puntura/ Del vaccino anti-influenza suina/
Spifferandole: «Cara, non ne ho la più pallida idea»”.]

Smettiamola di tergiversare su questa questione: il vaccino anti-influenza suina, in questo momento in fase di preparazione per iniezioni di massa in neonati, bambini, ragazzi e adulti, non è mai stato testato e non verrà testato prima che le iniezioni abbiano inizio. In Europa, dove tipicamente i vaccini anti-influenza vengono testati su centinaia (o migliaia) di persone prima che vengano rilasciati sulle masse, l’Agenzia europea per i medicinali sta permettendo alle compagnie di saltare il processo di sperimentazione.

Eppure, incredibilmente, le persone si stanno mettendo in fila per prendere il vaccino, sebbene non vi sia stato alcun test sicuro. Quando negli Stati Uniti il National Institute of Health [“Istituto nazionale della sanità”, ndt] ha annunciato l’inizio della sperimentazione su un vaccino anti-influenza suina all’inizio di agosto è stato subissato di telefonate ed e-mail di persone che morivano dalla voglia di recitare la parte della cavia umana. Il potere della paura di condurre i creduloni a farsi iniettare vaccini è semplicemente sorprendente…

Di nuovo in Europa, senza alcun dubbio, ognuno finirà col fare da cavia umana, dato che nessun test verrà effettuato sul vaccino. Ancora peggio, i vaccini europei utilizzeranno coadiuvanti—composti chimici utilizzati per moltiplicare la potenza del principio attivo dei vaccini.
In particolare non c’è assolutamente alcun dato sulla sicurezza dell’uso di coadiuvanti in bambini piccoli e madri incinta—i due gruppi che al momento i fornitori del vaccino anti-influenza suina stanno bersagliando più aggressivamente. Questo ci porta all’inquietante conclusione che il vaccino anti-influenza suina possa essere un disastro della medicina moderna. Non è stato provato e non è stato testato. I suoi componenti sono potenzialmente molto pericolosi e vi è il sospetto che i coadiuvanti utilizzatti nei vaccini europei causino disturbi neurologici.

Paralizzati dai vaccini

Probabilmente non c’è bisogno che vi ricordi che nel 1976 un vaccino anti-influenza suina difettoso causò danni irreparabili al sistema nervoso di centinaia di persone, paralizzandone molte. I medici, ovviamente, diedero al problema un nome, in modo da far sembrare che sapessero ciò di cui stavano parlando: sindrome di Guillain-Barré. (È da notare come non lo chiamarono mai “Sindrome da Vaccino Tossico”, poiché ciò sarebbe stato troppo informativo). Ma la questione rimane che i dottori non seppero mai come i vaccini causassero questi gravi problemi e, se la stessa eventualità si ripresentasse oggi, tutti i dottori e i fornitori del vaccino negherebbero senza alcun dubbio qualunque collegamento tra i vaccini e la paralisi. (Questo è ciò che sta accadendo oggi nel dibattito sui vaccini e l’autismo: assoluta negazione). Infatti, ci sono un sacco di cose che non vi verranno mai raccontate dalle autorità sanitarie riguardo al prossimo vaccino anti-influenza suina. Per il vostro divertimento ho buttato giù per iscritto le dieci più ovvie e le ho pubblicate qui sotto.

Le dieci cose che non dovreste sapere riguardo al vaccino anti-influenza suina (quanto meno da qualcuno in posizione di autorità…)

#1 – La produzione del vaccino è stata “affrettata” e il vaccino non è mai stato testato sugli uomini. Ti piace recitare la parte della cavia umana per Big Pharma? Se sì, mettiti in fila questo autunno per il tuo vaccino anti-influenza suina…

#2 – I vaccini anti-influenza suina contengono pericolosi coadiuvanti che causano una reazione infiammatoria nel corpo. Questo è il motivo per cui si sospetta che causino autismo e altri disturbi neurologici.

#3 – Il vaccino anti-influenza suina potrebbe, in realtà, aumentare il vostro rischio di morire di influenza suina alterando (o sopprimendo) la risposta del vostro sistema immunitario. Manca anche qualunque prova che perfino il vaccino anti-influenzale per l’influenza stagionale offra significativa protezione alle persone che si fanno fare la puntura. I vaccini sono lo “snake oil” [uno dei vari liquidi venduti come medicine nei medicine show itineranti ma in realtà inefficaci, ndt] della medicina moderna.

#4 – I dottori non hanno ancora capito come mai i vaccini anti-influenza suina del 1976 paralizzarono così tante persone. E ciò significa che non sanno assolutamente se il prossimo vaccino potrebbe causare gli stessi effetti collaterali devastanti. (Né lo stanno verificando sperimentalmente…)

#5 – Anche se il vaccino ti uccidesse, le case farmaceutiche non ne sarebbero responsabili. Il governo statunitense ha garantito alle case farmaceutiche completa immunità dalla responsabilità da prodotto per quanto riguarda il vaccino. Grazie a questa completa immunità, le case farmaceutiche non hanno alcun incentivo a produrre vaccini sicuri, in quanto vengono pagate soltanto sulla quantità, non sulla sicurezza (responsabilità zero).

#6 – Nessun vaccino anti-influenza suina funziona tanto bene quanto la vitamina D nel proteggervi dall’influenza. Questo è un dato di fatto scientifico scomodo che il governo statunitense, la Food and Drug Administration [“Agenzia per gli alimenti e i medicinali”, ndt] e Big Pharma sperano la gente non realizzi mai.

#7 – Anche se il vaccino anti-influenza suina funzionasse veramente, da un punto di vista matematico, se tutti attorno a te assumeranno il vaccino, tu non ne avrai bisogno !! (Perché non può diffondersi nella popolazione con cui stai a contatto). Quindi, anche se credi nel vaccino, tutto ciò che devi fare è incoraggiare i tuoi amici ad andare a farsi vaccinare…

#8 – Le compagnie farmaceutiche stanno facendo miliardi di dollari dalla produzione di vaccini anti-influenza suina. Quei soldi escono dalle tue tasche—anche se non ti lasci far fare l’iniezione—perché tutto viene pagato dai contribuenti.

#9 – Quando le persone comiceranno a morire in grandi numeri per l’influenza suina, sii certo che molti di loro saranno proprio coloro che si sono vaccinati contro l’influenza suina. I dottori giustificheranno l’accaduto con la logica tipica di Big Pharma: «Il numero dei salvati è assai superiore a quello dei deceduti.» Certamente, il numero dei “salvati” è interamente fittizio…immaginario…ed esiste solo nelle loro menti deviate.

#10 – I centri per il vaccino anti-influenza aviaria che salteranno fuori ovunque nei prossimi mesi non saranno completamente inutili: infatti forniranno un modo semplice per identificare larghi gruppi di persone veramente stupide. (Peccato non ci sia qualche tipo di inchiostro blu con cui marcarli per referenze future…)

La lotteria, si dice, è una tassa sulle persone che non sanno fare i calcoli. Analogamente, i vaccini anti-influenza sono una tassa sulle persone che non capiscono nulla sulla salute.

Mike Adams
Fonte: ww.naturalnews.com
Link: http://www.naturalnews.com/z026717_swine_flu_flu_vaccine_swine_flu_vaccine.html
28.07.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALBERTO TADDEI