Archivi del giorno: 7 ottobre 2009

Giuffre’: il nuovo referente era Dell’Utri

Fonte: Giuffre’: il nuovo referente era Dell’Utri.

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo – 7 ottobre 2009
Roma. E’ ripreso oggi nell’aula bunker di Rebibbia il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995.


La trasferta è dovuta all’audizione del collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, l’ultimo dei pentiti più importanti ad aver avuto accesso a Provenzano dopo la cattura di Riina.
Sentito dai pubblici ministeri, Giuffré ha ripercorso gli esordi della sua carriera fino al cambio di strategia di Cosa Nostra, dall’ “attacco frontale” allo Stato fino alla “sommersione”. Vale a dire dal cambio di direzione dell’organizzazione da Riina a Provenzano.
In risposta alle domande dei pm  ha dichiarato che fu abbastanza chiaro, all’interno di Cosa Nostra, che la cattura di Riina e la mancata perquisizione del covo non erano stati accadimenti casuali, ma da inserire in una precisa volontà. Un progetto della cui portata Giuffré si sarebbe però reso conto solo con il passare degli anni, in seguito ai molti arresti di tutti gli uomini più importanti della cupola e alle conversazioni con Provenzano.
Secondo il collaboratore di giustizia, il capo della nuova Cosa Nostra della sommersione avrebbe portato avanti una trattativa per risolvere i gravi problemi dell’associazione criminale (confisca dei beni, ergastoli, collaboratori di giustizia, benefici carcerari) prima tramite Vito Ciancimino, che Provenzano gli disse: “E’ andato in missione”, e poi tramite il contatto che avrebbe consentito l’aggancio con un nuovo interlocutore politico: Marcello Dell’Utri.
I rapporti con il senatore Dell’Utri sarebbero stati intrattenuti tramite diversi intermediari: il costruttore Ienna e i fratelli Graviano.
Al termine dell’udienza il pubblico ministero ha chiesto di sentire, già dalla prossima volta, l’on. Luciano Violante e Giovanni Ciancimino, l’altro figlio di Vito Ciancimino che ha iniziato a rilasciare dichiarazioni solo di recente.
La riserva sarà sciolta nel corso dell’udienza di domani.

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Giuffre’: ”In trattativa con Stato Dc sostituita da Fi”

Edizione straordinaria – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Edizione straordinaria – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Dopo due giorni di discussioni, minacce e pressioni, la Corte Costituzionale ha detto chiaro e tondo (si spera, vedremo la motivazione) che la legge è uguale per tutti. Sarebbe bastato un minuto per ribadire l’articolo 3 della Costituzione, ma siamo in Italia e dunque ci son volute 48 ore.
C’era qualche giudice costituzionale (6 su 15, si dice) che la pensava diversamente. Per fortuna è rimasto in minoranza.

Berlusconi ritorna al suo status naturale, quello di imputato. E forse il presidente Napolitano rifletterà su quella firma in calce a una legge incostituzionale, una delle tante.

E’ bello avere un giornale libero per poterlo scrivere. E’ bello sapere che abbiamo almeno un’istituzione di garanzia che non si è ancora venduta all’Utilizzatore finale.

Verrà un giorno: Che schiaffo, Presidente!

Fonte: Verrà un giorno: Che schiaffo, Presidente!.


ROMA
– Il Lodo Alfano è illegittimo. Così si sono pronunciati i giudici della Corte Costituzionale. La legge che sospende i processi delle quattro più alte cariche dello Stato è stata bocciata per violazione dell’art.138 della Costituzione, vale a dire l’obbligo di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria. Il Lodo è stato bocciato anche per violazione dell’art.3, ovvero il principio di uguaglianza.

Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda

Fonte: Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda.

Scritto da Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della “prima trattativa” sono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.

E’ un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l’appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.


La mafia vota Forza Italia


E’ a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all’interno delle istituzioni. L’idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un’altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E’ il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E’ in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il ’74 e il ’75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che con Giovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell’estate del ’93, quando ancora non si è sopito l’eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all’idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell’Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari.Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell’Utri e gli affida l’incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell’autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all’interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C’è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l’intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell’Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell’Utri” alla fine del ’93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell’Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C’è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell’Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come  oggetto dell’accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l’abolizione del 41 bis, l’annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all’organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.

I contatti tra Provenzano e la Fininvest


A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell’Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il ’91 e il ’94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese fa Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell’uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito – “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell’accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell’importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell’assegno con la sorella in un’intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5 installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l’autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell’Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione dei vari pentiti c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccenda delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.


Le rivelazioni di Luigi Ilardo


Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprio Luigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c’era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell’organizzazione, non noto alle forze dell’ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (…) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c’era l’indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell’entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell’uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina…avevo sempre…come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c’era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell’Utri e Rapisarda… per cui dissi: – E’ questo qui…? – E lui: – Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? – (…) Quindi io inserii nella mia agenda il nome di Dell’Utri

Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

LINK

a) Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) Sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) “Marcello, Silvio e la mafia”, il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà  (19luglio1992.com)

Blog di Beppe Grillo – 70.000 negozi senza Scudo Fiscale

Già, lo scudo fiscale è un favore ai delinquenti e una sonora pernacchia ai cittadini onesti.

Fonte: Blog di Beppe Grillo – 70.000 negozi senza Scudo Fiscale.


Da gennaio a giugno 2009 hanno chiuso in Italia 36.000 negozi. 6.000 AL MESE. 200 al giorno. A fine anno le previsioni di Confesercenti sono di MENO SETTANTAMILA. Soprattutto a conduzione famigliare. Resistono le grandi catene. Un calcolo prudenziale, pur tenendo conto dell’apertura di nuovi negozi, è di almeno 200mila persone senza lavoro quest’anno. I negozi chiudono per la crisi, per la mancanza di ottimismo dei consumatori, per la concorrenza dei supermercati e per le tasse. Sui primi tre punti è difficile intervenire, sull’ultimo invece si può. I negozianti devono pretendere l’uguaglianza fiscale di fronte alla legge. Se i grandi evasori pagano il 5% per lo Scudo Fiscale, anche il commercio al dettaglio deve avere un’aliquota massima del 5%. Altrimenti, come dice Mavalà Ghedini, la legge è uguale per tutti, ma l’applicazione è diversa. Macellai, cartolai, fruttivendoli, droghieri, pizzicagnoli e panettieri allineate le vostre tasse dei negozi a quelle sui capitali mafiosi. Seguite il consiglio di un mio amico di Reggio Emilia:
“Hai parlato di sciopero fiscale. Beh senti questa. Me ne parlava un amico un’ora fa. Sua moglie commerciante con negozio a Parma è incazzatissima per lo scudo fiscale. Entra una signora telerimbambita ed inizia la manfrina: “Ma ha visto che scandalo Annozero? Devono chiudere quella trasmissione, comunisti, assassini, povero Silvio…bla,bla“… Lei ascolta non dice niente ed alla fine dopo che la cliente ha pagato le dice: “Signora oggi ho deciso. Non le faccio lo scontrino dal momento che tanto 300 miliardi di euro di evasione fiscale Berlusconi li ha condonati. Quindi ora anche io lo faccio. Che ne dice?” La cliente telerimbambita è rimasta inebetita…è andata in tilt non sapeva che dire…ed è uscita con la coda tra le gambe dicendo: “Eh si, forse ha ragione…“.
E se organizzassimo la diffusione di una protesta di questo genere. COMMERCIANTI che aderiscono e mettono il cartello:
“OGGI NON FACCIO LO SCONTRINO. CONTRO LO SCUDO FISCALE CHE CONDONA 300 MILIARDI DI EURO DI EVASIONE”

Paolo Franceschetti: 03 ottobre 2009: GOLPE BIANCO?

Fonte: Paolo Franceschetti: 03 ottobre 2009: GOLPE BIANCO?.

Di Solange Manfredi

Il 03 ottobre 2009 il Presidente Napolitano, prima di firmare il decreto legge 103/2009 (lo scudo fiscale), ad un cittadino che gli ha urlato: “Presidente, non firmi, lo faccia per le persone oneste”, ha risposto: “Nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente”.

Davanti a questa affermazione del Presidente Napolitano ho sobbalzato come cittadina, prima ancora che come giurista. Ritengo l’affermazione del Presidente delle Repubblica italiana di una gravità assoluta, nonchè foriera di gravi rischi per l’esistenza stessa della democrazia.

Mi spiego.

Il Presidente della Repubblica è garante della Costituzione.

Cosa significa questo?

Significa che il Presidente della Repubblica ha l’importantissimo compito di controllo preventivo di costituzionalità sulle funzioni legislative e di governo.

Come esercita il Capo dello Stato questa funzione di controllo? Emanando le leggi.

Il Costituente ha previsto che sia compito del Presidente della Repubblica promulgare le leggi, emanare i decreti ed i regolamenti proprio per permettergli di svolgere questa funzione di controllo. Infatti il parlamento vota una legge (decreto o regolamento), questa giunge sul tavolo del Capo dello Stato che, con la sua firma, ne garantisce la conformità ai principi costituzionali.

