Archivi del giorno: 18 settembre 2009

SFIDA AI MASSONI COPERTI

SFIDA AI MASSONI COPERTI – la voce delle voci

Portare alla luce gli elenchi dei massoni coperti significa far saltare gli equilibri occulti di potere che reggono il Paese. La Voce parla per la prima volta con l’investigatore che ci e’ andato vicinissimo. La cui storia spiega anche perche’ i magistrati che erano arrivati a un passo da quei santuari sono stati “fulminati” dalle loro scoperte.
E’ un uomo in fuga, il ?colonnello?. Lo chiameremo cosi’, anche se a quel grado, forse, non era ancora arrivato prima di interrompere bruscamente la sua carriera al fianco dei pochi magistrati coraggio che non avevano esitato a scandagliare dentro i templi massonici per cercare il segreto piu’ oscuro e nascosto: gli elenchi degli affiliati ?coperti?. Incrociamo il ?colonnello? – da qualche mese passato a tutt’altre mansioni, ma sempre al servizio dello Stato – dopo averne a lungo seguito le tracce. Un uomo che e’ gia’ ora un archivio storico in carne ed ossa custodito per buona parte nella mente, alcuni files nella pen drive, un faldone di scartafacci da qualche parte, forse a casa. Il luogo e’ una fra le regioni italiane che, da nord a sud passando per il centro, risultano epicentri assoluti del fenomeno a livello europeo.
«I nomi, le circostanze, ma anche la descrizione complessiva della massoneria coperta – ci dice subito, tanto per chiarire il quadro dentro cui ci stiamo nuovendo – rappresentano oggi per me una ?polizza assicurativa? sulla vita. Per questo ancora oggi posso continuare, sia pure in maniera ormai autonoma, a cercare indizi, riscontri, coincidenze che diventano prove». Le indagini alle quali il colonnello aveva prestato la sua opera per anni, oggi risultano ferme, bloccate, alcune per ?mano di legge?. Ma quelle consistenti tracce, le prime rose di nomi, restano. E pesano.
Stiamo entrando nel regno incontrastato dei massoni coperti. E siamo faccia a faccia con l’uomo che forse piu’ di tutti si e’ avvicinato frontalmente a questo moloch, autentico dark side del potere politico-economico e militare nel Paese.
«Non esistono – spiega per prima cosa il colonnello – elenchi unici dei massoni coperti, cosi’ come accade invece per gli iscritti ?ufficiali?. Dai tempi della P2 (con la scoperta delle liste di Castiglion Fibocchi, cui peraltro mancavano i primi cinquecento nomi, mai portati alla luce) si sono fatti furbi. Cosi’ ora all’interno di ogni Loggia esistono tre tipi di faldoni. Quello ?trasparente?, che e’ obbligatorio depositare in prefettura, lo trovi subito. Poi, ben custoditi in una sorta di sancta sanctorum, ce ne sono altri due: uno riguarda i confratelli ?in sonno? (ufficialmente sono coloro che per ragioni diverse non prendono parte ai riti attivi, ndr), ma l’altro contiene i nomi coperti da assoluto segreto. Si tratta generalmente di vip della politica, della sanita’ e anche della magistratura, oltre che dell’imprenditoria e del mondo accademico».
Sui primi trenta nomi di massoni coperti individuati dal colonnello nella citta’ italiana in cui ha lavorato per piu’ tempo, due sono magistrati in servizio. E gli altri, per almeno due terzi, sono collegati al potere in camice bianco: medici, professori o titolari d’imprese che gestiscono appalti nel settore grazie alla compiacenza di politici del ramo.
Per mesi, prima di entrare su mandato della magistratura nel loro tempio, il colonnello li ha pedinati, annotando la targa di tutte le auto che arrivavano a frotte dentro i ristoranti prescelti per le riunioni ?fuori programma?. Poi ha eseguito i riscontri. Trovando fra i ?coperti? di quella Loggia molti dei vip accorsi alle cene organizzate dal gran maestro appositamente per loro. «Di sicuro – chiarisce il colonnello – la segretezza e’ prima di tutto interna all’organizzazione, nel senso che gli iscritti negli elenchi ufficiali non conoscono i nomi dei coperti. Questi ultimi, invece, interloquiscono direttamente coi gran maestri e, attraverso di loro, con le liste ?riservate? delle altre Logge. In buona sostanza, ben diversamente da quanto accadeva ai tempi di Licio Gelli, oggi il gran maestro e’ un personaggio di carattere prevalentemente rappresentativo, l’uomo super-fidato che tiene i collegamenti fra i diversi poteri esistenti all’interno delle Logge coperte».

