Archivi del giorno: 12 settembre 2009

L’inchiesta. Tutto quello che non avrebbero voluto farci sapere sull’11/9

L’inchiesta. Tutto quello che non avrebbero voluto farci sapere sull’11/9.

Scritto da Carlo Bonini / Pino Cabras

I rapporti tra Kissinger e i sauditi. Quelli tra il direttore della Commissione d’inchiesta sull’attentato e i fedelissimi di Bush jr. Nell’anniversario della strage, un cronista del «New York Times» svela chi ha lavorato per insabbiare la verità.

Nella disastrosa eredità consegnata all’America e al mondo intero da due mandati presidenziali repubblicani, c’è una ferita più profonda di altre che ha a che fare con la Verità e la Menzogna. Con le premesse dell’11 settembre e le sue conseguenze. E come sempre accade nelle grandi democrazie, il tempo, da solo, non è mai una buona medicina. Perché l’oblio non è una risposta. Per questo, a otto anni di distanza da quel giorno che ha cambiato per sempre il corso della Storia, la domanda su quella mattina di orrore e di sangue non è più «come è potuto accadere», ma un’altra. A ben vedere cruciale. Chi è il padre della verità sull’11 settembre? Chi, dunque, davvero ne ha indirizzato il percorso e gli approdi?

Come è noto, la verità ufficiale sull’11 settembre ha la firma di una Commissione d’inchiesta (9/11 Commission) bipartisan del Parlamento americano (cinque repubblicani e altrettanti democratici), che… nell’estate del 2004, rassegnò le proprie conclusioni e raccomandazioni al termine di un lavoro i cui atti, disponibili in rete e raccolti per altro in un volume, sono diventati nel tempo un testo di diffusione mondiale. A quelle conclusioni – che di fatto non riuscirono a individuare responsabilità politiche cruciali né nell’amministrazione repubblicana di allora né in quella democratica che l’aveva preceduta, ma al contrario, illuminarono solo una lunga catena di falle nel sofisticato, ma burocratico, apparato della sicurezza e dell’intelligence – a tutt’oggi non crede un 53 per cento degli americani, convinto come è che «il governo abbia nascosto tutto o in parte la verità».

Nelle ragioni di questa sfiducia si ripropone evidentemente l’attualità della domanda – chi è il padre della verità sull’li settembre? – e il presupposto di un eccellente lavoro di inchiesta giornalistica che porta la firma di un autorevole cronista del «New York Times», Philip Shenon. Una storia di 583 pagine magnificamente documentata, trasparente quanto ricca nelle fonti, che a quella domanda offre delle prime risposte e che ora, a un anno dalla pubblicazione negli Stati Uniti, arriva nella sua traduzione e titolo italiani: Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre (Piemme edizioni).

Scrive Shenon: «Ho cominciato a lavorare al libro nel gennaio del 2003, quando il «New York Times» mi affidò l’incarico di occuparmi della Commissione sull’11 settembre.

Non ero sicuro di volere quel lavoro. È strano ripensarci adesso, ma all’epoca non era chiaro se la Commissione avrebbe suscitato l’interesse dell’opinione pubblica. (…) Oggi sono grato a chi mi fece cambiare idea e mi convinse ad accettare». Nello stupore «postumo» di Shenon non c’è soltanto l’onesta ammissione di quel clima di anestesia e manipolazione collettiva che, per anni, ha imprigionato opinione pubblica e media americani, convinti delle «verità» dell’11 settembre prima ancora che fossero indagate, come delle «ragioni» truccate della guerra in Iraq. C’è la stessa sorpresa che percorre e annoda tutti i passaggi di questa controinchiesta sul lavoro della Commissione 11 settembre e che, a dispetto della sua intricata e affollata trama, dei suoi protagonisti, dei suoi luoghi claustrofobici (la scena si svolge per intero nella Washington dei palazzi del potere, chiusa tra Pennsylvania Avenue e K Street, tra la Casa Bianca, Capitol Hill e gli uffici che la Commissione aveva individuato come suo quartier generale), si lascia leggere anche da chi non ha alcuna familiarità con i corridoi e il retrobottega della politica americana.

Nello scomporre e passare al microscopio i passaggi cruciali del lavoro della Commissione 11 settembre, l’inchiesta di Shenon, in un plot rigidamente cronologico (maggio 2002-luglio 2004), si svela infatti per quello che è: una cronaca del potere. Innanzitutto vera e non avventurosa, perché documentata. Ma anche simbolica. Per la sua capacità di raccontare come, all’indomani dell’11 settembre, il problema (per altro non solo americano, per chi ha voglia di ricordare quale sia stato il cover-up del governo italiano sul coinvolgimento dell’intelligence del nostro Paese nella vicenda dell’uranio nigeriano: il cosiddetto affare Niger-gate) non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità «compatibile». Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno. Che collimasse con l’interesse domestico di un’amministrazione che si preparava a chiedere un secondo mandato agli elettori. Che non superasse la soglia di tolleranza al dolore delle burocrazie della sicurezza interna (Fbi) ed esterna (Cia) e degli uomini che in quel momento le dirigevano (Robert Mueller e George Tenet). Che mantenesse intatto il segreto inconfessabile del regime saudita e dunque i suoi legami con i dirottatori dell’11 settembre. Che insomma accompagnasse, senza farle deragliare, le politiche, le strategie, le priorità di intervento contro la violenza del radicalismo islamico battezzate dalla Casa Bianca di George Bush e Dick Cheney.

