Archivi del giorno: 30 agosto 2009

mafia berlusconi contatto diretto per costruire il partito di cosa nostra

mafia berlusconi contatto diretto per costruire il partito di cosa nostra.

scritto da Gianni BarbacettoC’è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi,
e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell’Utri

C’è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire
«il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

Esponente dell’aristocrazia nera romana, massone, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell’estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell’Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d’ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del ’92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del’93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.

Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi: contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un’unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d’intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l’Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c’era un interesse di Cosa Nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione “di facciata” con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di “punire i politici una volta amici”, preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma “presentabili”». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l’inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.

«Nell’ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall’Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l’articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione…

I fondatori di «cosa nuova»
Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall’inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un’altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi».

È Forza Italia, dunque, la carta di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere “l’errore” di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un’ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all’inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell’esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l’altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».

Giovanni Marchioni, un imprenditore vicino alla Lega Italia federale, l’articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che “occorreva tenere un discorso all’Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell’ordinamento penitenziario”».

Già verso la fine del 1993, comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l’unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: “Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici… Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell’ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.

Gioacchino Genchi è un poliziotto esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.

Quel 4 febbraio 1994
Il giorno chiave è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l’inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell’Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell’Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell’Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.

L’analisi al computer dei tabulati di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell’Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l’uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il ’93 e il ’94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l’opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all’Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del ’93).

Le analisi dei traffici telefonici mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell’Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi.
Ma per ora quell’imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.

Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra,
tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia.
Che questi contatti ci siano stati è ormai certo.
Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

Diario, 21 marzo 2003

ComeDonChisciotte – CINQUE CONSEGUENZE FILOSOFICHE DELLA CRISI

ComeDonChisciotte – CINQUE CONSEGUENZE FILOSOFICHE DELLA CRISI.

DI MARCELO JUSTO
BBC Mundo

L’attuale crisi economica non si limita a una questione di statistica, né si riduce all’impatto devastante di incertezza e disoccupazione sulla società.

Con la debacle mondiale è crollata una visione del mondo che era sembrata quella dominante e irreversibile dopo la caduta del muro di Berlino.

Questa visione è stata catturata da alcune citazioni celebri come “la fine della storia” di Francis Fukuyama, “la società non esiste” del primo ministro britannico Margaret Thatcher o i dieci punti del consenso di Washington che promuovevano la liberalizzazione, la deregolamentazione e la privatizzazione globale.

Il nuovo dogma seguito alla sconfitta del comunismo era dare tutto il potere al settore privato, assumere il mercato a misura di razionalità economica e utopia e l’individualismo più sregolato come principio etico ordinante.

Con la recessione economica anche questa visione del mondo è entrata in crisi.

BBC Mundo ha identificato cinque conseguenze a livello filosofico.

1. Filosofia politico-economica

La legge della domanda e dell’offerta ha esercitato un potere assoluto sulle teorie di politica economica degli ultimi tre decenni.

Secondo il pensiero classico, l’offerta e la domanda funzionano come un perfetto sistema omeostatico (autoregolamentato) che tende all’equilibrio perfetto e fa perno su un principio infallibile: il prezzo.

Con molta domanda e poca offerta di un prodotto, il prezzo sale fino a raggiungere la somma che il mercato può pagare per quel bene.

Al contrario, con poca domanda e molta offerta, il prezzo si comprime finché qualcuno non lo acquista con la convinzione di non trovarlo a costo più basso.

Nemmeno il premio nobel conferito all’economista Joseph Stiglitz per la sua ricerca sul ruolo che l’informazione svolge in questo mercato – l’informazione su cui fanno affidamento le migliaia, milioni di persone coinvolti in un particolare mercato non era perfetta, quindi il prezzo rifletteva altre variabili – ha distrutto questa fiducia cieca nel funzionamento omeostatico.

Con questa premessa teorica, cosa c’era di meglio che deregolamentare tutto e lasciare che il mercato si incaricasse degli equilibri economico-sociali?

Il fatto è che la realtà economica è piena di fenomeni imprevedibili.

Dov’è il meccanismo regolatore del mercato in quelle che vengono chiamate bolle, come quella immobiliare dei mutui sub-prime che ha sguinzagliato la crisi attuale?