SOTTO STRETTA COPERTURA
Lasciamo il colonnello alle sue inquiete giornate di indagini ?salvavita? e cerchiamo di guardare piu’ da vicino il fenomeno degli elenchi coperti. Ai quali, peraltro, in alcune citta’ si affiancherebbero delle vere e proprie Logge totalmente occulte (secondo una ?leggenda metropolitana?, per esempio, esisterebbe a Napoli la potentissima Loggia Santa Lucia, che si riunirebbe nella zona dei grandi alberghi del lungomare e vedrebbe tra le sue fila magistrati, avvocati, politici di primo piano ed altri vip).
Negli ultimi vent’anni le inchieste sulla massoneria coperta che hanno fatto maggior clamore sono due e portano rispettivamente la firma di Agostino Cordova (inizio anni ?90) e di Luigi De Magistris (2007-8).
Partiamo da Cordova, un protagonista del pianeta giustizia in Italia cui – secondo attenti osservatori – proprio quelle indagini sono costate assai care, dal punto di vista della carriera e anche della salute. 26 ottobre 1992, Agostino Cordova, ancora in servizio alla Procura di Palmi (la Calabria, sempre…), pone sotto sequestro il computer del Grande Oriente d’Italia, contenente l’archivio elettronico di tutte le logge massoniche italiane.
Cosi’ manda i militari a piantonare l’apparecchio, dal momento che gli esperti ritengono rischioso trasferirlo da Roma a Palmi, per il possibile danneggiamento dei files. Cosa era successo? Nell’ambito di una delicata indagine sulla mafia Cordova ritiene necessario acquisire gli elenchi degli iscritti alla massoneria calabrese. A Villa Vascello, sede del Grande Oriente nella capitale, di fronte all’ordine della Procura vengono stampati e consegnati gli elenchi ufficiali. Ma un militare esperto d’informatica spedito a Roma da Cordova scopre l’esistenza, nel computer, di una memoria ?coperta?. «Procuratore, ci vogliono fare fessi, che faccio?», e’ il senso della telefonata. E Cordova, dall’altro capo del filo, dispone ad horas il primo ?piantonamento informatico? della storia giudiziaria italiana.
Si trattava anche della prima applicazione – dieci anni dopo la sua entrata in vigore – della legge Anselmi che vieta le societa’ segrete e punisce fino a cinque anni di carcere chi le organizza. Gustavo Raffi, oggi gran maestro del GOI, era all’epoca avvocato della massoneria. Insieme al collega e confratello Enzo Gaito invia una secca smentita agli organi di stampa: niente elenchi coperti. Ma i nomi erano stati gia’ acquisiti dalla Procura. Provvidenziale arrivo’ l’ordine di trasferire per competenza a Roma le indagini. E ancor piu’ salvifico fu il ruolo del pm che venne delegato.
Era Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, che sarebbe diventata di li’ a poco personalita’ di spicco a via Arenula nei governi targati Berlusconi. Quell’inchiesta naufraga nel 2001 in una colossale archiviazione. «E da allora – racconto’ Cordova alla Voce in un’intervista di qualche anno fa, alla vigilia del suo trasferimento forzato dalla Procura di Napoli – quei faldoni sono rimasti a marcire dentro i sotterranei di Piazzale Clodio».
Quanto a lui, l’ex ?minotauro? descritto da Giorgio Bocca nell’Inferno, oggi e’ un anonimo magistrato di Cassazione, dopo le ripetute punizioni inflittegli dal Csm. E nel cuore malandato porta due o tre bypass.

QUANDO SI DICE SAN MARINO…
Quindici anni dopo la storia in qualche modo si ripete. A toccare il santuario dei massoni coperti e’ stavolta una coppia di investigatori di spicco che – corsi e ricorsi – parte ancora dalla Calabria. L’allora pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris ed il consulente nominato dalla Procura, l’esperto informatico e vicequestore Gioacchino Genchi, a scoperchiare quel santuario ci hanno provato per davvero, E con tutti i riscontri necessari. Senza alcun timore reverenziale nemmeno per il premier dell’epoca Romano Prodi o per il suo ministro della Giustizia Clemente Mastella, che dentro quell’inchiesta rimasero a diverso titolo coinvolti. E’ storia recente e si conclude a marzo di quest’anno con la richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica di Catanzaro per Romano Prodi e altri 9 indagati.
In sostanza – si desume dal documento – la magistratura non esclude che esista una Loggia massonica segreta a San Marino, come ipotizzato da De Magistris, ma la Procura di Catanzaro non ha potuto penetrare nel segreto bancario e politico della Repubblica del Titano per accertarlo. Resta il fatto che San Marino non ha mai risposto alle rogatorie disposte da De Magistris. E’ sufficiente ignorare le richieste di una Procura della Repubblica italiana per mandare tutti all’archiviazione?
Quanto a lui, il coraggioso ex pm di Catanzaro, ai duri provvedimenti adottati nei suoi confronti dal Csm (trasferimento a Napoli e cambio di funzioni), si sono aggiunte le mazzate inflitte dallo stesso organo di autogoverno ai colleghi Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani della Procura salernitana (rispettivamente spediti a Latina e a Cassino), che insieme al procuratore capo Luigi Apicella (sospeso da stipendio e funzioni) in due anni di meticoloso lavoro avevano ricostruito il golpe politico-giudiziario ordito per ?far fuori? quel pubblico ministero catanzarese assai poco ossequioso verso il potere.

DA VILLA NUCCIA A TINEBRA
Ma quella non non era la prima volta che De Magistris andava a sbattere il muso sulle granitiche mura delle Logge massoniche coperte. Marzo 1997, il giovane magistrato partenopeo, da poco applicato alla Procura catanzarese, porta alla luce l’esistenza di una clinica degli orrori. Secondo l’accusa nella casa di cura psichiatrica Villa Nuccia sarebbero avvenuti un centinaio di decessi sospetti nel corso degli anni, mentre numerose testimonianze parlavano di maltrattamenti ai ricoverati e perfino di certificati medici compiacenti per i figli dei boss delle ?ndrine. Su tutto comincia ad allungarsi l’ombra di una massoneria che appare fin da subito tutt’altro che alla luce del sole. Fra i 21 arrestati spicca l’ex ufficiale medico Antonino Bonura, responsabile di Villa Nuccia, definito da Repubblica «esponente della massoneria». Ma il suo nome, negli elenchi ufficiali, non c’e’. Con lui in manette il colonnello medico Salvatore Moschella, dirigente dell’ospedale militare di Catanzaro, e Massimo Massara, direttore sanitario di Villa Nuccia. Moschella e’ oggi nuovamente direttore sanitario della clinica, che prosegue la sua attivita’ in convenzione con la Regione Calabria. Lo stesso Ente nel quale attualmente Bonura riveste il delicato ruolo di dirigente del settore Politiche sociali. Per entrambi infatti, cosi’ come per gli altri imputati, i diversi tronconi del processo hanno in seguito condotto al proscioglimento.
Ma perche’ nasceva quell’alone massonico intorno alla figura di Bonura? Ecco come ricorda la vicenda il capitano Attilio Auricchio, braccio destro di De Magistris in quell’inchiesta, dinanzi ai magistrati salernitani Nuzzi e Apicella: «Antonino Bonura, oltre ad essere un medico del settore neuropsichiatrico, era il governatore nazionale del Kiwanis Club. Il dato era d’interesse investigativo perche’ attraverso il citato club il Bonura manteneva legami con altri medici, coinvolti nella medesima inchiesta, e ad altri personaggi».
Gia’, il Kiwanis. Fortissimo in Calabra, con altri epicentri in Toscana, Lombardia e a San Marino, il club, sbandierando le consuete finalita’ ?umanitarie?, vanta origini di chiaro stampo massonico. Lo ha ricordato per esempio, a marzo 2007, il gran maestro aggiunto del Goi Massimo Bianchi dinanzi ad una affollata platea di iscritti al Kiwanis giunti da tutta Italia all’Holiday Inn di Firenze: «Amici – ha detto – il Kiwanis International, al pari di altri club service quali Rotary e Lions, vede tra i suoi fondatori proprio dei massoni».
Nell’elenco dei soci fondatori, gran maestri, luogotenenti e aggiunti del Kiwanis, De Magistris si imbatte’ subito in un nome che gia’ allora era famoso. Si tratta del magistrato Giovanni Tinebra (oggi procuratore generale a Catania dopo una lunga permanenza al vertice del Dap), il quale proprio in quegli stessi anni era a capo delle indagini sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Tinebra e’ stato dall’85 all’86 governatore del distretto Kiwanis di Cosenza. Il motto da lui prescelto era: ?miglioriamo il domani?.

