Archivi del giorno: 7 settembre 2009

L’ intervento del Dr. Gioacchino Genchi in via D’ Amelio, il 19 luglio 2009.

L’ intervento del Dr. Gioacchino Genchi in via D’ Amelio, il 19 luglio 2009..

Grazie, grazie ragazzi. Devo confessare, non mi è mai capitato manco da Mentana a Matrix di essere così emozionato come sono in questo momento. Non solo per essere a via D’amelio ma perchè guardando l’orologio vedo che si approssima l’orario fatidico delle 16:58:20 secondi. Un orario che, da quando acquisimmo i tracciati dell’osservatorio meteorologico di Erice che rilevò il minuto e secondo esatto in cui fu fatto deflagrare l’ordigno, è rimasto impresso nella mia mente come quelle tragiche immagini di quei brandelli dei miei colleghi, del corpo fumante di Paolo Borsellino e dei brandelli di Emanuela Loi che cadevano ancora dal prospetto fra il primo, il secondo ed il terzo piano di questo palazzo. Potrà sembrare retorica dopo 17 anni,ma credetemi nella mente di un uomo anche dell’uomo più cinico e più insensibile quelle immagini non sono un ricordo che può cancellarsi con gli inciuci, con le logiche, gli opportunismi e gli arrivismi di chi su quei morti ha costruito carriere nella Polizia di Stato, nella Magistratura, nella politica, nelle Istituzioni fino a raggiungere i posti più alti della Repubblica e di chi invece continua a pagare, come me, l’emarginazione e l’ostracismo solo per avere tentato di fare il proprio dovere. Oggi ho ricevuto un ulteriore affondo aprendo il giornale di Repubblica nel leggere che il capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina ha affidato al suo avvocato, l’ avvocato Cianferoni di Firenze, messaggi subliminali che sembrerebbero confermare le ipotesi investigative nelle quali io ero stato chiamato a lavorare con i magistrati di Caltanissetta. Dice salvatore Riina al suo avvocato: ” l’ ammazzarono loro”. E dà una spiegazione specifica sul tradimento che ha portato alla sua cattura che coincide perfettamente con la dinamica di quei giorni che ho vissuto io e la mia famiglia e i miei primi due figli che ancora pagano il prezzo di una famiglia distrutta sotto lo sconquasso di quelle vicende che hanno accompagnato le stragi del ’92. Dice Riina che se trattativa c’è stata, è stata ai miei danni perchè la trattativa è stata per farmi catturare, come in effetti sono stato catturato e questa trattativa l’hanno portata avanti Ciancimino e i carabinieri che con Ciancimino inciuciavano. Esattamente come le indagini che per tanti anni la procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta hanno fatto e si accingono a dimostrare. Io sono sicuro che i tempi che verranno saranno ancora più difficili di quelli passati perchè si è imboccati una china, anche giudiziaria, che rischia di portare all’annullamento di sentenze di condanna all’ergastolo senza contributi nuovi sull’individuazione degli ulteriori responsabili e, cosa ancor più grave, sui mandanti effettivi che hanno organizzato e voluto la strage del 19 luglio del 1992, come quella del 23 maggio del 1992 per cambiare i destini dell’Italia.
Non è questo il momento per parlare del contributo che è stato dato, che ho dato e che continuerò a dare ai magistrati di Caltanissetta che mi hanno sentito e che mi sentiranno e con grande impegno e grande professionalità stanno cercando di evitare possibili strumentalizzazioni e derive ai processi che con tanti di sacrifici sono stati fatti.
Ragazzi,la vostra forza, il vostro aiuto, l’amicizia di Salvatore Borsellino, l’aiuto dei ragazzi di Antimafiaduemila, di Sonia Alfano quando ancora non era nemmeno deputato europeo, dell’ associazione familiari vittime della mafia, dei ragazzi di Ammazzatecitutti, di quanti sono stati vicino a quanti hanno combattuto per la legalità e la giustizia e nessun altro fine, forse con qualche limite, forse se vogliamo con qualche errore e l’inviterei però a dimostrarlo, oggi sono importanti più che mai perchè ne vale del vostro destino, ne vale del destino di questa Italia,ne vale del destino di questa città. Poco importa che oggi qui ci sono pochi palermitani, come tutti i giornali hanno precisato come notizia principale senza però precisare i palermitani che c’erano nel loro piccolo, per quel poco che potevano valere.
