Archivi del giorno: 21 agosto 2009

Blog di Beppe Grillo – L’impossibile è possibile

Incredibile questa storia: ma alla fine non si tratta di miracolo ma di effettiva comprensione della malattia. Le lezioni che si traggono sono secondo me:

  • L’inquinamento è causa di molte malattie, e una disintossicazione adeguata può guarire.
  • L’impossibile è possible: non bisogna arrendersi alla malattia

Blog di Beppe Grillo – L’impossibile è possibile.

L’impossibile è possibile. Vinciamo noi!
Matteo Dall’Osso ha vinto la sclerosi multipla, non si è mai arreso. Solo chi si arrende può essere sconfitto. Chi volesse contattarlo per chiedergli aiuto o un consiglio può farlo attraverso il suo forum.

Caro Beppe,
in questo momento ho una grandissima gioia nel cuore! Non so nemmeno da dove iniziare, mi mancano le parole e conoscendomi è quasi impossibile!
Sai… non ti voglio annoiare, so che ricevi tante mail ogni giorno. Forse dovrei iniziare dalla fine, cioè da quando ci siamo incontrati e conosciuti… Era per lo spettacolo a Bologna per sostenere Giovanni Favia (poi eletto consigliere comunale a Bologna, ndr)… Io ero un ragazzo che assieme a tutti gli altri hanno contribuito a questo splendido risultato!
Sono quel ragazzo che nel video di Nick a 5’21” prendo la parola per quei 5 secondi, clicca qui
Sai sotto al palco ti avevo a un metro di distanza e vedevo che stringevi mani, facevi autografi, ti preparavi, anche perchè poi subito dopo saresti dovuto scappare. Avrei voluto fermarti e raccontarti di me o salire sul palco e raccontare di me alle persone, ma il tempo (il brutto tempo purtroppo), non ce l’ha permesso. Sì perchè i ragazzi della Lista la mia storia già la conoscevano e per questo mi avevano messo in scaletta, peccato… sarà per la prossima volta, e conoscendo i ragazzi (tutte persone davvero in gamba!) sono certo non mancherà occasione!
Scusami… ho divagato un attimo, in teoria avrei dovuto parlarti di me e della ragione per la quale ti sto scrivendo e non so nemmeno da dove iniziare. Potrei farlo con:
Caro Beppe, mi chiamo Matteo Dall’Osso, oggi ho 31 anni, quando ne avevo 19 mi diagnosticarono malato di sclerosi multipla, poi diventata secondariamente progressiva (una malattia che non lascia scampo), ero arrivato a non muovere più le gambe (ero su una sedia a rotelle), non muovevo una mano, non vedevo più da un occhio e non riuscivo più nemmeno a parlare e ora è tutto un brutto ricordo che nemmeno quando avevo 15 anni stavo così bene!
Lo so sembra uno spot pubblicitario, ma è davvero tutto vero! Quando avevo 28 anni e stavo vivendo questo dramma riuscii a capire di essere fortemente intossicato dai metalli pesanti e disintossicandomi con un protocollo americano noto da 40 anni (terapia chelante con protocollo ACAM) tutte le mie sofferenze sono solo un brutto ricordo. Ho realizzato un sito web e dato la possibilità a tutte le persone di leggere la mia storia, www.matteodallosso.org.
Ho sempre pensato che la “conoscenza” debba essere accessibile a tutti, in maniera facile e sopratutto gratuita! Sai non penso di aver scoperto nulla, ho semplicemente messo in serie tante piccole/grandi dimostrazioni e scoperte già fatte da altre persone e dottori. Se un giorno mai dovessi leggerla mi farebbe molto piacere avere la tua opinione! Se poi mai un giorno mi dovessi contattare, se mai ci potrò credere, sarò davvero l’uomo più felice del pianeta Terra! A volte ho davvero paura che sia tutto un sogno! Un carissimo abbraccio,
Vinciamo noi!”. Matteo
Ps: Ascoltate la video intervista di Matteo

Benny Calasanzio Borsellino: Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari

Benny Calasanzio Borsellino: Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari.

