Archivi del giorno: 26 settembre 2009

Blog di Beppe Grillo – Mathis Wakernagel, the Overshoot Day

Blog di Beppe Grillo – Mathis Wakernagel, the Overshoot Day.

Esiste un orologio delle risorse della Terra. Quest’anno la lancetta si è fermata al 25 settembre, l’Overshoot Day. E’ il giorno dell’anno in cui abbiamo usato tutte le risorse rigenerabili a partire dal primo gennaio 2009. La Terra è diventata un oggetto di consumo da luogo magico della nostra vita. Il blog ha intervistato Mathis Wakernagel, l’inventore dell’ impronta ecologica, l’indice che misura la richiesta umana nei confronti della natura. Wakernagel è uno dei testimoni del documentario: “Terra reloaded“.

“Buongiorno, sono Mathis Wackernagel, presidente della Global Footprint Network. Siamo un centro studi internazionale con sede a Oakland, Brussel e Zurigo dove collaboriamo con circa 100 partner per portare il tema dei limiti ecologici all’interno dei centri decisionali. Oggi 25 settembre 2009, ndr) è un giorno speciale, è l’Overshoot Day, “la giornata del debito ecologico“.
Cosa significa? Tutte le risorse che abbiamo consumato come umanità, comunque le consideriamo, a partire dal primo gennaio 2009 fino ad oggi sono tutte quelle che il pianeta Terra può rigenerare nel corso del 2009. Abbiamo utilizzato per intero il budget 2009 e per il resto dell’anno dovremo indebitarci. Cosa possiamo fare con questa informazione? In un certo senso è un po’ come disporre di informazioni sul tuo conto corrente bancario. Se spendi più di quello che guadagni per un arco temporale considerevole, prima o poi finisci in bancarotta. Non è diverso con le risorse naturali. Se continuiamo con questo processo, prima o poi finiremo in bancarotta ecologica. Che è più difficile da affrontare della bancarotta economica. Perché le banconote si possono stampare, le risorse naturali no.
Cosa possiamo fare? La prima cosa è considerare i processi ecologici importanti tanto quanto quelli economici e riconsiderare il modo in cui spendiamo le risorse e le amministriamo. La maggior parte delle nostre politiche si fonda sulla domanda: “come possiamo incrementare le attività economiche, quale che sia il costo in termini di risorse necessario?”. Semplicemente ipotizziamo di consumare una quantità sempre maggiore di risorse, ogni anno. Dobbiamo trovare un modo di mantenere il nostro benessere utilizzando esclusivamente le risorse che la Terra è in grado di produrre.
Come facciamo? Dobbiamo prestare maggiore attenzione al modo in cui costruiamo le città. Solo un esempio. Siena, in Italia, che ha una buona qualità della vita, usa circa un terzo delle risorse per persona rispetto a Houston, Texas. È certamente un primo passo. E personalmente, preferirei vivere a Siena piuttosto che a Houston. Il modo in cui costruiamo le città determina in modo sostanziale il modo in cui utilizziamo le risorse. Ciononostante, se tutti vivessimo come si vive a Siena, ci vorrebbero tre pianeti Terra per sostenere questo stile di vita per ciascun abitante del mondo.
Cos’altro possiamo fare? Naturalmente dobbiamo sostenere e spronare i nostri governi per essere molto più pro-attivi in materia di cambiamenti climatici. Le emissioni di CO2 contribuiscono per circa il 50% all’impronta ecologica dell’umanità. Per paesi come l’Italia, molti altri paesi industrializzati, le emissioni di C02 sono responsabili del 70% dell’impronta ecologica del Paese. Se saremo in grado di ridurre drasticamente le emissioni di C02 – e gli scienziati chiedono di ridurre dell’80% le emissioni entro l’anno 2050 – colpiremo anche il problema dello sforamento. La cosa difficile è gestire questa sfida senza spostare il problema altrove. I biocarburanti, per esempio, potrebbero ridurre le emissioni di C02, ma produrrebbero un enorme impatto in altri contesti, come le foreste vergini e le foreste tropicali per la produzione di olio di palma. Dobbiamo affrontare il problema e non semplicemente spostarlo altrove.
Ci sono grandi opportunità per i nostri governanti per siglare accordi importanti. La prima è quella di questa settimana a New York, l’assemblea ONU per la settimana del clima, dove molti leader e diplomatici si sono riuniti per preparare l’incontro di Copenhagen di dicembre, sul quale abbiamo grandi aspettative. L’altra è l’incontro del G20 di Pittsburgh, sempre in questi giorni, dove ci si troverà per preparare l’agenda di Copenhagen (incontro mondiale sui cambiamenti climatici).
È probabile che molti di noi resteranno delusi dagli accordi che si prenderanno a Copenhagen perché potrebbero essere non sufficientemente forti. Nel qual caso saremo chiamati a reagire con ancor maggior forza. In un mondo senza un accordo di Copenhagen forte, si avrà maggior confusione e disordine. I paesi dovranno attrezzarsi ancor più velocemente alla ristrettezza di risorse. Viviamo nella speranza che altri agiscano al nostro posto. Ma in un mondo che sfora continuamente il bilancio ecologico, se noi cittadini non siamo pronti a vivere in modo efficiente saremo noi a soffrire per la scarsità di risorse. Dobbiamo quindi agire localmente, sia nel caso Copenhagen produca accordi forti, sia in caso contrario.
Un’altra cosa che possiamo fare è conteggiare. Così come teniamo conto dei movimenti del nostro conto in banca, ogni nazione dovrebbe tener traccia dell’ammontare di risorse biologiche disponibili nel Paese, di quante ne vengono sottratte e di quante ne vengono utilizzate.
Se desiderate conoscere la dimensione della vostra impronta ecologica, visitate il nostro sito. L’Italia non è rappresentata, ma c’è la Svizzera, simile all’Italia, e potete fare il test in Italiano. Andate su www.footprintnetwork.org/calculators e sarete in grado di conoscere la dimensione della vostra impronta ecologica.”

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”.

“Fuori la mafia dallo Stato”, “fuori Dell’Utri dallo Stato”, “fuori Mancino dal Csm”.
Questo il coro che si leva dal corteo ‘Agenda rossa’ a cui stanno partecipando circa un migliaio di persone e che sta attraversando via del teatro di Marcello in direzione Piazza Navona. “Stare in piazza è il minimo che possiamo fare per ricordare che la questione fondante dell’anomalia-Italia non sono gli orientamenti sessuali del premier ma le infiltrazioni della mafia nelle istituzioni che ancora oggi non riescono a venire completamente a galla”, dice un ragazzo catanese che sta partecipando al corteo. “Il popolo dell’antimafia non si arrende ma sfila compatto per sostenere quei magistrati che si battono per la verità, con Antonio Ingroia e Sergio Lari, con Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi”, aggiunge Laura, 48 anni di Roma. L’imprenditore Pino Masciari, noto per aver denunciato le collusioni della Ndrangheta con le istituzioni, è in prima fila e spiega: “ci sono tanti morti in attesa di giustizia, e tante persone vive, ma che sono praticamente morte, in attesa di giustizia. Io dopo essermi opposto alla Ndrangheta non faccio più l’imprenditore, non vivo più nel mio paese e nonostante abbia subito 2 attentati in 50 giorni non sono sotto scorta.

Antimafia Duemila – S. Borsellino: ”Mio fratello ucciso da pezzi dello Stato”

Antimafia Duemila – S. Borsellino: ”Mio fratello ucciso da pezzi dello Stato”.

“Mio fratello è stato ucciso da pezzi dello Stato o da qualcuno che serviva quei pezzi dello Stato.

Questo si celava dentro la sua agenda rossa ed è questa la verità che vogliamo portare alla luce”. Lo ha detto Salvatore Borsellino, presente in piazza Bocca della Verità dove si stanno radunando centinaia di persone per il corteo ‘Agenda rossa’. “Quando Paolo è stato ucciso secondo me è stato anche per sottrargli quell’agenda rossa su cui aveva annotato tanti segreti sulle infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno della magistratura, dei servizi segreti e dello Stato – ha spiegato il fratello del magistrato ucciso -. La sua agenda rossa ha già cambiato la storia di questo Paese perché sui ricatti incrociati che si nascondono dentro quell’agenda si reggono gli equilibri politici dell’Italia. Se venissero alla luce queste nefandezze probabilmente la storia dell’Italia cambierebbe di nuovo”.