Messe in fila, le «rivelazioni» del lavoro di Shenon acquistano così un senso corale e intelligibile. Per citarne solo alcune, si comprende per quale motivo, all’indomani della sua nomina a presidente della Commissione 11 settembre, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger preferì dimettersi, piuttosto che svelare all’America, e prima ancora alle aggressive Jersey girls (il gruppo delle vedove dell’attacco alle Torri Gemelle), quali clienti sauditi («i Bin Laden?», gli fu chiesto) avesse nel proprio portafoglio la sua Kissinger associates e dunque quale potenziale conflitto di interessi lo assediasse. E per quale motivo finirono sepolti negli atti della Commissione dettagli capaci di raccontare qualcosa di più e di molto diverso sui dirottatori dell’11 settembre, di smontare la loro rappresentazione di martiri ammaestrati con la lettera del Corano in qualche sperduta caverna afgana (non solo il sostegno che ricevettero da sauditi residenti in California durante il periodo del loro addestramento, ma, ad esempio, anche le loro visite nei sexy-shop e la loro frequentazione di escort). Di più: si intuiscono le ragioni del terrore che aggredì Sandy Berger, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bili Clinton, all’indomani dell’attacco alle Torri e al Pentagono, convincendolo a trafugare dagli Archivi nazionali di Washington documenti coperti da segreto di Stato che gli avrebbero consentito di preparare una difesa politica credibile dell’amministrazione democratica di cui aveva fatto parte e del suo impegno nella lotta ad Osama Bin Laden e alla sua Al Qaeda.

Naturalmente, Shenon dà un nome a chi fece in modo che l’indagine della Commissione 11 settembre, a dispetto dei suoi poteri di inchiesta, della straordinaria qualità dei suoi investigatori e del suo ufficio di presidenza bipartisan (il repubblicano Tom Kean e il democratico Lee Hamilton) finisse con il cercare soltanto una «verità compatibile». Ed è un nome, Philip Zelikow, che nel nostro Paese non dice nulla a nessuno.

Professore dell’università della Virginia, Zelikow, da direttore esecutivo della Commissione, sarà cruciale nella scelta dei testimoni da cercare e interrogare. Negli atti da acquisire o da cestinare.

Fino a diventare il vero padrone della Commissione, capace di governarne di fatto ogni mossa di indagine. I suoi rapporti con Karl Rove (l’uomo che inventò Bush) e con Condoleezza Rice, le sue costanti telefonate alla Casa Bianca, saranno a lungo il suo «segreto». Con il suo Omissis, Shenon lo fa cadere.

Il Venerdì di Repubblica

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Nota di Megachip a cura di Pino Cabras:

C’è una frase illuminante, in questo articolo di Carlo Bonini, quando sostiene che il problema che volevano risolvere le inchieste «non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità “compatibile”. Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno.» È un interessante epitaffio da iscrivere sulle barriere sollevate per anni dai mitografi della Verità Ufficiale, sia quelli a presidio delle redazioni dei grandi organi d’informazione, sia quelli scatenatisi sul web.

Possiamo dire che è franata miseramente la prima diga della verità “compatibile”, eretta intorno alle bugie ufficiali, anche se ha resistito per quasi un decennio, con la complicità e i silenzi della corrente principale dei mass media. Oggi le acque avanzano fino alla seconda diga, dove si raccoglie un’altra verità “compatibile”, che cerca ancora di salvare i poteri coinvolti nell’11/9, ma è ormai costretta ad ammettere che il lago delle complicità a sostegno dell’attentato era enormemente più vasto di quello che si raccoglieva intorno alla ventina di presunti attentatori, i quali non appaiono peraltro più credibili come tipici fondamentalisti islamici di ispirazione salafita, laddove frequentavano perfino più escort del nostro premier.

Siamo sulla buona strada. Ci rimane finanche il buonumore per la chiusura di Bonini, che ringrazia Philip Shenon per aver fatto finalmente “cadere il segreto” sulla figura di Zelikow, il “padrone” della Commissione d’inchiesta sull’11/9. Possiamo consigliargli decine di siti e di libri che – anche dalle nostre parti – la questione Zelikow l’avevano posta eccome, da anni, beccandosi il comodo epiteto di “complottisti”. Senza attendere un altro decennio, troverà già oggi anche i materiali che arriveranno poi alla terza e alla quarta diga.

Paolo Borsellino e l’agenda rossa

Paolo Borsellino e l’agenda rossa.

Riportiamo l’introduzione del testo “Paolo Borsellino e l’agenda rossa” che è stato preparato e curato dalla redazione del nostro sito http://www.19luglio1992.com in occasione delle manifestazioni per il 17° anniversario (19 luglio 2009) della strage di via D’Amelio e per la manifestazione “Agenda rossa” in programma a Roma per il 26 settembre 2009. Il testo completo compare in allegato a questo post in formato WORD e PDF (A5) ed è scaricabile liberamente.

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Paolo Borsellino

Introduzione

Il 19 luglio 1992 un’autobomba fatta brillare in via Mariano D’Amelio a Palermo alle ore 16.58 e venti secondi causò la morte del Magistrato Paolo Borsellino e dei cinque Agenti della Polizia di Stato Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina ed Agostino Catalano. Nonostante la magistratura abbia ottenuto fondamentali risultati nell’accertamento della matrice mafiosa della strage e nell’individuazione dei responsabili interni all’associazione criminale Cosa Nostra, pesanti zone d’ombra permangono sulle entità esterne all’organizzazione mafiosa che con questa hanno interagito nella deliberazione ed esecuzione del piano stragista. L’accelerazione imposta alla fase esecutiva della strage matura infatti dall’incontro delle esigenze di Cosa Nostra e di quei soggetti esterni all’organizzazione “in qualche modo interessati a condizionare i moventi e i ragionamenti dei malavitosi eo in certe circostanze a svolgere una vera e propria opera di induzione al delitto” (sentenza d’appello Borsellino bis, cap. V).


Un documento che potrebbe fornire indicazioni determinanti per dare un volto ai mandanti esterni della strage è l’agenda rossa di Paolo Borsellino sulla quale il Magistrato era solito appuntare riflessioni e contenuti dei suoi colloqui investigativi, soprattutto negli ultimi mesi che precedettero la strage. Borsellino ripose l’agenda nella sua borsa di cuoio poco prima di recarsi dalla madre in via D’Amelio il 19 luglio 1992, come testimoniato dai figli e dalla moglie del Magistrato. Da quel momento dell’agenda si sono perse le tracce: nella borsa del Magistrato trovata intatta dopo l’esplosione sono stati rinvenuti alcuni oggetti personali ma non l’agenda.

