Antonio Di Pietro: Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?

Antonio Di Pietro: Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?.

E’ la domanda che – sono sicuro – se venisse fatta oggi agli italiani, la maggioranza di essi non saprebbe piu’ cosa rispondere. Certo oggi e’ il giorno del dolore, della partecipazione della solidarieta’ ai nostri soldati e della vicinanza alle famiglie delle vittime.

Sentimenti che rinnoviamo con tutto il cuore, ma non possiamo esimerci dal porci un interrogativo di fondo. A forza di starci, e di restarci, in Afghanistan abbiamo perso anche la conoscenza delle ragioni per le quali ci siamo andati. Ragioni che, magari all’inizio, potevano pure essere nobili, anche se non possono mai esserle per chi ripudia per principio la violenza e la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, ma che ora si sono totalmente trasformate perché nel frattempo anche i protagonisti hanno cambiato pelle.

Coloro che un tempo sembravano battersi per la libertà del loro popolo e la democrazia di quel paese ora appaiono, agli occhi della Comunità internazionale, e anche del popolo che volevano liberare dal tiranno, solo un “cambio della guardia” di un altro regime che vuole sbarazzarsi del precedente per affermare il proprio.

Insomma, lì sembra proprio che sia cambiato il quadro di riferimento rispetto alle aspettative iniziali: non c’è più solo una guerra di liberazione del popolo afghano dai terroristi e dai fondamentalisti talebani. In Afghanistan, oramai, c’è una guerra guerreggiata fra opposte fazioni. Lo dimostra il fatto che, nonostante ci siano appena state le elezioni, la conta delle schede elettorali ha evidenziato che oltre un milione e mezzo di queste sarebbero false o comunque coartate. Non lo diciamo noi. Lo ha evidenziato l’apposita commissione internazionale ivi inviata dall’Onu e dall’Unione Europea.

Dobbiamo allora chiederci: la nostra missione in Afghanistan è davvero ancora e solo una “missione di pace” oppure si sta trasformando – alle nostre spalle ed anche sulla pelle dei nostri soldati – in un’azione di protettorato a favore di una fazione e contro un’altra?

Noi siamo andati in Afghanistan per aiutare il popolo afghano e non il tiranno di turno a sbarazzarsi dei suoi avversari. La nostra Costituzione parla chiaro sul punto: l’Italia non può e non deve partecipare ad azioni di guerra, né tantomeno deve schierarsi con qualcuno in caso di regolamenti di conti.

Per questa ragione, l’Italia dei Valori ha già chiesto e, ribadisce, la richiesta di aprire al più presto in Parlamento e nel Paese un dibattito serio ed una riflessione approfondita su questo interrogativo di fondo: chi stiamo difendendo in Afghanistan? Qual è il reale scenario politico di quel Paese? Insomma, che ci facciamo ancora in Afghanistan? E fino a quando dobbiamo restarci?

Quel che è successo oggi è una tragedia annunciata e, finora, solo rinviata per un concorso fortuito di circostanze. E domani cosa accadrà? Fino a quando dobbiamo restare ad aspettare la prossima bomba terroristica? E d’altro canto: possiamo mai anche noi cadere nella trappola americana della ritorsione “bombarola”, buttando giù bombe indiscriminatamente sul popolo afghano e colpendo sì qualche obiettivo terroristico, ma facendo di tutt’erba un fascio anche delle popolazioni civili (magari colpevoli solo di essersi riunite per un matrimonio o per un funerale)?

Ecco, questi sono gli interrogativi di fondo per cui noi dell’Italia dei Valori chiediamo che il Parlamento immediatamente si occupi di dare risposte a questi quesiti piuttosto che correre appresso alle sottane e ai ricatti di turno o di discettare sullo share di gradimento di questa o quella trasmissione televisiva.

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