Se il presidente ha dei dubbi, e ritiene che la legge presenti profili di incostituzionalità, può, e deve, non firmare, ovvero può, e deve, porre un veto sospensivo sulle legge e, con messaggio motivato, rinviare alle Camere la legge chiedendo una nuova votazione (Art. 74 Cost. “Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può’ con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione)

E’ possibile che le Camere non tengano conto delle indicazioni del Capo dello Stato e approvino nuovamente lo stesso testo (difficilmente capita, normalmente le Camere tengono in considerazione le indicazioni del Capo dello Stato). In questo caso il Capo dello Stato deve firmare e promulgare la legge (Art. 74 Cost. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata)[1].

Tale previsione ha un suo perché. Infatti il Costituente, ben consapevole dell’importanza della costituzione, e volendo tutelarla da tutti i possibili abusi, ha predisposto una doppia garanzia: da un lato quella del Capo dello Stato su possibili abusi della maggioranza (con il veto sospensivo); dall’altra da possibili abusi proprio del Capo dello Stato che, abusando del suo diritto di veto, potrebbe rifiutarsi di mettere la firma sulle leggi votate dalle camere così bloccando all’infinito il Legislatore.

Ma tutto ciò non significa che la funzione preventiva di controllo di costituzionalità del Capo dello Stato non sia importante, anzi è fondamentale e, sopratutto, non può essere sostituita dal solo controllo successivo della Corte Costituzionale.

Infatti, se è vero che le decisioni di rispondenza delle leggi alla Costituzione competono alla Corte Costituzionale, è anche vero che il potere di valutazione preventiva dato al Capo dello Stato, ove non esercitato, può portare a violazioni costituzionali irreparabili. Mi spiego.

Il capo dello stato ha la funzione di garante della costituzione (funzione di controllo preventiva).

La corte costituzionale ha la funzione di custode della costituzione (funzione di controllo successiva).

Il rispetto della carta costituzionale può avvenire solo se entrambe le funzioni vengono svolte correttamente.

Per comprendere meglio questo concetto analizziamo il decreto legge sullo scudo fiscale (103/2009) appena firmato da Napolitano. (Per una disamina più approfondita della problematica rinviamo all’articolo apparso sul blog Uguale per tutti http://toghe.blogspot.com/2009/10/lo-scudo-fiscale-tra-amnistia.html)

L’effetto “salvifico” dello scudo, che prevede la non punibilità di alcuni reati se collegati alla illecita esportazione di capitali all’estero, si applicherà solo ai soggetti che al 05 agosto 2009 non avevano ancora un procedimento penale pendente, ovvero gli evasori non ancora scoperti.

Ecco il problema costituzionale, nello specifico la violazione dell’art. 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”)

Perché? Perché l’applicazione di questo “beneficio” non viene ancorata ad una condotta del soggetto, ma ad un fattore esterno (ovvero se la Guardia di Finanza ti ha scoperto oppure no).

Ciò ha come conseguenza che tra due persone che hanno tenuto la stessa condotta, che hanno commesso lo stesso reato, una verrà condannata e l’altra no. Non vi pare violi leggermente l’art. 3 della Costituzione?.

Ma c’è di più. Ed è qui che appare assolutamente chiaro come una tutela efficace dei diritti costituzionali possa avvenire solo se entrambe le funzioni di controllo della costituzione (preventiva del Capo dello Stato e successiva della corte costituzionale) vengono svolte.

Anche se un domani la corte costituzionale giudicherà il decreto legge sullo scudo fiscale (103/2009) incostituzionale, non sarà comunque possibile porre rimedio alla violazione dell’art. 3 della Costituzione. Infatti per il principio del “favor rei” presente nel nostro ordinamento (che stabilisce che all’imputato si applica la legge più favorevole con la conseguenza, quindi, che non potrà subire gli effetti negativi della sentenza che pronuncia l’incostituzionalità di una legge), tutti coloro che avranno evaso e si saranno “protetti” con lo scudo fiscale successivamente dichiarato incostituzionale, non saranno comunque perseguibili, sancendo così definitivamente la violazione dell’art. 3 della nostra Costituzione.

Ma questo rischio era ben presente nel nostro costituente (abbiamo una delle migliori costituzioni del mondo), ed è per questo che ha predisposto due fasi di controllo alla nostra costituzione, perché il solo controllo successivo della corte costituzionale, in alcuni casi, non potrà che essere tardivo per la tutela di diritti costituzionalmente garantiti, come abbiamo appena visto.

In altri termini, se il Capo dello Stato rinuncia a priori ad esercitare a questa sua importantissima funzione preventiva di garante della costituzione, non solo la sua figura si riduce a quella di un passacarte ma, così facendo, salta la nostra costituzione.

La nostra costituzione è un sistema di regole /funzioni integrato teso alla garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini (che poi è quello che ci permette di essere una democrazia). Se una funzione non viene esercitata il sistema salta, saltano le efficaci garanzie sui possibili abusi ai nostri diritti fondamentali, salta il sistema democratico alla base della nostra repubblica.

Ecco perché è tanto grave la dichiarazione del presidente Napolitano che afferma: “Nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente“.

Significa eccome. E’ fondamentale! E’ la differenza tra “tutelare” e “non tutelare” efficacemente un diritto costituzionale!

Il Capo dello Stato non può rinunciare a priori ad esercitare la sua funzione di garante dicendo “tanto è lo stesso, il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge”. Innanzitutto come fa a saperlo? Ma, sopratutto, anche qualora avesse questa consapevolezza, questa può essere sufficiente per indurlo a non esercitare la sua funzione? NO!

Ma se il Capo dello Stato è arrivato a dire questo la domanda da porsi è:

Cosa intendeva dire veramente il Presidente Napolitano con quella frase?

E’ credibile che non sappia cosa comporta la carica che ha assunto?

E’ credibile che non conosca l’importanza della sua funzione, e le possibili ed irreparabili conseguenze se questa non viene esercitata?

Se non pare credibile tutto ciò, cosa ha voluto dire esattamente il Presidente della Repubblica con quella frase?

Ma, sopratutto, se il Capo dello Stato rinuncia a priori ad esercitare la sua funzione di garante della Costituzione, la nostra si può chiamare ancora democrazia?

In altri termini: siamo ancora in una Repubblica oppure, probabilmente, siamo in un momento cui non vi è più controllo agli abusi di una maggioranza perché chi demandato a questo compito vi ha rinunciato a priori dichiarandolo pubblicamente? E se è così, l’affermazione di Napolitano può significare che, in realtà, è già stato attuato e portato a termine una sorta di golpe bianco?

Spero vivamente di no.

[1] In realtà, nei casi più gravi, si ritiene che, se la legge che gli viene chiesto di firmare è anti-costituzionale, ovvero apparisse gravemente ed irrimediabilmente lesiva delle competenze costituzionali di un altro potere, il Capo dello Stato potrebbe ancora rifiutarsi di firmare, proprio in forza della sua primaria funzione di garante della costituzione e dell’equilibrio tra poteri. Certo, a fronte di un atto così’ “forte” probabilmente si assisterebbe ad uno scontro durissimo in cui il Governo potrebbe sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale

«Mantovano pensi alla tutela dei testimoni e non li minacci» : Pietro Orsatti

«Mantovano pensi alla tutela dei testimoni e non li minacci» : Pietro Orsatti.

Il caso – Ieri Piera Aiello denunciava l’abbandono dello verso chi, come lei, si è ribellata alla criminalità organizzata.
Alla reazione scomposta del ministero dell’Interno risponde Giuseppe Lumia, membro della commissione antimafia

di Pietro Orsatti su Terra

«Parlare, come arrivano a fare oggi taluni parlamentari, di testimoni di giustizia ‘abbandonati dallo , e farlo a margine di un caso come quello della signora Piera Aiello equivale a sostenere ricostruzioni e tesi totalmente difformi dalla realtà». L’accusa è pesante, soprattutto se a formularla è Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno e presidente della Commissione sui Programmi di Protezione. Pesante è anche la conclusione del comunicato dell’esponente del Pdl che, testualmente e con tono minaccioso, si riserva «ogni azione a tutela degli organi del ministero dell’Interno, eventualmente necessaria a seguito di dichiarazioni false che, su questa come su altre posizioni, fossero rese da chiunque».

Obiettivo di questa dichiarazione sono Giuseppe Lumia, senatore Pd e membro della Commissione Antimafia, e Rita Borsellino, europarlamentare. Rei, i due, di aver espresso solidarietà alla testimone di giustizia Piera Aiello, impegnata in una solitaria lotta proprio con l’amministrazione che la dovrebbe proteggere, e di aver criticato, chiedendone la modifica e soprattutto la riorganizzazione dell’organismo presieduto da Mantovano. Ed è il rappresentante del Pd in commissione antimafia a rispondere alle ultime dichiarazioni del sottosegretario.

Senatore Lumia, si aspettava una reazione del genere dal sottosegretario, in particolare i toni da censura?

Da un certo punto di vista mi fa sorridere, perché una minaccia del sottosegretario non mi fa un baffo. Sono un parlamentare, una persona seria, lo testimonia la mia storia e penso di aver detto delle parole vere, denunciando fatti fondati, avanzando proposte competenti. Da un altro punto di vista, al di là del sorriso, penso che sia squalificante per un sottosegretario usare quelle parole, non bisogna mai usarle sui testimoni di giustizia. Bisogna semmai usare un altro linguaggio e in generale sulla lotta alla mafia bisogna avere quella capacità di cooperare che fa della politica un momento serio e non un momento per insultare e minacciare chi la pensa diversamente.