Noi siamo abituati a una città che ha lasciato solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati antimafia e gli investigatori antimafia che li ha visti morire, da Beppe Montana al commissario Cassarà, al giudice Costa, al capitano D’aleo, al capitano Basile, a Giovanni Falcone e gli uomini di scorta, a Paolo Borsellino e gli uomini di scorta. Questa è una città che ha somatizzato l’immondizia di Cammarata, per cui non c’è da meravigliarsi se oggi la città di Palermo non è presente in modo massivo in questo luogo. Io confido più nella diretta streaming, confido più nella forza e nella potenza della rete, confido in quella rete che diffonderà in tutto il mondo quello che oggi voi qui avete detto, che non nell’opportunismo di chi ancora si lascia comprare con due soldi di assistenzialismo dei lavori socialmente utili, degli aiuti agli operai disoccupati o pseudo-disoccupati, di chi specula sul bisogno cercando affermare una libertà che libertà non potrà mai essere fino a quando il popolo siciliano, il popolo italiano non sarà effettivamente liberato e riscattato dal bisogno.
L’invito che io mi permetto di farvi però ragazzi è quello di guardare lontano e nello stesso tempo di aumentare la vostra capacità di tolleranza, di disponibilità e di controllo nei confronti di quanti vi si possono avvicinare, non tutti con intenti onesti. Molti in Italia hanno speculato sull’antimafia, abbiamo visto costruire carriere,tanto in politica quanto nelle Istituzioni, nel nome di una pseudo antimafia e alla fine del percorso costoro sono stati sventati miseramente.
Diamo forza, indipendentemente dalle appartenenze politiche, a chi effettivamente rappresenta un contributo alla ricerca e all’affermazione della verità e della legalità ma siamo vigili. Siamo vigili perchè il pericolo che la vostra spontanea iniziativa venga strumentalizzata a vantaggio di chi poi intende fare il contrario di quello che voi volete, è l’aspetto peggiore rispetto a quello di chi non ha voluto e ha impedito che si accertassero effettive responsabilità, di chi ha pensato di costruire i processi e le indagini nel nome di un pentito che si chiama Scarantino nel quale nessuno, persino il più sprovveduto tra gli investigatori e magistrati avrebbe creduto. Scarantino ha reso dichiarazioni che coinvolgevano persone di Palermo e mafiosi di Palermo e la Procura della Repubblica di Palermo non ha preso in considerazione nessuna dichiarazione di Scarantino, mentre un altra procura contemporaneamente ha valorizzato le dichiarazioni di Scarantino e ha costruito processi per affermare una pseudo-giustizia su quella strage che doveva servire a ricondannare all’ergastolo persone che già di ergastoli ne avevano a decine, che non hanno nemmeno fatto caso all’ ulteriore condanna e che non si sono nemmeno difesi perchè così queste persone hanno fatto carriera e vediamo e abbiamo visto in che posti abbiamo trovato queste stesse persone e anche qualche magistrato.
Quel magistrato che fu anche tanto applaudito dalla sinistra giudiziaria, dalla sinistra di questo paese quando inopportunamente devo dire, dal punto di vista strategico, pronunciò a Caltanissetta i nomi di alfa e beta, bruciando el indagini su alfa e beta, oggi è al gabinetto del Presidente del senato Schifani. Mi riferisco alla dottoressa Anna Maria Palma. Dottoressa Anna Maria Palma che mi ha pesantemente attaccato, il cui marito è stato nominato responsabile, direttore del Cerisdi. Perchè adesso Il Cerisdi se lo sono presi e se lo sono conquistati. Questa è Palermo, questa è la storia e la verità di questa città che è bene che il mondo intero sappia. Ognuno si assuma le sue responsabilità e ognuno si presenti per quello che è. Io non ho nulla, nè contro Schifani, nè contro Forza Italia, nè contro Alleanza Nazionale, né contro la Lega. Io faccio il mio lavoro, non mi interessa. Però ammiro le persone che sono coerenti nelle loro posizioni. Ammiro se vogliamo Marcello dell’Utri e Berlusconi che dicono che Vittorio Mangano è un eroe perchè come eroe se lo sono portati a casa, se lo sono tenuto a casa e se lo sono allevato e lo difendono fino a dopo morto. Non ammiro di certo il popolo dei pecoroni italiani che continuano a votare per gente che si onora e si inorgoglisce nel definire chi è Vittorio Mangano. Ma stiamo attenti, ma stiamo attenti a chi si infiltra nelle Istituzioni dandovi l’impressione di fare antimafia, di fare giustizia e di fare processi e poi finisce per goderne i profitti, i risultati e i vantaggi, e in termini economici, e in termini politici, e in termini istituzionali e in termini di carriera.
Io ho molto poco da perdere e molto da guadagnare perchè ho la ricchezza di avere tanti, tantissimi amici e perchè ho la pulizia della mia coscienza che fino ad ora mi ha aiutato e mi consentirà di andare avanti. Io non ho paura dei giudici di Roma inciuciati, che mi inquisiscono per avere fatto le indagini su Mastella e sui politici, con quei politici con cui loro parlavano al telefono per avere gli incarichi al Ministero della Giustizia, incarichi di capogabinetto.
