Archivi del giorno: 21 settembre 2009

Antimafia Duemila – Lauro: «La mafia non sopravvive senza complicità»

Antimafia Duemila – Lauro: «La mafia non sopravvive senza complicità».

Il pentito calabrese parla di rapporti fra ‘Ndrangheta, massoneria e istituzioni deviate
a cura di Monica Centofante
La sua carriera criminale iniziò a diciotto anni e si sviluppò durante la rivolta di Reggio capoluogo, quando venne a crearsi il connubio tra ‘Ndrangheta, servizi segreti deviati, massoneria e terrorismo. E’ Giacomo Ubaldo Lauro, uno dei primi pentiti calabresi, un tempo importante trafficante di droga in contatto con il cartello di Medellin. <<Sono nato a Brancaleone, un paese della Jonica – racconta – e ho iniziato a collaborare nel settembre del 1992, dopo il mio arresto avvenuto all’aeroporto di Amsterdam>>. Una decisione, quella di passare dalla parte dello Stato, intervenuta in seguito alle stragi di Falcone e Borsellino, quando, a suo dire, vennero meno i  presupposti che lo avevano fatto entrare nella ‘Ndrangheta: <<Non potevo certo essere orgoglioso di sentirmi un uomo d’onore dopo quello che era successo. Prima dei giudici palermitani, era stato ucciso a Campo Calabro il giudice Antonio Scopelliti>>. Ai rischi che comporta la scelta di collaborare, alle vendette a cui sarebbero andati incontro i familiari Lauro ci aveva pensato, certo, ma alla fine era prevalso il bisogno di rifarsi una vita al di fuori dell’organizzazione criminale. Lo avrebbe fatto aprendo un’attività di agriturismo con quei 500 milioni che lo Stato gli avrebbe elargito per mantenere sé stesso e i sette membri della sua famiglia. 500 milioni al posto della paga mensile. Era il 1996, ricorda, <<sarà un caso, ma subito dopo iniziarono le mie disavventure. Addirittura fui accusato di aver commesso una truffa ai danni dello Stato. Finii nuovamente in carcere, ma vi assicuro senza avere commesso alcun reato. Secondo l’accusa, avrei distratto delle somme alle quali avevo avuto accesso con finalità ben precise. Mi costò 14 mesi di carcere preventivo. Soltanto dopo un’indagine della distrettuale antimafia di Roma, fu accertata l’insussistenza delle accuse con la successiva richiesta di archiviazione a mio carico. Archiviazione disposta poi dallo stesso Gip della Capitale>>.
Ora, lo scheletro di quella tenuta agrituristica è ancora lì, Lauro è tornato alla paga mensile e le polemiche su uno Stato che paga troppo bene i pentiti sono sempre accese. <<Adesso i ricchi siamo noi collaboratori – si indigna – e magari andiamo pure in Svizzera a nascondere il denaro… Nelle banche svizzere ci andavo quando ero malandrino… finiamola con questi discorsi di parte. Se mi avessero ammazzato un fratello o il padre io offrirei dei soldi per scoprire chi è stato… Esiste una legge, credo che sia giusto applicarla. Gli scandali sono le disfunzioni che alcuni apparati dello Stato provocano per il reinserimento di noi collaboratori di giustizia. Chi sbaglia è giusto che paghi, non generalizziamo le colpe di qualche pentito: se un giudice è corrotto non vuol dire che tutta la magistratura sia marcia. Ognuno risponde delle sue azioni. La verità è che il collaboratore in Italia non è più ‘gradito’: evidentemente la lotta alla mafia non tira più>>. Pone poi l’accento sulle riforme della legge sui pentiti evidenziando che per sconfiggere organizzazioni come la ‘Ndrangheta, la Camorra o Cosa Nostra è necessario l’apporto dei collaboratori con la giustizia poiché esse possono essere smantellate solo dall’interno. Consiglia quindi di imitare in toto il modello americano e alla proposta di un carcere “morbido” in cambio della collaborazione risponde: <<Ma credete davvero che uno si autoaccusi di aver commesso degli omicidi solo per una cella più comoda, sapendo che lo Stato, da solo, non è stato capace di trovare l’assassino? Così facendo le stragi Capaci e via d’Amelio resterebbero senza nome. Chi dice queste assurdità pensa che il mafioso sia stupido. Nessuno dice niente per niente: tutto ha un suo prezzo!!! O pensate che in America il pentito parli in onore della Madonna?>>.
E ha parlato tanto, Lauro, rivelando il volto di una ‘Ndrangheta che <<non ha una sua ideologia politica>>, ma che si muove solo per <<questioni di potere>>. <<Le famiglie calabresi – dice – stanno sempre con il più forte, con quel gruppo politico che comanda>> e <<hanno rapporti con diverse realtà criminali internazionali>>. Cita il Medio Oriente, l’America del Sud, l’Europa Centrale, il Mare del Nord. In quanto ai porti sotto controllo parla di Rotterdam in Olanda, Anversa in Belgio, Brema in Germania e ancora di Spagna e Portogallo. Compravendita di armi e droga è il principale commercio di questa spietata organizzazione che non ha mancato di compiere omicidi eccellenti. Il più eclatante dei quali fu quello dell’on. Ludovico Ligato, manager potentissimo, allora presidente delle Ferrovie dello Stato. <<Ligato è stato liquidato – commenta Lauro – per motivi di interesse e di economia nella guerra di mafia. Era al boss Paolo De Stefano, a cui aveva fatto delle cortesie quando era presidente delle Ferrovie (sic!). In più, ed è fondamentale per capire il personaggio e valutarne la forza, conosceva bene magistrati, uomini delle Istituzioni, personaggi importanti della vita economica nazionale. Non si dimentichi che il cugino di Paolo De Stefano, l’avvocato Giorgio De Stefano, era iscritto alla Democrazia Cristiana. A gestire questo omicidio eccellente è stata la mia ‘famiglia’, anche se materialmente a sparare fu Giuseppe Lombardo>>.