Il 19 agosto il Corriere della Sera dedica un ampio servizio alla notizia che il bispregiudicato Vittorio Sgarbi beneficerà della tutela armata da parte del Ministero degli Interni per via di alcune intimidazioni e telefonate anonime ricevute in quest’ultimo periodo, istigate, niente di meno, che dal mandante Beppe Grillo. Altre fonti parlano di una scorta affibbiata al critico d’arte copiatore per evitare pericoli di suicidio, essendo molto probabilmente l’unico vero rischio corrente per il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo. Nessuno spazio invece, nemmeno una schizinosissima breve, per una notiziola che sta circolando clandestinamente se si eccettuano una paio di quotidiani e una decina di siti internet: nella notte in cui il Corsera dava alle stampe la terribile notizia del pericolo di morte imminente corso da Sgarbi, due sconosciuti si sono introdotti nell’abitazione del super testimone di giustizia Pino Masciari, che seppur uscito dal programma dopo indecenti peripezie, tra le quali la scorta al singhiozzo e lo sputtanamento dei suoi dati personali e dei dettagli riservati da parte del responsabile della sua sicurezza, il sottosegretario Alfredo Mantovano (celebre l’intervento sul Corsera in cui snocciolava i dettagli economici offerti a Masciari per abbandonare il servizio di protezione), ha ricevuto per iscritto garanzie di protezione fino alla cessazione totale dei rischi a suo carico. Parliamo non del piccolo commerciante che denuncia i suoi esattori, altra specie a rischio estinzione, ma dell’allora settimo imprenditore della Calabria che ha fatto saltare un sistema mafioso mandando alla sbarra il clan ‘ndranghetista degli Arena e facendo condannare pure un alto magistrato per corruzione. Come ci racconta la moglie di Pino, Marisa, «erano le tre della notte, e noi stavamo dormendo nella nostra camera, mentre i bambini nelle loro camerette che danno sul corridoio. Sono stata svegliata da dei passi tonfi, che venivano verso la camera da letto. Ho pensato fosse mio figlio, e allora ho sollevato la testa chiamandolo per nome». Marisa apre gli occhi e vede un’ombra imponente ai piedi del letto che, scoperto dalla donna, si lancia verso il balcone e si butta giù dal primo piano nel giardino dei Masciari. «Ho iniziato ad urlare e quando Pino è saltato in piedi ed è andato verso il giardino nell’ingenuo tentativo di inseguirli, di scoprire chi fossero, ha visto anche un altro uomo che probabilmente si era appena lanciato dall’altro balcone di casa e stava raggiungendo a piedi l’auto a fari spenti che li aspettava, una Opel Astra station wagon grigia, abbastanza nuova». Ora, tutto ciò traumatizzerebbe ognuno di noi, dal metalmeccanico di Buccinasco all’architetto di Platì, che nonostante alcuni «abitanti» comuni, sono due città diverse. Ma se sei un testimone di giustizia tra i più efficaci e se sai di essere in costante pericolo di vita, non credo debba fare un gran bell’effetto trovarsi un omone grande e grosso ai piedi del letto, nella camera più intima di un matrimonio, dove nessuno, a parte i figli insonni, dovrebbe avere accesso. Se siano stati dei balordi o uomini mandati come avvertimento, o peggio ancora killer interrotti a metà del lavoro, questo né Pino né Marisa lo sanno. Il dato certo è che due uomini, peggio ancora se semplici balordi, sono riusciti in tutta tranquillità ad introdursi nella casa di un testimone di giustizia ufficialmente protetto dallo Stato e a gironzolare, fino a quando la coppia non li ha messi in fuga. Farebbe piacere sentire il parere di Mantovano, e del Sistema centrale di protezione, chiedere se è questo che offrono agli imprenditori cui chiedono di denunciare. Ma purtroppo, anche dopo l’intervento della Polizia, chiamata dai Masciari, nessuno ha ritenuto di dover contattare la famiglia. «E’ facilmente immaginabile lo stato d’animo di mio marito. La notte ha definitivamente smesso di dormire e passa le ore da una finestra all’altra dell’appartamento a controllare, un po’ quello che dovrebbe fare il servizio di tutela. Se fossero stati dei killer avrebbero fatto una strage, ci avrebbero ammazzati nel sonno assieme ai bambini. Siamo arrivati davvero al limite». E nel caso non fossero stati uomini dei clan, beh, ora i galantuomini calabresi sanno che l’accesso alla dimora di uno dei più importanti testimoni di giustizia italiani, citato come esempio dalla penultima commissione Antimafia, è un porto di mare. Basta non fare rumore.