ANSA

Borsellino: ”Deluso da Napolitano, corte no di partito”

26 settembre 2009
Roma.
“Sono rimasto deluso dal presidente Napolitano che era stato invitato alla manifestazione e ha detto che non sarebbe venuto perché è una manifestazione di partito”. Lo ha detto Salvatore Borsellino, presente in piazza Bocca della Verità per il corteo ‘Agenda rossa’, organizzato dall’Associazione nazionale familiari vittime della mafia. Il fratello del magistrato ucciso dalla mafia nel 1992 ha sottolineato che ‘Agenda rossa’ “non è una manifestazione di partito ma il partito della gente onesta. Chi sta da questo lato é gente onesta, chi sta dall’altra parte evidentemente non lo é”.

Processo Dell’Utri. Il Pg: «Mangano, tutela della mafia su Berlusconi» : Pietro Orsatti

Processo Dell’Utri. Il Pg: «Mangano, tutela della mafia su Berlusconi» : Pietro Orsatti.

Inizia la durissima requisitoria del procuratore Gatto che racconta come il senatore e l’attuale premier  avrebbero incontrato i boss già nel ’75. A sostegno della magistratura, appuntamento nella Capitale a piazza Navona
di Pietro Orsatti su Terra

Il procuratore generale di Palermo Antonino Gatto ha iniziato ieri la sua requisitoria per il processo di appello a Marcello Dell’Utri con un affondo pesante sui rapporti dell’imputato e l’ormai famoso “stalliere di Arcore”. «Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza – ha dichiarato in aula Gatto -. Ma davvero non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore?».
E poi l’affondo: «Attraverso Cinà – ha spiegato Gatto – Dell’Utri conobbe Mangano e lo presentò a . Mangano era il simbolo viventedella tutela da parte di Cosa nostra a Silvio ». Di Mangano e della sua presenza in Lombardia aveva parlato anche nell’ultima intervista prima del 19 luglio 1992. Perché già nel ’92 sia la vicenda dello stalliere che di Dell’Utri erano all’attenzione degli inquirenti, come ricorda lo stesso Gatto presentando il suo atto di accusa. Il procuratore, infatti, ha collocato nella primavera del ’75 l’incontro a Milano tra Stefano Bontade, reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù, gli uomini d’onore Mimmo Teresi e Nino Grado, Dell’Utri e . Dell’incontro ha parlato il pentito Francesco Di Carlo. E poi un ulteriore affondo che vede ancora una volta chiamate in causa le aziende del premier. «Il versamento di somme della Fininvest a Cosa nostra nel 1986 per la “messa a posto” dei ripetitori nel palermitano sarebbe avvenuto, come già ribadito in primo grado, grazie all’intermediazione di Dell’Utri».
Le dichiarazioni del procuratore generale arrivano proprio alla vigilia della manifestazione di oggi
a Roma delle “agende rosse”, l’ampio che si è creato negli ultimi anni attorno a Salvatore
Borsellino e alla sua richiesta di verità sulle stragi del ’92. Un che in parte si identifica
anche con l’Idv, ma che vede coinvolte persone schierate su tutti altri fronti, dal Pd alla “radicale” fino ad alcuni settori della destra sociale. «Oltre ad aver cercato in tutti i modi di oscurare l’appuntamento mi aspetto l’ennesimo tentativo di strumentalizzare la nostra manifestazione – spiega Borsellino a Terra -. Anche per questo sono andato a parlare a Vasto all’iniziativadell’Idv. Per ribadire l’indipendenza della nostra manifestazione, che non è di nessuna bandiera. L’Idv ha garantito un aiuto logistico alla manifestazione, ma come hanno fatto altri. Questa è una manifestazione che chiede verità, non cerca un partito di riferimento». Una manifestazione, quella di oggi, che arriva in coincidenza con la riapertura delle indagini sulle stragi e a una settimana dalla notizia dell’interrogatorio al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, da tempo accusato di essere a conoscenza di almeno parte dei tanti misteri irrisolti su quella tragedia. «Vorrei che Mancino venisse interrogato non come persona informata sui fatti ma come imputato – prosegue implacabile Borsellino -. Su quella strage ci sono troppe coincidenze, troppi interessi che si intrecciano. Basta vedere quello che sta succedendo in queste ultime settimane». Facciamo qualche esempio? «A Palermo i giudici non vogliono ascoltare Ciancimino sui rapporti fra Dell’Utri e la ritenendolo non attendibile e contraddittorio – spiega -. Ma come si fa a ritenere qualcuno contraddittorio se non si acquisisce la sua testimonianza? E ancora, l’attacco di Silvio alla Procura di Palermo quando nessuno aveva finora fatto il suo nome. Se tutto questo non è un tentativo di bloccare quello che sta emergendo dopo 17 anni!». E sullo sfondo rimane l’appuntamento, e forse il ricatto, del pronunciamento della Consulta sul Lodo Alfano.

L’AMICIZIA COL BOSS NATA PER UN ‘CAVALLO’ | BananaBis

L’AMICIZIA COL BOSS NATA PER UN ‘CAVALLO’ | BananaBis.

di Attilio Bolzoni, La Repubblica

QUELLE AMICIZIE le ha sempre avute, in Sicilia e a Milano. Poi però ha incontrato lo “stalliere” ed è cambiato tutto. Con lui è cambiata la sua vita. Con Vittorio Mangano – nato a Palermo il 18 agosto 1940 e morto a Palermo il 23 luglio del 2000 – Marcello Dell’Utri è stato trascinato nell’arena siciliana, è stato processato, è stato condannato. Tutto per un “cavallo”. Un cavallo che (per i poliziotti) non era un vero cavallo: era una partita di droga.

Se un inizio c’è in questa storia, quell’inizio è in un pomeriggio piovoso del febbraio 1980. Vittorio Mangano, mafioso della “famiglia” di Porta Nuova, quello che negli anni a venire sarà conosciuto in tutta Italia come lo “stalliere” di Arcore, alloggia in una suite dell’Hotel Gran Duca di York di Milano. Verso il tramonto afferra il telefono e compone il numero 8054136 intestato a un tale Sergio Fava.

Il telefono squilla, in linea però non c’è Sergio Fava ma Marcello Dell’Utri, allora segretario particolare di un Silvio Berlusconi noto soltanto a Milano come impresario edile. Lo “stalliere” gli propone un affare, gli dice “che ha anche un cavallo che fa per lui”. Risponde Dell’Utri: “Per il cavallo ci vogliono i piccioli e io non ne ho”. A quel punto tutti e due si mettono a ridere, Mangano lo incalza. Gli chiede: “Perché i piccioli, i soldi, non te li fai dare dal tuo amico Silvio?”. Gli risponde ancora Dell’Utri: “Quello lì ‘n’sura”, quello lì non suda, non scuce niente.

La telefonata intercettata
La telefonata è intercettata dalla polizia. Prima finisce nel rapporto della Criminalpol di Milano – il fascicolo è il numero 0500 del 13 aprile 1981 “dove vengono trattate insospettabili persone che costituiscono il vero centro motore del crimine mafioso in Lombardia” – poi entra in un’altra nota della Criminalpol (è del 19 ottobre 1984) che è la prima pietra del processo di Palermo contro Marcello Dell’Utri.

Ecco alcuni stralci di quell’informativa: “Dell’Utri è stato oggetto di indagine da parte di questo Centro Criminalpol Lombardia.. Lo spunto viene principalmente da alcuni servizi di intercettazione dal quale era emerso il rapporto che esisteva fra il mafioso Mangano Vittorio e il più volte citato Dell’Utri Marcello. Tale rapporto è chiaramente evidenziato in una telefonata”. Così sono cominciate altre indagini.

“Signor Mangano, ricorda quando ha conosciuto esattamente l’onorevole Marcello Dell’Utri?”, gli chiedono i magistrati di Palermo il 5 aprile del 1995? “Da una vita”, risponde lui. Da quale vita? “Da quando Dell’Utri era presidente della squadra di calcio della Bacigalupo, io andavo al campo dell’Arenella a vedere a giocare quei ragazzi, un bel calciatore era anche il figlio di Tanino, Tanino Cinà”.

Spedito dai boss in Brianza

Comincia su quel campetto di sabbia spruzzato dalla schiuma del mare dell’Arenella – a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 – l’avventura di “eroe” di Mangano Vittorio, uomo d’onore inviato dai boss siciliani in Brianza nel quartier generale di Berlusconi. Per accudire i cavalli dell’imprenditore che 20 anni dopo diventerà primo ministro? Per proteggere i suoi figli dall’Anonima Sequestri? Come andarono o come non andarono le cose, secondo i pubblici ministeri palermitani il futuro presidente del Consiglio con Vittorio Mangano in casa “si espose alla pericolosa “attenzione” dell’organizzazione mafiosa che ricercava sbocchi per i suoi capitali”.

