Archivi del giorno: 18 agosto 2009

Simone Di Meo: Intervista al pm Antonio Ingroia

Simone Di Meo: Intervista al pm Antonio Ingroia.

Che cosa succederebbe se Cosa nostra decidesse di allungare le mani sul ricchissimo porto di Napoli, estromettendo i clan locali, come suggeriscono i risultati di alcune indagini della magistratura siciliana?
«Ci troveremmo davanti a due possibili ipotesi: una guerra tra mafie, o la creazione di un sistema criminale federativo. In entrambi i casi, gli scenari sono assolutamente terribili».
Per Antonino Ingroia, pm di punta del pool antimafia di Palermo ed «erede» del giudice Paolo Borsellino, tutto dipende dall’esistenza, o meno, di accordi pregressi: «Se non c’è un patto alla base, la possibilità di uno scontro tra mafia e camorra è molto elevata, anche se l’esperienza porta a considerare una eventualità diversa: che le organizzazioni criminali giungano a un rapporto di gestione comune degli interessi finanziari su base nazionale, rendendo gli investimenti sempre meno localizzati e localizzabili. In pratica, creando un unico sistema mafioso».

Una super-cupola, dunque?

«Parlerei piuttosto di un sistema mafioso integrato tra camorra, Cosa nostra e ’Ndrangheta. È in corso un processo evolutivo delle mafie, che cercano di interagire per il raggiungimento di un obiettivo unico. Ciò che si ipotizzava potesse accadere all’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio non è più una fantasia, ma una realtà».
Dottor Ingroia, gli scenari di cooperazione tra clan napoletani e siciliani si rinforzeranno, allora?
«I rapporti, su cui si è indagato negli anni Novanta, esistono tuttora e non si sono mai interrotti. Non posso entrare nel dettaglio, ma abbiamo notizie certe di collaborazioni molto solide su specifici affari illeciti»
Quali?
«Soprattutto traffico di droga e armi. Siamo sicuri che si sia creato un processo di scambio tra camorra e mafia siciliana su questi due canali: Cosa nostra rifornisce di armi i gruppi di Napoli e Caserta e, in contemporanea, acquista da loro ingenti partite di stupefacenti. Al contrario di quanto accadeva nel passato, dunque, sono i clan campani a vendere la droga alla mafia e non più viceversa».
Qualche settimana fa, indiscrezioni di stampa parlavano di un carico di tritolo giunto ai Casalesi da un deposito segreto della mafia siciliana. È possibile?
«Abbiamo notizia dell’esistenza di questa “santabarbara”, perché, nella fase stragista di attacco allo Stato, Cosa nostra accumulò un incredibile quantitativo di armi ed esplosivo, che solo in parte negli anni è stato sequestrato e che, probabilmente, si trova ancora nascosto nel Palermitano. Avendo rinunciato nel frattempo alla strategia terroristica, la mafia potrebbe aver deciso di vendere questo materiale bellico ad altre organizzazioni. E non è un caso che proprio i Casalesi siano stati interessati all’acquisto dell’esplosivo, dal momento che, da quanto leggo, hanno alzato il livello di scontro».
Proprio come fecero i Corleonesi nel 1992…
«Sì, è un paragone che regge, perché anche i Casalesi fondano il loro potere sulla intimidazione e sul controllo militare del territorio, ma con una differenza sostanziale, però: i Corleonesi, prima di inaugurare la strategia stragista, attuarono un meccanismo di trasformazione dell’organizzazione interna, dandosi una struttura piramidale e verticistica. Modello che ancora manca alla camorra, che resta una organizzazione orizzontale e di natura federativa».
Il pericolo rappresentato dai Casalesi, intanto, ha suggerito al Governo di inviare l’Esercito in Campania. Lei che ne pensa?
«Nel 1992, in Sicilia, l’invio dei militari diede dei frutti importanti, ma fu accompagnato da sforzi legislativi e di impegno finanziario davvero notevoli. Al contrario, in Campania mi sembra che la questione sia limitata soltanto all’impiego degli uomini in divisa, in un numero peraltro inferiore all’esperienza siciliana».

Quel tritolo “targato” San Luca

Quel tritolo “targato” San Luca.