Il magistrato che ha scritto la relazione della sentenza in Cassazione, il capogabinetto del Ministro Ferrero usciva dalle mie intercettazioni e ha avuto il coraggio di non astenersi e di pronunciare il giudizio in Cassazione, in quella sesta sezione che è la stessa sesta sezione che ha confermato l’archiviazione del procedimento nei confronti di Arcangioli su ricorso pronunciato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta. E’ bene che queste cose si comincino a sapere, è bene che si cominci a togliere il tappo a una delle latrine principali della storia di questa Repubblica che è la Corte di Cassazione con tutti gli inciuci con cui i potenti e gli avvocati dei potenti sono riusciti a comprare giudici, cancellieri e sentenze a danno di poliziotti, di magistrati e di carabinieri che sono morti perchè si tentasse di affermare giustizia in questa maledetta Italia.
Io, scusate, non so quello che ne sarà di me, io continuo nel mio lavoro, continuo ad andare avanti. So che molta gente per bene nelle Istituzioni e anche nella politica, su fronti diversi guarda con attenzione a quello che è accaduto e a quello che sta accadendo. Io non posso, per quello che è il riserbo del mio lavoro e il segreto a cui sono vincolato dirvi tutte le porcherie che ho visto in 25 anni del mio lavoro. Le ingiustizie negate su gente semplice, su poliziotti inermi, su mogli di poliziotti inermi che sono morti ammazzati che portavano in grembo anche il bimbo che avevano concepito dalla loro unione, nel nome di una giustizia che è stata sempre negata, su verità sull’ omicidio Agostino, su verità sull’attentato all’Addaura, sulla scomparsa di Emanuele Piazza. Affido però alla vostra riflessione un solo dato: dal 1993 quando abbiamo iniziato le indagini sui servizi segreti e sulle collusioni delle Istituzioni, quando abbiamo cercato di alzare questo velo e questo sipario su questi fatti facendo riaprire tutte le indagini archiviate, dall’omicidio Agostino all’attentato all’ Addaura in contemporanea con le stragi di capaci e via D’amelio, non vi sono state più stragi. Noi ci siamo garantiti l’immunità e abbiamo garantito l’immunità solo perchè grazie alla parola, grazie alla comunicazione abbiamo iniziato a diffondere il pericolo che non fosse solo la mafia quell’entità violenta e criminale che aveva infangato e aveva insanguinato la terra di Sicilia e altre parti d’Italia. Fateci caso, da quando quelle indagini e quelle iniziative sono state intraprese sono stati costretti a cambiare regime, sono stati costretti a cambiare metodo di azione. Non hanno più ucciso carabinieri, poliziotti e magistrati e hanno cercato l’erosione del mondo dell’informazione, conquistando l’informazione e conquistando i palazzi del potere e della politica. E’ lì che adesso vanno fatte le indagini, a partire dal Consiglio Superiore della Magistratura, alla Corte di Cassazione, ad altri palazzi di Giustizia per arrivare al palazzo del parlamento,per arrivare alla nostra assemblea regionale siciliana dove si nobilita la logica dell’inciucio con qualcosa di assurdo che oltraggia l’immaginario. Io penso quell’uomo che da bambino mi teneva fra le braccia e che mi spingeva in aria facendomi volare, che si chiamava Pio La Torre, io inviterei Pio La Torre a riflettere su quello che sta succedendo con i seguaci del suo partito all’assemblea regionale siciliana e al comune di Termini Imerese dove una giunta che si definisce di centro-sinistra porta Micciché, con tutto rispetto parlando, a vicesindaco. Signori miei la prima cosa che è richiesta non è nè la capacità né l’intelligenza, e se vogliamo nemmeno l’onestà, è la coerenza umana. Pretendiamo dai nostri politici e da chi ci rappresenta che siano delle persone coerenti, che accettino i meriti e i vantaggi dell’impegno sociale, della coerenza politica ma che paghino il prezzo dell’emarginazione e dell’isolamento allorquando il loro modo d’agire oltre ad essere inopportuno e sbagliato, infrange le regole più elementari della coerenza umana che qualunque essere onesto deve avere e deve mantenere. Con questo voglio chiudere nel quadro di una serie di confusioni che vedo all’orizzonte di questo grande movimento, di questo grande fronte che grazie alla forza di salvatore Borsellino, che ha avuto al capacità di unirci e di darci entusiasmo e carica vitale a tutti, anche a quelli che siamo molto meno giovani lui, anche ai ragazzi e alle ragazze che hanno un terzo della sua età se non un quarto, che adesso sono curiosi di verità e sono curiosi di giustizia, che iniziano a studiare, a leggere le sentenze, a leggere gli atti processuali perchè vogliono trovare in queste carte quelle verità che per tanti anni gli sono state negate. E’a questo popolo, è a questo mondo della verità e della giustizia che noi dobbiamo rivolgerci creando un confine affinché si possano assolutamente evitare confusioni di ruoli e di appartenenze e si possano evitare domani gli errori che purtroppo sono stati fatti nel passato.
Grazie a tutti, un forte abbraccio.