Quando lo “stalliere” si sistema in via Villa San Martino 42 (è il domicilio che dichiara alla Questura), raccomandato da Dell’Utri, è già stato tre volte all’Ucciardone, due volte diffidato come “soggetto pericoloso”, due volte finito sotto inchiesta per ricettazione e tentata estorsione, una volta sospettato di traffico di stupefacenti. Uomo d’onore a Palermo, “stalliere” a Milano. Una fortuna per quei boss che l’hanno piazzato lassù e che salgono e scendono dalla Sicilia. Per andare a trovare lui ma soprattutto per conoscere i suoi nuovi “padroni”. Un giorno – è la metà degli anni ’70 – tutta la “crema” della mafia di Palermo incontra Silvio Berlusconi.

L’incontro con Berlusconi
Il racconto è di Francesco Di Carlo, un boss della droga: “In un ufficio non molto distante dal centro di Milano ci accolse Dell’Utri. Dopo quindici minuti venne Berlusconi. A quella riunione eravamo presenti: io, Tanino Cinà (ricordate?, la Bacigalupo), Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi”. Il boss ricorda anche come finì la riunione: “Berlusconi disse che “era a nostra disposizione per qualsiasi cosa”, e allora anche Bontate gli rispose nello stesso modo”.

Se i padrini salgono a Milano, Marcello Dell’Utri torna a Palermo. È nel suo ambiente, “conosce”. Frequenta Pino Albanese della “famiglia” di Malaspina. E poi Giovanni Citarda detto “Gioia mia”. Tutti e due sono legatissimi a Stefano Bontate, il capo dei capi che ha voluto Vittorio Mangano ad Arcore. Spiegherà qualche anno dopo il pentito Salvatore Cancemi: “Il rapporto fra Mangano e Dell’Utri era strettissimo. Mangano in pratica usava Dell’Utri e gli poteva chiedere qualsiasi cosa: per esempio Mangano mi disse che nella tenuta nella disponibilità di Dell’Utri furono nascosti anche latitanti.. i fratelli Grado”.

Pianto come un eroe
Quando lo “stalliere” è morto, il senatore l’ha pianto: “E’ morto per causa mia. Era ammalato di cancro, è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e Berlusconi. Se lo avesse fatto, l’avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. È un eroe, a modo suo”. Sulla sua lapide, i figli dello “stalliere” hanno fatto scrivere: “Hai dato un valore alla storia degli uomini non barattando la dignità per la libertà”.

Presidente non firmi. Ci difenda dallo scudo fiscale. – Il Fatto Quotidiano – Voglio Scendere

Presidente non firmi. Ci difenda dallo scudo fiscale. – Il Fatto Quotidiano – Voglio Scendere.

Firma l’appello di Bruno Tinti al capo dello Stato

Signor Presidente,

il Senato ha approvato l’emendamento Fleres alla legge che ha istituito lo scudo fiscale. Se anche la Camera lo approvasse, Lei resterebbe l’ultima difesa.

Signor Presidente, con questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediari e professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l’obbligo di segnalazione per l’antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento.

Le prime due previsioni, in realtà, non cagioneranno un grave danno al concreto esercizio della giustizia penale: da anni (dal 2000) una legge costruita all’esplicito scopo di impedire i processi penali in materia di reati fiscali assicura l’impunità alla quasi totalità degli evasori. Perché l’evasione fiscale costituisca reato bisogna evadere un’imposta superiore a 103.000 euro per ogni anno di imposta; e i casi di evasione superiori a tale soglia si aggirano intorno al 10 % del totale. E’ormai impossibile celebrare un processo per falsa fatturazione, e dunque anche per frode all’Iva comunitaria: quando si scopre una “cartiera” (una società che emette fatture false) e quindi si scoprono gli “utilizzatori finali” (secondo una recente definizione che ha avuto molto successo) di queste fatture, poi non si può fare un unico processo ma tanti quanti sono i luoghi in cui questi utilizzatori hanno il loro domicilio fiscale; il che è fonte di tali sprechi di tempo e di risorse da garantire nella quasi totalità dei casi la prescrizione. Infine, una delle forme più insidiose di evasione fiscale, quella commessa mediante la sistematica falsificazione della contabilità (il sistema seguito dalla quasi totalità degli evasori), è stata considerata un reato lieve, punito con una pena massima di 3 anni di reclusione; il che significa che nessuno va mai in prigione per via di sospensione condizionale della pena, indulto, affidamento in prova al servizio sociale.

Quanto al falso in bilancio, non è certo una novità che dopo la riforma della legislazione societaria voluta dal governo Berlusconi (che ha consentito allo stesso Berlusconi di essere assolto in molti processi in cui era imputato per questo reato), in Italia di processi del genere non se ne fanno più: il falso in bilancio è divenuto un reato fantasma, che c’è in astratto ma non si processa mai in concreto.

Ma la nuova legge contiene una norma che è una calamità: essa assicura l’impunità a trafficanti di droga, di armi, di donne, sequestratori di persona e altri delinquenti di grosso livello.

Signor Presidente, il danaro non ha colore, non odora diversamente a seconda del reato da cui deriva, non ha etichette che lo identifichino. Il provento dell’evasione fiscale e del falso in bilancio non si differenzia visivamente dal riscatto pagato dalla famiglia del sequestrato o dal ricavo del traffico di esseri umani. I trafficanti di droga colombiani portano il loro denaro a Miami e lo “ripuliscono”  pagando circa il 50 per cento: questo è il prezzo del riciclaggio. Se passasse questa legge, avremmo un riciclaggio di Stato, per di più assolutamente concorrenziale con quello praticato dai professionisti del settore: lo scudo fiscale costa solo il 5 per cento.

E’ vero, la nuova legge prevede che la possibilità per banche e altri intermediari di non rispettare l’obbligo di segnalazione per l’antiriciclaggio sia limitata ai reati fiscali e al falso in bilancio. Ma, signor Presidente, chi glielo spiegherà alle banche (che certamente non hanno molto interesse a scoraggiare queste iniziative da cui ricavano dei bei soldi) che i capitali che rientrano provengono da un traffico di armi e non da evasione fiscale? Come distinguere il provento dell’evasione fiscale da quello di altri truci e violenti delitti?

Non si può, signor Presidente: questa legge garantirà ai peggiori delinquenti una prospera e sicura verginità.

Signor Presidente, questa legge è una bandiera dell’illegalità: dove non avrà concreti effetti sul piano penale, trasmetterà un messaggio di opportunismo: renderà evidente a tutti che adempiere ai propri obblighi tributari, a principi etici irrinunciabili nella gestione delle imprese, è un’ingenuità, peggio è antieconomico. E’ una legge criminogena perché favorirà la futura evasione fiscale, convincendo tutti che “pagare le tasse” è cosa inutile, perfino stupida, tanto, prima o poi…. E dove invece e purtroppo avrà concrete conseguenze, si tratterà di un formidabile favoreggiamento nei confronti delle forme più gravi di delinquenza organizzata. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Magistratura non potranno nemmeno trovare le prove di questireati, forse conosciuti per altre vie, poiché il provento del reato sarà ormai sparito.

Signor Presidente non firmi questa legge; eviti che il nostro Paese sia sospinto ancora più in fondo nel precipizio di illegalità, peggio, di immoralità che ci sta separando dai Paesi civili.