Da tempo alcuni esponenti politici e le associazioni avanzano la richiesta di mettere mano alla legge. In particolare lei, già dalla scorsa legislatura, ne ha parlato più volte.

Si, lo sto proponendo da mesi e continuerò a farlo. Perché i testimoni di giustizia, al contrario dei collaboratori, sono subito una risorsa, sono subito una forza da valorizzare, ed è per questo che a loro vengano garantiti due aspetti che oggi non sono tali. Sto parlando dell’inserimento lavorativo e della sicurezza. Sono due elementi che non possono mancare e l’uno nutre l’altro. È questo che rafforzerebbe, darebbe credibilità allo , e da lì possono arrivare nuove testimonianze di chi punta il dito, di chi denuncia, di quegli onesti cittadini che si schierano contro la mafia.

Negli scorsi mesi lei stesso segnalò come il ministro Maroni, al contrario di Mantovano, avesse espresso interesse sulla questione testimoni. Un gioco delle parti o due posizioni davvero differenti?

Sembra quasi che uno faccia il buono e l’altro il cattivo. Maroni si cala nel ruolo del buono, Mantovano in quello del cattivo. E ogni tanto si invertono il copione. In realtà dopo alcuni segnali positivi in commissione, devo registrare un arretramento. Noto una chiusura. L’ho verificata anche sulla vicenda dello scioglimento di Fondi, con un gioco delle parti fra i due che ora si ripete anche sui testimoni. Allora è bene che ognuno si assuma la propria responsabilità. Il ministro sa che i testimoni sono una risorsa anche se sono pochi, e che essendo pochi noi come non abbiamo fatto abbastanza, non abbiamo fatto fino in fondo il nostro dovere. Le proposte invece ci sono, la commissione parlamentare antimafia aveva approvato un documento all’unanimità però non è recepito. Ripartiamo da quel documento.

ComeDonChisciotte – LA MAFIA DEI TRAPIANTI

ComeDonChisciotte – LA MAFIA DEI TRAPIANTI.

DI RITA PENNAROLA
lavocedellevoci.it

Dopo ben 41 anni di trapianti effettuati attraverso organi prelevati da ammalati a cuore battente, la comunità scientifica internazionale scopre oggi che la dichiarazione di “morte cerebrale” non era poi così infallibile e occorre un profondo ripensamento dei criteri. L’annuncio arriva da uno dei padri della trapiantistica, Ignazio Marino (nella foto).

Contrordine: dopo decenni di espianti a cuore battente, spacciati per “prelievo da cadavere” fin dalle ingannevoli parole della legge, la comunità scientifica italiana, costretta ad allinearsi a buona parte di quella internazionale, oggi fa marcia indietro: la morte cerebrale è una finzione, una convenzione buona per far prosperare carriere e primariati, holding statali dei trapianti ma, soprattutto, le multinazionali del farmaco, che proprio sui trattamenti antirigetto accumulano ogni anno fatturati da milioni e milioni di euro.

La notizia arriva dal Festival della Salute di Viareggio dove uno dei padri della trapiantistica internazionale, Ignazio Marino, oggi alza le mani: «I criteri attualmente in uso per stabilire la morte cerebrale sono troppo rigidi. Bisogna rivederli in modo da tener conto della pratica clinica». In sostanza, «si dovrebbe evitare di ispirarsi a una rigida ortodossia, mantenendo invece un’apertura mentale su un tema così complesso e controverso», e vanno perciò «riconsiderate definizioni troppo rigide come la cessazione “irreversibile” “di tutte le funzioni”, “dell’intero cervello”, perchè è convinzione comune l’inapplicabilità di tali criteri nella pratica clinica».

L’appello è firmato dalla delegazione di scienziati presenti in Versilia, tutti di altissimo profilo: oltre a Marino (che è anche presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema sanitario nazionale al Senato), ci sono Giovanni Boniolo (Fondazione Ifom e facoltà di Medicina di Milano); Bernardino Fantini (Università di Ginevra); John Harris (Università di Manchester); Robert Truog (Harvard Medical School) e Stuart Youngner (Case Western Reserve University). «Si stanno ancora scoprendo molti aspetti clinici, legali, sociali della morte cerebrale – sottolineano – dal momento che il concetto evolve in relazione alle differenze culturali e religiose. È necessario mantenere aperta la discussione con il mondo non scientifico».
Vaglielo a raccontare alle centinaia di migliaia di pazienti espiantati negli ultimi 41 anni in mezzo mondo perchè certificati in stato di “morte cerebrale”. Una storia che comincia nel 1968 quando Christian Barnard effettua a Città del Capo il primo trapianto di cuore sulla base dei criteri (coma, perdita irreversibile di qualsiasi funzionalità cerebrale e impossibilità di una respirazione autonoma) dell’Harvard Medical School che aveva cambiato la definizione di morte basandosi non più sull’arresto cardiocircolatorio, ma sull’encefalogramma piatto.
La polemica suscitata dal documento di Viareggio riaccende in realtà un fuoco che da tempo covava sotto la cenere. La testimonianza sta tutta in un libro shock di prossima uscita per Tullio Pironti Editore, nel quale vengono dettagliatamente riportate tutte le stridenti contraddizioni della stessa comunità scientifica internazionale sul fenomeno trapianti e, soprattutto, sulla dichiarazione di morte cerebrale. Ma saltano fuori anche i criteri aziendalistici che guidano le scelte, dai sistemi di premialità per i centri che effettuano il maggior numero di espianti, fino alle tecniche mercantili (le chiamano “benchmarking”) messe in atto per organizzare i reparti, o quelle di comunicazione per convincere i familiari riluttanti. Senza contare l’escalation di anestesisti che chiedono di poter esercitare l’obiezione di coscienza (non prevista in Italia per questi interventi) o le storie vere, raccontate nel volume, di coloro che si sono svegliati da uno stato definito di morte cerebrale. Mettendo a confronto ricerche di scienziati provenienti da diversi Paesi, il libro si sofferma poi sui business dell’ “indotto”, sul mercato clandestino degli organi e sui traffici di cellule staminali.
Con prefazione di Ferdinando Imposimato, nella quale si inquadrano gli aspetti normativi del fenomeno in ambito europeo, il volume, firmato da Rita Pennarola, si intitola “Ultimi – inchiesta sui confini della vita” ed è in uscita a novembre. Ne pubblichiamo in anteprima alcuni significativi stralci.
Quote di produttività. Dietro questo brutale dettato aziendalistico si cela una delle principali ragioni che inducono gli ospedali ad incrementare il numero dei trapianti effettuati nell’anno, pena il possibile smantellamento del reparto con relativi primariati, equipes chirurgiche, infermieri, acquisto di farmaci ed apparecchiature. Regioni e centri di riferimento trapianti hanno infatti il potere di revocare l’idoneità a quelle strutture che abbiano svolto nell’arco di un biennio meno del 50 per cento dell’attività minima di trapianto prevista dagli standard stabiliti dal ministro della Sanità.
Questo – secondo quanti si oppongono agli espianti a cuore battente – spiegherebbe la fretta. Spiegherebbe i casi delle migliaia di altri giovani considerati troppo presto donatori di organi. «Tutti morti – dicono alla “Lega contro la Predazione degli Organi e la morte a Cuore Battente” di Bergamo, che da anni raccoglie e diffonde documentazione scientifica internazionale – in nome di uno Stato divenuto ormai azienda di macellazione e distribuzione di organi, con un indotto multimiliardario». (…)