Antimafia Duemila – Chiudete quella Bocca

Antimafia Duemila – Chiudete quella Bocca.

di Marco Travaglio – 20 agosto 2009
Dal caso Totò Riina al generale Mori i carabinieri hanno anche qualche storia di depistaggi.
Per farsi un’idea di com’è ridotta l’intellighenzia italiota, basta contare le dichiarazioni di solidarietà giunte a Giorgio Bocca dopo il linciaggio che ha subìto per il suo ultimo articolo su ‘L’espresso‘, ‘Quanti amici ha Totò Riina’: nessuna. Mentre i migliori squadristi del centrodestra sparavano insulti (il più gentile era “infame”, made in Casini) e minacciavano di “portarlo in tribunale” (Gasparri, con rispetto parlando), e mentre i marescialli Latorre e Minniti deliravano da sinistra, il mondo dell’informazione e della cultura taceva e acconsentiva. Con una rimarchevole eccezione: Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi, solidale con i carabinieri “leali servitori” ecc. Come se Bocca li avesse accusati in blocco di colludere con la mafia. Come se non fosse l’autore dell’ultima intervista al generale Dalla Chiesa e non conoscesse i tanti uomini dell’Arma uccisi da Cosa Nostra. E dire che Abruzzo, docente di storia del giornalismo, ha pubblicato sul suo sito la tesina di un’allieva su ‘L’inchiesta di Tommaso Besozzi sulle bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte del bandito Giuliano’. Bugie per coprire i mandanti di Portella della Ginestra, anno 1948. Da allora troppe tappe della storia della mafia sono segnate da depistaggi in divisa nera a strisce rosse. Dall’omicidio di Mauro De Mauro a quello di Peppino Impastato, che i carabinieri del capitano Subranni gabellarono per un terrorista esploso con la sua bomba (i giudici che hanno condannato i boss assassini parlano di “sistematico depistaggio o conduzione delle indagini viziata da sconcertante coacervo di omissioni, negligenze, ritardi e opzioni investigative preconcette” e la relazione unanime dell’Antimafia lancia pesanti accuse alla squadra di Subranni). Giù giù fino alle trattative avviate col mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 da Mario Mori e Giuseppe De Donno, ufficiali del Ros comandato dallo stesso Subranni (ovviamente promosso). E poi la mancata perquisizione del covo di Riina nel ’93 e la mancata cattura di Provenzano nel ’95 per cui Mori è imputato di favoreggiamento mafioso. Nella sentenza del processo Borsellino-bis, si legge che la trattativa Ros-Ciancimino “ha interferito coi processi decisionali della strage” di Via d’Amelio: “al di là delle buone intenzioni dei carabinieri. chi decise la strage attribuì a quella mossa di rappresentanti dello Stato il significato. che il gioco al rialzo poteva essere pagante”. Mele marce? Magari: una volta individuate, vengono espulse dal cestino per evitare che intacchino quelle sane. Invece chi trattava con la mafia ha fatto e continua a fare carriera: già comandante del Ros e del Sisde, il generale Mori è consulente del sindaco di Roma Gianni Alemanno ed è stato appena chiamato dal governatore lombardo Roberto Formigoni a vigilare sulle infiltrazioni mafiose nei cantieri dell’Expò. Dunque non è successo niente. Bocca si vergogni e arrossisca.