In quel diario sono contenuti appunti sugli incontri ed i colloqui che Borsellino ebbe con collaboratori di giustizia e con rappresentanti delle Istituzioni. Si tratta di elementi determinanti per mettere a fuoco le complicità di pezzi dello stato con Cosa Nostra. Chi si è appropriato dell’agenda può oggi utilizzarla come potente strumento di ricatto proprio nei confronti di coloro che, citati nel diario, sono scesi a patti con l’organizzazione criminale.


È stato infatti accertato con la sentenza definitiva Borsellino bis che una delle cause che ha determinato l’accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio è stata la trattativa avviata dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992 da alcuni rappresentanti delle Istituzioni con i vertici di Cosa Nostra. La cosiddetta Seconda Repubblica nasce sulla base di un dialogo a colpi di bombe tra l’organizzazione mafiosa ed appartenenti al mondo politico ed imprenditoriale. Questa scellerata trattativa da un lato ha assicurato ai suoi protagonisti fulminee carriere all’interno
del rimaneggiato quadro politico e degli apparati di sicurezza, dall’altro ha permesso a Cosa Nostra di limitare gli effetti dell’incisiva azione repressiva della parte sana delle Istituzioni nei primi anni novanta e di consolidare il rapporto di consustanzialità con la borghesia imprenditoriale mafiosa. “La Seconda Repubblica affonda i suoi pilastri nel sangue”, ha detto il Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo Antonio Ingroia, e l’agenda rossa di Paolo Borsellino ne costituisce la “scatola nera”, secondo la definizione del giornalista Marco Travaglio.


Il documento che vi apprestate a leggere in queste pagine vuole dare un contributo a raggiungere tre obiettivi. In primo luogo diffondere alcuni degli interventi pubblici di Paolo Borsellino che rimangono di stringente attualità, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità interne alla magistratura nell’isolare e delegittimare chi come Giovanni Falcone tenta di rendere viva la Costituzione e rispettare l’uguaglianza di tutti di fronte alla Legge. In secondo luogo aiutare a ricostruire i fatti attinenti alla vita di Paolo Borsellino per il periodo compreso fra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e quella di via D’Amelio (19 luglio 1992) per cercare di capire fino in fondo il contesto nel quale è maturata l’improvvisa accelerazione
del piano esecutivo dell’eccidio del 19 luglio. Infine vorremmo contribuire a far conoscere le motivazioni della sentenza Borsellino bis emessa dalla Corte di Assise di appello di Caltanissetta presieduta da Francesco Caruso il 18 marzo 2002 e confermata integralmente dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione il 3 luglio 2003. Questa sentenza è un documento fondamentale perché da un lato racchiude alcuni dei risultati più rilevanti raggiunti dalla magistratura nell’accertamento delle responsabilità penali degli autori e mandanti interni a Cosa Nostra della strage di via D’Amelio, dall’altro apre uno squarcio sulle piste investigative che rimandano ai mandanti esterni all’organizzazione mafiosa. Si tratta di elementi investigativi che sono stati raccolti soprattutto grazie al lavoro degli ufficiali di Polizia Gioacchino Genchi ed Arnaldo La Barbera i quali sono stati fortemente ostacolati da individui all’epoca appartenenti all’amministrazione del Ministero degli Interni proprio a causa della loro attività di polizia giudiziaria. Nel capitolo terzo della citata sentenza si legge: “Era doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza (del dr. Gioacchino Genchi ndr), tenuto conto dell’impostazione di alcuni motivi d’appello e delle correlate richieste istruttorie. Attraverso essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare. Tutto ciò ripropone con attualità la necessità di riprendere nelle sedi opportune le indagini sulle questioni alle quali manca tuttora risposta”.


Questo testo nasce facendo tesoro
del lavoro di tante persone che vorremmo ringraziare di cuore: innanzitutto Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, dal cui libro “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” (Chiarelettere, 2007) abbiamo attinto a piene mani. Il loro contributo è stato fondamentale e molti brani presentati in queste pagine sono frutto del “saccheggio” del libro scritto dai due giornalisti. Il libro intitolato “Paolo Borsellino. Il valore di una vita” scritto da Umberto Lucentini (Mondadori, 1994) è stato una fonte inesauribile di fatti ed informazioni. Un altro aiuto determinante per la raccolta di documenti e di conoscenze è venuto da Arcangelo Ferri, giornalista di RAINEWS24 ed autore di alcune inchieste giornalistiche sulla vita di Paolo Borsellino indispensabili per ricostruire la dinamica dei fatti. Ringraziamo poi Salvo Palazzolo, giornalista del quotidiano La Repubblica, autore con Enrico Bellavia di un sito (www.falconeborsellino.net) e di un libro (Falcone Borsellino, Mistero di Stato, Edizioni della Battaglia, 2003) essenziali per lo sviluppo della nostra ricerca. Grazie anche a Leo Sisti e Gianluca Di Feo, giornalisti del settimanale L’Espresso, per lo scambio di documenti e per la ricostruzione cronologica di alcuni fatti accaduti nel giugno-luglio 1992. Un grosso ringraziamento va infine a tutta la redazione del periodico ANTIMAFIADuemila ed in particolare ai giornalisti Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, attraverso i cui articoli è stato per noi possibile avere un’approfondita visione d’insieme di vicende ed inchieste relative alla strage di via D’Amelio.

Un ringraziamento speciale va a tutti i redattori del sito 19luglio1992.com per aver partecipato alla raccolta di materiale e documenti utili per questo elaborato: Desirée Grimaldi, Martina Di Gianfelice, Vanna Lora ed Enzo Guidotto. Grazie a Valentina Culcasi per aver curato la preparazione del testo e la parte relativa agli interventi di Paolo Borsellino. Un sincero ringraziamento a Fabio De Riccardis per il supporto informatico nell’elaborazione del materiale. Infine grazie di cuore a Salvatore Borsellino per aver fatto nascere questo gruppo di lavoro e per la forza e determinazione con cui dà vita ai suoi ideali e progetti. La pubblicazione di questo documento e la manifestazione di Palermo del 19 luglio 2009 non sarebbero state possibili senza la rabbia e la sete di Giustizia di Salvatore.