TRAPIANTI SPA

Il trapiantificio Italia è una macchina gigantesca che si alimenta di carriere, fatturati, giri d’affari farmacologici da milioni e milioni di euro. Una corazzata nella quale ognuno ha il suo ruolo. Anche gli anestesisti che in molte Aziende Ospedaliere – come ad esempio quelle della Campania – ricevono un bonus da duemila euro per ogni segnalazione di possibile donatore andata “a buon fine”. Ed anche ai tre medici componenti la commissione chiamata ad accertare lo stato di “morte cerebrale”, va un gettone di presenza ogni volta che si riuniscono.
(…) Perchè una struttura si veda revocare l’autorizzazione del ministero basta che in due anni abbia effettuato la metà del numero minimo di interventi previsti: che sono 30 di rene e 25 di fegato.
Per rendere tali principi maggiormente espliciti, a giugno 2004 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il provvedimento del 29 aprile di quello stesso anno attraverso il quale l’intera efficienza del sistema può essere determinata e controllata punto per punto, pena la chiusura della struttura sanitaria adibita ai trapianti (con relativa perdita di primariati, carriere, posti del personale parasanitario, addetti alla comunicazione, etc). (…) L’Accordo ministero-regioni inserisce espressamente tra gli indicatori il «numero di trapianti effettuati da donatore cadavere e da donatore vivente nell’ultimo triennio», ricorrendo ancora una volta alla consueta terminologia fuorviante del “cadavere”. Più avanti vengono elencati ulteriori criteri connessi alla produttività di ciascun centro trapianti regionale o interregionale: «numero di donatori utilizzati nell’area; numero di organi prelevati nell’area; numero di organi offerti al Centro trapianti; numero di organi offerti al Centro, rifiutati dal centro stesso ed accettati da altri centri trapianto». Entro il 31 gennaio di ogni anno i centri sono tenuti a comunicare i dati sulla propria efficienza, che devono essere valutati dal CNT.
(…) Nel Lazio solo per il rene esistono ben 5 centri trapianti. A Parigi ce n’è solo uno. Spiega Franco Filipponi, presidente della Società italiana per la qualità dei trapianti: «Difficilmente una struttura che produce meno di 25 trapianti di fegato all’anno svolge buona formazione e buona ricerca. Ma si sa, aprire nuovi reparti piace molto ai nostri politici, è veicolo di propaganda. I centri sono troppi e troppo frammentati».
Quale genere di computo “numerico”, allora, si adotta nelle procedure di valutazione dei centri trapianto? A gennaio 2003 il dicastero della Salute aveva presentato i primi dati ufficiali sulla qualità di queste strutture in Italia, basati sulla valutazione effettuata a partire dal 2002 ad opera del CNT. «L’intento – veniva spiegato nella presentazione – è quello di effettuare, al termine delle verifiche, un confronto dei risultati ottenuti da tutte le strutture ospedaliere del Paese analizzate, arrivando così all’individuazione dei centri di eccellenza; una tecnica di gestione comparativa, ben conosciuta nella cultura aziendalista e definita di benchmarking». (…)
Tre i criteri seguiti per il sistema di misurazione della qualità. In primo luogo il numero dei trapianti effettuati. Al secondo e terzo posto nei criteri di valutazione, la sopravvivenza ad un anno del paziente trapiantato e l’idoneità del Centro ad affrontare i casi complessi.
E il donatore? Le sue condizioni, la valutazione sul controllo effettuato dal collegio che deve dichiararne la morte cerebrale prima di procedere all’espianto? I tentativi di preservare fino all’ultimo la sua vita per esaminare ogni possibilità di salvarla? Non una parola, naturalmente. Questo genere di valutazione non viene presa in considerazione dalla legge: si dà per scontato che non possano esistere errori, fretta, negligenza o superficialità nella dichiarazione di “morte”, mentre per le équipe che effettuano l’espianto-trapianto si fissano criteri rigidi e severe procedure di valutazione.

MANAGEMENT DELLA MORTE

(…) Ancor piu’ esplicito il senso di questa sfida sul terreno della produttività fra i diversi centri trapianto regionali nel documento attraverso cui il CNT, a fine 2007, spiegava il percorso in atto per incentivare tali strutture ad adeguarsi agli elevati standard richiesti. (…) «Una grande importanza ai fini della valutazione verrà attribuita a tutti i dati relativi alle esperienze e ai processi, dove verranno conteggiati i decessi con lesione cerebrale acuta, gli accertamenti di morte, il numero di opposizioni e naturalmente il numero di donatori effettivi. In tale ambito, e per pervenire ad un indice realistico che evidenzi il reale volume di attività del centro, verranno esaminati gli aspetti di management della cerebro-lesione acuta».
Ictus, aneurismi, ischemie cerebrali acute ed altre devastanti lesioni traumatiche che fino a qualche anno fa erano solo di pertinenza dei medici, della loro preparazione professionale e di quella tensione capace di strappare tante vite alla morte lottando fino all’ultimo con tutti i mezzi, oggi sono piuttosto, nella terminologia della trapiantistica corrente, un fatto che riguarda management e procurement. Più ce ne sono, di candidati all’espianto, per traumi encefalici gravi, meglio è, per l’indice di valutazione del centro trapianti.
«Il processo di procurement – specifica infatti il CNT nel documento – verrà dunque valutato in relazione alle caratteristiche strutturali, organizzative, qualitative e quantitative dell’ospedale, della Rianimazione e del coordinamento locale, utilizzando indicatori per i singoli item di valutazione, in riferimento agli standard nazionali, europei e al benchmarking presente in letteratura».
Il benchmarking – che sembra diventato la parola d’ordine per quanti si occupano di espianti – è una metodologia di marketing che indica la competizione sul mercato e la capacità – o almeno la tendenza – ad arrivare primi. Adottato tempo fa oltreoceano nel campo della concorrenza fra produttori di fotocopiatrici, con l’aziendalizzazione spinta della sanità ha trovato la sua collocazione “ideale” nei criteri per definire la efficienza dei centri trapianti e le loro “dinamiche contrattuali”.

LE PAROLE PER DIRLO

Una cosa, naturalmente, è il linguaggio che i general manager del trapianto usano parlando fra loro, un’altra è imparare a trattare con i familiari degli ammalati gravi per ottenere il consenso all’espianto. Una abilità decisamente difficile da conquistare, quando si debbono fare i conti tutti i giorni con indici di produttività e audit aziendali, ma non meno strategica per quella attività di procurement considerata requisito indispensabile.
Servono, insomma, le parole giuste per dirlo. E non bastano semplici comunicatori. “Trapianti d’organo: dimensioni esistenziali ed etiche” è una risposta a questa delicata esigenza pubblicata sulla rivista ufficiale del Centro Nazionale Trapianti. A firmare il documento sono Ivo Lizzola, professore associato di Pedagogia Sociale all’Università di Bergamo, e Mauro Ceruti, preside della facoltà di lettere presso lo stesso Ateneo. Il lungo saggio, più che una riflessione esistenziale sulle pratiche di espianto-trapianto, suona come un’operetta morale a beneficio dei medici che sono quotidianamente tenuti ad informare i familiari sullo stato di “morte encefalica” del proprio congiunto e a chiedere loro il consenso per la donazione. Destinatari del documento sono infatti i responsabili delle strutture create ad hoc per incentivare le donazioni nella popolazione. (…) «Attenzione alle contabilità, all’efficienza da migliorare, incrementare, garantire. Rischia di restare in penombra il dono-gesto con il suo carattere di continuità e di compimento di una biografia, e di patto di fraternità. (…) L’insistenza sugli organi da trapiantare – scrivono – sull’essere “risorse scarse”, bene pubblico da amministrare con cautela e “giustizia”, sviluppa un’attenzione sul dono-oggetto, avulso dal contesto umano». Insomma: insistete sul “dono fraterno” e non sognatevi di far trasparire le stringenti esigenze di benchmarking che pure sono alla base della richiesta.

IL MURO DEL DOLORE

(…) Nonostante tante “cautele” nel linguaggio, continua a crescere anche in Italia il numero delle opposizioni. Il Sistema informativo trapianti (nella terminologia ufficiale il termine “espianti” è rigorosamente bandito), con sede presso il ministero della Salute, aggiorna periodicamente le statistiche su donazioni, interventi eseguiti ed opposizioni all’espianto. Al 20 settembre 2008 venivano segnalati 1498 donatori, 1774 trapianti eseguiti, 71 trapianti da vivente, il tutto comprendente anche la donazione di tessuti e di cellule. La flessione diventa evidente nel raffronto con il 2007 (2201 donatori, 3031 trapianti, 131 da vivente) e soprattutto con il 2006, quando furono eseguiti 3183 trapianti. (…)
Per fronteggiare l’ondata montante del dissenso, il CNT ha pubblicato questa estate un documento dal titolo “Position Paper sulla determinazione di morte con standard neurologico”. Elaborato da uno staff di cinque medici, compresi il direttore del Centro Alessandro Nanni Costa (area PD) ed Andrea Gianelli Castiglione, sempre del Cnt, lo scritto ammette «l’esistenza di considerazioni dissonanti e dubbi riportati negli anni sulla stampa e nella letteratura medica». A chi abbia letto con attenzione il documento non sfuggono alcuni controversi passaggi. In un periodare affrettato Nanni Costa e i suoi spiegano, ad esempio, che «le attuali tecniche rianimatorie potrebbero probabilmente essere in grado di procrastinare ad libitum l’arresto circolatorio, benchè uno studio prospettico in tal senso non sarebbe accettabile; la perdita irreversibile della “neural driving force of existence”, come funzione vitale essenziale ed esclusiva dell’encefalo, sembra essere al contrario il razionale indispensabile e sufficiente per la determinazione della morte dell’essere umano». Gli stessi aspetti, affermati qui con incrollabile certezza, sui quali oggi nel documento della Versilia si innesta una decisa retromarcia.
Non meno sorprendente, poi, la puntualizzazione che viene fatta sul termine “cadavere”: «La comunità scientifica parla di morte solo ed unicamente al fine di distinguere un cadavere da una persona, per poter dare alle persone le cure, ed ai cadaveri la dovuta sepoltura. Usa poi il termine “morte dell’uomo” o “morte della persona” sempre in un’ottica retrospettiva, cioé al fine di affermare che essa è avvenuta con certezza e che ci si trova di fronte ad un cadavere». Giusto. Ma come definire, allora, colui che sta per essere espiantato? Non è più una “persona”? O è una “persona” che diventa “cadavere” dopo il prelievo dei suoi organi?

DONARE? SOLO I PAZIENTI

(…) Fa notizia la nascita a Udine della prima ed unica associazione italiana di camici bianchi che si sono finalmente decisi a donare almeno il sangue. «Molti donatori – spiegano alcuni studenti di medicina, promotori dell’iniziativa – si chiedono se i medici, che conoscono l’utilità del sangue, siano anche donatori a loro volta… Ora ci auguriamo che la realtà di Udine possa essere presa d’esempio da altri Ordini».
Pare insomma che il motto, per i camici bianchi, sia sempre stato: “fate che a donare siano gli altri”. Ed effettivamente, scorrendo statistiche e cronache, i casi di medici diventati donatori di organi sono gocce in un oceano.