Poi prosegue: <<La sua morte è stata decisa quando la ‘Ndrangheta ha compreso che aveva perso il lume della ragione. Metteva i bastoni fra le ruote per far arrivare i finanziamenti statali a Reggio Calabria. Su questi miliardi che dovevano arrivare da Roma lui aveva fatto altri progetti, creando delle società di comodo. La ‘Ndrangheta aveva provato a convincerlo a ritornare sui suoi  passi, ma lui, un vero testardo, non intese venire a patti perché si riteneva invulnerabile. Una volta compresa l’impossibilità del (sic!), è stato eliminato, come si usa per un boss avversario, non ritenendo più possibile altra soluzione>>.
Storia simile, assicura il pentito, quella del notaio Pietro Marrapodi, ufficialmente morto suicida. Avrebbe voluto vedere i suoi ex amici notabili, che riteneva dei traditori, coinvolti in un procedimento penale <<per macchiarne la cristallinità>> ma <<hanno fatto di tutto per farlo passare per pazzo>>. Sottolinea, ancora, che il notaio è <<rimasto vittima di sé stesso dopo aver spifferato al Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Salvo Boemi, di certi affari tra giudici e mafiosi con la complicità delle logge. Ma guardate come finisce questa storia: il notaio Marrapodi è finito appeso ad una corda, io in cella a Paliano ed il giudice Boemi abbandonato dalle Istituzioni. Tutti vittime degli stessi nemici>>. Il notaio, aggiunge, <<partecipava alle nozze della figlia di Nirta o al battesimo del figlio di Bruno Equisone>> e con alcuni di questi boss <<ha fatto buoni affari>>. Afferma poi che il Marrapodi aveva rapporti con il boss Paolo De Stefano evidenziando il fatto che la non appartenenza al crimine del professionista non costituiva alcun ostacolo al loro legame. Cosa questa, che prima della creazione della cosiddetta Santa non sarebbe mai potuta accadere.
Tra gli <<altri notabili calabresi che si erano messi  a disposizione dell’organizzazione>> cita inoltre il preside Cosimo Zaccone, e mentre accusa imprenditori, ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia e magistrati riconosce che <<la giustizia, per fortuna, non è affidata solo a queste persone corrotte: ci sono i giudici onesti e quelli disonesti>>.
Ma i rapporti con le istituzioni si spingono ben oltre e vengono mantenuti grazie al legame con la massoneria. <<Ancora non è stato detto tutto sulle collusioni fra poteri deviati e criminalità organizzata – chiarisce Lauro -. Un’organizzazione dedita al crimine ha per forza delle complicità, altrimenti non potrebbe sopravvivere. Pensate ad un fiore piantato in un deserto… Ci sono interessi e poteri ancora forti. Forse qualche sbaglio l’ho fatto anch’io pronunciando qualche nome. Avrei dovuto forse lasciare fuori dai verbali certi magistrati. Sono ancora troppo potenti: così facendo ho solo fatto del danno a me stesso. Il mio errore più grande non è stato quello di collaborare, ma di parlare della massoneria. Chi gestiva o gestisce ancora il  potere in Italia deve fare i conti con le logge segrete e non. D’altro canto, ditemi chi ha fatto l’Italia… Io so che Giuseppe Garibaldi era un massone>>. Per quanto riguardai nomi di politici e imprenditori legati alle logge dice di non voler scendere nel dettaglio, ma conferma che la massoneria è un potere forte, così come lo sono la magistratura e la politica. <<Un circuito inossidabile>>, lo definisce al cui interno vi sarebbero personaggi disonesti che non fanno gli interessi della collettività: <<La massoneria aiutava noi criminali ad aggiustare i processi in Cassazione. Ogni situazione dipendeva da chi si interessava per quel determinato processo. Le logge sono depositarie di interessi e di complicità dentro le istituzioni: i processi penali erano facilmente controllabili. Grazie all’intervento delle logge segrete, i fratelli De Stefano, nonostante una pesantissima condanna a 28 anni di carcere, si salvarono>>.
E forse è anche per questo che all’interno delle carceri i boss calabresi facevano il bello  e il cattivo tempo facendo entrare, come afferma il pentito, casse di champagne, organizzando riunioni, picchiando gli agenti penitenziari.
In quanto alla politica, afferma che <<i politici fanno le chiacchiere, gli ‘ndranghetisti fanno i fatti. Ad esempio, sono sicuro che appena si passerà dai progetti alla realtà, il Ponte sullo Stretto farà gola alle consorterie: ogni pietra sarà un affare! Si ricordi che la ‘Ndrangheta è favorevole a tutti i lavori: basti citare gli esempi del quinto centro siderurgico, della Liquilchimica,  delle Grandi Officine di Saline Joniche. Prenda il Porto di Gioia Tauro: più che il porto sta decollando l’Onorata società di Gioia Tauro!>>.
Interrogato in merito ai rapporti della mafia calabrese con le “famiglie” siciliane, Lauro ha dichiarato di non poter fornire particolari in quanto vi sono indagini in corso, ma, per dare un’idea, ha ricordato i fatti del verminaio di Messina ed i suoi ottimi rapporti con il professor Giuseppe Longo, amico intimo di Beppe Morabito. Ha riferito, inoltre, degli ottimi rapporti di Paolo De Stefano con il professor Motta e con l’onorevole Saverio D’Aquino.
Infine, in merito all’omicidio Pecorelli, ha parlato di un accordo tra i servizi segreti e il boss Tonino Saccà. Fu lui <<a chiedermi di preparare l’omicidio>>, per organizzare il quale si svolse un incontro <<a Roma, in via Sicilia, dove c’era l’allora ufficio della Guardia di Finanza. Parlammo con un generale>>. <<Quell’omicidio – conclude – era fortemente richiesto da troppa gente importante>>. La sua era una morte decisa <<anche senza l’intervento della ‘Ndrangheta. Dopo quell’incontro io scesi subito ad Africo e ne parlai con mio compare, Peppe Morabito, il quale mi consigliò giustamente di tirarmi fuori da questa storia>>. <<Capita la pericolosità  della richiesta, presi la macchina per raggiungere Milano, dove avrei trovato un nascondiglio sicuro. Ma, stranamente, all’ingresso dell’autostrada, fui arrestato dal vicecapo della polizia, Gianni De Gennaro. Credete che sia stato solo un caso? Penso che qualcuno mi vendette: anche se ufficialmente si parlò di intercettazioni telefoniche. Dopo una settimana, uccisero Mino Pecorelli>>.