Il prezzo delle proprietà, in costante ascesa, rifletteva la situazione di domanda e offerta?

La conclusione più ovvia è che domanda, offerta e prezzo fanno parte di un meccanismo socioeconomico infinitamente più complesso di questa ingiustificata semplificazione che è stata applicata per così tanto tempo.

2. Crisi della razionalità di mercato

Le domande precedenti danno per scontata una premessa fondamentale della legge della domanda e dell’offerta: la razionalità dei mercati.

L’essere umano cerca da molto tempo la razionalità in materia economica e filosofica.

La pianificazione economica che fece furore dopo la crisi del ’29 e il dopoguerra ebbe come obiettivo la sintonizzazione di produzione e consumo con le necessità della società.

Con il crollo del comunismo il mercato si impose come unica logica globale.

Secondo questa ideologia il mercato era razionale ed efficiente per la distribuzione delle risorse, tanto in ambito lavorativo che produttivo e finanziario.

La debacle mostrò che il mercato ha la stessa dose di irrazionalità, capriccio, imprevedibilità di qualsiasi individuo o gruppo umano.

Il che ci pone di fronte a un problema inquietante.

Se i mercati o lo stato non sono alla base di un funzionamento socioeconomico razionale, significa che siamo in balia degli elementi?

3. Conseguenza assiologica: teoria dei valori

Questa apparente disparità nella consuetudine socioeconomica viene completata da una crisi di fondamenti etici.

Dagli anni ’80 e in particolare con la caduta del muro di Berlino si è imposto un individualismo basato su una teoria dell’egoismo come valore organizzativo ideale di una società.

La teoria risale ad Adam Smith e alla sua considerazione del fatto che la miglior maniera di comportarsi socialmente, recando beneficio al prossimo, fosse quella in cui ognuno persegue il proprio interesse, in quanto la mano invisibile del mercato avrebbe messo a posto qualunque problema sul cammino.

Adam Smith non ha mai negato l’azione sociale né il compito dello stato, e nemmeno la presenza dei valori (la giustizia era fondamentale nel suo sistema) come da interpretazioni seguenti frutto di ignoranza o malafede.

Ma uno dei suoi seguaci, Frederich Von Hajeck e il suo discepolo Milton Friedman, radicalizzarono le sue idee.

Ayn Rand, autrice di romanzi e filosofa che cominciò a diffondersi negli anni ’40, ha avvalorato dal punto di vista filosofico questa inversione di tendenza sostenendo che l’egoismo come cieca ricerca del proprio benessere era alla base della civiltà.

Tra i suoi discepoli c’era Alan Greenspan, anni dopo alla guida della Federal Reserve statunitense dal 1987 al 2006, quindi durante il periodo della più completa deregolamentazione finanziaria.

Lo stesso Greenspan ha riconosciuto di fronte al Congresso che il suo costrutto teorico faceva acqua.

“Mi stupisce. Nel corso di 40 anni e oltre le prove sostenevano l’eccezionale efficienza di questo sistema”, ha dichiarato Greenspan.

Oggi si è trovato un accordo sul fatto che la ricerca sfrenata del proprio tornaconto è stata determinante nelle due megacrisi mondiali degli ultimi 80 anni, la grande depressione e questa.

Sono necessarie altre prove, oltre all’impatto devastante di queste ultime?

4. Rischio, casualità, incertezza

Una premessa dell’illuminismo che si è sostituita alla fede per due secoli è stata la possibilità di una corrispondenza tra ciò che diciamo e la realtà.

Tale corrispondenza era alla base della conoscenza scientifica e della previsione di fenomeni e tendenze.

Dall’inizio del XX secolo questa premessa è stata più volte confutata (da Ludwig Wittengstein fino al principio di incertezza del fisico Werner Heisenberg e il relativismo radicale dei postmoderni), ma una fede di fondo nei suoi principi è sopravvissuta in molti campi, tra cui l’economia.

Due finanzieri ben noti, immersi in dibattiti filosofici, sono convinti che questa crisi metta nella posizione di dover ripensare alle cose.