L’AFFARE CYCLOSPORINA

Tanto nel caso di trapianti legali, quanto nelle operazioni frutto di traffici illeciti, la riuscita degli interventi ha un nome ben preciso: si chiama cyclosporina ed esercita un effetto immunosoppressore molto simile a quello realizzato sull’organismo umano dal virus dell’Aids. E’ prodotta sin dal 1984, anno della sua scoperta, nei laboratori del colosso farmaceutico Novartis, non a caso principale sponsor a livello mondiale dei convegni sui trapianti. La cyclosporina viene usata per impedire la difesa autoimmune nell’organismo del soggetto ricevente che, in assenza di questo farmaco, letteralmente espelle l’organo estraneo, causando la morte del paziente.
No cyclosporina, insomma, no trapianto. E questo vale anche per quelli clandestini. «Perchè la Novartis – chiede lo storico sociale David J. Rothman, autore di uno fra i più autorevoli rapporti sul traffico internazionale di organi – non decide di vendere la cyclosporina solo ai medici e agli ospedali dove vengono rispettati gli standard delle donazioni?».

I RIPENSAMENTI DI IGNAZIO MARINO

Chi nel Partito Democratico, non meno che sul piano professionale, intorno all’exploit dei trapianti degli ultimi 40 anni ha costruito una strabiliante carriera è senza dubbio Ignazio Marino, per una vita sotto l’ala politica di Massimo D’Alema. La partecipazione del chirurgo alla sua Fondazione Italianieuropei era stata un fattore tutt’altro che secondario nel 2006, quando Marino fu candidato ed eletto in parlamento dove, nell’attuale legislatura, presiede la Commissione d’inchiesta sull’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale.
Benchè rivale del dalemiano Pier Luigi Bersani nella corsa per la segreteria del partito, è stato proprio in un convegno internazionale organizzato da Italianieuropei, il Festival della Salute 2009, che nei giorni scorsi un’équipe di prestigiosi ricercatori internazionali capitanata da Ignazio Marino ha sottoscritto il documento in cui si mettono in discussione i criteri di definizione medica della “morte cerebrale”, che hanno guidato la mano dei chirurghi negli espianti per oltre quarant’anni. Un dietro front che, per giunta, arriva negli stessi giorni in cui esce per Einaudi “Nelle tue mani”, il libro nel quale Marino ribadisce le sue convinzioni in fatto di trapianti. E si sofferma sui tanti, dolorosi aspetti della malasanità in Italia. «Come se – è stato il commento di molti lettori – lui stesso, tanto in veste di medico quanto ora da politico, potesse chiamarsi fuori da ogni responsabilità».
Tornato in Italia nel 1999 dopo la lunga permanenza negli Stati Uniti, Marino va a guidare l’Ismett, il complesso chirurgico di eccellenza gestito dalla Regione Sicilia in convenzione con l’Università di Pittsburgh. Una nuova, luminosa era sembrava dischiusa per la martoriata sanità al Sud. Ma meno di tre anni dopo, a settembre 2002, Marino rassegna le dimissioni in seguito alle aspre polemiche che avevano accompagnato la gestione dell’istituto in quel periodo e, soprattutto, all’inchiesta aperta dalla Procura palermitana, poi conclusasi in archiviazione, ma sfociata in un rapporto della Corte dei conti sull’Ismett, dove in quel triennio erano stati eseguiti appena 56 trapianti (contro i 440, per esempio, di Torino), a fronte di enormi risorse pubbliche impiegate, in particolare per la convenzione con i ricercatori statunitensi. Mentre i dati ufficiali del ministero vedevano l’Ismett mal piazzato anche sul fronte della sopravvivenza media dei pazienti trapiantati.

Rita Pennarola
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=232
5.10.2009

ComeDonChisciotte – STA PER ARRIVARE LA MORTE DEL DOLLARO

ComeDonChisciotte – STA PER ARRIVARE LA MORTE DEL DOLLARO.

DI ROBERT FISK
independent.co.uk

Quasi a simboleggiare il nuovo ordine mondiale, gli Stati arabi hanno avviato trattative segrete con Cina, Russia e Francia per smettere di usare la valuta americana per le transazioni petrolifere.

Mettendo in atto la piu’ radicale trasformazione finanziaria della recente storia del Medio Oriente gli Stati arabi stanno pensando – insieme a Cina, Russia, Giappone e Francia – di abbandonare il dollaro come valuta per il pagamento del petrolio adottando al suo posto un paniere di valute tra cui lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’euro, l’oro e una nuova moneta unica prevista per i Paesi aderenti al Consiglio per la cooperazione del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Abu Dhabi, Kuwait e Qatar.

Incontri segreti hanno gia’ avuto luogo tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali della Russia, della Cina, del Giappone e del Brasile per mettere a punto il progetto che avra’ come conseguenza il fatto che il prezzo del greggio non sara’ piu’ espresso in dollari.

Il progetto, confermato al nostro giornale da fonti bancarie arabe dei Paesi del Golfo Persico e cinesi di Hong Kong, potrebbe contribuire a spiegare l’improvviso rincaro del prezzo dell’oro, ma preannuncia anche nei prossimi nove anni un esodo senza precedenti dai mercati del dollaro.

Gli americani, che sono al corrente degli incontri – pur non conoscendone i dettagli – sono certi di poter sventare questo intrigo internazionale di cui fanno parte leali alleati come il Giappone e i Paesi del Golfo. Sullo sfondo di questi incontri valutari, Sun Bigan, ex inviato speciale della Cina in Medio Oriente, ha sottolineato il rischio di approfondire le divisioni tra Cina e Stati Uniti in ordine alla loro influenza politica e petrolifera in Medio Oriente. “Le dispute e gli scontri bilaterali sono inevitabili”, ha detto all’Africa and Asia Review. “Non possiamo abbassare la guardia in merito all’ostilita’ che fronteggiamo in Medio Oriente sugli interessi energetici e la sicurezza”.

Questa frase ha tutta l’aria di una previsione pericolosa su una futura guerra economica tra Stati Uniti e Cina per il petrolio mediorientale – con il pericolo di trasformare i conflitti della regione in una lotta di supremazia delle grandi potenze. L’incremento della domanda di petrolio e’ piu’ marcato in Cina che negli Stati Uniti in quanto la crescita cinese e’ meno efficiente sotto il profilo energetico. Abbandonando il dollaro i pagamenti, stando a fonti bancarie cinesi, potrebbero essere effettuati in via transitoria in oro. Una indicazione della gigantesca quantita’ di denaro di cui si parla puo’ essere desunta dalla ricchezza di Abu Dhabi, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar che insieme hanno, stando alle stime, riserve in dollari per 2.100 miliardi.

Il declino della potenza economica americana strettamente connesso all’attuale recessione globale e’ stato riconosciuto dal presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick. “Una delle conseguenze di questa crisi potrebbe essere l’accettazione del fatto che sono cambiati i rapporti di forza economici”, ha detto a Istanbul prima delle riunioni di questa settimana del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Ma e’ stato il nuovo straordinario potere finanziario della Cina – non disgiunto dalla rabbia sia dei Paesi produttori che dei Paesi consumatori di petrolio nei confronti del potere di interferenza degli Stati Uniti nel sistema finanziario internazionale – a stimolare i recenti colloqui con i Paesi del Golfo.

Brasile e India si sono mostrati interessati a far parte di un sistema di pagamenti non piu’ basato sul dollaro. Allo stato la Cina appare la piu’ entusiasta tra le potenze finanziarie, non fosse altro che per il suo gigantesco interscambio commerciale con il Medio Oriente.

La Cina importa il 60% del petrolio che consuma, per lo piu’ dal Medio Oriente e dalla Russia. I cinesi hanno concessioni petrolifere in Iraq – bloccate fino a quest’anno dagli Stati Uniti – e dal 2008 hanno un accordo da 8 miliardi di dollari con l’Iran per lo sviluppo delle capacita’ di raffinazione e delle risorse di gas. La Cina ha contratti petroliferi in Sudan (dove ha sostituito gli Stati Uniti) e da tempo sta negoziando concessioni petrolifere in Libia dove tradizionalmente questo genere di accordi e’ del tipo joint venture.

Inoltre le esportazioni cinesi verso la regione ammontano ora a non meno del 10% delle importazioni di tutti i Paesi del Medio Oriente e includono una vasta gamma di prodotti che vanno dalle automobili agli armamenti, ai generi alimentari, al vestiario e persino alle bambole. Riconoscendo esplicitamente il crescente peso finanziario della Cina, il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha chiesto l’altro ieri a Pechino di consentire alla yuan di apprezzarsi sul dollaro e, di conseguenza, di diminuire la dipendenza della Cina dalla politica monetaria americana contribuendo cosi’ a riequilibrare l’economia mondiale e ad alleggerire la pressione al rialzo sull’euro.

Dagli accordi di Bretton Woods – gli accordi conclusi dopo la seconda guerra mondiale che ci hanno tramandato l’architettura del moderno sistema finanziario internazionale – i partner commerciali degli Stati Uniti hanno dovuto affrontare le conseguenze della posizione di controllo di Washington e, negli anni piu’ recenti, dell’egemonia del dollaro in quanto principale valuta di riserva.