Blog di Beppe Grillo – Il delirio della legge

Blog di Beppe Grillo – Il delirio della legge.

Sommario:
Dell’Utri e la lettera di Provenzano a Berlusconi
Ciancimino è attendibile o no?
Menzogne colossali
Floppone in prima pagina

Dell’Utri e la lettera di Provenzano a Berlusconi

Buongiorno a tutti, ci sono stati da poco i funerali dei nostri caduti nella guerra dell’Afghanistan, personalmente, per quello che può valere, mi associo al lutto. Vorrei anche associarmi al lutto di tutti gli afgani che sono stati uccisi in questi anni dalle truppe di occupazione militare americane, inglesi, italiane etc. etc., dei quali invece ci dimentichiamo sempre: non esistono morti più morti degli altri, ma sicuramente le morti più ingiustificate sono proprio quelle degli afgani che, in Afghanistan, sono a casa loro, mentre, purtroppo, noi siamo a casa di altri. Chiudo questa parentesi e vi preannuncio che tra un po’ vi farò una sorpresa: vi farò vedere la prima pagina del numero zero de Il Fatto quotidiano; so che molti di voi sono abbonati o saranno comunque lettori in edicola e quindi magari gradiranno questa sorpresa, perché ormai siamo agli sgoccioli: oggi è lunedì, mercoledì usciremo con il primo numero e, chi si è abbonato on- line, già martedì sera a mezzanotte, alle 23: 59, se tutto va bene, potrà trovare in versione PDF sul suo computer il nostro giornale, libero e senza padroni. Però partiamo subito, prima di questa primizia, da un paio di notizie della settimana che non mi pare siano state analizzate: sono state date, ma non sono state analizzate, quello che manca in Italia non è neanche il giornalismo d’inchiesta, è il giornalismo di analisi, un giornalismo che faccia capire che cosa sta succedendo, che colleghi i puntini dell’enigma, per fare venire fuori la figura completa. Le due notizie sono due decisioni prese da due organismi dello Stato, di cui uno è la Corte d’Appello di Palermo, che sta processando Marcello Dell’Utri e l’altro è l’avvocatura dello Stato; sono funzionari pubblici, sia i magistrati che gli Avvocati dello Stato, che paghiamo per fare giustizia: i magistrati debbono valutare le prove e decidere, nel caso in cui siano giudici di Corte d’Appello, se l’imputato è colpevole o innocente, gli Avvocati dello Stato – lo dice il loro stesso sito Internet- hanno il compito di difendere la Pubblica amministrazione nei processi, compresi naturalmente quei procedimenti che finiscono davanti alla Corte Costituzionale, dove la Pubblica amministrazione, ossia il Parlamento e il governo, deve andare a difendere la legittimità costituzionale delle leggi o dei decreti che approva. Quindi sono persone pagate da noi per fare giustizia per rappresentare gli interessi collettivi: lo dico perché, in realtà, le due decisioni, le due posizione prese dalla Corte d’Appello di Palermo (Presidente Dall’Acqua) e dall’Avvocato dello Stato Glauco Nori non mi pare che rappresentino i cittadini, le esigenze della giustizia e l’interesse pubblico: è una mia opinione, io non mi sento rappresentato né dalla decisione presa dalla Corte d’Appello di Palermo, né tantomeno dalla posizione assunta dall’avvocatura dello Stato. Andiamo con ordine: che cosa doveva decidere la Corte d’Appello di Palermo? La Corte d’Appello di Palermo è quella di fronte alla quale Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo che in primo grado era stato condannato, in Tribunale, a nove anni di reclusione; ha fatto ricorso lui contro la condanna, ha fatto ricorso la Procura di Palermo, sostenendo che la pena era troppo lieve, sebbene fosse abbastanza consistente, ma stiamo parlando di mafia, se l’accusa viene confermata anche in appello e quindi processo di appello. Al processo di appello si è lavorato per tre anni, dal 2006 al 2009; nel corso di questo processo d’appello la pubblica accusa ha chiesto di depositare nuovi elementi di prova e la Corte d’Appello li ha respinti quasi tutti, anche nell’ultima udienza ha respinto i nuovi elementi di prova, o indiziari, come si dice, portati dal Procuratore Generale Antonino Gatto. Che elementi erano? Erano gli elementi di cui abbiamo parlato molte volte quest’estate, ovvero le novità emerse dal fronte Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Si chiama Massimo