George Soros ha studiato filosofia alla London School of Economics con Karl Popper, e ha appena pubblicato le sue conclusioni in Cattiva Finanza. Come uscire dalla crisi, il cui suggestivo sottotitolo è Un nuovo paradigma per i mercati.

Secondo Soros fingere che i mercati riflettano l’andamento reale dell’economia e che si autoregolino in base a domanda e offerta significa non riconoscere il processo fondamentale che gioca la soggettività, e un fenomeno da lui denominato riflessività.

Il valore dell’oro e degli immobili non sale perchè riflette la sottostante realtà di domanda e offerta, ma perchè gli operatori del mercato influiscono su esso con la loro interazione, come succede nelle bolle finanziarie che si creano intorno a un prodotto o a un comportamento di massa (tutti vogliono comprare o vendere un prodotto nello stesso momento).

Un altro investitore con la stessa inclinazione filosofica, Nassim Nicholas Taleb, ha pubblicato nel 2007 Il Cigno Nero, in cui afferme che possiamo prevedere solo gli avvenimenti ovvi e non i cambiamenti.

Taleb lo esemplifica con il cigno nero. Per molto tempo si pensò che tutti i cigni fossero bianchi perchè l’osservazione aveva abituato l’uomo europeo a questo stato di cose.

Finché in Australia non apparve un cigno nero, e si dovette rivedere tutto.

Secondo Taleb nessuno ha previsto alcun terremoto nella storia dell’umanità.

Dall’avvento del cristianesimo alla caduta del comunismo e agli attentati dell’11 settembre, tutto è successo senza che nessuno lo anticipasse, anche se a posteriori è stata costruita una narrativa esplicativa piena di cause che rendevano inevitabili questi avvenimenti.

Se non possiamo anticipare le cose più importanti, cosa sappiamo?

5. Conseguenza ontologica

Dopo tutte queste considerazioni, si può formulare la domanda centrale dell’ontologia, la branca della filosofia che si occupa dello studio degli enti.

Cosa esiste, cos’è reale in questo universo socioeconomico?

Nel XVII secolo Cartesio dovette rifarsi al proprio pensiero per arrivare ad una certezza soggettiva di ciò che esisteva effettivamente: penso, quindi esisto.

Il povero Cartesio non visse in questo mondo quasi irreale della finanza del XXI secolo.

Se è relativamente facile trovare delle basi reali per produzione e consumo, è molto più complesso capire lo status degli strumenti finanziari come i noti attivi tossici (debiti praticamente non riscuotibili) o i derivati (contratti di acquisto futuro basati su una scommessa sul valore che il bene avrà: materia prima, ipoteche, liquidità ecc.), fondamentali per comprendere la crisi che stiamo vivendo.

Nel 2007 si calcolava che il Pil mondiale (tutti i beni e servizi prodotti nel mondo) fosse di 63mila miliardi.

In quello stesso anno si stimava che il mercato dei derivati facesse girare 596mila miliardi, quasi dieci volte in più di quello che il pianeta produceva.

Il valore del Pil si riferisce a cose tangibili.

Cos’hanno di reale i derivati o le bolle, queste scommesse esagerate sui prezzi futuri?

Non è una domanda che si pongono solo i neofiti in materia economica.

“In termini filosofici gli economisti sono dei materialisti per cui i sacchi di grano sono molto più reali dei portafogli di buoni”, ha spiegato all’ Economist Perry Mehrling del Barnard College, alla Columbia University.

E tuttavia, come dimostra lo stesso funzionamento del denaro, l’economia è una realtà molto più elusiva.

“Il denaro non è una cosa del tutto reale. E’ la promessa che uno potrà comprare qualcosa. Proprio come quello che uno tiene depositato in banca. E’ una promessa che la banca pagherà. Se la banca fallisce, la promessa non esiste più”, ha illustrato a BBC Mundo Jon Danielsson della London School of Economics.

Se moltiplichiamo questo per i miliardi di transazioni giornaliere che si fanno in denaro contante o buoni, titoli e altri beni volatili del mondo finanziario, si può vedere quante promesse non sono state mantenute.

Titolo originale: “Cinco consecuencias filosóficas de la crisis”

Fonte: http://www.bbc.co.uk
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25.07.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DIEGO VARDANEGA