I cinesi credono, ad esempio, che siano stati gli americani a convincere la Gran Bretagna a non entrare nell’euro per impedire una fuga dal dollaro. Ma secondo le fonti bancarie cinesi i colloqui sono andati troppo avanti per poter essere bloccati. “Non e’ da escludere che nel paniere delle monete entri anche il rublo”, ha detto un importante broker di Hong Kong all’Indipendent. “La Gran Bretagna e’ presa in mezzo e finira’ per entrare nell’euro. Non ha scelta in quanto non potra’ piu’ usare il dollaro americano”.

Le fonti finanziarie cinesi sono convinte che il presidente Barack Obama sia troppo occupato a rimettere in piedi l’economia americana per concentrarsi sulle straordinarie implicazioni della transizione dal dollaro ad altre valute nel volgere di nove anni. Al momento la data fissata per l’abbandono del dollaro e’ il 2018.

Gli Stati Uniti hanno fatto appena cenno a questo problema in occasione del G20 di Pittsburgh. Il governatore della Banca centrale cinese e altri funzionari da anni sono preoccupati per la situazione del dollaro e non ne fanno mistero. Il loro problema e’ che gran parte della ricchezza nazionale e’ in dollari.

“Questi progetti cambieranno il volto delle transazioni finanziarie internazionali”, ha detto un banchiere cinese. “Stati Uniti e Gran Bretagna debbono essere molto preoccupati. Vi accorgerete di quanto sono preoccupati dalla pioggia di smentite che questa notizia scatenera’”.

Alla fine del mese scorso l’Iran ha annunciato che le sue riserve in valuta estera saranno in futuro in euro e non in dollari. I banchieri ricordano, naturalmente, quanto e’ capitato all’ultimo Paese produttore di petrolio del Medio Oriente che ha tentato di vendere il petrolio in euro e non in dollari. Pochi mesi dopo che Saddam Hussein aveva comunicato la sua decisione ai quattro venti, gli americani e gli inglesi hanno invaso l’Iraq.

Versione originale:

Robert Fisk
Fonte: http://www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/business/news/the-demise-of-the-dollar-1798175.html
6.10.2009

Versione italiana:

Fonte: http://www.unita.it/
Link: http://www.unita.it/news/il_documento/89415/sta_per_arrivare_la_morte…
6.10.2009

Traduzione a cura di Carlo Antonio Biscotto

Blog di Beppe Grillo – O Lodo, o carcere

Blog di Beppe Grillo – O Lodo, o carcere.

Sommario della puntata:
Le mie scuse a Renzo Bossi
La Consulta non si esprima sulle conseguenze politiche
Craxi, in odore di avviso di garanzia, non diventò Presidente del Consiglio
Il Lodo serve solo a Berlusconi, come ha dimostrato “Il Fatto”
La multa di 750 milioni di euro a Fininvest
Tre ragioni per bocciare la legge Alfano

Testo:
Buongiorno a tutti, oggi parliamo del Lodo Alfano o Al nano, perché domani la Corte Costituzionale comincia a esaminarne la costituzionalità, la legittimità costituzionale o meno, in seguito ai ricorsi presentati da due tribunali: il Tribunale di Milano in due processi che riguardano Silvio Berlusconi e il G.I.P. del Tribunale di Roma, in merito a un altro processo che riguarda Silvio Berlusconi, ossia quello per la presunta compravendita di Senatori del centrosinistra, “ Affare Berlusconi /Saccà”, per intendersi. Sono tutti processi congelati in attesa che la Corte Costituzionale dica se anche il Presidente del Consiglio è sottoposto alle leggi del suo Paese, oppure se ne è, come stabilisce il Lodo Alfano, immune.

Le mie scuse a Renzo Bossi

Prima, però, di addentrarci, vorrei rendere giustizia a Renzo Bossi: quando si sbaglia bisogna correggersi e quindi il suo Avvocato mi ha fatto notare che ho commesso uno svarione; nel Passaparola dell’11 maggio, quello intitolato “ Zoo Italia”, avevo raccontato che un Europarlamentare della Lega Nord si era portato al Parlamento europeo come assistente parlamentare un figlio di Bossi e questo è vero, solo che avevo sbagliato il nome del figlio e, invece di dire Riccardo, avevo detto Renzo. Avevo detto, per la verità, il primogenito e quindi il primogenito non è Renzo, però ho sbagliato nome, c’era la R in tutti e due e conseguentemente, dato che in quel periodo si parlava molto di Renzo per le sue vicende scolastiche e per il suo lancio del mondo della politica, avevo detto il suo nome invece di quello di suo fratello, quindi do volentieri atto di aver commesso un lapsus e che Renzo non ha mai fatto parte del Parlamento. Leggo quello che mi chiede di leggere l’Avvocato Matteo Iato: “ con riferimento alle affermazioni contenute nel video intitolato “ Zoo Italia” dell’11 maggio 2009, relative a Renzo Bossi, si precisa che le stesse non corrispondono al vero, in quanto Renzo Bossi non ha lai lavorato presso qualsivoglia ufficio del Parlamento europeo, neanche quale assistente accreditato dell’Europarlamentare Francesco Speroni e, pertanto, Renzo Bossi non è mai stato beneficiario della retribuzione mensile di 12. 000 Euro – che è quella prevista per gli assistenti parlamentari – né di altra retribuzione da detto ufficio”. Tanto dovevo a Renzo Bossi e al suo Avvocato, penso che sia assolutamente sacrosanto chiedere scusa, quando si commette un errore: soprattutto quando l’errore è, ovviamente, in totale buona fede e è frutto di uno scambio di persona.

La Consulta non si esprima sulle conseguenze politiche

Detto questo, parliamo del Lodo: parliamo del Lodo perché circolano, sui giornali, varie indiscrezioni sugli orientamenti che starebbero dividendo la Corte Costituzionale; c’è chi dice che ci sono cinque giudici pro, cinque giudici contro e cinque incerti, insomma fanno il Toto – Lodo in Parlamento in queste ore. Abbiamo già parlato della vergogna dell’avvocatura dello Stato, che è andata a sostenere non la legittimità costituzionale del Lodo, ma la necessità politica del Lodo in quanto, se il Lodo non fosse confermato e saltasse, Berlusconi tornerebbe imputato e conseguentemente dovrebbe dimettersi, crollerebbe il governo, sarebbe un cataclisma. Qualcuno dirà “ magari!”: certo, ma non è quella la sede per discutere degli effetti dell’incostituzionalità del Lodo, alla Corte dovrebbero discutere la costituzionalità o meno del Lodo, gli effetti sono poi affare della politica, degli elettori, del Parlamento, del governo, del capo dello Stato. Lì devono stabilire se il Lodo è o meno costituzionale, se la legge è uguale per tutti, oppure per tutti tranne quattro, se tutti siamo uguali di fronte alla legge oppure tutti tranne quattro: anzi, tranne uno, perché poi l’unico che ne ha bisogno e che se ne avvale è appunto l’utilizzatore finale, il solito Presidente del Consiglio.
Con un assist meraviglioso, l’altro giorno Rutelli ha dichiarato che, se il Lodo dovesse decadere, allora ci sarebbe spazio per un governo istituzionale: oltre a essere una grandissima sciocchezza, questo è anche un grande regalo a Berlusconi, perché è proprio quello che sta cercando di fare Berlusconi, spaventare la Corte dicendo “ se voi bocciate il Lodo vi assumete la responsabilità di un crollo del governo e di un cataclisma politico in un clima di incertezza”, visto che al posto dell’attuale maggioranza non ce ne è un’altra pronta, l’opposizione – chiamiamola così – è un’armata Brancaleone, che ancora l’altro giorno è riuscita a salvare, grazie alle sue assenze, prima lo scudo fiscale in sede di verifica della sua costituzionalità e poi lo scudo fiscale, in sede di votazione finale alla Camera. Quindi quest’opposizione, tra PD e Udc, si è presentata in ordine sparso, l’unico che ha presentato le truppe quasi al completo – ne mancava uno nell’ultima votazione: Misiti, tra l’altro un personaggio di cui credo non si senta la mancanza – l’opposizione è quella roba lì, non è in grado di produrre una maggioranza alternativa e conseguentemente spaventare la Corte è l’unica strategia possibile da parte di chi ha fatto questo Lodo e sa benissimo di aver violato la Costituzione, facendo questo Lodo.
Rutelli, come al solito, ha dato un assist a Berlusconi, accreditando l’idea che, se viene bocciato il Lodo, Berlusconi cade: in realtà questo dovrebbe succedere in ogni Paese democratico, ma avrebbe dovuto succedere non in virtù della bocciatura del Lodo, avrebbe dovuto succedere nel momento stesso in cui Berlusconi veniva sottoposto a un processo, ossia veniva rinviato a giudizio e è buona norma che, almeno nel momento in cui si viene rinviati a giudizio per accuse così gravi, certo non stiamo parlando di un divieto di sosta o – che ne so? – di una frase, o di un insulto scappato in un momento di ira, stiamo parlando di roba seria, stiamo parlando di corruzione di un testimone per taroccare dei processi, stiamo parlando di corruzione di giudici – il processo Sme è finito come sapete – stiamo parlando di falsi in bilancio, frodi fiscali, appropriazioni indebite, tentata istigazione alla corruzione di Senatori, insomma basterebbe una di queste vicende approdate alla richiesta di rinvio a giudizio o al rinvio a giudizio, ossia approdate in quella fase nella quale il giudice ha smesso di fare le indagini e ha attivato l’azione penale, la attiva il Pubblico Ministero con la sua richiesta di rinvio a giudizio e, in quel momento, l’indagato diventa imputato, conseguentemente è buona norma che, in quella fase, chi svolge cariche pubbliche o funzioni pubbliche, si faccia da parte proprio perché la Costituzione prevede un surplus di doveri, per chi svolge incarichi pubblici (articolo 54, non vorrei sbagliare, ma mi pare di ricordare che sia il 54), chi ricopre cariche pubbliche non è un cittadino comune e deve anche esercitarle con disciplina e onore. Il che è abbastanza incomprensibile.. incompatibile con una richiesta di invio a giudizio o con un rinvio a giudizio per reati gravi. Ma soprattutto, come dicevamo, in qualsiasi altro Paese Berlusconi non sarebbe diventato neanche Presidente del Consiglio, con quel popò di imputazioni, quindi il problema si sarebbe già dovuto porre a monte, sull’incompatibilità di Berlusconi Premier con i sui processi: un capo dello Stato che si rispetti non gli avrebbe neanche dato l’incarico.