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

A Celjabinsk, provincia russa degli Urali meridionali, dove alcune città sono dimenticate perfino dalle mappe geografiche, l’aria è carica di morte. Una morte silenziosa e invisibile che ha già trascinato con sé centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.
Di queste zone, fino al 1991 inaccessibili agli stranieri, quasi nessuno conosce l’esistenza. Eppure è qui che sorge, ed è ancora abitato, il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Si chiama Celyabinsk-40, più noto come Mayak, e insieme a Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70 è uno dei centri segreti russi che dopo la seconda guerra mondiale ospitarono i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Dal 1949 al 1967 Mayak è stata una pattumiera di rifiuti radioattivi. Sversati in particolare nel fiume Techa e nel lago Karachy, che ora non presentano più forme di vita. Mentre tumori e malformazioni congenite – spiega Franco Valentini di rinnovabili.it – colpiscono da anni la popolazione locale formata per la maggior parte da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza e che sono stati esposti ad una quantità di radiazioni pari a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki.
Quante Mayak ci siano nel mondo nessuno può dirlo con certezza. Ma le informazioni che si raccolgono delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.
In tutta la Russia, in quarant’anni di guerra fredda, decine di milioni di metri cubi tra rifiuti solidi e liquidi sono stati disseminati nell’ambiente e molto simile è la situazione degli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari. A partire dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla nostra Italia, dove di recente si è tornato a discutere della concreta possibilità di un ritorno all’atomo, nonostante non sia ancora stato risolto il problema delle scorie accumulate in passato.
Secondo l’INSC (International Nuclear Societes Council), l’industria nucleare mondiale produce all’anno qualcosa come 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Una quantità che paragonata ai rifiuti di centrali a fonti fossili tradizionali non è eccessiva, ma che rappresenta un problema ancora insormontabile per la comunità scientifica mondiale nel lungo termine. Il combustibile spento e scaricato di reattori ad uranio mantiene infatti una pericolosità elevata per un milione di anni. Mentre le terre e le acque che ne vengono in contatto diventano esse stesse radioattive mantenendosi in questo stato per centinaia di migliaia di anni. E provocando effetti devastanti su qualsiasi forma di vita circostante.
Uno studio del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti – per citare un solo esempio – ha provato che i due terzi delle morti causate da tumore al seno tra il 1985 e il 1989, in America, si sono verificate in un raggio di circa 160 chilometri dai reattori nucleari. E considerato che negli Usa le centrali sono più di cento e le scorie prodotte circa 37 milioni di metri cubi stipate in depositi di fortuna sparsi per il Paese, si può solo intuire quale sia l’entità del rischio in termini di vite umane solo in territorio americano.
Nel resto del mondo la situazione, seppur ridimensionata, non è differente.
In Europa – dove i rifiuti radioattivi provengono perlopiù dal settore civile – si parla di circa 40.000 metri cubi di scorie l’anno. Dei quali Francia e Gran Bretagna detengono il primato sia a causa del numero di reattori attivi presenti sui loro territori sia per gli importanti programmi militari svolti. E per avere un’idea più precisa basti pensare che solo la Francia ne produce annualmente una quantità pari a quelle presenti nel nostro Paese dal 1987, anno in cui con un referendum seguito all’incidente di Chernobyl abbiamo scelto di rinunciare al nucleare. Da allora il problema dei rifiuti speciali non è mai stato risolto e, sebbene non se ne parli, rappresenta una delle principali cause di morte in alcune zone del nostro Paese.
A distanza di oltre 20 anni da quella decisione, infatti, le scorie – circa 30mila metri cubi destinati a crescere – sono custoditi in condizioni di sicurezza precaria e gli impianti non ancora completamente smantellati.
Il caso Italia
Nella centrale nucleare più grande d’Italia – quella di Caorso, vicino a Piacenza – vi sono ancora 700 barre di combustibile con 1.300 Kg di plutonio: materiale recuperabile per il 97%, perché ancora utile per produrre energia elettrica, ma che per questo sarà consegnato ai francesi. Mentre a noi torneranno le scorie.
Dove le metteremo è la grande incognita. Soprattutto perché quello della centrale di Caorso non è di certo un caso isolato.
Il problema dello smaltimento delle scorie nucleari, in Italia, è tanto sconosciuto quanto attuale e non raramente si intreccia con i lucrosi interessi gestiti dalla criminalità organizzata, che in questo campo non agisce solo per proprio conto. L’ultima delle tante prove è nelle recenti cronache sul ritrovamento di una nave contenente rifiuti speciali, scoperta sui fondali del Mediterraneo al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno Cosentino. Ad indicarne la presenza, un pentito della ‘Ndrangheta, che avrebbe parlato di una serie di imbarcazioni, forse una trentina, contenenti grandi quantità di scorie radioattive e fatte affondare negli anni Ottanta e Novanta in diversi tratti di mare nel quadro di un accordo siglato tra le cosche e oscuri faccendieri.
Qualcosa di simile, ma sulla terraferma, sarebbe avvenuto a Pasquasia, una cittadina in provincia di Enna, un tempo conosciuta per la sua miniera di Sali alcalini misti ed in particolare Kainite per la produzione di solfato di potassio. Un sito che dagli anni Sessanta fino al 1992 ha dato lavoro a migliaia di persone e che da allora, a quanto pare, semina morte.
Le prove ufficiali non ci sono, ma voci di popolo e una serie di indagini sempre ostacolate hanno sollevato il dubbio che all’interno della miniera siano stoccati rifiuti nucleari: scorie di medio livello radioattivo delle quali la popolazione non deve sapere nulla.
Nel 1996 aveva provato a rompere il silenzio l’allora onorevole Giuseppe Scozzari, seguito dall’onorevole Ugo Maria Grimaldi, all’epoca assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia. Entrambi furono isolati e non riuscirono ad approdare ad alcun risultato concreto, ma le loro personali inchieste avevano portato alla luce una realtà inquietante: i casi di tumore e leucemia erano aumentati nel solo biennio 1995/96, nella zona di Enna, del 20% mentre Pasquasia e “l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera dell’Europa”. Grimaldi aveva denunciato la presenza di amianto in tutto il territorio provinciale, nelle cave abbandonate ed in altri siti. Scozzari aveva chiesto un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso nella miniera, convinto che fosse gestita da organizzazioni criminali senza nessun consenso formale da parte dello Stato.
E invece, se è vero che parte di quei terreni appartenevano (e apparterrebbero) a persone in odore di mafia vero è anche che erano state proprio le istituzioni italiane – e internazionali – a negargli l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, negano la presenza delle scorie mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano l’esistenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Il che poteva significare che non solo i rifiuti nucleari c’erano – e quindi ci sono – ma che si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni di radiazioni.
Una tragedia, per la popolazione circostante, tenuta sotto totale silenzio.
Anche il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, aveva parlato di Pasquasia e della presenza di rifiuti radioattivi nella miniera all’interno della quale aveva lavorato come caposquadra. Secondo il suo racconto – sul punto considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984: quando l’Enea (all’epoca Ente nazionale per l’energia atomica) aveva avviato uno studio geologico, geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. E quando funzionari del Sisde avrebbero contattato l’amministrazione comunale per richiedere il nulla osta a seppellire in loco materiale militare di non meglio specificata natura. Cosa che proverebbe l’utilizzo della miniera come deposito di scorie ancora prima della sua dismissione e che spiegherebbe il motivo per cui dopo il 1992 il Corpo regionale delle miniere ha interrotto l’attività di vigilanza e di manutenzione degli impianti e la Regione ha affidato il controllo degli accessi alle miniere a quattro società di sicurezza privata, attualmente rimosse dall’incarico.
Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria profonda 50 metri costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero misurare. Forse la radioattività?

