Pietro Orsatti » Blog Archive » Masciari: I guai di un imprenditore testimone di giustizia

Pietro Orsatti » Blog Archive » Masciari: I guai di un imprenditore testimone di giustizia.

Pino Masciari dal 1997 ha dovuto lasciare casa e affetti per aver denunciato il ricatto della ’ndrangheta calabrese contro le sue attività edilizie. Da quel momento è scattato un “piano speciale di protezione” per garantirne l’incolumità che però è stato ritenuto scaduto nel 2004 dal ministero dell’Interno. Ora rischia di tornare bersaglio della criminalità. Qual è la situazione di quanti hanno fatto la sua scelta?

di Pietro Orsatti su Terra

Pino Masciari se lo ricorderà per sempre il 18 ottobre 1997. In piena notte è stato prelevato da casa, con la moglie e due figli piccoli, da un mezzo reparto dei carabinieri, ed è scomparso. Scomparso dalla propria terra, dai familiari, dagli amici. Programma speciale di protezione. Pino, quando lo ricorda, si mette ancora a piangere, non per il fatto in sé ma per le conseguenze. «I miei figli hanno conosciuto la loro nonna, mia madre, solo anni dopo – racconta con la voce spezzata -. Appena in tempo prima che mamma morisse. Lei ci aveva pianto tante volte, come se fossimo morti. Non sapeva nulla di noi, di dove eravamo, di cosa stavamo facendo. Il programma prevedeva questo. Non dire nulla, a nessuno. E da quel momento, da quella notte del 1997, siamo diventati dei deportati».

Pino Masciari è tecnicamente un “testimone di giustizia”, che a differenza di un pentito o collaboratore, non è qualcuno che dopo aver commesso dei reati decide di collaborare con la giustizia, ma un libero cittadino che, avendo assistito a un reato o essendone venuto a conoscenza, decide di testimoniare. Anzi di più. Masciari è una vittima di reati. Lui, uno dei primi quattro imprenditori calabresi negli anni Ottanta e Novanta, decide di non pagare il racket verso le ’ndrine (il 3%) e verso quella che defnisce la “mafia politica” (il 6%) e, nonostante sia le forze di polizia che alcuni magistrati contattati lo sconsigliassero per la sua sopravvivenza, denuncia tutto, fa mettere a verbale nomi, eventi, intrecci. «Non potevo accettare, non volevo accettare. Io credo nello Stato, nel valore del mio lavoro, nella responsabilità. Ho detto no. E poi ho denunciato ». Senza un tentennamento e aspettandosi dallo Stato comprensione e protezione.

La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese di costruzioni edili, bruciato capannoni e mezzi per centinaia di milioni di vecchie lire, bloccato le attività delle sue società sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove si era infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operava. Tutto ciò dal giorno in cui disse il primo “no” alle pressioni mafiose dei politici e al racket della ’ndrangheta. Il 6% ai politici e il 3% ai mafiosi, ma anche angherie, assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, e poi la costruzione di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, richieste di regalare appartamenti e auto di lusso: questo il prezzo che si rifiutò di pagare.

L’avvertimento mafioso

Quel momento Pino se lo ricorda bene: «Vennero nel cantiere dove lavoravo e mi invitarono a salire in macchina. Poche decine di metri e subito la richiesta del 3%. Mi rifiutai, anzi li aggredii verbalmente in maniera dura. Mi risposero che entro 48 ore avrebbero distrutto l’intero cantiere. Io gli risposi che toccare il mio lavoro era come toccare la mia vita. Mi dissero chiaramente che toccare la mia vita per loro non era assolutamente un problema». Ci vollero anni, e decine e decine di denuncie dell’imprenditore, prima che fosse allontanato dalla sua terra per l’imminente pericolo di vita a cui si trovarono esposti, lui e la sua famiglia. Non fu un processo immediato. Prima che si arrivasse alla necessità di farlo sparire, venne letteralmente dissanguato attraverso attentati, pressioni, abusi della politica e di funzionari pubblici, fino a essere spinto alla decisione di chiudere le sue imprese, licenziando nel settembre 1994 gli ultimi 58 operai rimasti. E poi, tre anni dopo, la fuga nella notte verso una località segreta.

Cerchiamo di capire cosa significhi davvero nel nostro Paese la figura del testimone di giustizia, un termine che Pino Masciari addirittura arriva quasi a rifiutare («Io sono una vittima della criminalità»). I testimoni di giustizia sono, come già detto, persone che, assistendo a un reato o venendone a conoscenza, testimoniano davanti all’autorità giudiziaria. Non pentiti, con cui anche giuridicamente sono stati confusi per anni in un unico calderone giuridico, esempio classico dell’ottusità giuridica e amministrativa di un’Italia in cui la “testimonianza” è sempre un optional o peggio il vezzo di qualche testa calda, istituto modificato e regolamentato in una specifica legge solo nel 2001. E quando ci si trova davanti a gravi delitti di sangue, connessi ad esempio con il terrorismo o, in particolare, con la criminalità organizzata, significa rischiare la vita.

