Quel tritolo “targato” San Luca

Quel tritolo “targato” San Luca.

Scritto da Paolo Pollichieni (www.calabriaora.it)

Il racconto del pentito Calcara a Borsellino e Pennisi

Il rapporto del Bka tedesco chiude affermativamente un interrogativo che già era stato posto meno di un anno dopo la strage di via D’Amelio: è stata la ’ndrangheta a fornire l’esplosivo per l’attentato al giudice Borsellino? Lo aveva posto il pubblico ministero Roberto Pennisi, all’epoca magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ed oggi in servizio presso la Procura nazionale antimafia, nell’ordine di cattura emesso contro don Ciccio Nirta, 72 anni, e suo fratello Giuseppe, 8o anni, contestando loro il reato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga nonché di armi da guerra ed esplosivi. Era il risultato di un’inchiesta avviata l’estate precedente quando Pennisi aveva ripreso un’indagine alla quale lavorava proprio Paolo Borsellino negli ultimi mesi prima d’essere ucciso.
Il giudice siciliano fin da marzo seguiva i collegamenti delle cosche di San Luca con i clan di Palermo e di Trapani. Era stato il pentito Vincenzo Calcara a raccontare a Borsellino d’un patto fra siciliani e calabresi per uno scambio di imponenti quantitativi di droga con armi ed esplosivo. Calcara riferì d’aver portato a termine egli stesso una missione a San Luca per consegnare ai “boss” (fece il nome dei fratelli Nirta) 160 chili di eroina.
In cambio, raccontò d’aver ricevuto 50 kalashnikov. Ma i conti non tornano: un quintale e mezzo di eroina vale 4 miliardi. Cos’altro ebbero i siciliani in cambio della droga?
Forse l’esplosivo di via D’Amelio, ipotizzava il pm Pennisi. Certo è che Borsellino nel giugno del ’92 pronunciò quelle parole: «So che è già arrivato l’esplosivo destinato a me».
Adesso, grazie al Rapporto del servizio anticrimine della Germania, abbiamo anche altro. Abbiamo  che era stato Gioacchino Schembri, un picciotto originario di Palma di Montechiaro arrestato dagli uomini della polizia tedesca il 14 aprile 1992, a dire dell’accordo raggiunto con i calabresi per l’esplosivo. Gestiva a Mannheim una pizzeria, la “Goldener Kegel”, che forniva copertura e rifugio ai latitanti di Cosa nostra. Nel suo locale si era tenuto un summit durante il quale, per la prima volta, si era parlato anche di esplosivi in grande quantità da reperire sui mercati clandestini e poi spedire in Sicilia. Grazie alla collaborazione di Heiko Kshinna, un infiltrato dell’antiterrorismo tedesco, si saprà anche che l’esplosivo era stato ceduto da uomini della ‘ndrangheta nel corso di un incontro con gli emissari di Cosa nostra avvenuto a metà giugno del ‘92. Sarà lo stesso Schembri a riferire a Borsellino, siamo ormai al dieci luglio del 1992, vale a dire nove giorni prima della strage di via D’Amelio, che buona parte dell’esplosivo cercato dai corleonesi era già stato reperito e spedito in Italia.
Ma torniamo a Vincenzo Calcara ed al suo ruolo di “ufficiale di collegamento” tra i corleonesi e i mammasantissima di San Luca. Sia nel suo memoriale consegnato a Borsellino, sia nei verbali d’interrogatorio resi al pubblico ministero Roberto Pennisi, Calcara insisterà molto sulle strette sinergie tra questi intercorrenti. Al punto da mettere il boss Francesco Nirta tra i presenti ad un delicatissimo vertice mafioso tenutosi a Roma, in via dei Coronari, alla vigilia dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi: «C’erano Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro, un potente uomo politico, il cardinale, il notaio Albano e Francesco Nirta di San Luca», dirà a Borsellino. Aggiungendo che un ufficiale dei carabinieri “dava la copertura’’ al vertice. Ancora Calcara aggiungeva: «Il motivo di questa riunione è stato perché si doveva riparare a tutti i danni che ha causato il dr. Calvi per la perdita di tantissimi miliardi. Quel giorno c’era un grande nervosismo ed erano tutti incazzati neri. Addirittura non hanno neanche pranzato. Sono stati dalle 11,00 di mattina  fino alle ore 18,00 di sera. Ricordo di avere fatto una decina di volte il caffè(ero io che versavo a tutti caffè e bevande) e poi mi sono appartato nella stanza accanto dove non potevo fare a meno di sentire tante cose».
In un suo memoriale, Vincenzo Calcara fornisce anche testimonianza della famosa “agenda rossa’’ usata da Paolo Borsellino e poi scomparsa dopo la strage di via D’Amelio. Dice che Borsellino, dopo uno dei primi colloqui informali avuti con lui, mostrando l’agenda, gli disse: «Ricordati che le cose più importanti le scrivo su questa Agenda, e poi non potrai dire di non avermele dette».
Sarebbero stati, dunque, i fratelli Francesco e Giuseppe Nirta a dare il via libera alla consegna dell’esplosivo delle stragi ai palermitani. Entrambi, però, sono scomparsi da tempo. Giuseppe Nirta, considerato il massimo esponente della ‘ndrangheta calabrese, morì che aveva 82 anni ed era agli arresti domiciliari. Aspettava l’esito del “processo Aspromonte” e stava scrivendo un memoriale.
Era il marzo del 1995,il sicario lo raggiunse sulla verandina di casa nell’abitato di Bianco.
Gli esplose contro cinque colpi di calibro 38 tutti mirati alla testa. Era stato arrestato, appunto, nel settembre del ‘92, assieme ad altre 33 persone nel corso dell’operazione denominata “Aspromonte”. Data l’età gli erano stati concessi gli arresti domiciliari. A ragione, era considerato un pezzo da novanta della storia criminale calabrese.
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