Scritto da Paolo Pollichieni (www.calabriaora.it)

Il racconto del pentito Calcara a Borsellino e Pennisi

Il rapporto del Bka tedesco chiude affermativamente un interrogativo che già era stato posto meno di un anno dopo la strage di via D’Amelio: è stata la ’ndrangheta a fornire l’esplosivo per l’attentato al giudice Borsellino? Lo aveva posto il pubblico ministero Roberto Pennisi, all’epoca magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ed oggi in servizio presso la Procura nazionale antimafia, nell’ordine di cattura emesso contro don Ciccio Nirta, 72 anni, e suo fratello Giuseppe, 8o anni, contestando loro il reato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga nonché di armi da guerra ed esplosivi. Era il risultato di un’inchiesta avviata l’estate precedente quando Pennisi aveva ripreso un’indagine alla quale lavorava proprio Paolo Borsellino negli ultimi mesi prima d’essere ucciso.
Il giudice siciliano fin da marzo seguiva i collegamenti delle cosche di San Luca con i clan di Palermo e di Trapani. Era stato il pentito Vincenzo Calcara a raccontare a Borsellino d’un patto fra siciliani e calabresi per uno scambio di imponenti quantitativi di droga con armi ed esplosivo. Calcara riferì d’aver portato a termine egli stesso una missione a San Luca per consegnare ai “boss” (fece il nome dei fratelli Nirta) 160 chili di eroina.
In cambio, raccontò d’aver ricevuto 50 kalashnikov. Ma i conti non tornano: un quintale e mezzo di eroina vale 4 miliardi. Cos’altro ebbero i siciliani in cambio della droga?
Forse l’esplosivo di via D’Amelio, ipotizzava il pm Pennisi. Certo è che Borsellino nel giugno del ’92 pronunciò quelle parole: «So che è già arrivato l’esplosivo destinato a me».
Adesso, grazie al Rapporto del servizio anticrimine della Germania, abbiamo anche altro. Abbiamo  che era stato Gioacchino Schembri, un picciotto originario di Palma di Montechiaro arrestato dagli uomini della polizia tedesca il 14 aprile 1992, a dire dell’accordo raggiunto con i calabresi per l’esplosivo. Gestiva a Mannheim una pizzeria, la “Goldener Kegel”, che forniva copertura e rifugio ai latitanti di Cosa nostra. Nel suo locale si era tenuto un summit durante il quale, per la prima volta, si era parlato anche di esplosivi in grande quantità da reperire sui mercati clandestini e poi spedire in Sicilia. Grazie alla collaborazione di Heiko Kshinna, un infiltrato dell’antiterrorismo tedesco, si saprà anche che l’esplosivo era stato ceduto da uomini della ‘ndrangheta nel corso di un incontro con gli emissari di Cosa nostra avvenuto a metà giugno del ‘92. Sarà lo stesso Schembri a riferire a Borsellino, siamo ormai al dieci luglio del 1992, vale a dire nove giorni prima della strage di via D’Amelio, che buona parte dell’esplosivo cercato dai corleonesi era già stato reperito e spedito in Italia.
Ma torniamo a Vincenzo Calcara ed al suo ruolo di “ufficiale di collegamento” tra i corleonesi e i mammasantissima di San Luca. Sia nel suo memoriale consegnato a Borsellino, sia nei verbali d’interrogatorio resi al pubblico ministero Roberto Pennisi, Calcara insisterà molto sulle strette sinergie tra questi intercorrenti. Al punto da mettere il boss Francesco Nirta tra i presenti ad un delicatissimo vertice mafioso tenutosi a Roma, in via dei Coronari, alla vigilia dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi: «C’erano Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro, un potente uomo politico, il cardinale, il notaio Albano e Francesco Nirta di San Luca», dirà a Borsellino. Aggiungendo che un ufficiale dei carabinieri “dava la copertura’’ al vertice. Ancora Calcara aggiungeva: «Il motivo di questa riunione è stato perché si doveva riparare a tutti i danni che ha causato il dr. Calvi per la perdita di tantissimi miliardi. Quel giorno c’era un grande nervosismo ed erano tutti incazzati neri. Addirittura non hanno neanche pranzato. Sono stati dalle 11,00 di mattina  fino alle ore 18,00 di sera. Ricordo di avere fatto una decina di volte il caffè(ero io che versavo a tutti caffè e bevande) e poi mi sono appartato nella stanza accanto dove non potevo fare a meno di sentire tante cose».
In un suo memoriale, Vincenzo Calcara fornisce anche testimonianza della famosa “agenda rossa’’ usata da Paolo Borsellino e poi scomparsa dopo la strage di via D’Amelio. Dice che Borsellino, dopo uno dei primi colloqui informali avuti con lui, mostrando l’agenda, gli disse: «Ricordati che le cose più importanti le scrivo su questa Agenda, e poi non potrai dire di non avermele dette».
Sarebbero stati, dunque, i fratelli Francesco e Giuseppe Nirta a dare il via libera alla consegna dell’esplosivo delle stragi ai palermitani. Entrambi, però, sono scomparsi da tempo. Giuseppe Nirta, considerato il massimo esponente della ‘ndrangheta calabrese, morì che aveva 82 anni ed era agli arresti domiciliari. Aspettava l’esito del “processo Aspromonte” e stava scrivendo un memoriale.
Era il marzo del 1995,il sicario lo raggiunse sulla verandina di casa nell’abitato di Bianco.
Gli esplose contro cinque colpi di calibro 38 tutti mirati alla testa. Era stato arrestato, appunto, nel settembre del ‘92, assieme ad altre 33 persone nel corso dell’operazione denominata “Aspromonte”. Data l’età gli erano stati concessi gli arresti domiciliari. A ragione, era considerato un pezzo da novanta della storia criminale calabrese.