Antimafia Duemila – Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa”

Antimafia Duemila – Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa”.

di Nicola Biondo – 25 luglio 2009
Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi… Io ne sono stato una delle vittime».

Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale.
Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso».

Dottor Sabella perché questo rimpianto?
«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà che hanno creato un tappo alle indagini».

Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?
«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».

Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?
«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».

E arriviamo a Capaci.
«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina dai colloqui che Ciancimino intratteneva aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».

Qual è la sua idea allora?
«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».

Prego.
«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».

Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?
«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».

Poi però Riina finisce nella rete.

«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra – e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».
È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.
«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».

Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?
«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»

Si dissocia insomma.
«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».

Quale?
«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».

E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?
«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».

Di cosa si tratta?

«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».

Chi e quando la propone?

«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».

E finisce li?
«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».

In che modo ha pagato?
«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto…. Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.

Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?

«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».

Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?

«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto».

Intervista ad Alfonso Sabella – 22 luglio 2009

Quest’intervista è un documento straordinario

Intervista ad Alfonso Sabella – 22 luglio 2009.

Proponiamo agli utenti del sito la trascrizione integrale dell’intervista rilasciata il 22 luglio 2009 dal dott. Alfonso Sabella ai curatori del BLOG Lapillolarossa. Il dott. Sabella, già membro del pool antimafia guidato dal dott. Giancarlo Caselli negli anni novanta a Palermo, rilascia delle dichiarazioni molto significative sulla trattativa intercorsa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato a partire dalla stagione delle stragi del 1992 ed evidenzia quali possano essere i limiti della sola azione penale nell’individuazione dei mandanti ed esecutori di quelle stragi.


Fonte: meetup625

Fonte: meetup625

Giornalista: Buonasera Dr. Sabella e grazie per la disponibilità che ci sta dando.
Dr. Sabella: Buonasera.


Giornalista
:
Allora, parliamo di quello che sta accadendo in questo momento nei processi contro la mafia. Riina dopo anni di silenzio si mette a parlare. Lei di quello che sta dicendo Riina cosa pensa?
Dr. Sabella: Guardi io di quello che dicono i mafiosi mi interessa poco o nulla perchè normalmente quando dicono qualcosa hanno un secondo fine e non bisogna mai fermarsi alle parole che dicono ma bisognerebbe cercare di capire dove vogliono arrivare. E’ chiaro che Riina che si tira fuori dalla strage di via D’Amelio e accusa altri di averla eseguita è una vera e propria boutade perchè decisamente non possono esserci dubbi sul fatto che gli esecutori materiali di quella strage siano stati mafiosi e che quella strage avesse comunque una forte componente mafiosa. Poi se in quella strage si sono sommati altri interessi è un discorso che probabilmente la magistratura avrebbe dovuto accertare, ma sappiamo perfettamente come nel nostro paese le indagini su questo tipo di delitti raramente riescono ad andare al di là di quelli che sono gli esecutori materiali. Per quanto riguarda invece quello che sta emergendo negli ultimi giorni direi che non c’è assolutamente nulla di nuovo, sono cose che almeno sul piano personale io sapevo già almeno dall’agosto 1997. Sono cose insomma sostanzialmente, assolutamente non nuove. Non c’è nessuna novità, se non che ci sono le dichiarazioni di Spatuzza che vanno a confermare quelle che erano nostre, almeno mie intuizioni investigative. Posso solo far presente che nel libro che ho pubblicato, “Cacciatore di mafiosi”, avevo subito segnalato in epoca, tra virgolette “non sospetta” che gli esecutori materiali della strage di via D’Amelio che la Magistratura, che la Suprema Corte di Cassazione aveva indicato nel gruppo di fuoco della Guadagna o di Santa Maria di Gesù diretto da Pietro Aglieri, invece a mio giudizio erano estranei a quella strage perchè era una strage che andava ricondotta a persone molto più legate a Salvatore Riina, quale erano i Graviano di Brancaccio, gruppo di cui faceva parte appunto Spatuzza.


Giornalista
:
Poi c’è questa famosa lettera ritrovata dopo anni in un cassetto dove c’è scritto che la mafia chiedeva all’Onorevole Berlusconi una televisione in cambio di tranquillità, di questa cosa…
Dr. Sabella: Guardi io qua sopra so poco o nulla perchè sono delle cose nuove, devo dire però delle cose nuove, delle acquisizioni probatorie nuove. Devo dire che già negli anni in cui ero a Palermo c’era un filone di indagini che andava in questa direzione nel senso che, di una possibilità, di una richiesta di Cosa Nostra di avere un contatto con l’Onorevole Berlusconi, con Forza Italia nel momento famoso della discesa in campo, parlarono diversi collaboratori di giustizia. Devo dire che le nostre indagini, ed è corretto dirlo, si sono arrestate alla richiesta, non abbiamo all’epoca almeno, non abbiamo avuto nessun tipo di riscontri, non abbiamo una risposta che sia arrivata. Sapevamo però che da parte di Cosa Nostra era scattato questo contatto ma era assolutamente naturale perchè se andiamo a vedere qual’era il cima politico in quel momento, clima di disfacimento dei vecchi partiti politici, Cosa Nostra aveva bisogno di creare nuovi referenti politici. Tant’è vero che, e lo abbiamo accertato, in un momento di vuoto cerca addirittura di fondar se stessa un partito, che è Sicilia Libera, ed inserire uomini direttamente suoi in Parlamento voltando quello che era stato il rapporto tradizionale tra mafia e politica. Evidentemente questa cosa di Sicilia libera non andò in porto. Quindi è ampiamente verosimile, anzi sarebbe impensabile che non fosse avvenuto che Cosa Nostra in quel momento abbia cercato altre sponde politiche ed è possibile che una di queste sia stata, l’abbia ricercato nel nuovo partito che si affacciava all’orizzonte politico italiano che era Forza Italia.