Ciancimino, a casa sua è stato trovato un lembo di una lettera che Provenzano ha indirizzato a Berlusconi, purtroppo l’altra parte è scomparsa e la parte, invece, che è stata trovata e che oggi possediamo è rimasta sepolta in uno scatolone della Procura di Palermo, fino a quando non è cambiato il Procuratore: è andato via il Procuratore Grasso e è arrivato il Procuratore Messineo, che ha rimesso a lavoro i magistrati che erano stati estromessi dal lavorare sulla mafia nella gestione precedente, questi magistrati hanno scoperto che mancava un pezzo, sono andati a ravanare negli scatoloni e hanno trovato il lembo della lettera di Provenzano a Berlusconi. I Carabinieri l’avevano segnalata addirittura in carattere maiuscolo, affinché nessuno se la perdesse e invece qualcuno se la era persa. A questo punto si sono precipitati , stava proprio finendo il processo d’appello Dell’Utri: i giudici, prima delle vacanze, stavano per dare la parola al Procuratore Generale per la requisitoria, quando sono arrivate queste nuove carte, dicendo “ prendete atto che c’è anche questa mezza lettera strappata”, perché? Perché intanto c’è Provenzano che scrive a Berlusconi, il capo della mafia che scrive all’attuale capo del governo, lo chiama Onorevole e quindi è una lettera che si riferisce all’impegno politico di Berlusconi, probabilmente successiva al 93 /94, è la lettera di cui sapete già tutto: Provenzano promette appoggio politico a Forza Italia, in cambio della disponibilità di una rete televisiva, Berlusconi tanto ne ha tante, ne ha ben tre, ne aveva tre all’epoca, adesso ne ha anche sei. Minacciava, in caso contrario, di dare luogo a un evento funesto, a un “ triste evento”: così lo chiama Provenzano o chi, materialmente, ha vergato questa lettera e il triste evento, secondo il figlio di Ciancimino, era il rapimento o l’assassinio del povero Piersilvio. Naturalmente tutto è andato bene, Piersilvio è più vivo che mai, non ha mai subito attentati o tentativi di sequestro, quindi dobbiamo pensare che quella lettera, in qualche modo, abbia avuto soddisfazione. Ma perché portare una lettera di Provenzano a Berlusconi in un processo dove è imputato Dell’Utri? Che c’entra Dell’Utri? Giusta domanda, per chi se la pone: Dell’Utri c’entra perché Massimo Ciancimino sostiene che, il destinatario penultimo della lettera, colui che la doveva consegnare a Berlusconi, era Dell’Utri e che quindi la trafila era – l’abbiamo già raccontato – Provenzano che la scrive, la dà a un certo Lipari, che era un suo uomo di fiducia, il quale la dà al figlio di Ciancimino, il figlio di Ciancimino la porta a suo padre che è in carcere, il padre trova il modo – avrebbe dovuto trovare il modo – di farla avere a Dell’Utri e Dell’Utri a Berlusconi. Questo è il percorso. Dice, il figlio di Ciancimino, “ quella lettera me la ricordo intera, è strato che ce ne sia soltanto più metà” e è ancora più strano, in quanto, aggiungo io, Ciancimino dice “ nella prima parte della lettera c’era proprio scritto che Dell’Utri avrebbe dovuto consegnarla a Berlusconi”, quindi Dell’Utri era un po’ il postino, secondo il figlio di Ciancimino. Naturalmente non sappiamo se è vero o meno, finché non sarà stata trovata l’altra parte della lettera questa cosa di Dell’Utri la dice Ciancimino, che è un testimone oculare, però: infatti la lettera è stata trovata a casa sua e quindi è ben possibile che se la ricordi tutta intera; semmai c’è da domandarsi chi ne ha tagliata metà e ha portato via proprio la metà nella quale c’è il nome di Dell’Utri, mentre ha lasciato la metà dove c’è il nome di Berlusconi, dell’Onorevole Berlusconi. I Carabinieri no: i Carabinieri quello che hanno trovato l’hanno messo lì, bisogna capire che cosa è successo, ma in ogni caso nei processi i giudici servono proprio a questo, a sentire il testimone e a valutare se la sua testimonianza è attendibile oppure no, per valutarla bisogna sentirlo, il testimone. Ecco perché la Procura di Palermo ha sentito Ciancimino, il quale ha detto queste cose che vi ho parafrasato e poi ha depositato il pezzo di lettera e i verbali di Ciancimino, affinché i giudici inserissero queste prove nel fascicolo del processo e ascoltassero, a loro volta, Ciancimino.

Ciancimino è attendibile o no?