ComeDonChisciotte – L’OSSIMORO DELLA SPESA PUBBLICA

ComeDonChisciotte – L’OSSIMORO DELLA SPESA PUBBLICA.

DI DOMENICO DE SIMONE
nuovaeconomia.blogosfere.it

In un articolo recentemente pubblicato sul NYT (la traduzione in italiano la trovate su ComeDonChisciotte ), Paul Krugman sostiene che se la situazione dell’economia mondiale non è ancora finita nel baratro della recessione prolungata come quella del ’29, lo si deve al differente atteggiamento dei Governi e in particolare di quello degli Stati Uniti, che hanno sostenuto la domanda con forti iniezioni di spesa pubblica.

Nel 1929, il Governo assunse invece l’atteggiamento opposto di risparmiare sulla spesa e questo aiutò il tracollo. Oggi, invece, l’amministrazione Obama, pur criticabile per l’insufficienza del programma di intervento adottato, non ha contratto la spesa rifiutando le critiche di chi sostiene, soprattutto da parte repubblicana, che lo Stato deve dare ai cittadini l’esempio riducendo notevolmente il proprio budget di spesa sugli interventi.

Nella foto: Chicago, Michigan Avenue

Krugman è un economista intelligente e di grande carisma, ma devo dire che questa volta è stato anche sfortunato. Perché, infatti, proprio oggi compare la notizia che la città di Chicago, una delle più importanti degli USA, è costretta a chiudere i battenti dei propri servizi, riducendo all’osso anche quelli essenziali, perché non ha i soldi per pagarli. Sanità – tranne le emergenze-, trasporti, servizi amministrativi, raccolta spazzatura, tutto fermo. A rischio anche il servizio locale di polizia. Gli impiegati a casa senza stipendio, oggi e per ancora altri giorni in futuro. Con il crollo delle entrate fiscali, legate per lo più alle tasse sulla casa, il Comune non è in grado di pagare gli stipendi e le altre spese.

Rampini su Repubblica riferisce che anche in molte altre città degli USA la situazione è al collasso e sta causando drastici tagli ai bilanci dei Comuni a cominciare dalla riduzione del personale. È nota, poi, la gravissima situazione di dissesto dello Stato della California che ha esaurito i fondi e sta pagando con cambiali che forse in futuro, se le cose andranno meglio, saranno onorate. Peggio di un qualsiasi nostro comune dissestato e commissariato per debiti.

Tuttavia, Krugman ha ragione. Senza la spesa corrente dello Stato (e in fondo è quello che ripete la Marcegaglia al Governo da qualche mese, solo che da noi non c’è più una lira), il crollo della domanda di consumo sarebbe stato ben peggiore e le conseguenze più devastanti. Krugman le misura in circa un milione di disoccupati in più, che nella situazione attuale fanno la differenza tra una crisi gravissima e un disastro. Ha ragione, ma questo non significa che il sistema vada necessariamente in quella direzione, come dimostrano le ultime notizie.