Scorie immortali
Negli annuali rapporti di Legambiente sulle cosiddette Ecomafie il riferimento al traffico di rifiuti radioattivi è una costante. Ammassati in improbabili cave, si legge, gettati in mare o seppelliti senza particolari misure di sicurezza possono penetrare il suolo e contaminare terre e falde acquifere, oltre a causare danni irreparabili alla flora e alla fauna marina di cui ci cibiamo.
In gioco, insomma, c’è la salute e la vita di tanti cittadini mentre la dimensione del problema appare decisamente fuori controllo.
Le mafie che si occupano di questi traffici, infatti, sono molteplici e non sono solo italiane. Mentre scandali come quelli di Pasquasia si registrano in ogni parte del mondo e hanno spesso coperture di alto livello.
A febbraio di quest’anno, per citare uno degli esempi più recenti, è venuto alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. Ne parla Fulvia Novellino su Rinascita Balcanica, ricostruendo un vero e proprio traffico di scorie e materiali radioattivi verso la Bosnia organizzato, secondo indiscrezioni provenienti dall’interno dei servizi segreti locali, “dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina”. Una “comoda soluzione”, per lo stato francese, per risolvere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti tossici che accomuna tutti i governi che si servono dell’energia nucleare.
Il problema dello stoccaggio e della messa in sicurezza delle scorie appare infatti insormontabile e distante anni luce da una possibile soluzione. Mentre anno dopo anno i rifiuti si accumulano in maniera vertiginosa.
Fino ad oggi si è tentato di neutralizzare soltanto le scorie meno pericolose, quelle che mantengono la radioattività per circa 300 anni e lo si è fatto utilizzando perlopiù depositi di superficie e quasi mai cavità sotterranee o depositi geologici profondi. Per i rifiuti ad alta radioattività non si è riusciti a fare assolutamente nulla, spiega invece Marco Cedolin su Terranauta, perché “tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative degli esseri umani”.
Per il momento, solamente gli Stati Uniti hanno tentato l’impresa, che si sta rivelando ardua e scarsamente risolutiva.
Il Dipartimento dell’Energia statunitense ha infatti pensato alla creazione di un grande sito di stoccaggio definitivo nel quale trasportare il materiale radioattivo raccolto nelle aree maggiormente inquinate del Paese: sito che potrà essere costruito nel giro di 70 – 100 anni, con una spesa complessiva che varierà dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. In poche parole: il progetto più costoso e complesso che la storia ricordi.
La meta prescelta per l’ardita operazione è il Monte Yucca, situato nel Nevada meridionale a circa 160 Km a nord ovest di Las Vegas , in una zona collocata all’interno della cosiddetta Area 51. Il luogo migliore, secondo i progettisti, per scavare una serie di tunnel sotterranei della lunghezza di 80 Km che correranno e a una profondità di 300 metri, saranno rivestiti di acciaio inossidabile e titanio e una volta terminati potranno contenere 77.000 tonnellate di scorie radioattive attualmente in giacenza in 131 depositi dislocati all’interno di 39 differenti stati.
Un’opera titanica quanto quella del trasporto, che prevede l’utilizzo di 4600 fra treni e autocarri che per giungere a destinazione dovranno attraversare, con il loro pericolosissimo materiale, ben 44 stati con tutti i rischi del caso.
Secondo gli esperti che stanno lavorando al progetto – e che hanno già speso circa 8 miliardi di dollari soltanto per gli studi preliminari del terreno – una volta terminati i lavori di scavo e di preparazione del sito (previsti inizialmente per il 2010, ma già slittati al 2017) il deposito rimarrebbe in attività per qualche decina di anni prima di essere riempito completamente. E una volta chiuso dovrebbe impedire la fuoriuscita delle scorie dell’ambiente per i successivi 10.000 anni.
Il che in parole povere significa che la gigantesca opera non servirà a nulla.
La National Academy of Sciences e il National Research Council hanno infatti ricordato che il materiale radioattivo rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni e che il lasso di tempo previsto dal progetto non può quindi essere definito una “messa in sicurezza”. Tanto più che sussistono innumerevoli dubbi sulla reale capacità del sito di preservare il materiale radioattivo anche nel corso di quei 10.000 anni visto che l’umidità presente nell’area, seppur modesta, avrebbe tutto il tempo di corrodere i contenitori delle scorie riversando il materiale nelle falde acquifere e nei pozzi circostanti causando seri problemi alle popolazioni circostanti (1.400.000 persone); mentre il calore connaturato nei rifiuti nucleari rinchiusi all’interno di una montagna priva di sistemi di raffreddamento potrebbe avere gravi conseguenze.
A questa e a numerose altre perplessità che hanno aperto un ampio dibattito nel mondo scientifico e politico americano si aggiunge infine un particolare di non poco conto: il Dipartimento dell’Energia ha denunciato presunte omissioni e irregolarità dei tecnici del servizio geologico, che avrebbero costruito in maniera fraudolenta “elementi che confermassero la sicurezza del sito di Yucca Mountain”.

Senza via d’uscita
Il problema, ancora una volta, sembra quindi rimanere irrisolto. E se a quanto sin qui detto si aggiunge l’inquinamento provocato dall’utilizzo dell’uranio impoverito, sia per scopi bellici che civili, o i vari incidenti nucleari che si sono verificati nel corso degli ultimi decenni si può solo intuire l’entità del dramma.
Nel 1957 a Windscale, oggi Sellafield, nel West Cumberland, in Gran Bretagna un piccolo reattore adibito alla produzione di uranio e di plutonio per usi militari prese fuoco provocando la parziale fusione del nocciolo e la fuoriuscita di gas e materiali radioattivi che contaminarono una vastissima area intorno all’impianto. La popolazione non fu avvertita fino a che l’incendio non fu quasi completamente domato.
Il 1986 è l’anno della sciagura di Chernobyl;
Dal 1987, nella centrale di Ignalina, in Lituania, sono stati registrati due incidenti;
nel 2006 un sottomarino nucleare della marina russa, nel mar di Barents, ha fatto i conti con un incendio scoppiato nei locali tecnici del reattore nella prua rischiando di ripetere la tragedia del Kursk di sei anni prima e, più recentemente, la centrale francese di Tricastin ha disperso una soluzione di uranio nei fiumi circostanti;
mentre la centrale di Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone, la più grande del mondo, ha subito gravi danni a causa di un terremoto con conseguente serie di fughe radioattive dall’impianto.
La lista potrebbe continuare, perché gli incidenti finora conosciuti sono almeno una settantina.
E mentre la situazione peggiora di ora in ora e la follia umana non si placa il mondo è seduto su una bomba nucleare a orologeria.