Antimafia Duemila – Calabria al veleno

Antimafia Duemila – Calabria al veleno.

di Riccardo Bocca – 20 agosto 2009
Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute. Ecco le ultime scoperte degli investigatori.

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria. Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva. “Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone- Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”. Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.

In seguito, la magistratura ha indagato tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, Amantea e San Pietro in Amantea. Ha cercato riscontri, materiali, tutto pur di inquadrare la situazione. E infatti, nel 2007, è arrivato il secondo colpo di scena, anch’esso sconosciuto fino a questo momento. Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell’Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un “coperchio (…) presumibilmente appartenente a un fusto”, pezzi di lamiera e “quattro tubi di diverso diametro” che “possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro”: navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote. A questo punto, l’ispettore che due anni prima aveva accompagnato Spinelli al fiume Oliva, è tornato in azione: ha svolto un nuovo sopralluogo, ha confrontato quel panorama con le fotografie scattate dagli ufficiali, e ha messo nero su bianco: “Con certezza posso dire che i due siti coincidono, e (che il perimetro) è individuato in agro di Aiello Calabro, località Valle del Signore e aree adiacenti”. In altre parole, è probabile che i rifiuti tossico-radioattivi abbiano viaggiato per mare, e siano stati occultati qui. La stessa conclusione, d’altronde, suggerita da altri indizi concordanti. Il primo, a cavallo tra il 2007 e il 2008, è che l’Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d’Aiello, la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl). Il secondo indizio, datato novembre 2008, è che grazie ai carotaggi “nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva”, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all’interno, scrivono i consulenti della procura, “c’erano concentrazioni elevate di mercurio”, presente anche in altri campioni. Da qui, parte l’ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento delle acque. “Questioni fondamentali sotto il profilo della pubblica tranquillità “, le definisce. Per questo, a fine 2008, ha incaricato l’università della Calabria e il Cnr di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell’entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio è arrivata la risposta: positiva.

Le anomalie ci sono, addirittura “evidenti ” a Serra d’Aiello: proprio nella zona “prospiciente al fiume Oliva”. Tanta è la delicatezza del problema, da richiedere un controllo diretto sul terreno, con il supporto del reparto Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro. E gli esiti sono tanto gravi quanto inequivocabili: “Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività”. Il 2 marzo seguente, l’Arpacal ha trasmesso alla procura “l’esito delle analisi radiometriche campali” attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l’ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che “si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei”, di fianco all’Oliva. Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: ci sono “radionuclidi artificiali” che “non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno”. Ma sono stati rilevati. Ecco perché, sempre Arpacal, ha suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per “escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione”. Ed ecco perché, in questo contesto, assume speciale rilevanza la consulenza di Giacomino Brancati, dirigente del settore prevenzione nel Dipartimento calabrese per la tutela della salute. Il quale, in un documento di 300 pagine, segnala espressamente “l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)”. Un allarme, dice Brancati, “dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non”, a cui va sommato “un consistente danno ambientale”.

Possibile, con queste premesse, infilare la vicenda in un faldone e seppellirla in archivio? Ha senso trascurare i segnali che rievocano il mistero della motonave Rosso? Risponderanno nel merito la Protezione civile, i carabinieri del Noe e il ministero dell’Ambiente: tutti consultati dal procuratore Giordano. Nel frattempo, è il caso di ricordare un ultimo dettaglio. Il 9 giugno 2005, “L’espresso” ha pubblicato il dossier di un ex boss della ‘ndrangheta che si accusò di avere affondato, d’accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche. Tra le navi, ne indicava tre che transitavano “al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza”. E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l’Arpacal ha individuato il 14 dicembre scorso un “rilievo di forma ellittico/circolare”, lungo “circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri”. Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli ‘ndranghetisti Muto. «L’ennesima traccia del meccanismo di smaltimento illegale “, dicono. “L’ennesimo passo verso una verità scomoda”.