Giornalista: Ma guardi su quella lettera c’è scritto Onorevole Berlusconi quindi due son le possibilità: o la lettera è stata scritta quando Berlusconi era già stato eletto oppure era un elezione presunta quella, no?
Dr. Sabella: Beh insomma, realisticamente nel momento in cui Silvio Berlusconi si candidava era assolutamente fattibile che sarebbe stato eletto come Onorevole in Parlamento. Quindi la cosa non sconvolge più di tanto. Sicuramente quella lettera va datata in un periodo immediatamente successivo alla discesa in campo di Berlusconi o immediatamente successiva alle elezioni, insomma questo mi pare abbastanza intuibile. Però è possibile anche che lo abbiano chiamato Onorevole, le faccio un esempio: io da quando sono al liceo, essendo figlio di avvocati vengo chiamato avvocato. Poi alla fine l’avvocato l’ho fatto un paio d’anni, ma ancora oggi al paese mi chiamano avvocato, insomma.

Giornalista: Certo, capisco cosa vuole dire. Sicuramente la cosa più brutta è che è rimasta nel cassetto per anni questa cosa. Pare che addirittura all’epoca dei rilievi i carabinieri abbiano annotato l’esistenza di questa lettera ma che poi nessuno abbia approfondito la cosa…
Dr. Sabella: Guardi non mi faccia far polemiche nei confronti dei miei colleghi, anche perchè non le meritano perchè per quello che li conosco io sono dei colleghi abbastanza seri e soprattutto molto, molto preparati. Io non so che cosa sia successo, certamente una riflessione va fatta. La riflessione è che purtroppo la magistratura ha dei limiti e il nostro paese potrebbe avere un interesse a sapere delle notizie che però non sono strettamente connesse con fatti di reato. Quello che è mancato nel nostro paese non è stata l’azione, mi scusi lei fa sostanzialmente il giornalista, non è stata l’azione dei magistrati ma è stata l’azione dei giornalisti e degli storici. Nel senso che tante cose, come le ultime notizie che sono emerse nei giornali, ma che noi magistrati conoscevamo, glielo ripeto, già 12 anni fa, almeno a partire dall’agosto del 1997. Tutta questa vicenda era per noi assolutamente chiara. Questa vicenda qua potrebbe non avere per noi nessun rilievo di carattere penale bensì avere dei rilievi di carattere, tra virgolette “morale, politico e storico”. Quello che è mancato è stato qualcuno che abbia, si sia passato il tempo di andare a fare una ricostruzione storica di quegli anni. Perchè non ci sono solo responsabilità penali nel nostro paese, ci sono anche altri tipi di responsabilità. Il nostro purtroppo, da questo punto di vista non è un paese particolarmente maturo, insomma. A differenza degli Stati Uniti d’America, che non è che ami particolarmente, ma che da questo punto di vista sono decisamente molto più avanti di noi.

Giornalista: Certo. Da noi le responsabilità non penali a volte vengono concepite come nulla talvolta, come se non fossero responsabilità. Mentre molto spesso sono pesantissime responsabilità politiche.
Dr. Sabella: Potrebbero essere addirittura molto più gravi di quelle penali, tra virgolette. Vede, in tutta questa vicenda la magistratura, secondo me, se si ferma a questo, a questi discorsi che sono stati pubblicati sui giornali, devo dire che a mio giudizio c’è ben molto, molto di più. Io adesso non faccio più quel lavoro  (magistrato inquirente, ndr) e non per mia scelta ma diciamo perchè per un momento mi sono infilato in mezzo alla trattativa che ho bloccato e quindi ho pagato sul piano personale questa vicenda, ma l’ho pagata molto caramente. Ma devo dire la verità, mi posso guardare in faccia tranquillamente allo specchio la mattina e non devo niente a nessuno, non sono iscritto alle correnti della magistratura, sono assolutamente autonomo e sono felice di esserlo.