Marco Bertelli, 28 giugno 2009

YouTube – lirio Abbate spiega perchè Berlusconi è preoccupato della riapertura delle inchieste ’92 ’93 ’94

YouTube – lirio Abbate spiega perchè Berlusconi è preoccupato della riapertura delle inchieste ’92 ’93 ’94.

Quello che ci racconta Lirio Abbate nel video coincide sostanzialmente con quanto raccontato da Pietro Orsatti nell’articolo “Procure – le paure di Berlusconi“.

Blog di Beppe Grillo – Primarie dei cittadini 2.0 : Energia

Interessante articolo di beppe grillo, peccato abbia dimenticato di menzionare l’eolico e il solare termodinamico

Blog di Beppe Grillo – Primarie dei cittadini 2.0 : Energia.

L’otto gennaio 2006 scrivevo nel blog: “Fino ad oggi le primarie le hanno fatte i nostri dipendenti. E’ arrivato il momento che le primarie le facciano i datori di lavoro“. Per alcuni mesi le proposte su cinque temi: Energia, Salute,Trasporti, Economia e Informazione suggerite da esperti mondiali furono discusse in Rete da migliaia di commentatori. Ne uscì un documento che portai a Prodi. Lo illustrai mentre pian piano Valium si addormentava. Poi mi addormentai anch’io. Era l’otto giugno 2006. Capii una cosa: i partiti erano morti, tutti, nessuno escluso. Il cittadino con l’elmetto che fa politica attiva e non il “politico” è nato quel giorno. Sono venuti quindi i Vday, le raccolte di firme per Parlamento Pulito e una Libera Informazione. Capii un’altra cosa, i cittadini non hanno voce, referendum e leggi popolari sono una presa per il culo. Seguirono le liste civiche a Cinque Stelle, la Carta di Firenze per l’amministrazione dei Comuni e la scelta di fondare un Movimento di Liberazione Nazionale. Il programma del Movimento nascerà dalle Primarie 2.0 con i vostri nuovi contributi. Il 4 ottobre sarà pubblicato sul blog il programma completo. Oggi partiamo dall’Energia.

ENERGIA
“Se venisse applicata rigorosamente la legge 10/91, per riscaldare gli edifici si consumerebbero 14 litri di gasolio, o metri cubi di metano, al metro quadrato calpestabile all’anno. In realtà se ne consumano di più.
Dal 2002 la legge tedesca, e più di recente la normativa in vigore nella Provincia di Bolzano, fissano a 7 litri di gasolio, o metri cubi di metano, al metro quadrato calpestabile all’anno il consumo massimo consentito nel riscaldamento ambienti. Meno della metà del consumo medio italiano.
Utilizzando l’etichettatura in vigore negli elettrodomestici, nella Provincia di Bolzano questo livello corrisponde alla classe C, mentre alla classe B corrisponde a un consumo non superiore a 5 litri di gasolio, o metri cubi di metano, e alla classe A un consumo non superiore a 3 litri di gasolio, o metri cubi di metano, al metro quadrato all’anno.
Nel riscaldamento degli ambienti, una politica energetica finalizzata alla riduzione delle emissioni di CO2, anche per evitare le sanzioni economiche previste dal trattato di Kyoto nei confronti dei Paesi inadempienti, deve articolarsi nei seguenti punti:
– applicazione immediata della normativa, già prevista dalla legge 10/91 e prescritta dalla direttiva europea 76/93, sulla certificazione energetica degli edifici
– definizione della classe C della provincia di Bolzano come livello massimo di consumi per la concessione delle licenze edilizie relative sia alle nuove costruzioni, sia alle ristrutturazioni di edifici esistenti
– riduzione di almeno il 10 per cento in cinque anni dei consumi energetici del patrimonio edilizio degli enti pubblici, con sanzioni finanziare per gli inadempienti
– agevolazioni sulle anticipazioni bancarie e semplificazioni normative per i contratti di ristrutturazioni energetiche col metodo esco (energy service company), ovvero effettuate a spese di chi le realizza e ripagate dal risparmio economico che se ne ricava
– elaborazione di una normativa sul pagamento a consumo dell’energia termica nei condomini, come previsto dalla direttiva europea 76/93, già applicata da altri Paesi europei.
Il rendimento medio delle centrali termoelettriche dell’Enel si attesta intorno al 38%. Lo standard con cui si costruiscono le centrali di nuova generazione, i cicli combinati, è del 55/60%.
La co-generazione diffusa di energia elettrica e calore, con utilizzo del calore nel luogo di produzione e trasporto a distanza dell’energia elettrica, consente di utilizzare il potenziale energetico del combustibile fino al 97%. Le inefficienze e gli sprechi attuali nella produzione termoelettrica non sono accettabili né tecnologicamente, né economicamente, né moralmente, sia per gli effetti devastanti sugli ambienti, sia perché accelerano l’esaurimento delle risorse fossili, sia perché comportano un loro accaparramento da parte dei Paesi ricchi a danno dei Paesi poveri. Non è accettabile di per sé togliere il necessario a chi ne ha bisogno, ma se poi si spreca, è inconcepibile.
Per accrescere l’offerta di energia elettrica non è necessario costruire nuove centrali, di nessun tipo. La prima cosa da fare è accrescere l’efficienza e ridurre gli sprechi delle centrali esistenti, accrescendo al contempo l’efficienza con cui l’energia prodotta viene utilizzata dalle utenze (lampade, elettrodomestici, condizionatori e macchinari industriali). Solo in seguito, se l’offerta di energia sarà ancora carente, si potrà decidere di costruire nuovi impianti di generazione elettrica.
Nella produzione di energia elettrica e termica, una politica energetica finalizzata alla riduzione delle emissioni di CO2 anche accrescendo l’offerta, deve articolarsi nei seguenti punti:
– potenziamento e riduzione dell’impatto ambientale delle centrali termoelettriche esistenti
incentivazione della produzione distribuita di energia elettrica con tecnologie che utilizzano le fonti fossili nei modi più efficienti, come la co-generazione diffusa di energia elettrica e calore, a partire dagli edifici più energivori: ospedali, centri commerciali, industrie con processi che utilizzano calore tecnologico, centri sportivi ecc.
– estensione della possibilità di riversare in rete e di vendere l’energia elettrica anche agli impianti di micro-cogenerazione di taglia inferiore ai 20 kW
– incentivazione della produzione distribuita di energia elettrica estendendo a tutte le fonti rinnovabili e alla micro-cogenerazione diffusa la normativa del conto energia, vincolandola ai kW riversati in rete nelle ore di punta ed escludendo i chilowattora prodotti nelle ore vuote
– applicazione rigorosa della normativa prevista dai decreti sui certificati di efficienza energetica, anche in considerazione dell’incentivazione alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che essi comportano
– eliminazione degli incentivi previsti dal CIP6 alla combustione dei rifiuti in base al loro inserimento, privo di fondamento tecnico-scientifico, tra le fonti rinnovabili
– legalizzazione e incentivazione della produzione di biocombustibili, vincolando all’incremento della sostanza organica nei suoli le produzioni agricole finalizzate a ciò
– incentivazione della produzione distribuita di energia termica con fonti rinnovabili, in particolare le biomasse vergini, in piccoli impianti finalizzati all’autoconsumo, con un controllo rigoroso del legno proveniente da raccolte differenziate ed escludendo dagli incentivi la distribuzione a distanza del calore per la sua inefficienza e il suo impatto ambientale
– incentivazione della produzione di biogas dalla fermentazione anaerobica dei rifiuti organici.”

