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Antimafia Duemila – Il megalomane e lo stratega. Progetti d’autunno

Antimafia Duemila – Il megalomane e lo stratega. Progetti d’autunno.

di Redazione – 19 agosto 2009

Se la lotta alla mafia non fosse una questione “terribilmente seria”, come diceva Giovanni Falcone, e se non avessero perso la vita “i nostri figli” come ricorda senza sosta Giovanna Maggiani Chelli nei suoi accorati comunicati in cerca di giustizia, si potrebbe perfino cedere alla tentazione di farsi una bella risata.
Silvio Berlusconi, il nostro presidente del Consiglio, ahinoi, tra le tanti ragioni per cui probabilmente passerà comunque alla storia ha scelto proprio l’unica che poteva risparmiarsi: sconfiggere la mafia. E ammesso che non sia del tutto uscito di senno, c’è da scommettere che in questo suo freudiano outing si nasconda più di un motivo.
Il primo è molto semplice: riportare la consapevolezza del fenomeno mafioso all’anno zero, facendo credere agli italiani ipnotizzati dai suoi effetti speciali che la mafia sia una questione di guardie e ladri, di criminalità spicciola che si risolve solo con l’esercito e le carceri. Ci aveva già provato Mussolini e forse qualche fascista nostalgico è rimasto convinto che il duce abbia sconfitto la mafia, salvo poi richiamare in fretta e furia Cesare Mori, il prefetto di ferro, quando era andato a ficcare il naso nel cuore del potere di Cosa Nostra: la politica e gli affari.
Ecco qui il problema: Cosa Nostra, la mafia, ma anche le altre nostrane produzioni, ‘ndrangheta e Camorra, vivono da secoli per i loro legami a doppio filo con la politica, con l’imprenditoria e con alcuni pezzi delle istituzioni deviate e/o corrotte.
“Il nodo è politico”, ripeteva sempre il povero Borsellino già sbiadito a un mese esatto dall’anniversario della strage di via d’Amelio. “Ibridi connubi tra criminalità organizzata, centri di potere occulto e settori devianti dello stato hanno la responsabilità di aver tentato persino di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di aver ispirato crimini efferati”, diceva Giovanni Falcone, il grande amico di tutti, ricordato per ciò che fa comodo tranne per le sue accuse specifiche e taglienti.
Il secondo possibile motivo, dicevamo, ci sarebbe probabilmente sfuggito se non fosse arrivato, sempre via stampa, un corposo indizio. Marcello Dell’Utri, braccio destro e sinistro di Berlusconi, già condannato a nove anni e mezzo di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ha dichiarato di voler proporre, non appena ricominceranno le attività parlamentari, una commissione d’inchiesta sulle stragi del ’92. Insomma – ha spiegato al Riformista – si parla di trattativa tra stato e mafia ed è il caso di vederci chiaro.
E siamo d’accordo! E’ ora di sapere chi assieme a Cosa Nostra ha assassinato Falcone, Borsellino, la dottoressa Morvillo e gli agenti delle loro scorte.
Considerato però che tra i primi ad essere indagati come possibili mandanti esterni della strategia stragista sono stati proprio loro: Berlusconi e Dell’Utri, alfa e beta, le dichiarazioni di oggi 19 agosto 2009 suonano quanto meno inquietanti. E se il premier è noto per le sparate, il suo “mediatore con Cosa Nostra” è da prendere più sul serio. Un po’ come Riina e Provenzano, uno megalomane e l’altro stratega.
Di colpo si svegliano e vogliono combattere la mafia, proprio adesso che stanno emergendo dichiarazioni e documenti che quella trattativa potrebbero dimostrarla, proprio adesso che si potrebbero scoprire le vere finalità di quel progetto di morte che ha cambiato i connotati politici e non solo alla nostra Repubblica.
Chissà quante escort, canzonette, telenovelas, ballerine, eredità, divorzi, sexy e spy story bisognerà inventarsi per coprire quello che è il vero enorme scandalo italiano: il vincolo mafia, politica e imprenditoria che tiene sotto ricatto l’emancipazione democratica dell’Italia.

A seguito alcuni stralci delle motivazioni della sentenza che condanna Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l’archiviazione di Berlusconi e Dell’ Utri come mandanti esterni delle stragi.