MASSONI NELL’ELMO
Non e’ ancora finita, la storia di Villa Nuccia e di quell’inchiesta denominata ?Shock?. Perche’ uno fra i due testimoni che avevano dato il ?la? alle prime indagini si chiamava Francesco Elmo.
Chi e’ Elmo? Il 4 marzo del 2004 qualcosa di interessante su di lui la racconta il magistrato napoletano Paolo Fortuna dinanzi alla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Il riferimento era agli anni (gli stessi dell’inchiesta su Villa Nuccia: 1995-96) in cui Fortuna e il collega Giancarlo Novelli dalla Procura di Torre Annunziata avevano scoperchiato il bubbone a base di traffici d’armi e materiali nucleari, faccendieri e prelati, massoni e bancarottieri, denominato Cheque to cheque. Ai due pm Francesco Elmo aveva parlato del caso Alpi, «presentandosi come ex collaborante esterno dei Servizi, piu’ precisamente del Sismi». Ritenuto attendibile da Novelli e Fortuna «per cio’ che lo riguardava e quando narrava fatti cui era presente e, quindi, chiamava in correita’ di persone che hanno svolto con lui un’attivita’ di movimentazione di queste linee di credito (erano venute alla luce illeciti giri per ingenti somme di denaro presso un notaio svizzero, ndr)», Elmo racconto’ fra l’altro che presso quello studio elvetico aveva assistito alla preparazione di un traffico di armi verso la Somalia, indicando per giunta il nome del personaggio che sarebbe stato artefice dell’operazione, Omar Mugne. Quel filone d’indagine fu poi assunto personalmente – conclude Fortuna – dal procuratore capo di Torre Annunziata Alfredo Ormanni, che successivamente lo trasferi’ ai colleghi della capitale.
Negli stessi anni, dunque, Elmo rendeva rivelazioni dinanzi a De Magistris sui collegamenti che asseriva esistere fra la clinica Villa Nuccia, la massoneria e le cosche calabresi. Dov’e’ ora Elmo? Quando la commissione lo chiede al dottor Fortuna, lui risponde: «per un periodo e’ stato addirittura sotto protezione. Potrebbe ancora esserlo». Resta il fatto che, secondo quanto spiegato da un membro della stessa commissione d’inchiesta sul caso Alpi, Pietro Cannella di AN, esiste «un’informativa del Sisde che indica in Mugne non soltanto un uomo dai molteplici traffici, ma anche un personaggio collegato direttamente o indirettamente a Bin Laden».