Sapete che nel nuovo processo penale non si può dare per scontato quello che c’è nei verbali resi dai testimoni o dagli indagati davanti al Pubblico Ministero, ma tutto deve essere ripetuto in aula, davanti ai giudici e quindi i giudici avrebbero dovuto chiedere a Ciancimino di ribadire le cose o meno, che risultavano dai suoi verbali, davanti ai Pubblici Ministeri e invece l’altro giorno la Corte d’Appello di Palermo ha respinto la richiesta della Procura Generale di inserire agli atti le nuove prove, le carte e i verbali di Ciancimino e, soprattutto, hanno rifiutato di sentire Ciancimino. Quindi adesso, dopo la requisitoria che è appena iniziata e dopo le arringhe difensive, i giudici si chiuderanno in Camera di Consiglio per decidere se Dell’Utri è colpevole, come aveva deciso il Tribunale, o è innocente, come chiedono i suoi Avvocati, senza poter valutare la lettera di Provenzano a Berlusconi e le dichiarazioni di Ciancimino, che dice che il pony express che faceva da trait d’union da Provenzano a Berlusconi era Marcello Dell’Utri, quindi praticamente hanno preso una robusta possibile prova e l’hanno rigettata, l’hanno rifiutata, non la vogliono vedere, non la vogliono esaminare. Io non lo so per quale motivo: c’è chi dice che l’hanno fatto perché il Presidente del collegio è già stato trasferito al Tribunale di Caltanissetta e quindi non vede l’ora di finire il processo di Dell’Utri per potersi trasferire, armi e bagagli, a Caltanissetta; speriamo che non sia così, perché i processi sono tutti importanti, ma un processo del genere che perde per strada una prova soltanto perché il giudice ha fretta sarebbe molto triste, dopo tre anni poi un’udienza per sentire Ciancimino non avrebbe spostato granché, sarebbe durato un’udienza in più, questo processo. Non vorrei neanche pensare che abbiano voluto respingere una prova, perché altrimenti avrebbero dovuto tenerne conto ai fini di una condanna, cioè non vorrei – per l’amor del cielo! – che avessero già deciso in altro senso, ovvero per l’assoluzione: sarebbe molto grave, questo sarebbe un sinonimo di malafede, ci sarebbe da ricusarli dei giudici così prevenuti. Speriamo che non sia così, resta il fatto che non si capisce per quale motivo non hanno voluto esaminare questa prova. Nell’ordinanza che ho qui i giudici Lacommare, Barresi e Dall’Acqua, che è il Presidente, scrivono, anche se l’ordinanza è firmata soltanto dal Presidente, che “ l’esame del frammento di foglio sequestrato il 17 febbraio 2005 in un locale nella disponibilità del Ciancimino e l’esame del contenuto dei verbali, relativi agli interrogatori da questi resi il 30 giugno e il 1 luglio 2009 – appena l’altro ieri, perché avevano appena trovato il foglio e l’hanno convocato d’urgenza, Ciancimino, i magistrati – al Pubblico Ministero di Palermo non consentono di ritenere che, le indicazioni fornite sul posto, della richiesta di acquisire questi elementi, pur suscettibili di ulteriore approfondimento nell’ambito dell’indagine condotta dalla Procura, siano allo stato connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza necessari per l’accoglimento dell’istanza”. Praticamente dicono che questa lettera di Provenzano a Berlusconi e le dichiarazioni di Ciancimino, che dice che la lettera doveva portarla Dell’Utri, non sono connotate da requisiti di specificità, utilità e rilevanza, non sono rilevanti, non sono utili e non sono specifiche. Aggiungono poi: “ dall’esame dei verbali di interrogatorio di Ciancimino – che parla della lettera e del ruolo di Dell’Utri – emerge una continua e non sempre sanata contraddittorietà delle dichiarazioni rese dal Ciancimino”, cioè Ciancimino dice delle cose contraddittorie. Può darsi, infatti spetta proprio ai giudici sciogliere queste contraddizioni, incalzarlo, interrogarlo, fargli le domande giuste, vedere se si contraddice, capire perché si contraddice, oppure magari invece ottenere delle risposte meno contraddittorie in un senso o nell’altro, nel senso di liberare Dell’Utri dal sospetto, oppure invece di accertare che Dell’Utri ha fatto anche quello, oltre a tutto quello che il Tribunale aveva già accertato. Se non lo stabiliscono i giudici se Ciancimino è attendibile, chi lo deve stabilire?! E se parla di Dell’Utri come pony express di lettere da Provenzano a Berlusconi, in quale altro processo deve andare questa roba, se non nel processo dove si sta processando Dell’Utri, con l’accusa di essere stato per 30 anni il trait d’union tra la mafia e Berlusconi?! Mi sembra che sia il posto giusto per accertare queste cose! Non si capisce per quale motivo la contraddittorietà, ammesso che sia contraddittorio quello che dice Ciancimino, debba indurre i giudici a non sentirlo: se è contraddittorio è un motivo in più per sentirlo e per chiarire. Dicono poi, i giudici, che “ Ciancimino colloca questa lettera in un periodo storico, cioè il 1992, che non risulta compatibile con l’appellativo di Onorevole, utilizzato nel frammento di foglio in esame e riferito a Berlusconi”, che infatti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 94. Ciancimino dice che quella lettera è del 92, nella lettera c’è scritto “ Onorevole Berlusconi” e i giudici dicono che Onorevole Berlusconi lo è diventato nel 94: è vero, può darsi che Ciancimino sbagli data, che abbia ricordi confusi, è difficile ricordarsi tutte le date delle elezioni etc., oppure può darsi che racconti balle per un qualche motivo, a proposito della datazione di quella lettera. Bene: sentitelo, incalzatelo, fategli queste obiezioni e vedete come risponde. Per quale motivo un errore di data dovrebbe non dico rendere inattendibile Ciancimino, ma renderlo non meritevole neanche di essere interrogato? Boh! Dicono ancora, i giudici, “ considerato che Ciancimino tra l’altro ha ammesso di non conoscere gli sviluppi e gli esiti della vicenda”: certo, lui non sa se è avvenuta la consegna a Dell’Utri e, da Dell’Utri, a Berlusconi e chi se ne importa! Quello che qui conta è se davvero Provenzano usava Dell’Utri come pronta consegna, come postino, se davvero aveva scritto che Dell’Utri avrebbe dovuto consegnarla a Berlusconi probabilmente si riferiva al fatto che aveva fatto la stessa cosa altre volte, che era un postino collaudato. Il fatto che poi, anche quella volta, la consegna sia avvenuta oppure no a noi non interessa niente e non dovrebbe interessare neanche ai giudici: perché? Perché basta sapere che, in una lettera indirizzata da Provenzano a Berlusconi, c’era scritto che la consegna la doveva fare Dell’Utri: questo dovrebbe interessarli, visto che devono giudicare Dell’Utri come possibile trait d’union tra la mafia e Berlusconi! Prima di affidare una lettera a Dell’Utri per Berlusconi, Provenzano si sarà informato su chi era: evidentemente, se aveva scelto lui, vuole dire che si fidava di lui perché aveva già fatto altre consegne o altri favori, o aveva già messo in contatto la mafia con Berlusconi, non è che uno prenda il primo che passa e dica “ scusa, c’è una lettera di Provenzano per Berlusconi, me la consegni?”: è ovvio che ti rivolgi a qualcuno molto affidabile e, soprattutto, molto taciturno. In ogni caso queste sono tutte cose da chiedere a Ciancimino, invece loro dicono “ no, non gliele chiediamo, perché avremmo dovuto chiedergliele?”, ma vi rendete conto?! E, alla fine, dicono “ rilevato, pertanto, che dall’esame del contenuto degli unici verbali emerge un quadro confuso e contraddittorio, questa Corte non può compiutamente valutare l’utilità e la rilevanza del mezzo di prova, rispetto alle accuse formulate a carico dell’imputato”, questa è veramente curiosa! Non avevano mica detto loro di prendere per oro colato i verbali davanti al Pubblico Ministero, avevano detto loro “ sentite Ciancimino: a noi ha detto così, vediamo che cosa dice in aula, la lettera c’è, nessuno può mangiarsela”, l’avevano fatta sparire e è ricomparsa, è sparita una seconda volta, i giudici d’appello hanno deciso di non prenderla in considerazione. Speriamo che ritrovino un po’ di logica in tempo utile per la sentenza, perché queste motivazioni sono quanto di più illogico – questo almeno lo si può dire, è diritto di critica – si possa immaginare e è preoccupante che siano così privi di logica, i giudici che stanno seguendo un processo di questo genere.