Nella sentenza palermitana di primo grado (11dicembre 2004), che condanna Marcello Dell’Utri alla pena di anni nove di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, si legge letteralmente:

“Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata hanno consentito di fare luce:
sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate, Teresi,  oltre a Mangano e Cinà), sul ruolo ricoperto dallo stesso nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano, tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo FININVEST;
sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o “soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli “uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo;
sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha  continuato l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia, incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST (come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso (come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario.
Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di “cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici”.

In merito all’opera di intermediazione svolta da Marcello Dell’Utri tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli imprenditoriali di Silvio Berlusconi, i giudici sottolineano ancora che l’imputato “ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui”

“Conclusivamente, ad avviso del Collegio, Marcello DellUtri ha consapevolmente assunto, in relazione alle vicende specificamente analizzate in questo capitolo (quello del pizzo per le antenne ndr.), lo stesso ruolo del coimputato Cinà; è stato, come quest’ultimo, un anello, il più importante, di una catena che ha consolidato e rafforzato “cosa nostra”, consentendole di “agganciare” una delle più importanti realtà imprenditoriali italiane e di percepire dal rapporto estorsivo, posto in essere grazie alla intermediazione del Dell’Utri e del Cinà, un lauto guadagno economico.
L’ulteriore e decisivo tramite, al fianco dell’amico palermitano portatore diretto di interessi mafiosi.
Così operando, Marcello Dell’Utri (come Cinà), ha favorito “cosa nostra” reiterando le condotte, tenute in precedenza, anch’esse significative ai fini della responsabilità penale in ordine ai reati contestati in rubrica, la cui sussistenza viene rafforzata da quanto analizzato in questo capitolo.
Una condotta ripetitiva, quella di tramite tra gli interessi della mafia e quelli di Berlusconi, ancora una volta posta in essere da Dell’Utri anche in tempi successivi…”

Nel capitolo finale, dedicato alle considerazioni conclusive, i giudici condannano il coimputato Gaetano Cinà alla pena di anni sette di reclusione con l’accusa di associazione mafiosa e ad una pena più severa (nove anni) Marcello Dell’Utri. “Dovendosi negativamente apprezzare – scrivono – la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.
Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale.
Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.
Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda “Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda “Garraffa”.
Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.”

Motivazione sentenza di archiviazione mandanti esterni (3/05/2002)

Sebbene non sia stato possibile provare il nesso tra le stragi e i due onorevoli indagati, il gip scrive “gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori”. Rileva inoltre che “tali accertati rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all’organizzazione Cosa Nostra, costituiscono dati oggettivi che – in uno agli altri elementi relativi ai contatti e alle frequentazioni di Dell’Utri con esponenti della stessa cosca – rendono quanto meno non del tutto implausibili né peregrine le ricostruzioni offerte dai vari collaboratori di giustizia, esaminate nel presente procedimento in base alle dichiarazioni dei quali si è ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale; vi è insomma da ritenere che tali rapporti di affari con soggetti legati all’organizzazione abbiamo quantomeno legittimato agli occhi degli “uomini d’onore” l’idea che Berlusconi e Dell’Utri potessero divenire interlocutori privilegiati di Cosa Nostra”.

Per approfondire potete consultare alcuni degli articoli pubblicati da ANTIMAFIADuemila in questi anni, qui ne consigliamo alcuni ma nella sezione “Trattativa” ne troverete anche altri. Buona informazione.

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Antonio Di Pietro: Un conflitto di interessi singolare

Antonio Di Pietro: Un conflitto di interessi singolare.

Il presidente del Consiglio sputa nel piatto dove mangia e dichiara che “vorrebbe passare alla storia come uomo che ha sconfitto la mafia“. Ma questo, oltre ad essere un chiaro e singolare conflitto di interessi, e’ anche una presa per i fondelli degli italiani e dei veri eroi della lotta alla mafia, uomini del calibro di Falcone e Borsellino.

Come intende sconfiggere la mafia Silvio Berlusconi allevandola in casa? Prendendone il controllo dall’interno? Invitando alle sue solite cene private i vari Provenzano, Riina, De Stefano? I padrini di Cosa Nostra non li può comprare a buon prezzo come Bossi o Fini, se ci stringi un patto (di sangue) viene stralciata la clausola di risoluzione del contratto!