LA TORRE INCAPPUCCIATO
Un contesto che scotta, come si vede. Ma a finire nel mirino degli incappucciati non sono stati solo i due magistrati che la guerra ai massoni coperti la avevano dichiarata apertamente, come Cordova e De Magistris. Altri pubblici ministeri, conducendo inchieste sulle connection fra mafie e poteri deviati, debbono aver incrociato sul loro cammino investigarivo – magari senza talvolta averne piena consapevolezza – il solito muro dei massoni ?coperti?.
Il riferimento, piu’ che mai preciso, e’ alle minacce di morte che a fine dello scorso hanno hanno colpito due toghe da sempre in prima linea nel contrasto al crimine organizzato: Raffaele Cantone e Maria Antonietta Troncone. Il primo e’ stato colui che materialmente ha arrestato uno fra i piu’ sanguinari e pericolosi boss della camorra, Augusto La Torre. La seconda non si e’ occupata direttamente di lui, ma attraverso le rivelazioni di un altro collaboratore di giustizia e’ venuta a conoscenza di essere bersaglio dello stesso boss, divenuto nel frattempo una gola profonda. Con i due pubblici ministeri, anche lo scrittore Roberto Saviano, che proprio ai La Torre dedica la lunga parte finale di Gomorra.
Tutti e tre, probabilmente, andati ad impattare contro quella massoneria coperta che, stavolta, attraversa la Manica, e dai lidi della Domiziana conduce fino alla Scozia, precisamente ad Aberdeen.
E’ noto infatti che proprio nelle fredde lande scozzesi la cosca mondragonese dei La Torre ha messo su da anni un autentico impero di attivita’ commerciali ed imprenditoriali, tutte basate – secondo le ricostruzioni degli investigatori, che nel 2005 arrestano anche Antonio La Torre, fratello e prestanome di Augusto – sulle attivita’ illecite portate avanti da sempre in madrepatria, prevalentemente droga e racket.
Pochi si sono domandati, finora, perche’ la terra prescelta sia stata proprio la Scozia. Noi, allora, proviamo a fare il giro a ritroso. Partendo dai traffici di rifiuti che tuttora vedono in prima fila il clan di Mondragone (nell’ambito di un’inchiesta che ha toccato anche il parlamentare di AN Mario Landolfi), i magistrati della Dda hanno piu’ volte portato alla luce i collegamenti massonici dei diversi personaggi coinvolti (a cominciare dalle frequenti puntate a Villa Wanda del superboss dei Casalesi Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ?e mezzanotte).
Ed e’ proprio ad Aberdeen che ha sede una fra le piu’ potenti logge massoniche della Gran Bretagna. Si tratta della Grand Masonic Lodge of Scotland con ben tre dipartimenti provinciali nella citta’ scozzese, in primis quello di Crown Street 85 retto dal gran maestro Alexander Angus. Di particolare interesse il gemellaggio con le logge estere (Sister Grand Lodges with which the Grand Lodge of Scotland is in Fraternal Amity). Per l’Italia troviamo subito, seguendo il link, la Gran Loggia Regolare degli Antichi, Liberi e Accettati Muratori d’Italia. «Unica Obbedienza Massonica Italiana – viene specificato con tanto di maiuscole – Riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra». Capitanata dal gran maestro «Ill.mo e Ven.mo Fr. Fabio Venzi», a differenza della ?consorella? scozzese questa obbedienza italiana non pubblica alcun nome dei suoi iscritti, nemmeno quelli dell’organigramma che le massonerie estere rendono invece pubblici fin dal sito internet. Fra le news si segnala l’inaugurazione, prevista per il prossimo 15 settembre, di una nuova sede della Gran Loggia Regolare d’Italia a Napoli, nella Galleria Umberto, luogo simbolo anche di altre consorterie muratorie.
Ce n’e’ abbastanza per pensare che Cantone, Troncone e Saviano, nello scontro investigativo-giudiziario con lo psico-boss La Torre (si definisce studioso di Jung ed invia le richieste ai magistrati sulla sua carta intestata…), si siano imbattuti nella compagine massonica coperta che vede tra gli affiliati occulti anche i leader di alcune organizzazioni criminali? Per ora e’ solo un’ipotesi, intorno alla quale s’innestano pero’ numerose coincidenze. Di certo resta il fatto che, almeno nel caso della Troncone, le stranezze e gli interrogativi aperti sono davvero tanti.

CACCIA A MARIA ANTONIETTA
Ricostruiamo percio’ con alcuni dettagli inediti la vicenda che riguarda il pm Maria Antonietta Troncone cui finora la stampa – tranne un articolo di Marco Imarisio sul Corriere della Sera, Antimafia 2000 e la Voce – ha riservato assai poco spazio, benche’ le minacce risultino estese perfino a sua figlia. Al punto che proprio in queste ore la Procura di Roma dovra’ decidere se andare avanti o archiviare in merito alla denuncia presentata come parte offesa da Troncone – attualmente procuratore aggiunto a Nola, dove e’ vice del procuratore capo Paolo Mancuso – e negli stessi giorni la prefettura di Napoli si pronuncera’ sul mantenimento – o meno – della scorta per lei e per la giovane. Possibile che provvedimenti e misure di tale urgenza, per tutelare l’inflessibile pubblico ministero di processi come quelli ai clan Giuliano e Alfieri, possano essere addirittura messi in discussione?
Autunno 2008. A rendere note le minacce rivolte dal boss La Torre alla Troncone e’ il collaboratore di giustizia Luigi Viesto, che era stato detenuto per un certo periodo nel carcere di Torino, dove era ristretto Augusto La Torre. Da sempre il boss, come e’ noto agli investigatori, contatta in carcere altri detenuti per organizzare, attraverso loro parenti o affiliati, traffici e manovre all’esterno. Cosi’ era accaduto con Viesto, la cui sorella avrebbe dovuto prendere parte ad una ?missione? camorristica. Viesto pero’ non ci sta. E rivela che La Torre ha un piano per eliminare la Troncone, dichiarando di avere appreso la circostanza attraverso una lettera ricevuta da Antonio Forte, altro pentito che aveva trascorso un lungo periodo di detenzione a Ferrara insieme a La Torre.
Perche’ Forte si decide a parlare? E per quale motivo nel mirino di La Torre finisce proprio la Troncone, che non aveva mai condotto indagini a suo carico?
Partiamo dal primo interrogativo. Ergastolano, origini salernitane, Antonio Forte era stato interrogato anni addietro dalla Troncone nel carcere di Secondigliano nell’ambito delle indagini sul clan Scarpa di Torre Annunziata. In quella occasione Forte aveva riferito al magistrato di sentirsi minacciato, affermando che esisteva un progetto per avvelenarlo. La Troncone segnalo’ la circostanza al giudice di sorveglianza e Forte fu trasferito a Ferrara. Interrogato a novembre 2008 in merito alle rivelazioni sul progetto di La Torre di eliminare la Troncone, Forte dichiaro’ di non aver dimenticato quanto quel trasferimento fosse stato importante per lui.
Dunque Forte parla perche’ memore di quel provvedimento. Resta il fatto che le missive inviate da Forte a Viesto e da quest’ultimo alla Dda partenopea sarebbero rimaste a lungo nei cassetti della Procura prima che a fine 2008 scoppiasse il caso. E che a rivelare il piano omicida ai danni della figlia della Troncone, imprimendo una netta accelerata nelle indagini, e’ stato l’avvocato di Viesto, la battagliera Clelia Scioscia. Ma tutto cio’ accade solo ad aprile di quest’anno. Perche’ nessun altro aveva ottenuto questa rivelazione dal pentito? E come mai la procura di Roma, che indaga sulla vicenda, non ha interrogato ancora Giovanni Ballachino, recluso nel cartere di Secondigliano, vale a dire colui che avrebbe svelato a Viesto questa ulteriore minaccia? Ancora: cosa c’e’ di vero in quanto raccontato sempre da Viesto, e cioe’ di essere stato intimidito da una guardia carceraria a Secondigliano, che gli avrebbe detto: «appena la dottoressa ha ricevuto ?il regalo?, tu devi ritrattare tutto. Hai capito?». Perche’ ad oggi Viesto non e’ stato ancora messo a confronto con le guardie?
Le minacce alla Troncone, da ultimo, vengono confermate a maggio da un altro pezzo da novanta della camorra campana, Felice Graziano. «Voi e la dottoressa Troncone siete due cadaveri che camminano. E’ un favore tra i Casalesi e La Torre, per rinforzare le alleanze», ha dichiarato Graziano rivolto al suo avvocato, la torinese Loredana Gemelli. Secondo il superpentito Graziano, fin dal 2004 La Torre aveva chiesto il tritolo per far saltare in aria ?la dottoressa? e ?fare cosi’ un piacere? ai superlatitanti Iovine e Zagaria. Di sicuro in quegli anni – come racconta Saviano in Gomorra – il boss di Mondragone era alle prese con un’escalation che gli avrebbe fruttato il primato all’interno dei clan del casertano, casalesi compresi.
In un’interpellanza urgente la parlamentare del PD Laura Garavini, insieme all’intero gruppo del suo partito, interroga i ministri della Giustizia e dell’Interno per sapere come mai Augusto La Torre, benche’ siano stati portati alla luce i suoi piani criminali di attentato alla vita di Cantone e della Troncone, godesse ancora dello status di collaboratore di giustizia e, con lui, anche i suoi familiari. «Di sicuro, se il boss coltivava un antico progetto di eliminare la rigorosa pm – dicono in ambienti investigativi dell’antimafia – l’intento e’ stato rafforzato da quando, dopo il clamore suscitato dalle rivelazioni di Viesto, gli e’ stato negato il permesso, gia’ accordatogli, di presenziare alle nozze del figlio». Senza contare che fu solo dopo l’interpellanza della Garavini che i magistrati decisero per lui l’applicazione delle misure rigide del 41 bis. Eppure ancora oggi le ?garanzie? in favore di La Torre, adombrate nell’interpellanza della Garavini quasi come favoritismi, continuerebbero. Protezioni ?dall’alto?? E perche’? Forse per la colleganza con alcuni confratelli incappucciati di Aberdeen e dintorni?
A rendere il tutto piu’ incandescente ci sono le risposte non ancora arrivate dalla Procura di Roma, dove il caso delle minacce di La Torre alla Troncone e’ affidato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, coordinatore della Dda, e al pubblico ministero Giuseppe De Falco (quest’ultimo segnalatosi recentemente per la dura richiesta di arresto dei no global al G8 di Roma 2009, richiesta poi non convalidata dal gip Barbara Callari).
Senza contare un’ultima circostanza. La piu’ inquietante: l’oscuramento stampa deciso sulla vicenda Troncone. Un pm di prima linea e sua figlia minacciate di morte dal boss piu’ pericoloso e sanguinario che sia stato conosciuto. Con tanto di conferme incrociate di tre pentiti. Ma di questa storia – secondo quanto trapela da alcune indiscrezioni – nemmeno a Roberto Saviano e’ stato concesso di occuparsi sui giornali.