Anche in Giappone l’incremento del PIL sostenuto dalla spesa pubblica ha provocato il panico in borsa . Per la semplice ragione che quella spesa dovrà pure essere pagata da qualcuno e se l’economia non riparte ci saranno meno tasse da incassare per pagare il debito e quindi un avvitamento peggiore della crisi. È la stessa considerazione che ha seminato la paura nelle borse occidentali nella giornata di oggi . La domanda è: dove si prendono le risorse per pagare il debito che gli stati stanno contraendo per sostenere l’economia? Lo so che negli articoli che ho linkato c’è scritto altro: che la borsa giapponese scende per l’apprezzamento dello Yen e quelle occidentali forse per prese di beneficio. Ma chiedetevi peché le borse sono scese proprio subito dopo la diffusione di dati apparentemente confortanti sui PIL in Europa e in Giappone e la risposta apparirà in tutta chiarezza. Non è vero che i traders non pongano attenzione ai fondamentali dell’economia, anzi.

E allora torniamo alla domanda. Chi paga e con quali risorse? La risposta non è affatto chiara. Che tasso di incremento del PIL sarà necessario per far fronte al mare di debiti contratti dagli Stati? Quello giapponese è palesemente insufficiente e in Europa non si sa nemmeno se si tornerà davvero in positivo. E se negli USA la spesa pubblica si riduce, andrà anche peggio.

Ma proviamo anche ad analizzarla a fondo questa domanda. È davvero una domanda sensata o stiamo ragionando intorno all’uovo e alla gallina? Perché vedete, fino agli anni sessanta la spesa pubblica era considerata un puro costo che gravava sulla produzione nazionale. Ad un certo punto ci si è accorti che continuando di quel passo, vista la crescita del settore dei servizi, la produzione nazionale sarebbe stata minore del costo dei servizi. Questo avrebbe dovuto significare impoverimento della collettività, mentre l’evidenza diceva esattamente il contrario. Insomma, i servizi sono entrati di colpo nel novero della Produzione nazionale che da allora è stata classificata come PIL, che comprende il valore di tutti i beni e i servizi prodotti. Comprende quindi anche la spesa pubblica, e non solo quella in conto investimenti, ma anche la spesa corrente. Nella formula che descrive il PIL la spesa pubblica è in genere identificata con la lettera G (che sta per Government). Insomma, come ha dimostrato Keynes ormai quasi ottant’anni fa, la spesa pubblica produce ricchezza in misura adeguata al moltiplicatore applicabile al tipo di spesa. Per fare questa spesa, però, occorre trovare le risorse, che in genere sono costituite da strumenti finanziari. Perché non c’è dubbio che le risorse umane (impiegati e operai) ci sono e per erogare servizi le risorse materiali sono pressoché irrilevanti (mentre per produrre acciaio o ceramiche sono essenziali).

E allora proviamo a chiederci che cosa sono queste risorse finanziarie essenziali per la spesa pubblica, che una volta effettuata produce ricchezza nella misura del moltiplicatore. Diciamo che una spesa di un milione ne produce almeno due in termini di ricchezza (spero che Keynes perdoni la mia rozza semplificazione, ma è giusto per dare un’idea). In che cosa consiste, dunque, quel milione senza il quale la spesa pubblica non si può fare? A Keynes sembrava davvero assurdo che per trovare quel milione fosse necessario mettersi a scavare sotto terra, trovare dell’oro, estrarlo e pulirlo, coniarlo in monete con cui pagare gli impiegati e gli operai che poi avrebbero creato ricchezza con il proprio lavoro e nel frattempo giravano i pollici nell’attesa. Se con quel lavoro si crea ricchezza, non sarebbe stato più logico e più semplice, metterli al lavoro da subito senza fargli aspettare tutta la trafila dell’estrazione del prezioso metallo che tutto può? Ma che nulla ottiene, se ricordiamo quel che dell’oro ci dice il mito di Re Mida? Sarebbe come aspettare di vincere il superenalotto per iniziare un’attività in cui tutto è pronto e in grado di funzionare perché è stato creato da noi stessi. Le probabilità di trovare una nuova minera sono praticamente identiche.

Insomma, se un ente pubblico possiede strutture organizzative, risorse umane e materiali sufficienti, per quale ragione non può funzionare? Keynes risolse il problema con il debito pubblico. Lo Stato garantisce che pagherà a chi gli presta i soldi poiché la sua attività genera più ricchezza di quella che impiega. Ma perché c’è bisogno di qualcuno che presti i soldi (in genere le banche) se le risorse per il lavoro e la produzione della ricchezza stanno già tutte lì, a disposizione dell’ente? Non è esattamente come andare a scavare per terra per trovare l’oro necessario a coniare le monete, quando quell’attività si giustifica da sola, perché produce ricchezza?