E poi, con quali voti pensa di fare la differenza politicamente nel Paese, il Cavalier nostrano, se non con quella dei sodali malavitosi?

Non è per caso lui che ha ospitato un assassino di Cosa Nostra in casa propria sotto le mentite spoglie di uno stalliere?

Non è per caso il suo partito un ottimo vivaio – nel presente Dell’Utri e, nel passato, Cuffaro – per uomini con forti relazioni con la criminalità organizzata?

Non è per caso proprio lui ad aver favorito con le leggi gli affari e l’incolumità dei criminali, attraverso la depenalizzazione dei reati finanziari, la contrazione dei tempi di prescrizione, l’eliminazione delle intercettazioni, il condono fiscale?

Non è per caso proprio il CDM da lui presieduto che ha deciso di non sciogliere il comune di Fondi per infiltrazioni della ‘Ndrangheta, dopo 17 arresti e più di 500 cartelle di atti giudiziari testimonianza della collusione tra la giunta Pdl e criminali organizzati?

Non è per caso lui che trattò, come ci dice la sentenza di primo grado che ha condannato a nove anni Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, con i padrini delle cosche accordi e favori economici per le sue aziende, oltre la nascita di Forza Italia?

Presidente del Consiglio, come ho scritto appena due giorni fa, il suo è il governo del “favoreggiamento alla mafia” e passerà alla storia per aver rafforzato economicamente e fatto penetrare fin nei più alti ranghi delle istituzioni il flagello della criminalità organizzata.

Riporto per non dimenticare uno stralcio della sentenza che riguarda Marcello Dell’Utri e che non leggerete mai sui giornali (leggi il testo integrale). Stampatelo e diffondetelo tra i vostri amici e conoscenti perché la menzogna si combatte con l’informazione.

Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale.

ComeDonChisciotte – PERCHÈ LE CIVILIZZAZIONI CROLLANO

ComeDonChisciotte – PERCHÈ LE CIVILIZZAZIONI CROLLANO.

DI PETER SAUNDERS carolynbaker.net/

La domanda cruciale è se siamo capaci di prendere la decisione giusta; e non è per niente ovvio che ci troviamo in una posizione migliore per farlo rispetto alle passate società
—Professor Peter Saunders, Institute of Science in Society

Una lezione per il cambiamento climatico

La società moderna è dal punto di vista tecnologico di gran lunga superiore a qualunque società del passato, abbiamo tutti i mezzi per arrestare i peggiori effetti del cambiamento climatico e adattarci a quelli che non possiamo evitare. La storia, tuttavia, ci mostra che la ragione più comune per cui società crollano non è l’inadeguatezza della scienza o della tecnologia, ma l’incapacità di prendere decisioni difficili necessarie per la sopravvivenza.

Sopravvivere a disastri ambientali

Mentre il mondo affronta la sfida del cambiamento climatico, è istruttivo ricordare che questa non è assolutamente la prima volta che l’uomo deve fare i conti con simili problemi. Molte società si sono ritrovate in seria difficoltà per via di uno sgradito cambiamento nel loro ambiente. Può essere stato qualcosa su cui non avevano alcun controllo, come l’inizio della piccola era glaciale nel quindicesimo secolo, o qualcosa causato da loro stessi, fin troppo spesso col deforestamento, o forse una combinazione dei due. Alcune società sono sopravvissute, altre no.

Molto prima che gli spagnoli arrivassero, i maia dell’America centrale avevano già abbondanato le lore magnifiche città a causa della siccità. La deforestazione distrusse la società dell’Isola di Pasqua che aveva eretto le famose statue, sebbene una popolazione molto ridotta continuò a vivere sull’isola. Altri, come i coloni novegesi in Groenlandia e gli abitanti originari delle isola di Pitcairn, si sono completamenti estinti.

Al contrario, gli inuit che arrivarono in Groenlandia quando gli insediamenti norreni stavano prosperando sono ancora lì. Nel diciottesimo secolo, lo shogunato giapponese invertì la deforestazione che stava minacciando il loro modo di vita. Gli abitanti di Tikopia, una minuscola isola nel Pacifico, hanno adottato un’intera serie di misure che gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente difficile; una delle più sorprendenti fu, quattrocento anni fa, l’uccisione di tutti i maiali—animali molto rispettati in Melanesia e, un tempo, pricipale fonte di proteine—in quanto inefficienti a sfamare gli uomini.