TANTA VOGLIA DI YORK
Che siano coperti o inseriti in elenchi ufficiali (quelli, per intenderci, che solo la Voce delle Voci ha pubblicato giusto un anno fa), i massoni italiani sono protesi, tutti, verso gli alti gradi del Rito di York. Si tratta di una supercupola ammantata da intenti eterei, sublimi elevazioni e somme contemplazioni estatiche. Che riunisce pero’ alcune fra le piu’ potenti organizzazioni nel mondo, dai Templari alla Croce Rossa, fino ai Cavalieri dell’Ordine di Malta.
Denominata anche ?Arco Reale? e riconosciuta dal Grande Oriente d’Italia (benche’ esista un identico link anche nel sito della Gran Loggia regolare d’Italia, quella gemellata ai massoni di Aberdeen, per intenderci), l’augusta compagine e’ capitanata in Italia dal ?Sommo Sacerdote? Giuseppe Fabbri, bolognese. Nel suo cursus honorum, la carica di ?Maestro Segreto di IV grado? nel ?79 e, nell’85, quella di ?Principe di XVIII grado?.
Tre le suddivisioni di questa super-massoneria. Si parte con il ?Gran Capitolo?, quindi il ?Gran Concilio? (detto anche della ?Massoneria Criptica? ed attualmente dominato dal gran maestro Franco Baioni), per culminare con la ?Gran Commenda dei Templari? che a sua volta comprende Cavalieri della Croce Rossa, Ordine del Tempio e Malta. Alla sua testa siede oggi l?«Emin.mo. Gran Commendatore S.K. Emilio Attina’».
Particolarmente attivi i napoletani, a quanto pare, nel Rito di York. Da qualche tempo, infatti, il sodalizio partenopeo vede crescere a vista d’occhio l’influenza dei massoni del Grande Oriente che si riconoscono, appunto, nel locale ?Arco Reale?. «Dovrebbe trattarsi, almeno nel caso napoletano – dice un ex confratello pentito – di una loggia ?trasversale? con una netta propensione per gli affari. Ne fanno parte circa 60 confratelli tra gli iscritti regolari». Sommo sacerdote del Rito di York a Napoli e’ il commercialista Giovanni Esposito, presente nell’organigramma di numerose ed importanti societa’, molte delle quali abituali destinatarie di appalti pubblici. Gli altri membri della superloggia napoletana sono prevalentemente avvocati, medici, funzionari pubblici e un paio di esponenti della politica locale.
Superattivo tanto sul terreno professionale quanto nei cieli massonici, il quarantenne Esposito avrebbe oggi assunto una posizione di assoluta egemonia sulle logge campane, non meno che su quelle della Basilicata. E se non esistono prove certe della sua cotemporanea affiliazione a logge estere, risultano invece sicure le frequenti missioni compiute a capo di ristrette delegazioni massoniche in Paesi come Montecarlo e il Montenegro dove, anche di recente, avrebbe incontrato nomi che contano della finanza e dell’imprenditoria, locale e soprattutto italiana. Lungo la nostra penisola, invece, i suoi interessi spaziano dalla Campania al Piemonte, fino a Liguria, Sardegna e Calabria. (FURIO LO FORTE)

Tutte le prove nel cestino

Tutte le prove nel cestino.