Giornalista
:
Di che trattativa parla?
Dr. Sabella: La trattativa che c’è stata tra lo Stato e Cosa Nostra.
Giornalista: Ah, okay, okay.
Dr. Sabella: E che questa trattativa sia andata avanti per anni è una cosa assolutamente pacifica. Quali poi che siano gli sviluppi, quali siano state le risposte, ma che comunque da parte di qualche organo dello stato non ci sia mai stata un’interruzione forte della trattativa e che Cosa Nostra abbia posto in essere qualche attentato al fine di agevolare o comunque al fine di alzare il prezzo di questa trattativa io lo do assolutamente per scontato e sono pronto anche a dimostrarlo laddove dovesse essere necessario. Io dico che questa trattativa ha avuto vari sviluppi, ha avuto varie evoluzioni storiche, l’ultimo pezzo di questa trattativa di cui io sono a conoscenza riguarda verosimilmente un tentativo di trattativa di Cosa Nostra con pezzi dello Stato al fine di ottenere la dissociazione. Io mi sono imbattuto in questo pezzo di trattativa, ritengo d’averla bloccata, ritengo di essere stato io ad averla bloccata, sia quando ero al dipartimento amministrazione penitenziaria in due distinte occasioni. Nella seconda occasione, il giorno dopo che ho bloccato e che ho rilevato questa trattativa, il mio ufficio è stato soppresso e io sono stato mandato a disposizione del Consiglio Superiore della Magistratura e devo dire la verità: il Consiglio Superiore della Magistratura non m’ha nemmeno trovato un posto a Roma perchè per me non ci potevano essere posti a Roma e mi hanno spedito a Firenze anche se all’indomani poi che mi mandano a Firenze, a Roma spuntano stranamente due posti, giusto giusto l’indomani a quelli che io scelgo. Fino a quel momento quando sceglievo io non c’erano posti. Ma lasciamo perdere questa vicenda perchè non voglio, glielo ripeto, non voglio far polemiche. Quello su cui invece bisogna interrogarsi è un discorso molto più complesso e riguarda il fatto che questo che è emerso potrebbe al massimo portare al rilievo di alcune fattispecie di reato di minima entità, qualche falso in atto pubblico, qualche abuso d’ufficio, reati tra l’altro, ampiamente prescritti visto che siamo nel 2009 e questi fatti risalgono a 17 anni fa. Il problema è, bisognerebbe vedere, bisognerebbe che gli storici, i politici ed i giornalisti andassero a ricostruire, se ne hanno voglia, quelle realtà. Però le dico anche una cosa, sono realtà che per quello che so io possono essere scomode per varie parti politiche del nostro paese, quindi le posso dire che nessuno ha interesse a tirarle fuori e il fatto che verità conosciute dalla procura di Palermo, da magistrati della procura di Palermo almeno, già 12 anni fa, vengono rivelate solo adesso, a distanza di 12 anni, dà la misura di quello che è l’interesse del nostro paese a conoscere quella verità. Credo che sia una verità, glielo assicuro, che nessuno vuole conoscere e forse è meglio che rimanga sconosciuta. Probabilmente è anche giusto così, non è compito della Magistratura.

Giornalista: Su questo sono d’accordo con lei, la Magistratura deve solo stabilire la verità giuridica poi…
Dr. Sabella: Ma laddove ci sono, come dite voi giornalisti, reati penali cioè fattispecie – i reati sono tutti penali – dove ci sono fattispecie di illecito penale. In questa vicenda è verosimile che ci possano essere responsabilità morali, non penalmente rilevanti nella strage di via D’Amelio, ma non responsabilità penali. Questa è la cosa, almeno credo che sia l’idea di fondo perchè probabilmente è difficile andare a ipotizzare che certe persone, il cui nome è apparso sui giornali in questi giorni, siano stati i mandanti della strage di via D’amelio. Probabilmente con il loro comportamento potrebbero aver determinato la mafia a commettere quella strage. E quindi capirà che la cosa è molto diversa. Sul piano della responsabilità penale significa zero, sul piano della responsabilità morale, politica e amministrativa a seconda dei casi, invece ha dei rilievi enormi e anche sul piano di ristabilire la verità storica. E le ripeto, quello che c’è sui giornali in questi giorni, e le posso dire una cosa, anche le stesse dichiarazioni di Riina non sono assolutamente nuove a quello che, almeno parlo per me, io già sapevo 12 anni fa. Anche le dichiarazioni di Riina, perchè le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: “Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri”. Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c’è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto. La mafia si combatte e si affronta e questo paese ha dimostrato che quando l’ha voluto combattere e affrontare, anche quando metteva le bombe nella Galleria degli Uffizi, anche quando aveva fatto saltare Falcone e Borsellino, anche quando metteva le bombe alla Galleria d’arte moderna a Milano, alla chiesa di San Giorgio al Velabro, di San Giovanni in Laterano a Roma e abbiamo voluta sconfiggerla ci siamo riusciti, poi chiaramente ci siamo fermati. Ci siamo fermati perchè, ecco lo posso dire, abbiamo fatto l’errore di voler accertare altri tipi di responsabilità diverse da quelle strettamente militari di Cosa Nostra. E a quel punto probabilmente quella verità nessuno voleva sapere e forse era scomodo. Adesso lo dirò con amarezza, però le posso assicurare che negli anni in cui io lavoravo a Palermo e pigliavo un latitante dietro l’altro, e trovavo un arsenale dietro l’altro e scoprivo gli omicidi in tempo reale e non abbiamo lasciato un solo omicidio di mafia, uno che sia uno, impunito, in quegli anni c’era un supporto da parte dello Stato su questo problema che era incredibile. E quando lo Stato fa sul serio vince la mafia, come ha vinto il terrorismo, come ha vinto il brigantaggio, come ha vinto tutti i fenomeni di criminalità organizzata nel nostro paese quando l’ha voluto. Con la mafia purtroppo questo non è stato possibile perchè, glielo ripeto, noi magistrati probabilmente abbiamo fatto un errore, abbiamo pensato che quel supporto che dalla società civile e lo Stato dava era una specie di delega in bianco che ci consentiva di accertare anche altri tipi di responsabilità penali meno dirette di quelle militari ma a mio giudizio altrettanto gravi.