Le società crollano non riuscendo a prendere azioni decisive

Nel suo affascinante libro “Collapse” [1], Jared Diamond descrive e analizza questi e altri esempi e cerca elementi in comune che possano aiutare a spiegare perché alcune civilizzazioni sono sopravvissute a sfide ambientali e altre no.

Ci sono molte ragioni per cui società non sono riuscite a farcela. Possono non aver anticipato il problema, e quindi non aver cercato né di arrestarlo, né di assicurarsi di essere pronti quando esso si presentò. I maya avrebbero potuto affrontare in modo migliore la grande siccità del nono secolo se avessero saputo che certe cose potevano accadere anche nella loro parte di mondo. Sfortunatamente, l’ultima grande siccità era avvenuta nel terzo secolo ed era stata dimenticata. I maya preservavano documenti meticolosi, ma solo di cose che ritenevano importanti come le imprese dei loro re, non di cose secondarie come i dati climatici.

Una società può anche non essere conspavole di un grave problema quando è incombente, specialmente se il suo effetto si dispiega lentamente. Un aumento della temperatura media di uno o due gradi ogni secolo può essere facilmente mascherato da fluttuazioni annuali o ignorato come parte di un qualche ciclo.

Può anche accadere che il problema sia troppo arduo. Se vivi già un’esistenza marginale su un’isola isolata nel Pacifico del sud e le precipitazioni diminuiscono, non c’è molto che tu possa fare.

Diamond ha scoperto che in molte delle società da lui studiate, il motivo più comune per il loro declino non fu nessuno dei suddetti, bensì il non aver intrapreso azioni decisive che avrebbero potuto salvarli. Sorprendentemente, anche quando diventò ovvio che c’era un problema serio, poco o nulla fu fatto per affrontarlo.

Perché le società non riescono a salvarsi?

Perché una società consapevole di essere in pericolo non dovrebbe fare di tutto pur di sopravvivere? Ci sono alcune possibili motivazioni, molte delle quali derivano dal fatto che una società non è un individuo ma un insieme di esseri umani. Ci possono essere conflitti di interessi significativi e questi portano a decisioni che vanno bene ad una fazione, ma non sono nel miglior interesse dell’intera società.

La fonte di conflitto più ovvia è che gli interessi del governante o dell’elite spesso non combaciano con quelli del resto della popolazione. È facile pensare ad esempi, dai capi che devolsero così tanto delle risorse dell’ Isola di Pasqua nella costruzione delle famose statue (sperperare enormi quantità in progetti di prestigio è un difetto comune dei governanti) fino ai proprietari delle compagnie che stanno radendo al suolo le foreste pluviali e ai politici che permettono che ciò accada. Perfino ad un gruppo che non ha molto potere intrinseco può essere concesso ciò che vuole se è più determinato ad ottenerlo di quanto lo sia la maggioranza ad opporsi. Questo è, alla fine, il motivo per cui continuiamo a sovvenzionare pescatori nonostante i mari siano sovrappescati.

C’è anche la cosiddetta “tragedy of the commons” [“tragedia dei beni comuni”, ndt]: un pescatore pesca più pesce di quanto sa dovrebbe perché teme che, se esitasse nella speranza di conservare delle scorte, altri pescatori se lo prenderebbero [2].

Le società hanno anche valori profondamente radicati e trovano molto difficile agire in un modo che risulti contraddittorio con essi. Un esempio ovvio è rappresentato dai tabù religiosi, sebbene i valori non devono necessariamente essere espressi in termini di religione. I norreni della Groenlandia, per esempio, ridussero le loro probabilità di sopravvivenza mantenendosi il più vicino possibile alle tradizioni e alle pratiche agricole norvegesi [3], e rifiutandosi di imparare dagli Inuit.

Sopravviveremo al cambiamento climatico?