Ma insomma, la spesa pubblica, produce ricchezza o no? O meglio, essa è ricchezza in sé o la consideriamo ancora un costo, come cinquant’anni fa? Perché non può essere che per certi versi è uncosto che deve essere sostenuto dalla tasse e per altri versi è una componente della produzione di ricchezza nazionale. E che quando serve a spaventare produce debito, mentre quando deve rassicurare diventa ricchezza. Hanno ragione gli speculatori delle borse che si fanno prendere dal panico perché domani non ci saranno i soldi per i debiti, o ha ragione Krugman e il governo che facendo spesa hanno in qualche modo limitato i danni creati proprio da quelle speculazioni? E se non avessero fatto spesa pubblica ci troveremmo adesso nel baratro di una crisi economica e sociale probabilmente irreversibile (e non è detto affatto che non ci si finisca lo stesso). Quando poi, tutte le risorse produttive ci sono e sono certamente sovrabbondanti?

Perché poi lo stesso ragionamento vale per le attività delle imprese private, che producono anch’esse debito, e per il consumo delle famiglie, che pure genera debito. Insomma, qualsiasi cosa fai per creare ricchezza si genera debito che produce interessi che finiscono nelle banche. Non a caso le Banche sono praticamente proprietarie della maggior parte della produzione mondiale di beni (ad esempio del 90% di tutta la produzione chimica del mondo). E sono anche proprietarie di più del 100% delle risorse delle famiglia americane, che in pratica lavorano per pagare gli interessi sui prestiti.

Ma soprattutto decidono se il Comune erogherà o meno il servizio dell’asilo nido o del centro anziani, o della raccolta della spazzatura o dell’emissione dei certificati. E questo nonostante ci siano insegnanti, maestri, spazzini, impiegati e strutture in grado di lavorare subito senza avere alcun viatico se non la remunerazione del loro lavoro. Che però dato che produce ricchezza, si remunera da solo, senza bisogno di nessuno, basterebbe solo contare quanta ricchezza si è prodotta e remunerare con essa le attività effettuate. In fondo un impiegato, uno spazzino un insegnante, vogliono soddisfare le esigenze di tutti: una casa (e ce ne sono tante), cibo e vestiti (la cui produzione è da decenni cronicamente eccedente), divertimenti e relativi strumenti (e pure qui la produzione è per definizione in eccesso). Quindi i mezzi per pagarli ci sono, però se qualcuno non si indebita non ci sono più.

Ma insomma, perché dobbiamo fare debiti per vivere e lavorare ?

Domenico De Simone
Fonte: http://nuovaeconomia.blogosfere.it
Link: http://nuovaeconomia.blogosfere.it/2009/08/lossimoro-della-spesa-pubblica.html
17.08.2009

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni.

di Andrea Palladino – 17 agosto 2009
E nelle intercettazioni spunta un politico di nome «Altero»

C’è un filo invisibile che lega i trafficanti di rifiuti in Italia. È un canale di comunicazione privilegiato, d’oro, che mette in collegamento aziende che hanno bisogno di smaltire a basso costo i veleni con chi ha i contatti giusti per farli sparire. È un club riservato, estremamente silenzioso, ma che in Italia ha un peso sempre più invadente. Ed è parte del motore economico di quella bella fetta del prodotto interno lordo illegale che sfugge alle statistiche.

Un traffico del terribile amianto friabile, partito dall’ex fabbrica Nuova Sacelit di San Filippo del Mela, a 30 km da Messina, e sepolto a pochi chilometri da Roma, in una strada di campagna vicino Pomezia, riesce oggi a svelare una piccolissima parte del mondo sommerso dei monnezzari. Un tassello piccolo ma importante. Protagonisti della storia imprenditori, ingegneri dell’Enea, funzionari pubblici. E il ritorno inaspettato di Flavio Carboni, legato al mondo della P2 attraverso Calvi e protagonista di qualche dozzina di misteri italiani ancora insoluti. Un vero olio che ha fatto girare tanti ingranaggi nella storia d’Italia, dall’informazione, fino al mondo della finanza. E attorno a lui un sottobosco politico, con qualche nome eccellente sussurrato.