Craxi, in odore di avviso di garanzia, non diventò Presidente del Consiglio

Non dimentichiamo che nel 92 Scalfaro, ben altro Presidente della Repubblica, quando si parlava di un avviso di garanzia a Craxi, che però non l’aveva ancora ricevuto, nel maggio del 92 Scalfaro non diede l’incarico a Craxi, nonostante che i partiti della maggioranza, appena confermata dalle elezioni dell’aprile 92, gli avessero confermato una sia pur risicata maggioranza al partito, ebbene Scalfaro non diede l’incarico a Craxi perché avrebbe potuto essere sfiorato da un avviso di garanzia e diede l’incarico a Giuliano Amato, che faceva parte dello stesso partito e della stessa maggioranza, ma non era coinvolto, personalmente almeno, in questioni di finanziamenti illeciti o corruzioni. Conseguentemente avrebbe dovuto essere il capo dello Stato, con la sua sensibilità istituzionale, a optare per un altro esponente del centrodestra di stretta fiducia di Berlusconi, che non avesse dei processi: insomma, qualcuno ancora ce l’hanno che non sia imputato o condannato, sempre meno, ma qualcuno ce l’hanno. Da Tremonti a Fini nessuno avrebbe trovato niente da eccepire. E’ già tutto avvenuto, Berlusconi è già diventato Presidente del Consiglio da imputato, è imputato praticamente da 15 anni e quindi non si capisce quale sarebbe la novità se tornasse a essere imputato dopo l’eventuale bocciatura della legge Alfano. Tutto questo allarmismo che c’è intorno alle dimissioni di Berlusconi è totalmente infondato sia perché l’esperienza ci insegna che lui da imputato non si dimette, sia perché l’esperienza ci insegna che nessuno gli ha mai chiesto di dimettersi in quanto imputato, salvo Di Pietro, che io ricordi non c’è nessun altro che abbia detto che Berlusconi si deve dimettere. Quindi Berlusconi, se verrà bocciato il Lodo Alfano, farà la solita gazzarra per qualche giorno e poi resterà al suo posto, continuando a fare il Premier e l’imputato come ha sempre fatto nei cinque anni del suo secondo governo, dal 2001 al 2006, quando era sotto processo e non ha mai pensato di dimettersi. Tentò anche all’epoca di salvarsi con uno scudo, il Lodo Maccanico /Schifani, lo scudo durò sei mesi: dall’estate del 2003 al gennaio del 2004, la Corte glielo bocciò, lo ritrascinò in Tribunale e lui continuò a fare il Presidente del Consiglio e l’imputato, quindi abbiamo anche il precedente specifico; Berlusconi, se torna imputato, non si dimette. Conseguentemente non si capisce di quale allarme per la caduta del governo si stia parlando in questo momento: è un modo per condizionare la Corte Costituzionale e purtroppo, a avere interesse che la Corte Costituzionale confermi il Lodo, non sono soltanto Berlusconi e la sua ristretta cerchia, ma è anche il Quirinale, perché quest’ultimo verrebbe a subire un gran ceffone dalla Corte Costituzionale, visto che molti giuristi, addirittura 100 costituzionalisti, compresi quattro o cinque ex Presidenti della Corte Costituzionale, avevano detto, in un famoso appello, che il Lodo era incostituzionale in forma palese, ictu oculi, al primo sguardo, incompatibile con l’articolo 3 della Costituzione e quindi c’erano tutti gli elementi affinché il capo dello Stato lo respingesse al mittente con un messaggio motivato alle Camere, come prevede la Costituzione. Il capo dello Stato non volle respingerlo, non respinge mai nulla, ha firmato tutto in questo anno e mezzo di terzo governo Berlusconi, ancora l’altro giorno ha firmato lo scudo fiscale e ci ha anche fatto sapere, redarguendo severamente un cittadino che aveva osato fare il cittadino, cioè chiedergli spiegazioni, che tanto è inutile respingere le leggi costituzionali, perché tanto Berlusconi le ripresenta uguali. Pensate che argomentazione poderosa! C’è un potere della Costituzione che consente, anzi impone al capo dello Stato, nel caso in cui la legge sia manifestamente incostituzionale, di rimandarla indietro, ma lui ci fa sapere che non le rimanda indietro perché tanto gliele ripresenterebbero uguali. Beh, almeno farebbe sapere che lui non c’entra, almeno farebbe sapere che lui ha provato a difendere la legalità e la Costituzione! Ciampi- per non parlare di Scalfaro e di altri loro predecessori- ha respinto leggi costituzionali, a volte il governo, per non scontrarsi con il Quirinale o la maggioranza, è stato costretto a riformarle e a migliorarle un po’, altre volte le ha ripresentate uguali e così si è legato il cappio al collo: è avvenuto, per esempio, con la Legge Pecorella, quella che aboliva l’appello per il Pubblico Ministero contro le assoluzioni e le prescrizioni, ma non aboliva l’appello dell’imputato contro la sua condanna in primo o secondo grado. Una legge manifestamente di impar condicio, che infatti Ciampi respinse, il Parlamento – maggioranza Berlusconi – gliela ripresentò identica, Ciampi a quel punto non poteva più non firmarla, ma spianò a questo punto la strada alla Corte Costituzionale, che fece a pezzi la Legge Pecorella, che ovviamente è doppiamente incostituzionale, sia perché l’aveva detto il capo dello Stato, supremo garante della Costituzione, che poi perché l’ha stabilito ufficialmente, dopo il replay, la Corte. La stessa cosa poteva avvenire o con il Lodo o con lo scudo fiscale, se si riteneva che fossero incostituzionali come molti sostengono che fossero.
Da domani la Corte ha il compito di stabilire se il Lodo è o meno costituzionale: non ha il compito di stabilire chi governa, anche perché, nel caso eventuale in cui Berlusconi decidesse, in un impeto di.. come dire? In un’illuminazione improvvisa di spirito istituzionale di dimettersi, non è che andrebbe al potere la sinistra, che le elezioni le ha perse, per altro giustamente, e che ha continuato a perderle anche nell’ultima tornata delle elezioni amministrative e europee. Governerebbe il centrodestra con un altro Presidente del Consiglio, che è perfettamente legittimo, nel senso che non siamo un Paese dove viene eletto il Presidente del Consiglio: da noi viene eletto il Parlamento, viene eletta una maggioranza che sceglie il suo Presidente del Consiglio indicandolo al capo dello Stato, il quale può decidere liberamente se prendere quel candidato della maggioranza o qualcun altro che gli piace di più, perché è il capo dello Stato che nomina il Presidente del Consiglio e, su su a indicazione, nomina i Ministri. Conseguentemente, se domani dovesse succedere qualcosa per cui Berlusconi non ci fosse più, ci sarebbe un altro esponente del centrodestra, che ha il diritto e direi anche il dovere di governare, visto che è stato mandato al Parlamento e al governo per governare e per amministrare il Paese. La Corte di tutto questo non si deve minimamente occupare e, chiunque parli di dimissioni o non dimissioni di Berlusconi, sta facendo un favore a Berlusconi, perché sta caricando la Corte di un fardello che non è il suo: la Corte deve prendere la Costituzione, prendere il Lodo Alfano, che tra l’altro non è un Lodo – l’abbiamo già detto: Lodo vuole dire soluzione concordata tra le parti e qui non c’è nulla di concordato con nessuno, qui c’è un signore che non vuole farsi processare e che si fa una legge ad hoc; la Corte Costituzionale deve prendere la Costituzione, prendere il Lodo Alfano – confrontarli e vedere se stanno insieme, vedere se sono compatibili l’uno con l’altro. Basta leggere l’articolo 3, “ tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di posizione personale, sociale, questioni razziali, sessuali, religiose, ideali” etc. etc. e, dall’altra parte, vedere se una legge che stabilisce l’impunità per quattro alte cariche dello Stato è compatibile con quell’articolo 3, questo deve fare la Corte Costituzionale.