Antimafia Duemila – Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9

Antimafia Duemila – Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9.

di Pino Cabras – 11 settembre 2009
Erano numerose le esercitazioni degli apparati militari e della sicurezza statunitensi a ridosso dell’11 settembre 2009, svolte in cielo e in terra, nelle basi militari e in città, nelle sedi degli apparati spionistici e della sicurezza, dentro i grattacieli e fuori.

Quanti sanno che la mattina dell’11 settembre un’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, il National Reconnaissance Office (NRO), aveva programmato un’esercitazione in corso della quale un aereo disperso si schiantava su uno dei suoi edifici? Quest’agenzia d’intelligence, che gestisce lo spionaggio dallo spazio, dipende dal Dipartimento della Difesa e il suo personale proviene per metà dalla CIA e per metà dalla Difesa. In corrispondenza degli eventi, reali, fu deciso di interrompere l’esercitazione e mandare a casa i tremila addetti dell’agenzia. Poiché i locali dell’NRO vennero evacuati, l’effetto più evidente fu quello di oscurare lo spionaggio ufficiale quando più ce n’era bisogno, nel momento in cui avrebbe potuto – e dovuto – controllare gli eventi dallo spazio. Chi è dunque rimasto davanti agli schermi più importanti dell’agenzia a vedere le cose con i potenti occhi dei satelliti.
E quanti sanno che una parte significativa delle figure professionali che sarebbero state più qualificate nel rispondere agli attentati si trovava in addestramento all’altro capo del Paese? È il caso del gruppo misto FBI/CIA d’intervento antiterroristico, distolto dallo scenario di quel giorno, essendo a migliaia di chilometri di distanza, impegnato in un’esercitazione di addestramento a Monterey (California). «USA Today» raccontava l’11 settembre che «alla fine della giornata, con la chiusura degli aeroporti in tutto il paese, il gruppo d’intervento non ha mai trovato il modo di tornare a Washington». Con il risultato che al momento degli attentati la principale agenzia federale responsabile di prevenire tali crimini era decapitata. L’addestramento del gruppo non era solo sulla carta, perché aveva concentrato sulla costa californiana anche tutti gli elicotteri e i velivoli leggeri in dotazione.
Molti elementi portano a ritenere che i mandanti degli attentati fossero ben consapevoli di tutti questi movimenti e che, almeno una porzione di essi, fossero parte integrante di strutture coperte dagli apparati statali.
Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.
In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.
In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.
In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.
Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.
Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede – a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi. Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.
L’esperienza italiana dei delitti di grande impatto pubblico – Mattei, Moro, vari casi della strategia della tensione, Borsellino – ci dice che dietro di essi c’erano le decisioni di gruppi ristretti di individui. Dietro ognuno di quei casi c’erano potentati che agivano in nome di precisi calcoli politici ed economici. In certe azioni è preparata simultaneamente la copertura ed il depistaggio, mentre personaggi interni alla mafia o ai gruppi terroristici sono segmenti dell’azione molto utili, parecchio esposti. Svariati episodi definiti mafiosi o terroristici hanno ben altra matrice. È un tipo di ipotesi investigativa normalmente usata, spesso con buoni risultati.
Si può applicare anche alle vicende dell’11/9.
Rispetto alla complessità di un simile scenario viene invocato il cosiddetto “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». In termini da XXI secolo possiamo tradurre così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».
Bene, scordatevi Occam quando si parla di terrorismo. Nel caso dell’11/9 gli elementi si sono moltiplicati eccome, oltre ogni necessità contemplabile dall’uomo della strada o dalla redazione tipo di un giornale.