Menzogne colossali

L’altra cosa riguarda l’Avvocato dello Stato: come vi ho detto, nel sito dell’avvocatura dello Stato c’è scritto che “ l’avvocatura dello Stato è un pool di giuristi specializzati, che rappresenta e difende in giudizio l’amministrazione statale e, più in generale, tutti i poteri dello Stato”. Quindi, quando viene chiamata a difendere la bontà, la costituzionalità, la legittimità di una legge che, secondo alcuni tribunali, come quello di Milano e altri, è incostituzionale, dovrebbe andare lì e difendere la costituzionalità della legge, ossia dovrebbe cercare di spiegare, se ci riesce, che la Legge Alfano è rispettosa della Costituzione, che la Legge Alfano, che rende immuni dai processi le quattro alte cariche dello Stato, non confligge con l’articolo 3, che dice che siamo tutti uguali di fronte alla legge, senza aggiungere “ tranne quattro”. Insomma, dovrebbe occuparsi della legge, cioè di una norma generale e astratta: questo dovrebbe fare l’avvocatura dello Stato davanti alla Corte e invece che cosa fa, l’Avvocato Glauco Nori, a nome nostro, cioè dello Stato e a spese nostre, cioè dello Stato? Lo paghiamo noi l’Avvocato dello Stato. Va lì e dice alla Corte, per spaventarla probabilmente, “ state attenti, perché se bocciate la Legge Alfano succede un’ira di Dio nella politica italiana, perché Berlusconi torna imputato, se torna imputato si dimette, crolla il governo, crisi, un casino che non finisce mai, lasciamo il Lodo Alfano, che è meglio”, questo è il discorso. Allora capite che questa è una cosa che eventualmente potrebbe dire l’Avvocato Ghedini: non l’ha detta, eh, attenzione, perché queste sono delle scempiaggini che neanche l’Avvocato Ghedini, che è tutt’altro che fesso, oserebbe mai dire; perché? Perché se andasse lì e dicesse “ se Berlusconi torna imputato si deve dimettere” beh, poi se Berlusconi torna imputato si deve dimettere davvero e, soprattutto, andrebbe lì a ammettere che quella è una legge fatta da Berlusconi per Berlusconi, non è una legge fatta per tutelare le alte cariche dall’eventuale pericolo che un giorno possano essere sottoposte a processo e perdano, quindi, la serenità e il tempo che invece è loro necessario per concentrarsi quotidianamente sul loro lavoro al servizio degli italiani, perché questo ci hanno raccontato e era il movente della Legge Alfano, non salvare le chiappe all’attuale Presidente del Consiglio. Infatti Ghedini queste stupidaggini non le ha dette: le ha dette l’Avvocato dello Stato che, invece di difendere il Lodo, ha difeso Berlusconi, togliendo anche il velo dell’ipocrisia che attorniava questa legge, quel velo di ipocrisia che indusse il capo dello Stato a firmare, in men che non si dica, una legge incostituzionale, “perché bisogna tutelare le alte cariche dall’incursione dei magistrati cattivi”. Quindi se non altro è stato sincero, l’Avvocato dello Stato ha detto “ questa è una legge fatta per Berlusconi, l’unico che ne approfitta è Berlusconi, se Berlusconi torna sotto processo è un casino”. Il problema è che lui non lo può dire, l’avvocatura dello Stato deve dire che la legge è costituzionale, non deve calare le conseguenze di un’eventuale bocciatura nella situazione attuale: perché? Perché le leggi valgono per sempre, le leggi vengono fatte per l’interesse generale, non vengono fatte per risolvere un problema particolare di una persona o così dovrebbe essere. Quindi, secondo alcuni, questo è stato un clamoroso autogol, perché? Perché è andato lì a dire alla Corte “ guardate, l’hanno fatta per quello lì, adesso stiamo attenti, perché sennò quello lì poi finisce sotto processo”. Le argomentazioni, oltretutto, sono proprio delle palle colossali, delle menzogne colossali: per esempio, dice l’Avvocato Generale, “ se Berlusconi tornasse sotto processo con la bocciatura della Legge Alfano – cosa che sarebbe automatica – la stampa seguirebbe i processi a Berlusconi con formule suggestive, con uno stile giornalistico sottolineato, con fughe di notizie coperte dal segreto”. Le fughe di notizie coperte dal segreto a volte si verificano nella fase delle indagini, quando c’è il segreto investigativo, ma qui stiamo parlando di una legge che protegge le alte cariche dello Stato dai dibattimenti, cioè dai processi, che sono pubblici e senza alcun segreto. Quindi il giornalista va al processo, vede quello che succede e lo racconta, non c’è nessun segreto, è impossibile violare il segreto con fughe di notizie in un dibattimento pubblico, tant’è che c’è pure la gente, i curiosi possono andare a assistere. Le indagini invece sì che hanno delle notizie segrete, ma le