L’inchiesta che sta svelando il mondo sotterraneo del monnezza-business è condotta dalla Procura di Velletri, il secondo tribunale del Lazio. Venerdì i carabinieri dei Noe – comandati dal capitano Rajola Pescarini, lo stesso dell’inchiesta sugli inceneritori di Colleferro – hanno arrestato sei persone e imposto l’obbligo di domicilio ad altre tre. Le indagini durano da due anni, con l’uso di intercettazioni, di analisi di migliaia di file trovati nei computer degli indagati (che sarebbero poco più di cinquanta), di documenti contabili e di carte della camera di commercio. Un vero lavoro di intelligence, che sta cercando di ricostruire la fitta rete di rapporti tra almeno un centinaio di aziende che si occupano di rifiuti con i mediatori, gli stakeholder, i politici, i tecnici.

C’è una figura prevalente nell’indagine. Si tratta di un ingegnere dell’Enea, l’ente nazionale che oltre all’energia nucleare tratta materie ambientali delicatissime, quali la gestione dei rifiuti tossici e pericolosi. Si chiama Vittorio Rizzo e da almeno dieci anni si occupa di rifiuti. È l’unico del gruppo a non aver usufruito degli arresti domiciliari, proprio a causa del suo profilo e dei suoi contatti. Seguendo le sue tracce negli atti parlamentari, è citato nella gestione di discariche in Abruzzo, all’epoca del sindaco di L’Aquila Tempesta. È considerato un superesperto, e come tale sedeva nella commissione tecnica scientifica della struttura commissariale per la gestione dei rifiuti della Regione Lazio. Qui dava il suo parere “autorevole” rispetto alle autorizzazioni per l’apertura delle discariche. Per i magistrati della Procura di Velletri avrebbe così aiutato l’azienda che a Pomezia accoglieva l’amianto siciliano, che porta il nome paradossale di Ecologia srl, ad ottenere autorizzazioni non regolari. In cambio avrebbe ricevuto consulenze per migliaia di euro.

I magistrati per definire il calibro del personaggio hanno raccontato nei dettagli la sua rete di rapporti più o meno professionali. Nella sua abitazione i carabinieri hanno rinvenuto almeno 25 contratti con aziende di servizi ambientali: oltre alla Ecologia srl di Pomezia, l’elenco spazia dal gruppo Gaia di Colleferro (anche se oggi dal consorzio spiegano che non hanno più rapporti con lui), fino ai broker che facevano affluire l’amianto nella discarica vicino a Roma.

Sono i suoi contatti telefonici, però, a raccontare con maggiori dettagli il mondo degli intermediari d’affari legati ai rifiuti. Alla fine del 2007 i carabinieri scoprono che Rizzo aveva frequenti rapporti con Flavio Carboni. Chiedono ed ottengono di intercettare l’utenza telefonica del potente uomo d’affari sardo. Carboni si sta occupando da anni della gestione di un altro sito altamente inquinato, a Calancoi, in provincia di Sassari, la sua città natale. Emerge dalle conversazioni intercettate l’esistenza di quella che i magistrati definiscono una sorta di Enea parallela, una struttura cioè pronta ad appoggiare i progetti degli imprenditori amici. Nel febbraio del 2008, ad esempio, è lo stesso Flavio Carboni che detta il contenuto di una lettera che Rizzo avrebbe poi firmato su carta intestata dell’Enea. Ma si occupano anche di altri affari. Sono interessati – non si sa a che titolo – anche a “Sviluppo Italia” ed è Flavio Carboni che quando Rizzo gli chiedeva notizie rispondeva, «sono pronti… e non hai idea del potere che abbiamo». Nessuno lo mette in dubbio.

I contatti possono arrivare molto in alto se serve. Nel febbraio del 2008 Rizzo dice a Carboni di aver parlato con tale Altero, «il quale ritornerà al suo posto». Parlano poi di una persona che Carboni conosce e che andrà a fare il capo di gabinetto. Era epoca di elezioni ed in tanti facevano previsioni, scommettendo sui cavalli giusti.

L’indagine su questa parte più delicata è ovviamente tenuta nel massimo riserbo dai magistrati. Gli arresti di venerdì hanno per ora chiuso una delle tante partite, forse quella più pericolosa dal punto di vista ambientale. La fabbrica della ex Nuova Sacelit ha già provocato decine di morti tra gli operai che vi lavoravano, uccisi dalle fibre dell’amianto. La discarica di Pomezia, dove sono finite migliaia di tonnellate della fibra killer, è stata data alle fiamme pochi giorni prima degli arresti e un anno dopo il sequestro cautelativo. «Non hai idea della potenza che abbiamo», spiegava Carboni, per far capire il peso del suo nome.