Se il crollo delle società dipendesse di norma da uno dei tre fattori identificati da Diamonds—incapacità di anticipare il problema, non esserne coscienti nel momento in cui si materializza, e mancanza di tecnologia per affrontarlo—potremmo essere molto fiduciosi per quanto riguarda le nostre prospettive. È trascorso più di un secolo da quando Arrhenius mostrò che se bruciassimo troppi combustibili fossili la Terra si surriscalderebbe, quindi tutto ciò non è completamente una sorpresa. Meteorologi e climatologi hanno misurato la tendenza ascensionale nella temperatura media e l’hanno comparata alla concentrazione di gas serra, di conseguenza conosciamo la portata del problema. Siamo già in possesso di tecnologie per limitare il cambiamento climatico e mitigare i suoi effetti (vedi Which Energy? [4] e Food Futures Now: *Organic *Sustainable *Fossil Fuel Free [5]) e molto altro è in fase di sviluppo (vedi SiS 31-44). La domanda cruciale è se ci troviamo in una posizione migliore per prendere la decisione giusta; e non è per nulla scontanto che ci troviamo in una posizione migliore per farlo rispetto alle società passate.

Il problema che sta di fronte a noi è di portata planetaria e per risolverlo abbiamo bisogno di cooperazione ad un livello globale fino ad oggi mai raggiunto. Qualunque accordo finalizzato a limitare il cambiamento climatico dovrà tener conto degli interessi divergenti dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo. La “tragedia dei beni comuni” opera allo stesso modo sia nel caso dei singoli pescatori, sia nel caso di una flotta da pesca nazionale. Ancor peggio, può agire ad entrambi i livelli simultaneamente.

Ci sono due seri ostacoli al raggiungimento di una soluzione di quetsi conflitti. Prima di tutto, ogni società ha una qualche forma di governo, a partire da un leader autocratico fino ad un congresso informale dell’intera comunità, o qualcosa tra i due. Ovviamente, la forma di governo influenza il processo decisionale. Diamonds sostiene che le società organizzate secondo una di queste due forme di governo estreme sono più capaci di affrontare sfide ambientali che le società organizzate secondo una forma di governo intermedia. Dato che non esiste alcun governo mondiale, formale o informale, ci troviamo a dover prendere decisioni molto difficili senza alcuna struttura per raggiungere delle scelte e senza mezzi per implementarle.

In secondo luogo, tentativi di superare i conflitti di interesse tra gli stati devono tener conto allo stesso tempo di quelli interni agli stati. Dato che le conseguenze di qualunque accordo hanno un impatto diverso su gruppi diversi, un paese potrebbe risultare incapace di fare una concessione contro cui una forte minorza sia fermamente opposta. Molti dei 44 democratici della Camera dei Rappresentanti statunitense che hanno quasi impedito il passaggio della proposta di legge sul cambiamento climatico venivano da stati che sono o produttori di carbone oppure altamente dipendenti da esso [6]. È troppo presto per sapere quanto la lotta per far passare la proposta di legge al Senato influirà sulla posizione di negoziazione degli Stati Uniti, ma ciò mostra come ci possa essere un effetto moltiplicatore. Un gruppo ristretto, ma determinato, all’interno di una società può condizionare in modo significativo l’intero mondo, sebbene in relazione sia un gruppo molto piccolo.

Quindi ciò che Diamonds ha identificato come l’ostacolo più arduo per aver successo è diventato doppiamente stratificato e ancor più difficile da superare. Non dovremmo arrenderci al pessimismo, ma non dovremmo neanche sottovalutare la portata della sfida davanti a noi.

Come possiamo salvarci

È facile illudersi e pensare che il cambiamento climatico non avverrà o, anche se avverà, noi che viviamo nel mondo sviluppato saremo immuni dalle sue conseguenze.

Il cambiamento climatico sta avvenendo, e le conseguenze saranno di portata globale; e se non facciamo qualcosa, presto diverranno anche peggiori. Se non agiamo in fretta ed efficacemente, la nostra società potrebbe crollare. La specie umana probabilmente non si estinguerebbe, ma potremmo sempre soffrire lo stesso destino dei Maya: verremmo ridotti ad un popolazione marginale, molto più ristretta e a carattere agrario. Se pensi che ciò sia in fin dei conti una prospettiva attraente, pensa alle agitazioni sociali, alle guerre, alle carestie e agli altri disastri che accadrebbero nel frattempo.

Siamo in possesso delle conoscenze e delle tecnologie necessarie per evitare la catastrofe. Inoltre, come lo Stern Report [7] ha mostrato (“The Economics of Climate Change” [8]), la possiamo evitare ad un prezzo facilmente sostenibile. La domanda è se ne abbiamo la volontà e una prima prova consisterà nell’esser capaci di preservare le rimanenti foreste del mondo.

La deforestazione è stato un fattore determinante in molti crolli di società poiché gli alberi assolvono numerose funzioni vitali, come mantenere stabile il terreno di pendii, fornire legname per abitazioni e barche, rimuovere il biossido di carbonio dall’atmosfera e, soprattutto, aiutare a stabilizzare il clima. Sfortunatamente crescono molto lentamente. Una volta che una foresta è stata rasata al suolo serve molto tempo perché ricresca, nel caso possa ricrescere. La nostra società, come molte prima di noi, sta sperperando questa risorsa. Sembriamo incapaci di fermare la distruzione delle foreste pluviali in Amazzonia e in Indonesia sebbene lo Stern Report ha mostrato che ciò sarebbe di gran lunga il contributo economicamente più vantaggioso per attenuare il cambiamento climatico. Il secondo contributo più efficace consisterebbe nel rimboschimento di aree già deforestate (vedi anche “Saving and Restoring Forests Saves Far More Carbon Emissions than Biofuels”, SiS 37 [9]).

Ciò necessiterebbe di cooperazione internazionale, poiché le foreste che devono essere preservate si trovano principalmente nei paesi in via di sviluppo, dato che quelle dei paesi sviluppati sono state rasate al suolo già da molto tempo (“Old Growth Forests Are Carbon Sinks and Must Be Protected”, SiS 40 [10]).

Se non riusciamo a trovare un modo di collaborare nemmeno su questa questione, è dura pensare di poter cooperare su problemi più ardui quali la riduzione dei combustibili fossili, permettendo ai paesi in via di sviluppo di elevare i loro standard di vita allo stesso tempo.

Il pericolo non è che non si faccia nulla riguardo al cambiamento climatico, specialmente ora che gli Stati Uniti e la Cina sono a bordo. È che ciò che faremo sarà troppo poco e in ritardo. Gli effetti si accumulano e più a lungo aspettiamo, più difficile sarà il nostro compito. È già troppo tardi per cominciare con atti simbolici e buone intenzioni. Dobbiamo veramente cambiare le cose e comiciare a cambiarle adesso.

Peter Saunders
Fonte: http://carolynbaker.net
Link: http://carolynbaker.net/site/content/view/1215/1/
29.07.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALBERTO TADDEI

Fonti:

1. Diamond J. Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed. Viking Penguin, New York, 2005.
2. Hardin G.  The tragedy of the commons. Science, 162, 1243-1248, 1968.
3. Twentieth century examples of a society refusing to learn how to live in a different environment are provided by Noel Coward in his song Mad Dogs and Englishmen, e.g., “In the Malay States there are hats like plates, which the Britishers won’t wear.”
4. Ho MW, Bunyard P, Saunders PT, Bravo E and Gala R. Which Energy? Institute of Science in Society, London, 2006, http://www.i-sis.org.uk/which_energy.php
5. Ho MW, Burcher S, Lim LC et al. Food Futures Now: *Organic, *Sustainable, *Fossil Fuel Free. Institute of Science in Society, London, 2008, ISBN 0-954-44923-4-X, http://www.i-sis.org.uk/foodFutures.php
6. “House passes bill to address threat of climate change”, Jim Broder, New York Times, 26 June, 2009.   http://www.nytimes.com/2009/06/27/us/politics/27climate.html
7. Stern N. The Economics of Climate Change. Cambridge University Press, Cambridge, 2007, ISBN 0-521-70080-9. http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/+/http://www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/stern_review_report.cfm
8. Saunders PT The economics of climate change. Science in Society 33, 20-23, 2007.
9. Ho MW. Saving and restoring forests saves far more carbon emissions that biofuels. Science in Society 37, 17, 2008.
10. Ho MW. Old growth forests are carbon sinks and must be protected. Science in Society 40, 29-30, 2008.