indagini su Berlusconi si possono fare anche con il Lodo Alfano, perché il Lodo Alfano blocca i processi e non le indagini, conseguentemente o questo signore non sa di che cosa sta parlando, oppure sta mentendo, nella speranza di spaventare la Corte, dicendo “ stiamo attenti, perché se torna sotto processo chi la sente la stampa: quelli cominceranno a occuparsi dei processi a Berlusconi tutti i giorni con grande enfasi!”, figuratevi! Sono 15 anni che processano Berlusconi e la stampa sono secoli che non si occupava più dei suoi processi, non ci andava nessuno: io sono andato qualche volta ai processi a Berlusconi, eravamo sempre i soliti quattro gatti! Televisioni che abbiano seguito i processi a Berlusconi: ma in quale film?! All’estero forse, forse le televisioni estere. Prima bugia. Ma la seconda bugia è ancora più mirabile: perché? Perché si dice che, se Berlusconi torna processo, deve dimettersi: intanto chi l’ha detto? Dove sta scritto? La legge da noi non lo prevede che debba dimettersi, all’estero neanche, però si dimettono sempre se vengono imputati: anzi, è difficile che i Ministri o i Presidenti del Consiglio vengano imputati, proprio perché all’estero non candidano gli indagati, così evitano che un indagato poi venga imputato; da noi invece gli indagati hanno addirittura una corsia preferenziale e quindi, a un certo punto, di solito vengono anche imputati e si pone il problema, ma non sta scritto da nessuna parte che Berlusconi si debba dimettere: anzi, lui ha sempre detto “ non mi dimetterò mai”, l’opposizione, o quella robetta che chiamiamo opposizione, il PD- almeno parlo del PD, poi ce ne sono altre – gli ha sempre detto “ non te ne andare” e quindi gli ha raccomandato di non dimettersi, ma lui non ci pensava proprio e, in terzo luogo, lui sono 15 anni che è imputato e non si è mai dimesso. Per quale motivo adesso dovrebbero cambiare le cose? Lui ha governato per cinque anni da imputato, perché il Lodo Schifani fu immediatamente cassato dalla Corte Costituzionale e non si è né dimesso, né ha avuto dei problemi, semplicemente non andava alle udienze dei suoi processi e quindi, anche questa storia che perde tempo a seguire i suoi processi e non può più stare a Palazzo Chigi, lui in questi 15 anni ha avuto ventidue rinvii a giudizio o giù di lì e ai processi c’è andato tre volte: alla prima udienza nel processo Guardia di Finanza e alle due udienze del processo Sme, dove ha fatto le dichiarazioni spontanee, fine, mai visto in Tribunale Berlusconi. Quindi sono tutte balle! Si crea un’attesa di un pericolo imminente per spaventare la Corte, ma in realtà quel pericolo- ammesso che le dimissioni di Berlusconi siano un pericolo: volesse il Cielo! Ma non c’è nessuna speranza e nessuna possibilità che ciò avvenga- semplicemente per dare alla Corte Costituzionale una responsabilità politica che non può avere, perché la Corte Costituzionale deve guardare la Costituzione, guardare la legge e vedere se l’una è compatibile con l’altra; dato che la Costituzione è un po’ più importante della legge, se non sono compatibili fanno fuori la legge, non la Costituzione, oso sperare. Tutto questo l’Avvocato dello Stato l’ha sostenuto non a nome di Berlusconi, o a nome di un privato: lo doveva sostenere a nome dello Stato, l’Avvocato dello Stato difende lo Stato e le sue leggi, non il rappresentante pro tempore dello Stato o del governo. E invece ha avuto una crisi di identità: nel tragitto tra l’avvocatura dello Stato e la Corte Costituzionale ha avuto un attacco di labirintite e non ha più capito che differenza c’è tra sé stesso e l’Avvocato Ghedini e tra lo Stato e Berlusconi, “l’état c’est moi”, diceva il Re Sole: Berlusconi, nell’interpretazione dell’avvocatura dello Stato, o almeno di questo signore, è diventato lo Stato. Guardate che sono passaggi che sembrano trascurabili, ma sono dei macigni sulla Costituzione e sul senso civico che si dovrebbe avere e è molto preoccupante che neanche la logica alberghi più nelle ordinanze di certi giudici, come abbiamo visto prima, o nelle decisioni prese da un organismo così fondamentale come quello che dovrebbe difendere lo Stato davanti ai tribunali e alla Corte Costituzionale. Bene, a questo punto aspettiamo, ovviamente, di vedere che cosa succederà al processo Dell’Utri, Il Fatto quotidiano lo seguirà quotidianamente, a differenza degli altri giornali, che l’hanno completamente abbandonato, già in primo grado non lo seguiva nessuno e vedremo che cosa succede dal 6 ottobre in avanti, davanti alla Corte Costituzionale, dove saremo, anche lì, pronti a raccontare tutto quello che accade.