Ha collaborato Paolo Orofino

Il generale di Binnu « Pietro Orsatti

Il generale di Binnu « Pietro Orsatti.

Al processo Mori-Obinu, il colonnello Riccio ricostruisce le fasi dell’accordo fra Provenzano e lo . L’infiltrato Ilardo parlò di un contatto tra il numero due della Cupola e Dell’Utri: la nascita di Forza interessava molto a

di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti

La storia racconta di un , negli anni dello stragismo di , sempre più defilato e in disaccordo con . Talmente lontano dal padrone di quello che era diventata l’organizzazione mafiosa dopo la “mattanza” degli anni 70 e 80 da cercare in pezzi dello una “relazione” strategica. E non è difficile addirittura ipotizzare una sua “collaborazione” nella cattura di Riina nel ’93. Queste ipotesi di una strategia di Binnu Provenzano in totale rottura con il capo della Cupola mafiosa si nascondono nelle pieghe di uno dei processi più clamorosi e contemporaneamente più invisibili degli ultimi decenni, quello al generale dei Ros (ed ex capo del Sismi) Mario Mori e al capitano Mario Obinu. Ad accusarli per il mancato arresto di Provenzano nel 1995 è un altro ufficiale dei , il colonnello Michele Riccio. Al centro delle dichiarazioni di Riccio la famosa trattativa fra e , il famigerato “papello”, e il bagno di sangue delle stragi del ’92. E la testimonianza, e la morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia. Affidato direttamente a Riccio del quale diventa confidente, Ilardo venne infiltrato nell’ mafioso di provenienza. L’ex boss nisseno riuscì perfino ad avvicinare , ottenendo un appuntamento il 31 ottobre 1995 in una cascina a Mezzojuso. Nonostante Ilardo avvisasse dell’occasione unica non si presentò nessuno ad arrestare Binnu consentendone la fuga. «Informai il colonnello Mori – ha dichiarato al processo Riccio -. Lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte». Riccio era sul posto, avrebbe potuto intervenire immediatamente appena avuto il via libera dal capo dei Ros in . «Mi disse che preferiva impegnare i propri strumenti, dei quali al momento era sprovvisto – prosegue Riccio nel suo racconto -. Noi eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire». L’ ufficiale ha parlato anche di un incontro a fra il collaboratore e il colonnello. «Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: “In certi fatti la mafia non c’entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete”. Io raggelai». E Binnu, sfuggito alla cattura, sparì per altri 11 anni. Dopo qualche mese Ilardo venne ucciso a pochi giorni prima del suo ingresso “ufficiale” nel programma di protezione speciale per i collaboratori. Qualcuno sospetta grazie a una “spiata”. E Riccio, poi, ricorda come i nomi dei politici fatti da Ilardo venissero in seguito “stralciati” nella stesura del documento “Grande Oriente” proprio su richiesta di Mori. Uno fra tutti, quello di Marcello Dell’Utri. Ilardo aveva parlato esplicitamente di un contatto tra Provenzano e Dell’Utri, «l’uomo dell’entourage di », e di un «progetto politico», la nascita di Forza , che interessava ai vertici della Cupola mafiosa. E motore di quel nuovo progetto politico, non a caso, era proprio l’allora capo di Publitalia. Riccio ha raccontato in aula nel 2002 di un incontro con l’avvocato Taormina e Marcello Dell’Utri: «Nello studio del professor Taormina mi venne detto che sarebbe positivo per il senatore Dell’Utri se nella mia deposizione avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana. Io non risposi e rimasi sbalordito».