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

C’è un business che non conosce crisi e che in controtendenza con l’andamento generale del mercato è sempre in rapida espansione: è quello delle armi, un comparto in continua crescita con miliardi di dollari di fatturato. E una delle principali fonti di guadagno per il nostro Paese, che dal 1945 in poi si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti al mondo. A fare la nostra “fortuna”, in particolare, i Paesi del Terzo Mondo, dove da oltre trent’anni esportiamo ogni sorta di arma e di armamento, rendendoci complici di sanguinari conflitti e di violazioni dei diritti umani.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, pizza a parte, c’è un solo made in Italy che tra alti e bassi non tramonta mai. E che in tempi di crisi, con un evidente effetto trainante sull’economia, registra un saldo attivo commerciale in netto contrasto con il deficit del Paese.
E’ il mercato delle armi, un comparto aziendale con decine di migliaia di addetti e miliardi di Euro di fatturato. Il fiore all’occhiello dell’economia italiana e uno dei principali responsabili della morte e della distruzione di milioni di vite umane.
Il rapporto annuale del Presidente del Consiglio dei Ministri – (come di consueto) pubblicato a fine marzo di quest’anno e riferito alle attività del 2008 – è coerente con i trend di crescita del settore. Che l’anno scorso ha ottenuto 1880 autorizzazioni all’esportazione per oltre 3 miliardi di Euro: il 28,58% in più rispetto al 2007, con consegne realmente effettuate per 1 miliardo e 800 milioni, autorizzazioni relative a programmi intergovernativi per 2 miliardi e 700 milioni e un volume d’affari di oltre 7 miliardi e 500 milioni di Euro.
Dati che da soli valgono a dimostrare il consolidamento e l’incremento nel “mercato globale” dell’industria bellica italiana, che si conferma come “un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.
Lo rivendica con orgoglio il documento, una trentina di pagine in tutto più una ventina di tabelle, che presentano una serie di numeri dei quali però c’è ben poco da andare fieri. Più del 30% delle nostre esportazioni, si apprende, raggiunge i Paesi del sud del mondo e il 35,86% la Turchia, che ha immesso nella nostra economia oltre 1 miliardo di Euro grazie a commesse che comprendono non meglio identificati “elicotteri”.
Il termine è generico, ma le dichiarazioni pubblicate nel settembre del 2007 sul sito ufficiale del ministero della difesa turco lasciano spazio a pochi dubbi: “Nel quadro del programma Atak (Tactical Reconnaissance and Attack Helicoper ndr.) – si legge – lo scorso 7 settembre è stato raggiunto l’accordo con Agusta Westland: seguirà presto una cerimonia ufficiale”. L’accordo prevedeva la commessa di 1,2 miliardi di euro per 51 elicotteri A129 da combattimento destinati al Comando turco delle forze di terra e all’avvio delle trattative il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, si mostrava più che soddisfatto. “La scelta degli elicotteri Agusta Westland da parte della Turchia – aveva detto – conferma l’elevata competitività dei nostri prodotti e le ottime relazioni industriali” che esistono tra i due Paesi. In Turchia, tra l’altro, “Finmeccanica è presente da molti anni in diversi settori. Questa scelta rinnova i rapporti di stima e amicizia reciproci e apre la strada a nuove interessanti opportunità di collaborazione tra i due Paesi”. Agusta Westland è infatti una controllata di Finmeccanica, di cui il principale azionista è il Governo, e “forse per il semplice fatto che la Turchia sia un partner Nato e che si trattava di elicotteri ha fatto ‘sorvolare’ su qualche denuncia ribadita dalle associazioni per la difesa dei diritti umani”.
Il commento è di Giorgio Beretta, della Rete Italiana per il Disarmo, che ricorda inoltre come la stessa azienda abbia inaugurato lo scorso anno ad Ankara i suoi nuovi “Regional Business Headquarters”. D’altronde, come si dice, “business is business” e così, mentre a parole, strette di mano e visite ufficiali l’Italia si eleva a paladina dei diritti dei più deboli contro l’asse del male, dall’altra non esita a fornire ai Paesi che i diritti umani li violano costantemente i mezzi per poter proseguire a perpetrare ogni sorta di violenza.
Nell’ultimo rapporto di Amnesty International, la Turchia figura come il Paese in cui “il sentimento e la violenza nazionalisti sono aumentati sull’onda di un’accresciuta incertezza politica e degli interventi armati. La libertà di espressione ha continuato a essere limitata”, non si sono fermate le “denunce di tortura e altri maltrattamenti” ed eccessivo è l’”impiego della forza da parte delle forze dell’ordine”. “Le incriminazioni per violazioni dei diritti umani – ancora – sono state inefficaci e insufficienti”, anche nei confronti “di rifugiati e richiedenti asilo”. E “non sono cessate le preoccupazioni per la mancanza di equità processuale”.
Nessuna meraviglia.
Non è l’unica nazione interessata da violazioni dei diritti umani, né da conflitti o tensioni a cui l’Italia vende materiali d’armamento. E a cui, nel corso della storia, li ha venduti.
Basti pensare che nella rosa dei migliori clienti non mancano neppure stati canaglia come la Siria, che da noi ha comprato sistemi di puntamento per 2,8 milioni di Euro e fino al 2007 anche l’Iraq. Nel pieno della “guerra preventiva” contro l’Occidente del mondo.
Contemporaneamente, è ovvio, gli affari si fanno anche con gli Stati avversari, quelli della “lotta al terrorismo”, che sono nostri alleati. E con operazioni come quella chiusa alla fine del 2008 quando Alenia North America, controllata di Finmeccanica, ha siglato un contratto del valore di 287 milioni di dollari con l’Usaf per la fornitura di 18 velivoli da trasporto tattico G.222. Velivoli che saranno girati alle forze armate afgane (Afghanistan National Army Air Corps) dal Combined Air Power Transition Force dell’Usaf di Kabul. “Siamo orgogliosi – ha dichiarato per l’occasione Giuseppe Giordo, presidente ed amministratore delegato di Alenia – di supportare ancora una volta le Forze Armate Usa nella lotta globale al terrorismo, con la fornitura di un velivolo robusto – che ha dimostrato nel corso della sua carriera delle eccellenti capacità – per il suo utilizzo in Afghanistan da parte dell’Anaac”.
Come dire: un colpo al cerchio e uno alla botte. Lucrosissimi tutti e due.
E se questi sono i principali dati riguardanti la vendita di armamenti da guerra non sono da sottovalutare altri dati: quelli riferiti alle cosiddette “armi leggere” di fabbricazione nostrana – utilizzate per lo più nei conflitti a “bassa intensità” dei Paesi in via di sviluppo – delle quali è pieno il mondo. Con risultati, in termini di diritti umani, a dir poco disastrosi.
E il principio costituzionale secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”?
Carta straccia. Aggirato da una serie di stratagemmi volti ad eludere le norme in materia di vendita di armi (peraltro relativamente recenti), da accordi internazionali, da operazioni non proprio limpide, che hanno caratterizzato tutta la storia dell’industria armiera italiana e, in modo particolare, gli ultimi quarant’anni.
Nel corso dei quali il modo di “concepire la guerra” si è lentamente trasformato: non più d’assalto, ma, dicevamo, a “bassa intensità”, recentemente definita “chirurgica”, “elettronica” o più ipocritamente “in funzione della pace, della democrazia, della libertà”.
La metamorfosi, concepita negli anni Novanta protagonisti del secondo conflitto del Golfo e della guerra in Jugoslavia, avviene l’11 settembre del 2001. E porta con sé – oltre a una serie di problematiche politico-sociali che in questa sede non tratteremo – un consistente incremento nella produzione di armi ed armamenti. Che va a sovrapporsi a quel “dividendo della pace”, seguito al crollo dell’Unione Sovietica, il quale ha avuto vita relativamente breve e che dopo una iniziale riduzione della spesa militare nei principali Paesi occidentali ha presto ceduto il passo a una nuova corsa agli armamenti. D’altronde, come giustamente annotano Riccardo Bagnato e Benedetta Verrini in Armi d’Italia, “le guerre hanno bisogno di armamenti almeno quanto gli armamenti hanno bisogno di guerre”.
E in quest’ottica, i dati raccolti da Vincenzo Comito (Le armi come impresa) e riportati nei rapporti annuali del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, parlano chiaro: se già dagli ultimi anni Novanta le prime cento imprese del settore a livello mondiale erano in crescita, nel 2005 la spesa per gli armamenti ha raggiunto la cifra di 1.001 miliardi di dollari, nel 2006 ha toccato i 1.204 e nel 2007 i 1.339. Cifre che corrispondono grosso modo al 2,5% del pil mondiale nei due anni e a 173 dollari per ogni abitante della terra nel 2005, a 184 dollari nel 2006, a 202 nel 2007”. Oltre ad un incremento nel 2007, rispetto al 1998, del 45%.
Anche il 2008, rispettando i ritmi di crescita a dispetto della crisi finanziaria internazionale, ha visto un incremento della spesa militare mondiale pari al 4%, ossia 1.464 miliardi di dollari. 40,6 dei quali sono stati spesi dal nostro Paese, che quest’anno si posiziona all’ottavo posto per spese militari con un aumento del budget militare nazionale pari all’1,8%.
L’Italia, si legge nel Sipri Yearbook 2009, ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti al primo posto seguiti dalla Cina (per la prima volta dal secondo dopoguerra), da Francia, Gran Bretagna, Russia, Germania, Giappone, Italia – appunto -, Arabia Saudita e India.
E fatta eccezione per l’Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno registrato “significativi incrementi” della spesa militare anche perché, annota il Sipri, “durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale”.
All’origine della tendenza alla crescita vi è dunque la spesa Usa. Dovuta non solo alla guerra in Iraq e in Afghanistan, ma come annota ancora Comito ad “una chiara visione ideologica dell’amministrazione Bush volta al mantenimento, anzi all’accrescimento, del dominio militare del paese nel mondo”. Mirato, non va sottovalutato, anche e soprattutto ad assicurarsi il controllo di zone strategiche del pianeta in vista del progressivo esaurimento delle risorse naturali ed energetiche.
Anche l’Italia – che grazie all’amicizia e all’alleanza strategica con gli Stati Uniti ha incassato lauti guadagni con la guerra all’Iraq – non si discosta da questa intenzione, tanto che nella relazione di esercizio del 2007 dell’Aiad (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i sistemi e la Difesa) si parla dell’esigenza di una maggiore sicurezza dopo l’11 settembre, considerato “il punto di partenza per l’avvio accelerato del processo di sviluppo di nuovi mezzi tecnologici necessari per la sicurezza della collettività”. In termini di “controllo delle frontiere”, “sicurezza del sistema dei trasporti”, “protezione delle infrastrutture critiche”, “sicurezza energetica e degli approvvigionamenti”.
Per fare questo, come abbiamo già accennato e come vedremo, occorre superare una serie di “ostacoli”: dalle leggi che frenano l’industria armiera agli scontri con le associazioni pacifiste e con la società civile organizzata. Che hanno difeso strenuamente, finora con non poco successo, la legge 185/90 dagli attacchi di una politica bipartisan e senza scrupoli che intendeva cancellare con un colpo di spugna anni di lotte per ottenere più trasparenza e più etica nella produzione e nella vendita di armi e armamenti. In un’Italia pronta a sacrificare la spesa sociale, la ricerca e la cooperazione allo sviluppo, ma non certamente l’industria bellica controllata, in modo più o meno diretto, dallo stesso governo. Per questo, sottolineano ancora Bagnato e Verrini, “non è stata affatto una battuta quella del premier Silvio Berlusconi che, nell’ottobre del 2004 – non diversamente da altri prima di lui – ha promesso ai vertici di Finmeccanica di trasformarsi nel loro ‘commesso viaggiatore’ per far aumentare le commesse dei nostri aerei e sistemi di difesa. La sua è stata una dichiarazione che fotografa una realtà e avalla una tradizione storica”.
La stessa che tenteremo di ripercorrere nelle pagine che seguono, prendendo spunto dall’ultimo rapporto del Presidente del Consiglio dei Ministri “sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” e ripercorrendo i tratti salienti della complessa storia dell’industria armiera italiana, dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri.
Nel farlo abbiamo attinto a diverse fonti, in particolare al prezioso e già citato testo di Benedetta Verrini e Riccardo Bagnato Armi d’Italia, nonché ad articoli, rapporti ufficiali, comunicati di associazioni pacifiste che da anni tentano di fare chiarezza su un tema controverso, per oltre quarant’anni coperto dal “segreto di Stato”.
L’intento è quello di contribuire a prendere coscienza del ruolo svolto dall’Italia nell’insicurezza mondiale, partendo da un concetto di base: che sin dal 1945 il nostro Paese si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti nel mondo e ha esportato senza controllo non solo armi da guerra che hanno alimentato ogni sorta di conflitto, ma anche pistole, cluster bombs, mine che (sebbene queste ultime siano state messe al bando) uccidono lentamente milioni di innocenti. Giorno dopo giorno e non soltanto quando scoppia un conflitto degno delle prime pagine.