Giornalista: Si ho capito cosa intende. Ora le faccio un’ultima domanda: lei crede che il figlio di Ciancimino il papello ce lo farà avere?
Dr. Sabella: Il figlio di Ciancimino secondo me ha una prima versione del papello.
Giornalista: Quindi la prima versione quella… una bozza…
Dr. Sabella: Diciamo una prima versione del papello, io non so se ci sia stato un secondo papello. Diciamo che il figlio di Ciancimino potrebbe avere il papello, me lo faccia definire “di Riina.” Una copia del papello “di Riina”, non di altri papelli che probabilmente sono arrivati dopo, non del successivo accordo che poi è pervenuto tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia.
Giornalista: Certo quelli si ha solamente l’idea che esistano ma non si ha… si conosce quello di Riina insomma…
Dr. Sabella: Il punto forte del papello di Riina – e qui però chiudiamo perchè ho detto fin troppo – il punto forte del papello di Riina era la revisione del maxiprocesso perchè lasciate stare gli aspetti etici quando si tratta di mafiosi,i mafiosi sono uomini come tutti gli altri e però sono dei criminali e sono assolutamente egoisti ed interessati esclusivamente al potere, al denaro e alla loro libertà personale. L’unica cosa che realmente interessava a Riina in quegli anni era la revisione del maxiprocesso perchè al maxiprocesso aveva preso l’ergastolo, non aveva preso cinque o sei anni di branda come soleva dire lui. Il punto forte del appello era la revisione del maxiprocesso e questo lo sapevamo benissimo. Era la richiesta principale che Cosa Nostra faceva allo Stato per far cessare le stragi e lo Stato che si muove per cercare di capire cosa sta succedendo dopo l’omicidio Lima e ancor di più dopo Falcone non è che sbaglia. Il problema è che probabilmente si è fatto qualche errore successivo che può aver anche determinato un’accelerazione in altre determinazioni di Cosa Nostra, può aver determinato qualche altro fatto grave commesso da Cosa Nostra.


Giornalista: Va bene. Guardi la ringrazio, è sempre gentilissimo…
Dr. Sabella: Si figuri.
Giornalista: Arrivederci.
Dr. Sabella: Arrivederla.

Trascrizione a cura di Valentina Culcasi

Leggi anche Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa” (Intervista ad Alfonso Sabella realizzata da Nicola Biondo, L’UNITÀ, 25 luglio 2009)

NUOVA ENERGIA: La vera ricerca dà fastidio

NUOVA ENERGIA: La vera ricerca dà fastidio.

Brano scritto dal Dottor Stefano Montanari – Tratto da “Biolcalenda”, nr. 8 di settembre 2009

Ad un lettore frettoloso potrebbe sembrare che quanto mi accingo a scrivere siano fatti miei e basta. Ahimé, non è così.
Per ragioni che non descriverà di nuovo, essendo state già oggetto di numerosi articoli e perfino di un libro, qualche anno fa noi – mia moglie, la dottoressa Antonietta Gatti, ed io, intendo – fummo privati dello strumento principe che ci permetteva di condurre ricerche intorno ad una scoperta scientifica molto importante di mia moglie, vale a dire certe interazioni delle polveri sottili ed ultrasottili con l’organismo. Essendo in corso un progetto europeo che Antonietta dirigeva, restare senza microscopio elettronico, ché quello era lo strumento, avrebbe significato il fallimento di anni di lavoro e l’annullamento di un utilissimo progresso scientifico.

Fu così che Beppe Grillo propose di dare pubblicità alla cosa e d’iniziare una raccolta popolare di fondi per acquistare un nuovo microscopio. 378.000 Euro erano la cifra necessaria, e 378.000 Euro furono raccolti nel giro di un anno giusto. lo partecipavo agli spettacoli di Grillo nel corso dei quali raccontavo qualcosa delle ricerche e, sempre pagandomi le spese, per oltre 200 volte in 12 mesi tenni conferenze pubbliche al termine delle quali mendicavo quattrini. Quattrini che arrivavano ad una onlus di Reggio Emilia resasi disponibile e la cui unica cura era quella d’incassare denaro.

E qui sta tutta la mia imperdonabile ingenuità: per evitare che qualcuno pensasse male, cosa che poi accadde lo stesso, io feci intestare l’apparecchio proprio alla onlus che ne diventò legalmente proprietaria. A questo punto, stando a quanto la presidentessa di quel l’associazione, tale Marina Bortolani, affermava, era necessario che il microscopio passasse burocraticamente attraverso un ente pubblico il quale, poi, lo avrebbe girato a noi.

Allora, dopo qualche mese di ricerca, io trovai il Centro di Geobiologia dell’Università di Urbino il cui direttore, prof. Rodolfo Coccioni, si prestò alla bisogna. Tutto bene fino a che, il 30 giugno scorso, mi arriva una raccomandata della onlus in cui questa mi comunica che, un paio di settimane prima, aveva “donato” il microscopio all’Università di Urbino. Questo dopo avermi tenuto all’oscuro di trattative lunghissime e, scrive la raccomandata, con il piacet di Grillo.