Raccogliendo la storia di Masciari, e le tante altre di altri testimoni, si scopre che, di fatto, lo Stato non ha assolutamente coperto la loro rinuncia a vivere una vita “normale” spinti dalla propria sete di giustizia. La risposta dello Stato, della politica, è stata nella maggior parte dei casi un rifiuto. Anzi, una lunga serie di rifiuti. Un rifiuto generalizzato, sia dalla destra che da parte della sinistra. Perché i testimoni di giustizia sono un piccolissimo gruppo sociale, 72 paria in quasi vent’anni, dal primo e artigianalissimo “fai da te” inaugurato da Paolo Borsellino. Se si contano anche i parenti da proteggere si parla di meno di 400 persone. Niente al confronto delle migliaia di figure (collaboratori e loro parenti) legate alla legislazione sul pentitismo. Queste “voci testimoniali” premiate con riduzioni e favori in cambio delle loro deposizioni e delazioni. Importanti, certamente. Ma il valore morale del libero testimone che sceglie di testimoniare? Sembra non essere riconosciuto. Anzi, risulta negato, da atti, burocrazie, norme, sottovalutazioni. I testimoni spesso vengono abbandonati a se stessi, in balia delle paure e a volte di disagi e soprafaazioni incredibili. Sopraffazioni morali e materiali. Testimoni di giustizia che subiscono ingiustizie proprio da chi dovrebbe proteggerli. Le persone e le fragilità. È sorprendente quanto le vicende umane siano simili, i percorsi di queste persone che hanno scelto si intrecciano, in un unico coro. Da cui emerge un dato: lo Stato li usa e poi li abbandona. Vent’anni fa e oggi. E poi non sorprendiamoci che siano solo poco più di 70 persone. Sapendo a cosa si va incontro, chi affronterebbe la perdita di tutto e contemporaneamente l’abbandono da parte dello Stato?

Pino, ad esempio, dopo che ha «fatto condannare boss e gregari di mezza Calabria, di tutte e quattro le province, uomini politici e amministratori e perfino magistrati » ha subito l’ennesima violenza: la soppressione del programma di protezione. E si è trovato, caso unico in Italia, a cominciare mostrarsi con il proprio volto in pubblico per raccontare la propria storia e i soprusi che aveva subito.

Usato e abbandonato

Ricostruiamola la vicenda. Il 27 ottobre 2004, la Commissione centrale (testimoni) del ministero degli Interni gli notifica il temine del programma speciale di protezione. Tra le motivazioni si indica che i processi erano terminati, fatto non vero visto che molti processi erano ancora in corso. Il 19 gennaio 2005, Masciari fa ricorso al Tar del Lazio contro la revoca, azione che gli permette di rimanere sotto programma di protezione in attesa di sentenza. Ma nel febbraio 2005, senza tenere conto del ricorso già in atto, la Commissione centrale del ministero dell’Interno delibera ancora una volta di «invitare il testimone di giustizia Masciari Giuseppe ad esprimere la formale accettazione della precedente delibera ricordando che alla mancata accettazione da parte del Masciari seguirà comunque la cessazione del programma speciale di protezione». E Masciari, ovviamente, si rifiuta. Fino ad arrivare al gennaio 2009: il Tar del Lazio pronuncia la sentenza riguardo al ricorso e stabilisce l’inalienabilità del diritto alla sicurezza e ordina al ministero di attuare le delibere su sicurezza, reinserimento sociale, lavorativo, risarcimento dei danni. Ma ci vorranno mesi prima che questo avvenga e che si arrivi a un accordo, ancora oggi non del tutto “delineato”, a quanto sembra. E un sciopero della fame e l’intervento sul caso addirittura del presidente Napolitano.

Ma non è finita qui. Anzi. Il 20 luglio, dopo che Pino si è recato a Palermo per partecipare alle manifestazioni per il ventisettesimo anniversario della strage di via D’Amelio ed è davanti al Tribunale di Palermo per esprimere la propria solidarietà ai magistrati che stanno indagando sulle stragi del 1992, una telefonata lo avverte che un ordigno di medio potenziale è stato piazzato sul davanzale della sede dell’ex impresa di costruzioni di famiglia, a Serra San Bruno, anzi sul davanzale di quello che è stato per decenni il suo studio. Gli artificieri, dopo averla disinnescata, hanno trovato la miccia bruciata a metà. Solo per un inconveniente non ha raggiunto la carica. «Il messaggio è stato chiaro – spiega Masciari -. È ovvio che i destinatari non fossero i miei fratelli che oggi usano quegli uffci. La coincidenza con la mia partecipazione a Palermo e ai miei interventi pubblici degli ultimi giorni è evidente». Ma nonostante il riaccendersi della paura, ovviamente, Pino non ha alcuna intenzione di mollare e di “ritirarsi” nel mondo da deportato che è stato finora il Programma di protezione: «Io sono un imprenditore, un cittadino onesto e ho denunciato e fatto condannare con la mia testimonianza i criminali, scoperchiando quel sistema di affari mafiosi che, per esempio, anche l’inchiesta why not anni dopo ha mostrato al Paese. Io non posso tornare indietro. Lo devo, lo dobbiamo, ai nostri figli e alla nostra terra. E lo dobbiamo alla nostra dignità». Poi con un sorriso sale sul palco in una villa pubblica a Riccione e inizia a parlare davanti a una folla di centinaia di villeggianti in vacanza. Come praticamente fa ogni settimana da anni in tutta Italia

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