Antimafia Duemila – I conti che non tornano e tanti ”non ricordo”

Antimafia Duemila – I conti che non tornano e tanti ”non ricordo”.

Al processo Mori-Obinu riemergono le relazioni di servizio e i racconti non coincidono

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo – 25 settembre 2009
Palermo.
Venti relazioni di servizio redatte per conto del Ros dall’agosto del 1995 al maggio del 1996 e tre versioni che ricostruiscono il blitz di Mezzojuso.

Questo il contenuto dei tre floppy disk che il colonnello dei carabinieri Michele Riccio ha consegnato questa mattina alla Corte che presiede il processo in corso a Palermo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu.
Alle domande poste dal pubblico ministero Antonino Di Matteo, Riccio ha spiegato di essersi letteralmente ritrovato tra i piedi i tre floppy mentre stava cambiando le cornici ad alcune stampe nella stanza che stava ristrutturando per ospitare la propria madre.
I tre dischetti, su cui la Corte ha già disposto la perizia che dovrebbe essere completata in una ventina di giorni, sono contrassegnati dalle apposite etichette su cui è leggibile non solo la dicitura “relazioni Ros” e il nome di copertura di Riccio “uncino”, ma anche scritte a matita che fanno riferimento alla Dia. Secondo la ricostruzione di Riccio, i floppy che gli furono consegnati dal maggiore Damiano al termine del rapporto “Grande Oriente” sarebbero gli stessi su cui l’ufficiale aveva registrato le relazioni redatte dal Riccio sulle confidenze di Ilardo quando era in servizio alla Dia.
Attorno all’aprile 1997 temendo che il materiale relativo all’attività investigativa condotta in Sicilia potesse venirgli sottratta o addirittura essere manomessa Riccio, che si trovava a Roma, telefonò alla moglie per farglieli riporre in un luogo sicuro, appunto dietro alla cornice di un quadro. Luogo che entrambi però avevano dimenticato.
Questi nuovi documenti rivestono particolare importanza poiché nella relazione conclusiva denominata “Grande Oriente” del luglio 1996 il colonnello fa più volte riferimento alle sue relazioni, che tuttavia fino a questo momento non era stato possibile ritrovare. Addirittura Riccio era stato accusato di non averle mai redatte.
Ora saranno i periti nominati dal tribunale e dall’accusa a dover accertare la validità di questi nuovi elementi il cui contenuto sarà poi discusso dalle parti.
L’udienza è poi proseguita con l’audizione del procuratore di Torino Gian Carlo Caselli, al tempo dei fatti procuratore capo di Palermo e del procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.
Prima ancora di rispondere ai quesiti del pm Ingroia, Caselli ha voluto precisare che i suoi ricordi non potevano essere più di tanto precisi a causa del tempo trascorso, delle tante vicissitudini della sua carriera e a causa di un infarto.
In effetti la deposizione del magistrato è stata sorprendentemente scandita da continui “non ricordo” e “non potrei escluderlo” anche su informazioni basilari come la finalità ultima del rapporto confidenziale di Ilardo con il colonnello Riccio.
Caselli ha infatti sostenuto di non aver saputo il nome della fonte fino quasi alla vigilia del primo e unico incontro, che si verificò il 2 maggio 1996, una settimana esatta prima che il confidente venisse assassinato a Catania; di aver delegato prima l’allora sostituto procuratore Pignatone e poi l’allora sostituto Teresa Principato ad occuparsi della questione; di averla perciò seguita solo per sommi capi e di non ricordare che l’obiettivo principale del lavoro con Ilardo era la cattura di Provenzano.
Alle domande insistenti del pm Di Matteo il procuratore ha affermato di non ricordare nemmeno che gli allora colonnello Mori e maggiore Obinu, con i quali si sentiva molto frequentemente per motivi operativi, gli avessero parlato dell’opportunità di catturare il super latitante a Mezzojuso.
Come noto i due imputati più volte hanno confermato che il 31 ottobre 1995 Riccio aveva pedinato con alcuni uomini Ilardo che incontrava per la prima volta, dopo mesi di corrispondenza di pizzini, il capo di Cosa Nostra. Tuttavia non essendoci né le condizioni né i mezzi a disposizione gli avevano ordinato di limitarsi all’osservazione.
Ed è qui il nodo del contendere. Riccio infatti sostiene che quella perduta occasione non fu casuale ma voluta specificatamente dai suoi superiori per impedire la cattura del boss.
Sul punto è stato sentito anche il procuratore Pignatone che ha commentato in aula un suo appunto relativo ad un incontro avuto con il colonnello il 1° novembre 1995, quindi il giorno dopo Mezzojuso.
Il magistrato sostiene che fosse abbastanza normale vedersi con Riccio in un giorno festivo data la loro disponibilità lavorativa “24 h” e quindi non fu sorpreso della sua richiesta di appuntamento. Tuttavia non gli disse nulla di quanto avvenuto il giorno prima.
Al contrario Riccio ha dichiarato che andò dal sostituto cui faceva riferimento proprio per rappresentargli l’accaduto.
In effetti è difficile pensare che proprio nell’ immediato ridosso di quel mancato successo di cui erano a conoscenza anche i vertici del Ros, il colonnello non ne avesse proferito parola. Ed è ancora più inspiegabile capire perché né Pignatone né nessun altro chiesero mai più conto di quei fatti a Riccio, visto che già dal 1996 la relazione di servizio raccontava nei dettagli di Mezzojuso.
Tirando le somme dai tre magistrati a conoscenza di quei fatti finora sentiti in questo dibattimento, Principato, Caselli e Pignatone, sono molti gli elementi emersi che coincidono solo in parte e in modo alterno, cioè se corrisponde all’uno non corrisponde all’altro.
Al colonnello Riccio il Presidente Fontana ha chiesto invece perché nel 1998 aveva fatto il nome di Dell’Utri solo successivamente a quello di altri politici collusi con la mafia come Andò, Andreotti e Mannino. Il colonnello ha spiegato di aver ritenuto opportuno parlarne solo ai magistrati di Firenze Chelazzi e Nicolosi che avevano rinvenuto il nome di Dell’Utri nelle sue agende, poiché non aveva avuto fiducia di due magistrati catanesi che, sentitolo a Roma, avevano iniziato l’interrogatorio dicendogli che aveva bisogno di protezione. L’unica cosa per ora certa è che non tutti i conti tornano. Ilardo voleva collaborare con la giustizia e non fece in tempo, fece consegnare grandi latitanti suoi superiori per arrivare ad essere un interlocutore diretto di Provenzano, portò il Ros sulla porta del boss, ma quel mancato blitz e le mai proseguite indagini su quella pista regalarono al capo di Cosa Nostra la possibilità di quei “cinque, sette anni” per rimettere tutte le cose a posto.

ComeDonChisciotte – G-20: LA GLOBALIZZAZIONE DICHIARA BANCAROTTA

ComeDonChisciotte – G-20: LA GLOBALIZZAZIONE DICHIARA BANCAROTTA.

DI CHRIS HEDGES
globalresearch.ca

La rabbia dei derelitti sta fratturando il Paese, suddividendolo in accampamenti cui non attracca la politica tradizionale. Alle estremità dello spettro politico si stanno sviluppando movimenti che hanno perduto la fede nei meccanismi del cambiamento democratico. Non li si può biasimare. Ma a meno che noi, a sinistra, non ci muoviamo rapidamente, di questa rabbia si impadronirà una destra virulenta e razzista, una destra alla ricerca di un inquietante proto-fascismo.

Ogni giorno conta. Ogni rinvio della protesta fa danno. Questa settimana dovremmo, se ne abbiamo il tempo e la possibilità, andare a Pittsburgh per l’incontro dei G20, invece di far ciò che l’elite al potere si aspetta da noi, ovvero che ce ne stiamo a casa. La compiacenza ha un prezzo terribile.

“Dopo tutto ciò che è andato storto, i leader del G20 si incontrano per tentare di trarre in salvo il proprio potere e il proprio denaro”, ha detto Benedicto Martinez Orozco, co-presidente del Frente Autentico del Trabajo (FAT) messicano, che è a Pittsburgh per le manifestazioni. “Ecco su cosa verte questo incontro”.

Le misure di sicurezza draconiane adottate per mettere a tacere il dissenso a Pittsburgh sono sproporzionate rispetto a qualsiasi effettiva questione di sicurezza. Non sono la risposta ad una minaccia reale, ma piuttosto alla paura che attanaglia i centri consolidati del potere.