Tra queste c’era anche l’approntamento di ‘Tripod II’, una simulazione d’attacco terroristico organizzata in vista del 12 settembre sulla costa occidentale di Manhattan.
Questa simulazione ha comportato prima di quella data l’installazione in un molo dello Hudson River, il Pier 92, di un vasto centro di controllo e di comando configurato esattamente come l’Office of Emergency Management (OEM), quello distrutto nell’edificio 7 del World Trade Center.
L’OEM era stato istituito nel 1996 dal sindaco di New York, Rudolph Giuliani, per gestire la risposta della città agli eventi catastrofici, compresi eventuali attentati terroristici su vasta scala.
Nei cinque anni che precedettero l’11/9, l’OEM svolse regolarmente delle esercitazioni che comprendevano tutte le agenzie: dalla protezione civile, la FEMA, agli apparati di sicurezza. Per ciascuna esercitazione gli allestimenti e le simulazioni in sé duravano nel complesso svariate settimane. Venivano mobilitati mezzi impressionanti, per scenari molto realistici. Rudy Giuliani presenziava a molti di questi “drill” che addestravano la città a scenografie da film catastrofico. È lo stesso Giuliani a descrivere il realismo di questi giganteschi giochi di ruolo: «Di solito scattavamo delle foto di queste esercitazioni, e risultavano talmente realistiche che la gente che le vedeva era portata a chiedere quando l’evento mostrato in foto si fosse mai verificato» (dal libro Leadership, pag. 355)
Tra gli scenari da incubo: attentati con il gas sarin a Manhattan, attacchi a base di antrace, camion bomba.
L’11 maggio 2001, esattamente quattro mesi prima dei veri mega-attentati di New York, ci fu la simulazione di un attacco alla città con la peste bubbonica. La simulazione fu talmente realistica che uno dei partecipanti dichiarò che «dopo cinque minuti immersi in quella esercitazione, tutti si erano dimenticati che fosse un’esercitazione».
Adrenalina vera, nella frenesia emotiva di chi si trova in mezzo.
In questi esercizi non si lesinano le risorse. Le agenzie, a partire dalla FEMA, sono a lungo sul campo, prima e dopo il nucleo dell’esercitazione. Tutto è come se fosse vero, in mezzo all’opera di centinaia di persone, in divisa e no, appartenenti a diversi apparati. I soggetti coinvolti, a partire da Giuliani, ci spiegano che il confine fra finzione e realtà diventa indistinguibile, in termini di mezzi mobilitati e di percezione.
Lo scenario di aerei usati di proposito come missili non era ufficialmente contemplato nelle simulazioni dell’OEM. Ma al di là del fatto che si ipotizzavano incidenti “non intenzionali”, si svolgevano ugualmente esercizi che concepivano interventi di soccorso per le conseguenze d’impatto di aerei di linea su grattacieli.
Un’esercitazione, stavolta a tavolino, si svolse appena una settimana prima dell’11/9, con piani per la continuità delle attività svolte nel distretto finanziario al World Trade Center.
Quando si manifestò in tutta la sua orrenda grandiosità lo scenario terroristico dell’11/9, fu facile per Rudolph Giuliani affidarsi agli allestimenti dell’altra esercitazione che era stata nel frattempo preparata con il nome di Tripod II, quella con base al Pier 92 e citata in apertura. Il molo si trova a sole 4 miglia nord-nordovest dal World Trade Center, e in quella occasione era stato già predisposto come un particolare centro di smistamento nel quale le vittime simulate sarebbero state sottoposte alle prime cure.
Lo ha ricordato lo stesso Giuliani alla Commissione d’inchiesta sull’11/9: «la ragione per cui fu scelto il Pier 92 era perché per il giorno successivo, il 12 settembre, al Pier 92 doveva svolgersi un’esercitazione. Si trovavano laggiù centinaia di persone, della FEMA, del governo federale, dello stato, dello State Emergency Management Office, e tutte si stavano approntando a un’esercitazione su un attacco biochimico. Perciò quello stava per essere il luogo in cui si avviavano a svolgere l’esercitazione. Le attrezzature erano già lì, per cui riuscimmo a stabilirvi un centro di comando in soli tre giorni che risultava essere due volte e mezzo più grande del centro di comando che avevamo perso all’edificio 7 del World Trade Center. E fu da lì che il resto del lavoro di ricerca e soccorso venne completato».
In altre occasioni abbiamo parlato della testimonianza di Kurt Sonnenfeld, l’uomo della FEMA che confermava, anche lui, che la sua agenzia era già lì in forze da prima degli attentati. Apriti cielo. I mitografi con l’elmetto hanno cercato di bollare con il solito stigma di “cospirazionista” l’idea dell’arrivo anticipato della FEMA. Si sono arrampicati sulle date, visto che il “drill” vero e proprio doveva cominciare il 12 settembre e non prima. Centinaia di uomini già in campo da giorni: per i mitografi evidentemente non contano nulla. Quindi ritengono che una mega esercitazione come Tripod II potesse materializzarsi all’improvviso, senza pianificazione, sfornita di logistica, senza agenti di ogni tipo disseminati da giorni a svolgere i loro compiti. Un’ipotesi ridicola, sepolta da prove, dichiarazioni e testimonianze. L’esercitazione durante l’11/9 era una macchina avviata, altroché.
Ovviamente la mobilitazione specifica della FEMA sul disastro ha avuto i suoi ordini di servizio successivi.
Il caso Tripod diventa tanto più significativo quanto più si nota che non era certo un caso isolato.
La concomitanza di tante esercitazioni con i veri attentati, l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti come il 7 luglio 2005 in Regno Unito, non può essere lasciata perdere nel campo delle semplici coincidenze. Andrebbe per lo meno approfondita, cosa che le inchieste ufficiali hanno rinunciato a fare.
Quanti sanno che la mattina dell’11 settembre un’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, il National Reconnaissance Office (NRO), aveva programmato un’esercitazione in corso della quale un aereo disperso si schiantava su uno dei suoi edifici? Quest’agenzia d’intelligence, che gestisce lo spionaggio dallo spazio, dipende dal Dipartimento della Difesa e il suo personale proviene per metà dalla CIA e per metà dalla Difesa. In corrispondenza degli eventi, reali, fu deciso di interrompere l’esercitazione e mandare a casa i tremila addetti dell’agenzia. Poiché i locali dell’NRO vennero evacuati, l’effetto più evidente fu quello di oscurare lo spionaggio ufficiale quando più ce n’era bisogno, nel momento in cui avrebbe potuto – e dovuto – controllare gli eventi dallo spazio. Chi è dunque rimasto davanti agli schermi più importanti dell’agenzia a vedere le cose con i potenti occhi dei satelliti.
E quanti sanno che una parte significativa delle figure professionali che sarebbero state più qualificate nel rispondere agli attentati si trovava in addestramento all’altro capo del Paese? È il caso del gruppo misto FBI/CIA d’intervento antiterroristico, distolto dallo scenario di quel giorno, essendo a migliaia di chilometri di distanza, impegnato in un’esercitazione di addestramento a Monterey (California). «USA Today» raccontava l’11 settembre che «alla fine della giornata, con la chiusura degli aeroporti in tutto il paese, il gruppo d’intervento non ha mai trovato il modo di tornare a Washington». Con il risultato che al momento degli attentati la principale agenzia federale responsabile di prevenire tali crimini era decapitata. L’addestramento del gruppo non era solo sulla carta, perché aveva concentrato sulla costa californiana anche tutti gli elicotteri e i velivoli leggeri in dotazione.
Molti elementi portano a ritenere che i mandanti degli attentati fossero ben consapevoli di tutti questi movimenti e che, almeno una porzione di essi, fossero parte integrante di strutture coperte dagli apparati statali.
Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.
In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.
In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.
In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.
Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.
Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede – a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi. Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.
L’esperienza italiana dei delitti di grande impatto pubblico – Mattei, Moro, vari casi della strategia della tensione, Borsellino – ci dice che dietro di essi c’erano le decisioni di gruppi ristretti di individui. Dietro ognuno di quei casi c’erano potentati che agivano in nome di precisi calcoli politici ed economici. In certe azioni è preparata simultaneamente la copertura ed il depistaggio, mentre personaggi interni alla mafia o ai gruppi terroristici sono segmenti dell’azione molto utili, parecchio esposti. Svariati episodi definiti mafiosi o terroristici hanno ben altra matrice. È un tipo di ipotesi investigativa normalmente usata, spesso con buoni risultati.
Si può applicare anche alle vicende dell’11/9.
Rispetto alla complessità di un simile scenario viene invocato il cosiddetto “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». In termini da XXI secolo possiamo tradurre così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».
Bene, scordatevi Occam quando si parla di terrorismo. Nel caso dell’11/9 gli elementi si sono moltiplicati eccome, oltre ogni necessità contemplabile dall’uomo della strada o dalla redazione tipo di un giornale.