Qualcuno potrebbe chiedersi quale voce in capitolo abbia Beppe Grillo e che cosa mai c’entri in una bizzarria dei genere. Qualcuno potrebbe pure chiedersi per quale motivo al mondo Grillo avrebbe avuto piacere che il microscopio ci venisse tolto dopo che, con una chiarezza cristallina, lui stesso aveva affermato innumerevoli volte nei suoi spettacoli e aveva assicurato per almeno un paio d’anni sul suo blog che quei soldi erano raccolti esclusivamente perché noi – mia moglie ed io – potessimo avere quell’apparecchio. Addirittura il sito Internet della onlus Carlo Bortolani contiene un lungo post datato aprile 2007 in cui si conferma che solo noi siamo i destinatari dei microscopio e che solo mia moglie può decidere come e dove usarlo. In aggiunta, tutto questo è riportato pari pari nel documento originale di accordo tra la onlus e il Centro di Geobiologia di Urbino.

Se si vuole un esempio di stravagante ipocrisia, poi, si legga la condizione con cui il nostro microscopio finirà in un’università dove non esiste la minima esperienza riguardo la ricerca per la quale tutto quel denaro è stato raggranellato: noi potremo usare l’apparecchio “almeno una volta la settimana”. Lasciando da parte il fatto che tra casa nostra ed Urbino ci sono più o meno 3 ore di viaggio, per prima cosa, la nostra ricerca richiede almeno 8 ore al giorno d’impiego dell’apparecchio per almeno 5 giorni la settimana e, non di rado, il suo uso notturno in una modalità automatica (che ci appartiene e che non daremo certo ad Urbino). Poi ci vogliono ambienti particolari e apparecchiature a contorno che laggiù non esistono. Poi occorrono tecnici che sappiano preparare i campioni da osservare e, ancora una volta, ad Urbino non c’è quel tipo di personale. E il denaro? Mantenere un aggeggio dei genere è quanto mai costoso e, notoriamente, nelle università non c’è una lira.

Perché, allora? La manovra è fin troppo ovvia: come si era già fatto quando ci si tolse la disponibilità dei primo microscopio, la nostra ricerca deve essere “imbavagliata”. Imbavagliata è il termine che usava a suo tempo Grillo quando, forse, chi ne cura gli’interessi non si era reso conto di che cosa significasse davvero darci una mano.
Le evidenze che noi mostriamo in modo tanto impietoso quanto incontestabile danno fastidio, e tanto, a chi lucra sull’incenerimento dei rifiuti vendendosi la nostra salute, a chi vuole costellare la Penisola di demenziali impianti “a biomasse”, a chi ficca le ceneri da immondizia nel cemento, a chi infila particelle inorganiche nei vaccini, a chi particelle analoghe aggiunge agli alimenti industriali, e così via.

Ora, poi, che i nostri risultati sono arrivati molto in alto e minacciano di arrivare ancora più su, il fastidio diventa pericolo. Insomma, a scanso di guai, meglio toglierci dai piedi e farlo in fretta. Ciò cui la onlus Bortolani non aveva pensato è che qualcuno avrebbe reagito. Ora un avvocato sta ricevendo centinaia di messaggi da persone che hanno donato quattrini per noi e che si vedono beffate, e quell’avvocato, forte dei mandati ricevuti dai donatori, procederà contro onlus ed Università di Urbino. Tantissimi messaggi indignati arrivano all’Università ed alla onlus la quale, magari un po’ ingenuamente perché spesso di quei messaggi io ricevo copia, risponde a tutti che le proteste si limitano a 13 (!) lettere.

Ecco: questi non sono fatti miei e basta. Con quel microscopio noi abbiamo ottenuto risultati di eccellenza assoluta, abbiamo ricerche delicatissime in corso, mia moglie è a capo di un progetto europeo che vede coinvolti 10 centri di ricerca su 6 paesi diversi, siamo riusciti a far passare una legge che riconosce le patologie da “uranio impoverito e nanoparticelle” cosicché i ragazzi che tornano malati dalle missioni “di pace” non saranno più lasciati morire come cani, stiamo ostacolando lo scempio che si fa costruendo inceneritori ovunque, stiamo lavorando su di un sistema per disinquinare l’aria cittadina, e così via. Tanto business non proprio pulito è messo a rischio.
Più di qualcuno consiglia a mia moglie e a me di andarcene da questo squallido paese. Ma noi resteremo: andarcene significherebbe riconoscere che la mascalzonaggine è imbattibile. E noi siamo abituati a vincere.
Fonte: http://www.disinformazione.it

Noi siamo dalla parte del Dott. Montanari perché in un paese veramente civile la ricerca dovrebbe esser fatta tramite canali ufficiali che comunque noi paghiamo, anche se evidentemente sono controllati da chi ha interesse a fare in modo che certe cose non si scoprano e non si sappiano.
Siamo dalla parte di Montanari perché chi parla contro di lui lo fa con argomenti del tutto propagandistici, accusandolo ingiustamente di pensare soltanto al guadagno e di millantare meriti inesistenti. Se davvero fosse così egli non sarebbe interessato ad una vera ricerca, perché si guadagna di più ad essere asserviti che ad essere indipendenti (vedi guadagni di Grillo), e se davvero fosse privo di talento scientifico chissà perché lo temono tanto…