Dopo le dichiarazioni di Riccio che hanno aperto il processo a Mori e Obinu, oggi si aggiunge il nuovo dichiarante Massimo Ciancimino (figlio di Vito, il sindaco del “sacco di ”), che a settembre testimonierà anche nel processo in secondo grado a Marcello Dell’Utri. «Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello». Un documento di peso, e che Vito Ciancimino avrebbe definito come “non accettabile” nella sua interezza valutando che solo alcuni punti potevano essere discussi e divenire nodi di un’eventuale trattativa. Sempre secondo “Massimino” il documento venne comunque consegnato dal padre al capitano De Donno e al generale Mori. Non solo: don Vito, nel racconto del figlio, indicò con mappe catastali alla mano (e documenti relativi ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di . La stessa abitazione che dopo l’arresto del capo mafioso non venne perquisita permettendo di conseguenza non solo la fuga (o meglio il trasloco) della moglie di Riina e dei figli ma addirittura la totale rimozione di ogni documento e traccia. Operazione eseguita, come emerse in seguito dal racconto di alcuni pentiti, da Leoluca Bagarella. Per questa mancata perquisizione, Mori e il comandante “Ultimo” (l’ufficiale che eseguì la cattura del boss) vennero rinviati a giudizio e in seguito assolti ma la stranezza della circostanza, unita alla vicenda delle dichiarazioni di Riccio e Ciancimino e della mancata cattura di Provenzano, lascia troppi interrogativi aperti. Interrogativi che si amplificano ancora di più quando Massimo Ciancimino ricorda come don Vito «alla fine morì con la consapevolezza di essere scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi».

E torniamo a Provenzano, l’uomo della sommersione di , colui che in molti ritengono abbia tradito e consegnato il suo capo, e amico fin dall’infanzia, . È sempre più pressante il sospetto che oltre alla trattativa del “papello”, quella delle richieste “non accettabili” avanzate da , contemporaneamente Binnu ne aprisse un’altra, più realistica e spregiudicata. Si smette di sparare, si buttano in cella tutti quelli che non vogliono deporre le armi e si fanno affari come “ai vecchi tempi”. A riaccendere i riflettori sull’anziano boss in carcere dal 2006 non sono solo le dichiarazioni di Riccio e Ciancimino jr ma anche le ultime rivelazioni emerse da un vecchio dei servizi segreti tedeschi, oggi ripreso dal dossier del Bka (la polizia criminale) sulla penetrazione delle italiane in Germania e rilanciato in dal quotidiano l’Unità. Secondo il documento, Provenzano aveva richiesto direttamente alla ’ndrangheta calabrese di acquistare una grossa quantità di esplosivo, poi utilizzato per la strage di dove persero la vita e gli agenti della sua scorta. E l’acquisto avvenne proprio in Germania dove i clan calabresi erano penetrati da tempo. Il parla esplicitamente di «ingenti quantitativi di esplosivo ad alto potenziale di provenienza militare» ordinati dai clan di . Borsellino andava spesso a Francoforte all’epoca perché impegnato nelle indagini sull’assassinio del magistrato Rosario Livatino nel 1990, visto che risultava che i killer del magistrato avevano trovato rifugio e appoggi in Germania. Dopo uno dei suoi viaggi, per verificare anche una pista sulla strage di Capaci, Borsellino aveva dichiarato ad alcuni amici: «Il tritolo è arrivato anche per me, lunedì scorso». E mentre nessuno impediva che la strage avvenisse, addirittura evitando che venisse messo in quel divieto di sosta richiesto da scorta e magistrato da mesi, Provenzano, da bravo “ragioniere” di , pianificava l’acquisto di quintali di sintex. In silenzio, aspettando solo il momento giusto. Che arrivò, puntualmente, la domenica del 19 luglio 1992.