Tratto da: Megachip

Antimafia Duemila – Lo Stato e’ Cosa Nostra

Antimafia Duemila – Lo Stato e’ Cosa Nostra.

di Ferdinando Imposimato – 11 settembre 2009
Il filo rosso che lega pezzi dello Stato, servizi e mafie, oggi viene alla luce destando clamore con le rivelazioni di Ciancimino, ma parte da lontano. Imposimato, un protagonista di quegli anni della storia italiana, ripercorre le tappe del patto scellerato.

Molti anni fa una giornalista americana, Judith Harris, del Reader’s Digest, mi chiese quale fosse la differenza tra Brigate rosse e mafia. Senza pensarci due volte risposi: le Br sono contro lo Stato, la mafia e’ con lo Stato. E spiegai che la capacita’ della mafia e’ di intessere legami stretti con le istituzioni – politica, magistratura, servizi segreti – a tutti i livelli. Con le buone o le cattive maniere. Chi resiste, come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, viene eliminato, senza pieta’. Collante tra mafia e Stato e’ da sempre la massoneria. Questo sistema di legami, che risale alla strage di Portella delle Ginestre, non si e’ mai interrotto nel corso degli anni, anzi si e’ rafforzato ed e’ diventato piu’ sofisticato. Ma molti hanno fatto finta che non esistesse. Complice la stampa manovrata da potenti lobbies economiche.

Da qualche tempo e’ affiorato, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, il tema della possibile trattativa avviata da Cosa Nostra tra lo stato e la mafia dopo la strage di Capaci, per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose: questo sarebbe il movente della uccisione di Borsellino. Non ho dubbi che le cose siano andate proprio in questo modo. Ma per capire quello che si e’ verificato ai primi anni ’90, occorre uno sguardo verso il passato. Partendo dall’assassinio di Aldo Moro e da cio’ che lo precedette e lo segui’.

Con la riforma del 1977, che istitui’ il Sismi ed il Sisde, i primi atti del presidente del consiglio Giulio Andreotti e del ministro dell’interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti di Giuseppe Santovito e Giulio Grassini, due generali affiliati alla P2 di Licio Gelli: che gia’ allora era legato a Toto’ Riina, il capo di Cosa Nostra. Furono diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina.

I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calo’ e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare, assieme al pm Vittorio Occorsio: con lui trattavo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Amedeo Ortolani, figlio di Umberto, uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana, della P2 e del terrorismo nero. Tra gli affiliati alla loggia di Gelli c’era un noto avvocato penalista, riciclatore del denaro dei sequestri, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva dato parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla mafia ed ai servizi segreti. Occorsio, che aveva scoperto l’intreccio tra la strage di Piazza Fontana, l’eversione nera e la massoneria, venne assassinato l’11 luglio 1976. Per l’attentato fu condannato Pier Luigi Concutelli, che risulto’ iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Falcone.

La mia condanna a morte fu pronunciata, probabilmente dalla stessa associazione massonica, subito dopo che fui incaricato di istruire il caso Moro, in cui apparvero uomini della mafia guidati da Calo’, i capi dei servizi manovrati dalla banda della Magliana e politici amici di Gelli. A raccontarlo al giudice Otello Lupacchini fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non vi aveva fatto rientro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l’Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui aveva partecipato assieme ad Abbruciati, a Edoardo Toscano, ai fratelli Pellegrinetti, a Maurizio Andreucci e a Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlo’ «di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato». «Dal discorso si capiva che non si trattava di un’idea estemporanea: era evidente che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l’attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo in cui l’attentato poteva essere realizzato era in prossimita’ del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all’istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere». Proseguiva Mancini: «Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l’attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l’impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo “quel cornuto che ci ha portato al processo” Successivamente, parlando dell’attentato ai danni del giudice Imposimato, Abbruciati mi spiego’ che, al di la’ delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso “da personaggi legati alla massoneria”, dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi».

In seguito, durante le indagini su Andreotti per l’omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accerto’ che alla riunione, nel corso della quale si parlo’ dell’attentato alla mia persona, avevano partecipato due uomini dei servizi segreti militari italiani di cui Mancini fece i nomi: essi furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento. In seguito i due mi avvicinarono dicendomi che loro «non c’entravano niente con quella riunione» e che «evidentemente c’era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell’incontro in cui venne annunciata la condanna a morte». Ovviamente non fui in grado di stabilire chi fossero i due agenti dei servizi. Restava il fatto che c’era stato un summit tra agenti segreti e mafiosi per decidere di eliminare, per ordine della massoneria, un giudice che istruiva due processi “scottanti”: quello sulla banda della Magliana e il processo per la strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Moro. Ne’ io potevo occuparmi di una vicenda che mi riguardava in prima persona come obiettivo da colpire.

Ma nessuno – tranne Falcone, che seppe, mi sembra da Antonino Giuffre’, che Riina aveva avallato l’assassinio di mio fratello – si preoccupo’ di stabilire chi dei servizi avesse partecipato al summit in cui era stato annunciato l’imminente assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro. Processo in cui, trenta anni dopo, venne alla luce il ruolo determinante della massoneria, della mafia e della politica.

In quel periodo non mi occupavo solo di sequestri di persona, ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, altro uomo della P2, e dell’assassinio di Vittorio Bachelet, dei giudici Girolamo Tartaglione e Riccardo Palma e, naturalmente, del caso Moro; ed avrei accertato, dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana. Ma tutto questo all’epoca non lo sapevo: la scoperta delle liste di Gelli avvenne nella primavera del 1981. Cio’ che e’ certo e’ che il capo del Sismi, Santovito, piduista, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era vero in tutto e per tutto. Qualcuno voleva evitare che la mia istruttoria su Moro e quella sulla banda della Magliana mi portassero a scoprire il complotto politico-massonico che, con la strumentalizzazione di sanguinari ed ottusi brigatisti, aveva decretato l’assassinio di Moro per fini che nulla avevano a che vedere con la linea della fermezza.

Il disegno di costringermi a lasciare il processo sulla Magliana e quello sulla strage di via Fani riusci’, ma non secondo il piano dei congiurati. La mia uccisione non ebbe luogo per le precauzioni che riuscii a mettere in atto, ma nel 1983, nel pieno delle indagini su Moro, venne ucciso mio fratello Franco da uomini della mafia manovrati da Calo’: gli stessi che avevano eseguito la vergognosa messinscena del 18 aprile 1978, ossia la morte di Moro nel lago della Duchessa. Era evidente come il Sismi, che si era servito del mafioso Antonio Chichiarelli per preparare il falso comunicato, erano tutt’uno con la mafia, della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del lago della Duchessa, che provoco’ una reazione violenta delle Br contro Moro, divenuto “pericoloso”.

A distanza di 30 anni dal processo Moro e di 26 anni dall’assassinio di mio fratello Franco – assassinio che mi costrinse a lasciare la magistratura e tutte le mie inchieste – ho avuto la possibilita’ di scoprire quali fossero le ragioni del progetto criminale contro di me: impedirmi di conoscere il complotto contro Moro. Non era una trattativa tra Stato e mafia, ma un vero e proprio accordo tra servizi, mafia e massoneria, che, con la benedizione dei politici, sanci’ prima la eliminazione di Moro e poi la mia esecuzione: la quale falli’, ma si ritorse contro mio fratello Franco, il quale prima di morire, mi chiese di non abbandonare le indagini. Il risultato fu che dopo quel barbaro assassinio fui costretto ad abbandonare tutte le inchieste sulla mafia e sui legami tra mafia, massoneria e stragismo. E nel 1986 dovetti rifugiarmi alle Nazioni Unite.

Durante le indagini che io conducevo a Roma sul falso sequestro Sindona, Falcone a Palermo per associazione mafiosa, e Turone e Colombo a Milano per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, venne fuori a Castiglion Fibocchi, nella villa di Gelli, l’elenco degli iscritti alla P2. Enorme fu la sorpresa degli inquirenti: comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del Cesis, l’organismo che coordinava i servizi, e di quelli che facevano parte del Comitato di crisi del Viminale. Quel comitato che era stato istituito da Cossiga con l’avallo di Andreotti. Dopo la scoperta, venne decisa dal ministro Virginio Rognoni l’epurazione degli uomini di Gelli dai servizi e dal ministero dell’interno; ma di fatto non fu cosi’. La Loggia del Venerabile mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di accertare la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono, con la complicita’ dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici di governo, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi (la vicenda Pollari-Pompa docet) senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe.

Oggi e’ riesplosa sulla stampa, per pochi giorni, la storia legata alla morte di Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la sua tragica morte a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni. L’ipotesi investigativa prospetta la possibilita’ che Borsellino sia rimasto schiacciato nell’ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in sintonia con la mafia, allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini efferati come la strage di Capaci. Si trattava di una vergogna, un’offesa alla memoria di Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo. Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell’agenda rossa sparita del fratello Paolo, il quale, informato di questa infame proposta, probabilmente ha reagito con sdegno e rabbia: sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.

Ricordo che in quel tragico luglio del 1992, poco prima della strage di via D’Amelio, ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la norma voluta da Falcone, da me e da molti altri magistrati antimafia: la legge sui pentiti e il 41 bis. Nonostante la morte di Falcone, non c’era la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il suo varo. E oggi la si vuole abrogare.

L’aspetto piu’ inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio, riconducibile ad attivita’ sotto copertura del Sisde, entrato nelle indagini per la stage di via D’Amelio dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera di Gioacchino Genchi. Al numero di quell’ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via D’Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere certo il coinvolgimento di apparati dello Stato.

Tratto da: La Voce delle Voci

Antimafia Duemila – ”Governo cancella risarcimenti a parte civile”

e poi dicono che il governo combatte la mafia…

Antimafia Duemila – ”Governo cancella risarcimenti a parte civile”.

“Il governo cancella i risarcimenti per gli enti che si costituiscono parte civile nei processi di mafia”.
Lo denuncia Pippo Cipriani, presidente dell’associazione Antiracket e antiusura di Bagheria, commentando la decisione del “Comitato nazionale sul fondo di solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso” di applicare quanto previsto dal “decreto sicurezza” dello scorso luglio. “Siamo di fronte ad una decisione grave – dice Cipriani – che rischia di svuotare l’impegno contro la mafia messo in piedi dalle amministrazioni locali”. Cipriani spiega che: “Siamo di fronte ad una situazione paradossale: i tribunali concedono un risarcimento per il danno subito dalla pressione mafiosa, e il governo lo cancella. Per non parlare della recente legge della Regione siciliana, che prevedeva la costituzione parte civile della stessa Regione nei processi di mafia che riguardano il territorio siciliano”.