Floppone in prima pagina

E adesso vi faccio vedere una prova naturalmente, un numero zero, ma perché vi facciate l’idea, più o meno, di come sarà Il Fatto quotidiano: questa è la prima pagina della prova di stampa che abbiamo fatto l’altro giorno, era il giorno dopo il monologo di Berlusconi a “Porta a Porta”, quando hanno eliminato tutta la programmazione concorrenziale affinché lui potesse ritagliarsi e stagliarsi a reti unificate e il risultato è stato quel floppone gigantesco di ascolti che avete visto sui giornali e conseguentemente, quel giorno, abbiamo provato – ripeto, è una prova – a fare un titolo, questa è una frase di Enzo Biagi, “ l’uomo solo al telecomando”, l’hanno lasciato solo, c’è la vignetta della salma mentre l’imbalzamatore è Bruno Vespa. Qua c’è la nostra inchiesta, ogni giorno, se il fatto è clamoroso come questo ce ne occuperemo, altrimenti abbandoneremo l’agenda degli argomenti dei quali hanno già parlato gli altri giornali, cosa che sicuramente non può avvenire -non lo so- quando c’è la strage in Afghanistan, ma che può avvenire invece nelle giornate ordinarie, nel qual caso la nostra inchiesta, in questo caso le morti nel calcio per doping, sale in prima posizione e quindi quello sarà il nostro titolo dominante, poi ci sono rubriche, cattiverie varie, dentro il giornale è tutto a colori e adesso non ve lo faccio vedere tutto, perché altrimenti vi levo la sorpresa, ma l’importante è che cominciate a memorizzare la testata e a innamorarvi, spero, di un giornale che non ha denaro pubblico, che non ha padroni, che non ha palazzinari, petrolieri, Presidenti del Consiglio, banchieri, finanzieri, costruttori di automobili etc. alle spalle, ma ha alle spalle semplicemente i suoi giornalisti e, soprattutto, i suoi lettori che, solo per gli abbonati, sono proprio in queste ore arrivati a 30. 000. Trovate sul sito antefatto.it i luoghi dove Il Fatto quotidiano arriverà in edicola: purtroppo lo so, molti non troveranno il proprio paese o la propria città, abbiamo fatto questa scelta, che è una scelta obbligata, perché non abbiamo i soldi per arrivare a 38. 000 edicole. Rischieremmo di tracollare appena partiti e quindi abbiamo preferito una distribuzione mirata, nella maggior parte dei capoluoghi, riservandoci, se dovesse esserci una grande risposta, come ci auguriamo, o una buona risposta da parte del pubblico, di aumentare il servizio strada facendo, magari aumentando le pagine, aumentando i giornalisti e aumentando anche i luoghi della distribuzione in edicola, molto meglio, invece, che non dare tutto all’inizio e poi essere costretti a togliere qualcosa e a tagliare. Per questo il Consiglio che do a chi si accorge, si rende conto che non troverà nella sua città o nel suo comune Il Fatto quotidiano in edicola, c’è sempre la possibilità di abbonarsi o all’on- line oppure con l’abbonamento postale e adesso stiamo predisponendo anche la soluzione del coupon, proprio perché chi invece in edicola il giornale lo trova, possa avere già un carnet di opzioni da fare poi timbrare dall’edicolante, in modo da assicurarsi comunque una copia garantita, perché credo che, soprattutto nei primi giorni e nelle prime settimane il giornale, se – come spero – l’attesa è tanta, sarà anche abbastanza difficile da trovare. Passate parola e ci vediamo o in abbonamento o in edicola mercoledì, con Il Fatto quotidiano, mercoledì 23 settembre, grazie.

Antimafia Duemila – Maggiani Chelli: ”Indignati per proposte revisione norme 41 bis”

Antimafia Duemila – Maggiani Chelli: ”Indignati per proposte revisione norme 41 bis”.

Dalla Sicilia ,Palermo , arriva forte e chiaro il richiamo al sistema di detenzione speciale di “41 bis”.

Il Consiglio Direttivo della Camera Penale  dice “Rivedere le nuove norme sul 41 bis”.
“La gestione dei detenuti non risponde ai criteri di umanità e logistica che dovrebbero essere attuati in uno stato di diritto – affermano i legali – con particolare riguardo a quelli sottoposti al regime del 41 bis ed alle limitazioni del diritto di difesa degli avvocati”.
I legali di Palermo proporranno all’unione camere penali italiane “di proclamare lo stato di agitazione nazionale dei penalisti e l’eventuale astensione a tempo indeterminato”
Concordiamo sui criteri di umanità e logistica che dovrebbero essere attuati in uno stato di diritto per tutti i detenuti.
Tuttavia, rendiamo noto,  nello specifico per i detenuti a “41 bis” rei di strage, che qualora Salvatore Riina e tutti gli altri  fossero messi ancora in grado di far uscire dal carcere messaggi strafottenti nei confronti delle loro vittime, ed ancora più grave, far uscire attraverso colloqui messaggi inquietanti di palese ricatto per l’annullamento del “41 bis” e la revisione dei processi, come è stato fatto di recente attraverso le pagine di una testata giornalistica nazionale,  scenderemo in via dei Georgofili ad oltranza, per protestare contro chi vuole la mafia vincente sulle tombe dei nostri figli.
Ricorderemo infatti a chiunque  con ogni mezzo,  che  Salvatore Riina ,lì, in quella via di Firenze ,ha ucciso i nostri figli in nome e per conto dell’annullamento del “41 bis” .
Siamo oltremodo indignati davanti a tanta presa di posizione per i presunti diritti dei capi mafia, così come lo siamo per l’indifferenza totale davanti alle vittime di mafia.

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili