ComeDonChisciotte – PERCHÈ LE CIVILIZZAZIONI CROLLANO

ComeDonChisciotte – PERCHÈ LE CIVILIZZAZIONI CROLLANO.

DI PETER SAUNDERS carolynbaker.net/

La domanda cruciale è se siamo capaci di prendere la decisione giusta; e non è per niente ovvio che ci troviamo in una posizione migliore per farlo rispetto alle passate società
—Professor Peter Saunders, Institute of Science in Society

Una lezione per il cambiamento climatico

La società moderna è dal punto di vista tecnologico di gran lunga superiore a qualunque società del passato, abbiamo tutti i mezzi per arrestare i peggiori effetti del cambiamento climatico e adattarci a quelli che non possiamo evitare. La storia, tuttavia, ci mostra che la ragione più comune per cui società crollano non è l’inadeguatezza della scienza o della tecnologia, ma l’incapacità di prendere decisioni difficili necessarie per la sopravvivenza.

Sopravvivere a disastri ambientali

Mentre il mondo affronta la sfida del cambiamento climatico, è istruttivo ricordare che questa non è assolutamente la prima volta che l’uomo deve fare i conti con simili problemi. Molte società si sono ritrovate in seria difficoltà per via di uno sgradito cambiamento nel loro ambiente. Può essere stato qualcosa su cui non avevano alcun controllo, come l’inizio della piccola era glaciale nel quindicesimo secolo, o qualcosa causato da loro stessi, fin troppo spesso col deforestamento, o forse una combinazione dei due. Alcune società sono sopravvissute, altre no.

Molto prima che gli spagnoli arrivassero, i maia dell’America centrale avevano già abbondanato le lore magnifiche città a causa della siccità. La deforestazione distrusse la società dell’Isola di Pasqua che aveva eretto le famose statue, sebbene una popolazione molto ridotta continuò a vivere sull’isola. Altri, come i coloni novegesi in Groenlandia e gli abitanti originari delle isola di Pitcairn, si sono completamenti estinti.

Al contrario, gli inuit che arrivarono in Groenlandia quando gli insediamenti norreni stavano prosperando sono ancora lì. Nel diciottesimo secolo, lo shogunato giapponese invertì la deforestazione che stava minacciando il loro modo di vita. Gli abitanti di Tikopia, una minuscola isola nel Pacifico, hanno adottato un’intera serie di misure che gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente difficile; una delle più sorprendenti fu, quattrocento anni fa, l’uccisione di tutti i maiali—animali molto rispettati in Melanesia e, un tempo, pricipale fonte di proteine—in quanto inefficienti a sfamare gli uomini.

Le società crollano non riuscendo a prendere azioni decisive

Nel suo affascinante libro “Collapse” [1], Jared Diamond descrive e analizza questi e altri esempi e cerca elementi in comune che possano aiutare a spiegare perché alcune civilizzazioni sono sopravvissute a sfide ambientali e altre no.

Ci sono molte ragioni per cui società non sono riuscite a farcela. Possono non aver anticipato il problema, e quindi non aver cercato né di arrestarlo, né di assicurarsi di essere pronti quando esso si presentò. I maya avrebbero potuto affrontare in modo migliore la grande siccità del nono secolo se avessero saputo che certe cose potevano accadere anche nella loro parte di mondo. Sfortunatamente, l’ultima grande siccità era avvenuta nel terzo secolo ed era stata dimenticata. I maya preservavano documenti meticolosi, ma solo di cose che ritenevano importanti come le imprese dei loro re, non di cose secondarie come i dati climatici.

Una società può anche non essere conspavole di un grave problema quando è incombente, specialmente se il suo effetto si dispiega lentamente. Un aumento della temperatura media di uno o due gradi ogni secolo può essere facilmente mascherato da fluttuazioni annuali o ignorato come parte di un qualche ciclo.

Può anche accadere che il problema sia troppo arduo. Se vivi già un’esistenza marginale su un’isola isolata nel Pacifico del sud e le precipitazioni diminuiscono, non c’è molto che tu possa fare.

Diamond ha scoperto che in molte delle società da lui studiate, il motivo più comune per il loro declino non fu nessuno dei suddetti, bensì il non aver intrapreso azioni decisive che avrebbero potuto salvarli. Sorprendentemente, anche quando diventò ovvio che c’era un problema serio, poco o nulla fu fatto per affrontarlo.

Perché le società non riescono a salvarsi?

Perché una società consapevole di essere in pericolo non dovrebbe fare di tutto pur di sopravvivere? Ci sono alcune possibili motivazioni, molte delle quali derivano dal fatto che una società non è un individuo ma un insieme di esseri umani. Ci possono essere conflitti di interessi significativi e questi portano a decisioni che vanno bene ad una fazione, ma non sono nel miglior interesse dell’intera società.

La fonte di conflitto più ovvia è che gli interessi del governante o dell’elite spesso non combaciano con quelli del resto della popolazione. È facile pensare ad esempi, dai capi che devolsero così tanto delle risorse dell’ Isola di Pasqua nella costruzione delle famose statue (sperperare enormi quantità in progetti di prestigio è un difetto comune dei governanti) fino ai proprietari delle compagnie che stanno radendo al suolo le foreste pluviali e ai politici che permettono che ciò accada. Perfino ad un gruppo che non ha molto potere intrinseco può essere concesso ciò che vuole se è più determinato ad ottenerlo di quanto lo sia la maggioranza ad opporsi. Questo è, alla fine, il motivo per cui continuiamo a sovvenzionare pescatori nonostante i mari siano sovrappescati.

C’è anche la cosiddetta “tragedy of the commons” [“tragedia dei beni comuni”, ndt]: un pescatore pesca più pesce di quanto sa dovrebbe perché teme che, se esitasse nella speranza di conservare delle scorte, altri pescatori se lo prenderebbero [2].

Le società hanno anche valori profondamente radicati e trovano molto difficile agire in un modo che risulti contraddittorio con essi. Un esempio ovvio è rappresentato dai tabù religiosi, sebbene i valori non devono necessariamente essere espressi in termini di religione. I norreni della Groenlandia, per esempio, ridussero le loro probabilità di sopravvivenza mantenendosi il più vicino possibile alle tradizioni e alle pratiche agricole norvegesi [3], e rifiutandosi di imparare dagli Inuit.

Sopravviveremo al cambiamento climatico?

Se il crollo delle società dipendesse di norma da uno dei tre fattori identificati da Diamonds—incapacità di anticipare il problema, non esserne coscienti nel momento in cui si materializza, e mancanza di tecnologia per affrontarlo—potremmo essere molto fiduciosi per quanto riguarda le nostre prospettive. È trascorso più di un secolo da quando Arrhenius mostrò che se bruciassimo troppi combustibili fossili la Terra si surriscalderebbe, quindi tutto ciò non è completamente una sorpresa. Meteorologi e climatologi hanno misurato la tendenza ascensionale nella temperatura media e l’hanno comparata alla concentrazione di gas serra, di conseguenza conosciamo la portata del problema. Siamo già in possesso di tecnologie per limitare il cambiamento climatico e mitigare i suoi effetti (vedi Which Energy? [4] e Food Futures Now: *Organic *Sustainable *Fossil Fuel Free [5]) e molto altro è in fase di sviluppo (vedi SiS 31-44). La domanda cruciale è se ci troviamo in una posizione migliore per prendere la decisione giusta; e non è per nulla scontanto che ci troviamo in una posizione migliore per farlo rispetto alle società passate.

Il problema che sta di fronte a noi è di portata planetaria e per risolverlo abbiamo bisogno di cooperazione ad un livello globale fino ad oggi mai raggiunto. Qualunque accordo finalizzato a limitare il cambiamento climatico dovrà tener conto degli interessi divergenti dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo. La “tragedia dei beni comuni” opera allo stesso modo sia nel caso dei singoli pescatori, sia nel caso di una flotta da pesca nazionale. Ancor peggio, può agire ad entrambi i livelli simultaneamente.

Ci sono due seri ostacoli al raggiungimento di una soluzione di quetsi conflitti. Prima di tutto, ogni società ha una qualche forma di governo, a partire da un leader autocratico fino ad un congresso informale dell’intera comunità, o qualcosa tra i due. Ovviamente, la forma di governo influenza il processo decisionale. Diamonds sostiene che le società organizzate secondo una di queste due forme di governo estreme sono più capaci di affrontare sfide ambientali che le società organizzate secondo una forma di governo intermedia. Dato che non esiste alcun governo mondiale, formale o informale, ci troviamo a dover prendere decisioni molto difficili senza alcuna struttura per raggiungere delle scelte e senza mezzi per implementarle.

In secondo luogo, tentativi di superare i conflitti di interesse tra gli stati devono tener conto allo stesso tempo di quelli interni agli stati. Dato che le conseguenze di qualunque accordo hanno un impatto diverso su gruppi diversi, un paese potrebbe risultare incapace di fare una concessione contro cui una forte minorza sia fermamente opposta. Molti dei 44 democratici della Camera dei Rappresentanti statunitense che hanno quasi impedito il passaggio della proposta di legge sul cambiamento climatico venivano da stati che sono o produttori di carbone oppure altamente dipendenti da esso [6]. È troppo presto per sapere quanto la lotta per far passare la proposta di legge al Senato influirà sulla posizione di negoziazione degli Stati Uniti, ma ciò mostra come ci possa essere un effetto moltiplicatore. Un gruppo ristretto, ma determinato, all’interno di una società può condizionare in modo significativo l’intero mondo, sebbene in relazione sia un gruppo molto piccolo.

Quindi ciò che Diamonds ha identificato come l’ostacolo più arduo per aver successo è diventato doppiamente stratificato e ancor più difficile da superare. Non dovremmo arrenderci al pessimismo, ma non dovremmo neanche sottovalutare la portata della sfida davanti a noi.