Scritto da Peter Gomez

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Fonte immagine: www.espresso.it

No, no e ancora no. La decisione di non ascoltare Massimo Ciancimino e di non far entrare nel processo contro Marcello Dell’Utri la lettera con cui il boss Bernardo Provenzano chiedeva a Silvio Berlusconi di “mettere a disposizione una delle sue reti televisive” offrendo in cambio appoggio politico e la garanzia che i suoi figli non sarebbero finiti nel mirino di Cosa Nostra, chiude un dibattimento in cui i giudici d’appello hanno respinto pressoché tutte le richieste dell’accusa. L’elenco delle nuove prove rimaste nel cassetto è così impressionante.



Vediamone qualcuna. Il 7 febbraio del 2007 la corte si è rifiutata di ascoltare l’ex capomafia di Altofonte Francesco Di Carlo. Il procuratore generale Nino Gatto avrebbe voluto chiedergli il nome di una ex segretaria – Di Carlo era un imprenditore – che avrebbe partecipato con lui a un incontro con Berlusconi avvenuto in un ristorante di Milano. Identificarla e interrogarla era importante: in questo modo sarebbe stato possibile riscontrare ulteriormente le dichiarazioni di Di Carlo che in primo grado erano state alla base della condanna. Niente da fare. Il 5 ottobre dello stesso anno i giudici hanno anche respinto una memoria e i documenti che, secondo il pg, dimostravano come davvero nel 1994-95 Forza Italia avesse tentato di far approvare una serie di norme favorevoli a Cosa Nostra. Un particolare fondamentale per l’accusa, visto che l’iter legislativo coincide esattamente con quanto raccontato dal pentito Salvatore Cocuzza.

Secondo Cocuzza in quel periodo l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano, s’incontrava con Dell’Utri in una villa nel comasco per concordare le modifiche al codice penale. Carte e calendario alla mano, il pg Gatto si era convinto che tutto il racconto di Cocuzza fosse vero fin nei minimi particolari. Ma non basta. Il 15 marzo del 2008 il presidente della Corte ha anche interrotto un confronto tra due collaboratori di giustizia, l’ex braccio destro di Provenzano Nino Giuffrè e il boss agrigentino Maurizio Di Gati, mentre Di Gati tentava di spiegare il motivo del contrasto tra le sue dichiarazioni e quelle di Giuffrè.

Fuori dal processo sono poi rimaste ore e ore di intercettazioni telefoniche e ambientali. A partire da quelle tra Dell’Utri e la sorella del boss del riciclaggio Vito Roberto Palazzolo, in cui la donna concordava appuntamenti per evitare l’estradizione del fratello dal Sudafrica. Stessa sorte hanno subito, nel 2009, le telefonate tra Dell’Utri e due presunti ‘ndraghetisti del clan Piromalli. E i nastri in cui due mafiosi del nisseno sostenevano che era Dell’Utri a decidere la spartizione degli appalti per la costruzione di un parco telematico nel comune di Racalbuto.


Peter Gomez (
l’Antefatto, 17 settembre 2009)




Non ammesso il teste di Ciancimino, Dell’Utri spera nell’assoluzione

Doppiopetto gessato grigio, lo sguardo basso, l’aria appesantita, nessuna o poca voglia di parlare: Marcello Dell’Utri si è presentato così, nell’aula del Tribunale di Palermo, dove si avvia alla conclusione il processo d’appello che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo la condanna a 9 anni di reclusione in primo grado. Un’udienza importante, quella di ieri, durante la quale la Corte avrebbe dovuto decidere se accogliere la richiesta avanzata dall’accusa di ammettere la testimonianza di Massimo Ciancimino. Prima la sfilata dei quattro avvocati della difesa, Sandro Sammarco, Giuseppe Di Peri, Antonino Mormino e Pietro Federico; poi, un po’ a sorpresa, l’arrivo del senatore. “Ci sarà tempo”, l’unica risposta ai cronisti che gli chiedevano dei suoi rapporti con il figlio dell’ex sindaco di Palermo, don Vito, o se avesse voluto rilasciare una qualche dichiarazione.

“Questo signore è un collaboratore? O non lo è? Perchè noi non lo conosciamo”, ha esordito la difesa davanti alla Corte, chiedendo naturalmente che Ciancimino non venisse ammesso come testimone. “Prima di esporre una compiuta valutazione, vorremmo avere una completezza informativa”.

E a proposito del “pizzino”, o meglio il “bigliettino” come lo hanno chiamato, che l’allora capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe inviato a Silvio Berlusconi: “Non è stato depositato, non l’abbiamo mai visto – hanno spiegato gli avvocati di Dell’Utri –  e in ogni caso è un documento incerto, nel quale ci si rivolge al presidente del Consiglio chiamandolo onorevole, quando in quegli anni (1991-1994, ndr) era un semplice imprenditore”. Poi, un invito diretto al presidente della Corte Claudio Dall’Acqua: “Apprendiamo dalla stampa ciò che racconta questo signore. Non si può costruire un’accusa sulla base di articoli di giornale”.

“Ci sembra scontato che i processi non si facciano con le notizie di stampa – ha ribattuto con evidente ironia il procuratore generale Antonino Gatto appena presa la parola – pensavamo che la Corte si dovesse pronunciare prima sull’ammissibilità del testimone, poi naturalmente avremmo prodotto il documento”. Lo stesso timbro di voce, la stessa gestualità di Paolo Borsellino, cui era molto legato, un’affidabilità che gli viene riconosciuta dalla stessa difesa, Gatto ha poi spiegato come in primo grado furono sì acquisite alcune interviste ma dopo aver sentito come testimoni i giornalisti che le realizzarono.