L’elite al potere hanno ben chiari – anche se a noi sfuggono – l’enorme frode e il furto colossale intrapresi per salvare la classe dei criminali a Wall Street e speculatori internazionali di una risma che in altri periodi della storia umana finiva al patibolo. L’elite conosce il tremendo costo che questo saccheggio delle casse statali imporrà ai lavoratori che saranno ridotti ad uno stato di permanente sottoproletariato. E sa anche che quando questo diverrà chiaro a tutti, la ribellione non sarà più un concetto estraneo.

Di conseguenza, i delegati al G20 – il raduno delle nazioni più ricche del mondo – saranno protetti da un battaglione d’assalto della Guardia Nazionale recentemente rientrato dall’Iraq. Il battaglione chiuderà l’area attorno al centro della città, fornirà uomini ai posti di blocco e pattuglierà le strade in tenuta da combattimento. Pittsburgh ha aumentato la propria forza di polizia cittadina, generalmente composta di mille unità, aggiungendo tremila ulteriori agenti. Gli elicotteri hanno cominciato a sorvolare a bassa quota sui raduni nei parchi cittadini, sono stati confiscati alcuni autobus diretti a Pittsburgh per portare cibo ai dimostranti, alcuni attivisti sono in stato di fermo e sono stati negati i permessi per accamparsi nei parchi. Si sono verificati atti di hacking e vandalismo ai danni di siti internet appartenenti ai gruppi di resistenza; molti gruppi sospettano inoltre la presenza di infiltrati e che telefoni e caselle di posta elettronica siano sotto controllo.

Ho incontrato Larry Holmes, un organizzatore proveniente da New York City, fuori da un accampamento di tende montate su un terreno di proprietà della Monumental Baptist Church nel distretto Hill della città. Holmes è uno dei leader del movimento Bail Out the People [N.d.T.: il nome del movimento riprende lo slogan “Bail out the people – not the banks”, ovvero ‘salvate dalla bancarotta la gente comune, non le banche’]. Attivista veterano per i diritti dei lavoratori, domenica ha guidato un corteo di disoccupati diretto al Convention Centre. Nel corso della settimana, coordinerà ulteriori manifestazioni.

“Si tratta di legge marziale de facto”, ha detto, “e i veri sforzi per sovvertire il lavoro di chi protesta devono ancora cominciare. Andare a votare non porta lontano. Spesso alle elezioni non c’è molta scelta. Quando si costruiscono movimenti democratici su temi come la guerra o la disoccupazione si ottiene un’espressione più autentica di democrazia. È più organica. Fa la differenza. Questo è ciò che ci ha insegnato la storia”.

La nostra economia globale e il nostro sistema politico sono stati sequestrati e dirottati da una minuscola oligarchia composta principalmente da uomini bianchi benestanti al servizio delle corporation.

Essi hanno vincolato o raccolto la sbalorditiva cifra di diciottomila miliardi di dollari – in larga misura saccheggiando erari statali – per puntellare banche e altri enti finanziari impegnati in atti speculativi suicidi che hanno rovinato l’economia mondiale.

Hanno elaborato accordi commerciali sulla base dei quali le corporation possono effettuare speculazioni transfrontaliere su valute, cibo e risorse naturali anche quando, secondo la FAO, 1,02 miliardi di persone nel pianeta lottano con la fame. La globalizzazione ha distrutto la capacità di molti Paesi poveri di proteggere, mediante sovvenzioni o tasse sulle merci di importazione, i propri generi alimentari di prima necessità, come mais, riso, fagioli e frumento. L’abolizione di tali misure di salvaguardia ha permesso a gigantesche fattorie meccanizzate di spazzare via decine di milioni di piccoli agricoltori – due milioni nel solo Messico – portando alla bancarotta e scacciando dai propri terreni molta gente. Persone che in passato erano in grado di nutrirsi ora non riescono a trovare cibo a sufficienza, mentre i governi più ricchi usano istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio come fossero mastini, per stabilire la propria supremazia economica. Sembra che la maggior parte dei governi sia in grado di fare poco per contrastare tutto questo.

Ma ora la verità è venuta a galla e l’inganno è svelato. I sogni utopici della globalizzazione sono stati smascherati per l’imbroglio che sono. All’elite rimane solo l’uso della forza.

Stiamo vivendo uno dei grandi capovolgimenti sismici della civiltà. L’ideologia della globalizzazione – come ogni utopia spacciata come ineluttabile e irreversibile – si è trasformata in una farsa. L’elite al potere, perplessa e confusa, si aggrappa ai disastrosi principi della globalizzazione e al suo linguaggio obsoleto per mascherare il vuoto politico ed economico che ci si prospetta. La crisi è stata causata dall’assurda idea che il mercato debba, da solo, determinare i costrutti economici e politici. Quest’idea ha portato il G20 a sacrificare sull’altare del libero scambio altre questioni importanti per l’umanità: condizioni di lavoro, tassazione, lavoro minorile, fame, sanità e inquinamento. Ha lasciato i poveri del mondo in condizioni ancora peggiori, e gli Stati Uniti con i più ingenti disavanzi della storia umana. La globalizzazione è divenuta una scusa per ignorare il caos. Ha prodotto un’elite mediocre che cerca disperatamente di salvare un sistema insalvabile e, cosa più importante, salvare se stessa. “La speculazione”, ha una volta detto l’allora Presidente della Francia Jacques Chirac, “è l’AIDS delle nostre economie”. Abbiamo raggiunto lo stadio terminale.

“Tutti i punti di forza della Globalizazzione hanno in qualche modo rivelato un significato opposto”, ha scritto John Ralston Saul nel suo The Collapse of Globalism. “L’attenuazione degli obblighi di residenza in territorio nazionale per le corporation si è trasformato in un imponente strumento di evasione fiscale. L’idea di un sistema economico globale ha misteriosamente fatto sì che la povertà locale sembrasse irreale, persino normale. Il declino della classe media – vera e propria base della democrazia – è sembrato semplicemente una di quelle cose che capitano, incresciosa ma inevitabile. Il fatto che gli appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe medio-bassa, persino a porzioni della classe media, potessero sopravvivere solo con più di un lavoro a persona sembrava essere la naturale punizione per non essere riusciti a tenere il passo. In un mondo globalizzato sembrava inevitabile il contrasto tra i bonus senza precedenti assegnati a manager qualsiasi, al vertice, e le famiglie con quattro lavori, in basso. Per due decenni un elitario consenso ha insistito sul fatto che l’insostenibile debito del terzo mondo non potesse essere accantonato in una sorta di ‘riserva svalutazione crediti’ se non al costo di tradire i principi essenziali e gli obblighi morali della Globalizzazione, tra i quali figurava l’irriducibile rispetto della santità dei contratti internazionali. Nel 2009 agli stessi individui sono bastate due settimane per dimenticare detta santità e proporre – quando si è trattato dei propri debiti, di gran lunga più consistenti – banche speciali per la gestione dei crediti inesigibili”.

Le istituzioni che un tempo fornivano una fonte alternativa di potere – la stampa, il governo, le istituzioni religiose, le università e i sindacati – hanno dato prova di essere in bancarotta morale. Non costituiscono più uno spazio per voci di autonomia morale. Nessuno ci salverà ora, a parte noi stessi.

“La cosa migliore capitata all’Establishment è l’elezione di un presidente nero”, ha detto Holmes. “Questo frenerà la gente per un po’, ma il tempo sta per scadere. Supponiamo che succeda qualcos’altro. Supponiamo che si versi un’altra goccia. Cosa succederà quando ci sarà una crisi delle carte di credito o un collasso nel settore degli immobili commerciali? Il sistema finanziario è molto, molto fragile. Gli stanno togliendo la terra da sotto i piedi”.

“Obama è nei guai,” ha continuato Holmes. “Questa crisi economica è una crisi strutturale. La ripresa è ripresa solo per Wall Street. Non è sostenibile, e Obama ne sarà incolpato. Sta facendo tutto ciò che Wall Street esige. Ma non sarà essere un vicolo cieco. È piuttosto una ricetta per il disastro tanto per Obama, quanto per i Democratici. Solo i gruppi come il nostro danno speranza. Se i sindacati muovessero il culo e smettessero di concentrarsi solamente sulle vertenze dei propri iscritti, se tornassero ad essere associazioni sociali che abbracciano cause più ampie, avremmo una possibilità di riuscire produrre un cambiamento. Se questo non avviene, ci sarà un disastro destroide”.

Chris Hedges (www.truthdig.com/)
Fonte: http://globalresearch.ca/
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15327
20.09.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

Il libro più recente di Chris Hedges è Empire of Illusion: The End of Literacy and the Triumph of Spectacle [L’impero dell’illusione: la fine dell’alfabetizzazione e il trionfo dello spettacolo]. La sua rubrica settimanale è pubblicata su Truthdig ogni lunedì.