Come possiamo salvarci

È facile illudersi e pensare che il cambiamento climatico non avverrà o, anche se avverà, noi che viviamo nel mondo sviluppato saremo immuni dalle sue conseguenze.

Il cambiamento climatico sta avvenendo, e le conseguenze saranno di portata globale; e se non facciamo qualcosa, presto diverranno anche peggiori. Se non agiamo in fretta ed efficacemente, la nostra società potrebbe crollare. La specie umana probabilmente non si estinguerebbe, ma potremmo sempre soffrire lo stesso destino dei Maya: verremmo ridotti ad un popolazione marginale, molto più ristretta e a carattere agrario. Se pensi che ciò sia in fin dei conti una prospettiva attraente, pensa alle agitazioni sociali, alle guerre, alle carestie e agli altri disastri che accadrebbero nel frattempo.

Siamo in possesso delle conoscenze e delle tecnologie necessarie per evitare la catastrofe. Inoltre, come lo Stern Report [7] ha mostrato (“The Economics of Climate Change” [8]), la possiamo evitare ad un prezzo facilmente sostenibile. La domanda è se ne abbiamo la volontà e una prima prova consisterà nell’esser capaci di preservare le rimanenti foreste del mondo.

La deforestazione è stato un fattore determinante in molti crolli di società poiché gli alberi assolvono numerose funzioni vitali, come mantenere stabile il terreno di pendii, fornire legname per abitazioni e barche, rimuovere il biossido di carbonio dall’atmosfera e, soprattutto, aiutare a stabilizzare il clima. Sfortunatamente crescono molto lentamente. Una volta che una foresta è stata rasata al suolo serve molto tempo perché ricresca, nel caso possa ricrescere. La nostra società, come molte prima di noi, sta sperperando questa risorsa. Sembriamo incapaci di fermare la distruzione delle foreste pluviali in Amazzonia e in Indonesia sebbene lo Stern Report ha mostrato che ciò sarebbe di gran lunga il contributo economicamente più vantaggioso per attenuare il cambiamento climatico. Il secondo contributo più efficace consisterebbe nel rimboschimento di aree già deforestate (vedi anche “Saving and Restoring Forests Saves Far More Carbon Emissions than Biofuels”, SiS 37 [9]).

Ciò necessiterebbe di cooperazione internazionale, poiché le foreste che devono essere preservate si trovano principalmente nei paesi in via di sviluppo, dato che quelle dei paesi sviluppati sono state rasate al suolo già da molto tempo (“Old Growth Forests Are Carbon Sinks and Must Be Protected”, SiS 40 [10]).

Se non riusciamo a trovare un modo di collaborare nemmeno su questa questione, è dura pensare di poter cooperare su problemi più ardui quali la riduzione dei combustibili fossili, permettendo ai paesi in via di sviluppo di elevare i loro standard di vita allo stesso tempo.

Il pericolo non è che non si faccia nulla riguardo al cambiamento climatico, specialmente ora che gli Stati Uniti e la Cina sono a bordo. È che ciò che faremo sarà troppo poco e in ritardo. Gli effetti si accumulano e più a lungo aspettiamo, più difficile sarà il nostro compito. È già troppo tardi per cominciare con atti simbolici e buone intenzioni. Dobbiamo veramente cambiare le cose e comiciare a cambiarle adesso.

Peter Saunders
Fonte: http://carolynbaker.net
Link: http://carolynbaker.net/site/content/view/1215/1/
29.07.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALBERTO TADDEI

Fonti:

1. Diamond J. Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed. Viking Penguin, New York, 2005.
2. Hardin G.  The tragedy of the commons. Science, 162, 1243-1248, 1968.
3. Twentieth century examples of a society refusing to learn how to live in a different environment are provided by Noel Coward in his song Mad Dogs and Englishmen, e.g., “In the Malay States there are hats like plates, which the Britishers won’t wear.”
4. Ho MW, Bunyard P, Saunders PT, Bravo E and Gala R. Which Energy? Institute of Science in Society, London, 2006, http://www.i-sis.org.uk/which_energy.php
5. Ho MW, Burcher S, Lim LC et al. Food Futures Now: *Organic, *Sustainable, *Fossil Fuel Free. Institute of Science in Society, London, 2008, ISBN 0-954-44923-4-X, http://www.i-sis.org.uk/foodFutures.php
6. “House passes bill to address threat of climate change”, Jim Broder, New York Times, 26 June, 2009.   http://www.nytimes.com/2009/06/27/us/politics/27climate.html
7. Stern N. The Economics of Climate Change. Cambridge University Press, Cambridge, 2007, ISBN 0-521-70080-9. http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/+/http://www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/stern_review_report.cfm
8. Saunders PT The economics of climate change. Science in Society 33, 20-23, 2007.
9. Ho MW. Saving and restoring forests saves far more carbon emissions that biofuels. Science in Society 37, 17, 2008.
10. Ho MW. Old growth forests are carbon sinks and must be protected. Science in Society 40, 29-30, 2008.

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