Poi, la Corte si è ritirata in Camera di Consiglio, 40 minuti circa, più di quanto ci si aspettasse. “Dall’esame del contenuto dei due verbali di interrogatorio di Massimo Ciancimino emerge un quadro confuso e oltremodo contraddittorio”. Quindi, il teste non può essere ammesso. Soprattutto perchè, secondo la Corte d’Appello, dalle dichiarazioni rese finora da Ciancimino non emergono condotte e fatti riconducibili a Dell’Utri che siano suscettibili di utile rilievo e apprezzamento processuale”.

Come a dire che se il teste fosse stato ammesso in aula, avrebbe raccontato molte più cose di quante sino a questo momento non siano venute fuori. Dall’Acqua, che celebra a Palermo l’ultimo processo prima del suo trasferimento a Caltanissetta, ha letto alcuni stralci degli interrogatori di Massimo Ciancimino davanti alla Procura di Palermo. E in particolare proprio quel “pizzino” che chiama in causa Silvio Berlusconi.

Poi ha chiesto all’accusa di iniziare subito la requisitoria, “per dare una svolta al processo”. Cosa che è avvenuta, per terminare pochi minuti dopo, quando il pubblico ministero ha ottenuto un rinvio dell’udienza al prossimo 25 settembre, per poi concludere il 16 ottobre con le richieste. Il calendario processuale prevede l’avvio delle arringhe difensive il 23 ottobre, per poi terminare dopo cinque udienze l’11 dicembre.

Sandra Amurri e Silvia D’Onghia (l’Antefatto, 17 settembre 2009)

Quando la Cupola voleva fondare un partito : Pietro Orsatti

Quando la Cupola voleva fondare un partito : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti

È in uno degli interrogatori condotti dal pm Antonio Ingroia al pentito Antonino Giuffrè che si trova lo scenario della mafia che si trasforma direttamente in soggetto politico. Chiede Ingroia se «nel 1993 alla scelta se proseguire o meno la strategia stragista, vi è anche una differenza, fra i due schieramenti (i “pacifisti” con riferimento Provenzano contrapposti agli “stragisti” guidati da Riina e poi Bagarella) per i progetti di ristrutturazione dei rapporti con la politica?». Giuffrè risponde spiegando che «da un lato c’è un discorso di creare all’interno di un movimento politico nuovo, cioè portare avanti direttamente da , eh… questo discorso, portato avanti da Bagarella e compagni, il cui esponente, uno degli esponenti principali era il Tullio Cannella». Si tratta di un movimento autonomista, Sicilia Libera, mai compiutamente decollato, quello di cui parla il pentito. « Noi eravamo perfettamente convinti che questo discorso non poteva avere un futuro – racconta il pentito – perché circa dieci anni prima, siamo attorno agli anni ’82-’83, un progetto simile, addirittura, più vasto assai, era stato presentato sia da Michele Greco, ma in modo particolare, era stato pensato da Piddu Madonia. Però non si è fatto, non si è presa in grandissima considerazione perché si capiva che, nel momento in cui si muovevano all’interno di un partito politico persone legate a , ben presto il tutto sarebbe stato messo sotto i riflettori delle forze dell’ordine e della magistratura». E allora? Ecco che Giuffrè racconta a Ingroia dell’interessamento da parte di nei confronti della nascente Forza Italia. «Si parlava, come avevo detto, di esponenti delle aziende di Berlusconi – racconta – che si stavano, se ricordo bene, per essere chiamati, sempre ripeto, se ricordo bene, si parlava di persone della Fininvest che si stavano interessando per creare questo nuovo movimento politico e in modo particolare un esponente di spicco di queste, che si interessava in questo periodo, era il… il signor Dell’Utri». Si intuisce dalla trascrizione che Giuffrè tentenna, ma Ingroia lo incalza: « In che misura, insomma, era interessata rispetto a questo movimento politico che si costituiva? Non so se la mia domanda è chiara». È a questo punto che Giuffrè si sbilancia, ed espone con chiarezza il progetto. « Chiarissima – dichiara il teste -. A interessava che il vertice di questo movimento assumesse delle responsabilità ben precise per fare fronte a quei problemi, come enunciato in precedenza, e poi, successivamente, l’andare a mettere degli uomini puliti all’interno di questo movimento che facessero, in modo particolare, gli interessi di in Sicilia, mi sono spiegato?» E in particolare riguardo Marcello Dell’Utri, Giuffrè spiega di aver appreso che essendo questi «una persona molto vicina a e nello stesso tempo un ottimo referente per Berlusconi, era stato reputato come una delle persone affidabili». Questa testimonianza, agli atti del processo e della sentenza in primo grado nei confronti di Marcello Dell’Utri, sarebbe stata considerata finora, anche grazie ad altri riscontri, credibile, e il pentito, secondo i giudici del processo riportano in sentenza, «deve ritenersi fuori discussione» in quanto «il quadro d’insieme delineato dal Giuffrè sul tema della politica è stato pienamente riscontrato dalle altre acquisizioni dibattimentali».

Ora Marcello ha paura : Pietro Orsatti

Ora Marcello ha paura : Pietro Orsatti.

Palermo, Dell’Utri di nuovo alla sbarra. Intanto Ciancimino parla e sostiene che la trattativa con lo sarebbe cominciata prima delle stragi. E che l’ex leader di Publitalia avrebbe saputo: una sorta di exit strategy dalla fase armata di Cosa nostra
di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti

Non è ancora un da resa dei conti ma poco ci manca. Dopo una settimana di polemiche durissime, e l’attacco dei giornali legati al premier nei confronti della Procura di Palermo e in particolare dei due pm Ingroia e Scarpinato rei di aver partecipato, senza intervenire, alla presentazione del quotidiano Il Fatto, l’attività è ricominciata come da calendario. Ma l’atmosfera non è certo quella che ci si aspetterebbe dopo le ferie estive. L’attacco di Berlusconi alle procure e in particolare a Palermo, un attacco preventivo visto che nel palazzo di giustizia del capoluogo siciliano non c’è alcun fascicolo che riguardi il presidente del Consiglio associandolo direttamente alla vicenda delle stragi del ’92 e del ’93, ha scosso ovviamente l’ambiente ma a dire il vero non ha stupito più di tanto. Perché qualcosa doveva accadere vista la complessità e l’importanza di due processi attualmente in corso. Quello di secondo grado a Marcello Dell’Utri e quello al generale Mario Mori.
Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del pentito Gaspare Spatuzza in relazione alle stragi sono di competenza della procura di Caltanissetta. Nel primo giorno dopo le ferie, il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia ricorda che il pentito di mafia Gaspare Spatuzza negli ultimi tempi sta facendo nuove rivelazioni «sull’uccisione di padre Pino Puglisi e altri fatti di sangue, ma tutto quello che dice dei fatti stragisti non è di nostra competenza, come ha detto il procuratore di Palermo nei giorni scorsi». E poi, intervenendo sull’attualità della macchina della giustizia, smonta l’accusa di “archeologia giudiziaria” che gli è stata rivolta. «Benché ci siano state, da parte del governo, assunzioni di impegni, basti pensare all’inasprimento del carcere duro, non penso che si possa negare che i tagli di bilancio del comparto giustizia e sicurezza non abbiano aiutato la lotta alla mafia – ha spiegato, infatti, il procuratore aggiunto -. Polizia e carabinieri, così come i magistrati non hanno i mezzi e gli strumenti all’altezza della sfida. È vero che ci sono stati molti successi e sono stati inferti colpi durissimi a Cosa nostra, ma la mafia non è ancora in ginocchio». Tutt’altro tema, tutt’altra , quindi. E allora perché l’attacco? È nei corridoi della procura dove si ipotizza che si stia assistendo a una sorta di ricatto di Dell’Utri nei confronti di Berlusconi. Il senatore del già condannato in primo grado a nove anni per associazione esterna è in difficoltà, ha paura che l’ vada male, e questo sarebbe il suo modo di ricompattare gli amici più potenti.

Tutto qui? Non tanto. Perché la situazione è molto più complessa. Perché sia Ciancimino che Spatuzza parlano anche di altro, raccontano della “trattativa” fra pezzi dello e Cosa nostra a cavallo delle stragi e poi anche del potente ex capo di Publitalia (ne avrebbe parlato Ciancimino a più riprese) Marcello Dell’Utri. E poi ci sarebbe anche la “ricomparsa” di una relazione della del 1999 che parla di legami tra imprenditori mafiosi e un’azienda (la Co.Ge costruzioni) in cui compaiono due soci, Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e Giorgio Mori, fratello di quel generale Mori ex capo del Ros e poi del Sisde e oggi a capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma. Questo documento della ritorna oggi di attualità come il procedimento contenitore “Sistemi criminali” archiviato in passato dai pm Ingroia e sugli intrecci fra affari, criminalità e massoneria. E poi si parla, e tanto, di Bernardo Provenzano, e quello che starebbe emergendo dalle dichiarazioni è tutt’altro che una mera operazione “di archeologia”, perché, secondo una delle ipotesi di indagini (questa sì anche a Palermo) e delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco del “sacco” di Palermo, la “trattativa” avrebbe avuto inizio ben prima del ’92, almeno dall’anno precedente, e protagonista della vicenda non sarebbe Totò Riina, estensore del famoso “papello”, ma Binnu Provenzano. E ci sarebbe di più. Lo stesso Ciancimino avrebbe fatto capire che anche Marcello Dell’Utri sarebbe quanto meno a conoscenza di questa trattativa, una sorta di pax di affari, una exit strategy dalla fase stragista condotta dall’ala armata di Cosa nostra guidata da Riina e Bagarella.

Si rischia di fare scenari fantascientifici o di cadere in qualche trappola cercando di mettere insieme tutti questi frammenti. Di certo c’è che Ciancimino parla e che Spatuzza svela uno scenario, quello militare di Cosa nostra agli inizi degli anni 90, che rimette in discussione tutto l’insieme delle verità processuali acquisite finora. E si apre anche un quadro inquietante non solo sugli intrecci che erano dietro le stragi e la trattativa, sulle presunte deviazioni di alcuni apparati dello , ma anche sulla fretta di ottenere subito risultati dopo che il tritolo aveva ucciso Falcone e Borsellino. Anche di questo Spatuzza parlerebbe. E anche nella polizia giudiziaria il nervosismo si fa evidente. «Qui di cose ne sono successe dopo le stragi – si lascia andare un funzionario -. Le faccio una domanda: lei quante azioni da parte del nucleo investigativo dei Carabinieri e dei Ros ha visto nei confronti di Provenzano dopo la mancata cattura ai tempi del colonnello Riccio? Io francamente non me ne ricordo una». Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei Ros siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. Dopo più di un decennio il malumore e le tante perplessità su come vennero condotte le indagini negli anni successivi alle stragi oggi riemergono prepotentemente. E il disagio poi si amplifica, soprattutto all’interno della polizia di , a causa dei tagli economici, delle sempre minori risorse anche sul piano formativo.

«Se parliamo dei processi finiamo in politica, se parliamo di politica finiamo nei processi», si lascia sfuggire uno degli investigatori. Sono tutti “abbottonati” in questi giorni a Palermo. La chiusura dell’ a Dell’Utri da un lato, il processo Mori dall’altro. E poi le nuove dichiarazioni di Ciancimino sui “piccioli” e sulle “collaborazioni” fra boss e pezzi dello . E ancora l’ombra dei servizi e della massoneria e i tanti affari che, dopo un breve periodo di rallentamento successivo alle stragi, sarebbero ripresi come se nulla fosse successo. E poi l’attacco, che in molti si aspettavano, alle procure. Ma che ha stupito perché così specifico su Palermo. Come se qualcuno temesse che con l’arrivo di una condanna a Dell’Utri poi si andasse a una nuova e ancora più devastante stagione di rivelazioni.

Una volta tanto dice la verità

YouTube – I Love Berlusconi.