Il Lodo serve solo a Berlusconi, come ha dimostrato “Il Fatto”

Tra l’altro quest’ultima sa, grazie a Il Fatto Quotidiano – permettetemi che ci vantiamo delle poche cose buone che riusciamo a fare! – che quel Lodo non è fatto per le quattro alte cariche dello Stato, ma per una, la più bassa, il nanetto, perché? Perché le altre tre non hanno processi, o meglio ne aveva uno Fini: ne aveva uno perché? Perché il Pubblico Ministero di Potenza, che adesso è in trasferimento a Napoli, Harry John Woodcock , l’aveva querelato per delle dichiarazioni sgangherate che Fini aveva fatto a Porta a Porta, quando aveva detto che Woodcock doveva cambiare mestiere, perché non sapeva fare il magistrato, quando Woodcock aveva messo sotto inchiesta la moglie di Fini, il segretario di Fini e il factotum di Fini: ricorderete lo scandalo del portavoce Sottile, che usava l’auto blu per scarrozzare le soubrette alla Farnesina e poi è stato condannato per peculato in primo grado. Ricordate la storia del segretario di Fini, Proietti, che era stato beccato al telefono mentre parlava di cliniche, di quote di cliniche etc. con la moglie di Fini, l’inchiesta poi passò a Roma, non se ne è mai più saputo niente, come spesso avviene quando le inchieste passano a Roma, ma in ogni caso quella era l’inchiesta che aveva fatto infuriare Fini, il quale però, a mente fredda, doveva aver capito che l’inchiesta era buona, perché infatti ha mandato via il suo portavoce Sottile e poi si è separato da sua moglie, diciamo implicitamente ammettendo che forse Woodcock non aveva tutti i torti.
Che cosa è  successo la scorsa settimana? Che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato la notizia che i magistrati di Roma avevano congelato – diciamo – in un cassetto, in freezer – i freezer della Procura di Roma sono sempre stati molto capienti! – il processo per diffamazione a Fini, che era stato, nel frattempo, rinviato a giudizio per aver diffamato Woodcock. Ci siamo domandati su Il Fatto – l’ha scritto Marco Lillo – ma è possibile? Fini aveva detto che non si sarebbe avvalso del Lodo Alfano, che è rinunciabile, e non gli fanno il processo lo stesso?! Non lo processano neanche se insiste per essere processato, ma cosa deve fare questo povero Fini per farsi processare?! L’ha detto che non vuole ricorrere al Lodo Alfano! Allora abbiamo contattato l’Avvocatessa Giulia Bongiorno, che assiste Fini in questo frangente e le abbiamo chiesto “confermate di voler essere processati?” e lei ha detto “ certo!” e hanno chiesto proprio alla Procura di Roma di sbloccare questo maledetto processo.
A questo punto, quando si è saputo ufficialmente che Fini chiedeva di essere processato, ossia di essere spogliato dello scudo spaziale del Lodo, Woodcock ha fatto un bel gesto e ha detto “ va bene, mi dichiaro soddisfatto, finalmente abbiamo un esponente delle istituzioni che compie un gesto istituzionale, finalmente abbiamo un politico che si comporta come si deve comportare chiunque e quindi per me questo gesto è talmente istituzionale e talmente raro da compensare ampiamente l’offesa che ho ricevuto quella volta a Porta a Porta. Mettiamoci una pietra sopra, ritiro la querela a Fini”, dato che la dichiarazione è procedibile soltanto a querela della parte lesa, se la parte lesa ritira la querela il processo evapora. E questo secondo me è stato un bel gesto: è stato un bel gesto perché ha consentito a Woodcock di fare capire che lui non era andato a querelale Fini per un accanimento o per prendere dei soldi e, dall’altra parte, ha fatto capire che anche Fini aveva fatto un bel gesto, perché in fondo gli sarebbe bastato non dire niente e il Lodo lo avrebbe coperto dalle conseguenze di quelle dichiarazioni sgangherate che spesso i politici fanno, coprendosi poi con varie forme di immunità, insindacabilità o invulnerabilità. Da questa settimana, grazie a Il Fatto Quotidiano, sappiamo che il Lodo serve solo a Berlusconi e basta e che quindi non è una legge generale astratta, perché le leggi devono essere generali e astratte, devono servire in astratto: no, questa è una legge particolare e concreta per dare l’impunità a una sola persona. Berlusconi poi ci ha messo del suo, perché ha detto “ beh, comodo Fini: Fini ha solo un processo per diffamazione, io invece ho pure le corruzioni”. Certo, per avere un processo di corruzione bisogna corrompere qualcuno o essere corrotti da qualcuno, è difficile che un giudice si alzi la mattina e inventi un processo per corruzione! Fini non ha mai corrotto nessuno, non è mai stato corrotto da nessuno e quindi non ha processi per corruzione: aveva, probabilmente, diffamato Woodcock, si è comportato in un certo modo e adesso non ha più neanche quel processo lì.
Stabilito che questa è una legge particolare e concreta per l’impunità di Berlusconi, stabilito che Berlusconi è anche andato a cena insieme all’autore di quella legge con due giudici costituzionali che domani saranno chiamati a decidere la costituzionalità di una legge, il cui autore va a cena con loro accompagnato dall’utilizzatore finale, noi siamo in grado di farci un’idea: non un’idea di quello che giudicherà la Corte, perché la Corte ce lo farà sapere quando avrà deciso, ma un’idea sul fatto che, se la decisione fosse una decisione tecnico /giuridica, non ci sarebbero possibilità di dubbio, il Lodo Alfano sarebbe incostituzionale. Se invece dovessero subentrare altre valutazioni di politica, di opportunità, il momento, “cade il governo, oddio cosa succede? Dobbiamo assumerci la responsabilità”, se entrassero queste valutazioni – che non devono entrare – nel Palazzo della consulta beh, allora ovviamente ci sarebbe l’uno, ci sarebbe il due e ci sarebbe l’x come esito finale, anche perché i giudici già sanno, visto che l’hanno già assaggiato altre volte, che arriverà il randello sulla loro testa, se oseranno mai dichiarare incostituzionale una legge incostituzionale!

La multa di 750 milioni di euro a Fininvest

Leggete quello che hanno scritto e hanno detto i giornali, i telegiornali e gli esponenti del centrodestra l’altro giorno, quando il giudice di Milano ha finalmente stabilito il risarcimento per la Cir di De Benedetti, che venti anni fa era stata derubata della più grande casa editrice italiana. Ne abbiamo parlato quest’estate, del fatto che sarebbe arrivata questa sentenza, lo sapevano tutti: la decisione era.. il giudice era in fase di decisione da un anno, un anno per decidere dopo un processo che era durato altri anni. Hanno scritto che questa è giustizia a orologeria: giustizia a orologeria rispetto a cosa? Ci sono elezioni, ci sono.. che c’è? Quale è la ragione per cui non avrebbero dovuto emettere questa sentenza in questo momento? Il fatto è che le sentenze sfavorevoli a Berlusconi non devono mai essere emesse, fosse anche a Capodanno o a ferragosto, fosse anche a Natale: perché? Perché sono sfavorevoli a Berlusconi e i giudici non devono mai emettere sentenze sfavorevoli a Berlusconi: quella di domani potrebbe essere la seconda in una settimana, quella dell’altro giorno è stata sicuramente un’altra bella botta, perché sono 750 milioni di Euro e, del resto, stiamo parlando della più grossa casa editrice italiana che è stata rubata alla Cir da un giudice corrotto e dai tre Avvocati di Berlusconi, che l’hanno corrotto con soldi di Berlusconi. Pensate a quanti soldi avrebbe guadagnato il legittimo proprietario di quella casa editrice in questi 20 anni, se non gli avessero rubato la casa editrice e quindi pensate a quanto vale la Mondatori, più il lucro cessante, più le opportunità perdute da un imprenditore che se la è vista scippare da una sentenza frutto di corruzione. E pensate politicamente come sarebbe cambiato il Paese, se il principale gruppo editoriale italiano non fosse stato nelle mani di Berlusconi, ma fosse stato nelle mani di un gruppo editoriale critico nei confronti di Berlusconi. Nell’89 /90 la Mondatori non solo passa di mano, ma passa dall’opposizione al Caf (Craxi, Andreotti, Forlani), nelle mani del Caf di cui Berlusconi era il trombettiere numero uno come editore e poi, quando diventa lui politico, la Mondadori diventa il suo battaglione di combattimento. Chissà, senza la Mondadori, che cosa ne sarebbe stato del Caf: magari sarebbe caduto prima! Che cosa ne sarebbe stato di Berlusconi: magari non avrebbe vinto le elezioni, vista l’influenza che hanno i gruppi editoriali sull’elettorato, oltre all’aspetto finanziario.

Tre ragioni per bocciare la legge Alfano

E allora concludo citando due o tre ragioni che Lorenza Carlassare, una bravissima costituzionalista che insegna a Padova e che scrive su Il Fatto Quotidiano, ha esplicitato per spiegare le ragioni del no al Lodo, ossia le ragioni per le quali il Lodo è incostituzionale. Dice, la Carlassare, su Il Fatto: “ è vero che, bocciato un Lodo Alfano, se ne approva un altro modificato e lo si manda immediatamente in vigore, come ha scritto Vittorio Feltri su Il Giornale il 14 settembre? Se così fosse, la Costituzione e le istituzioni di garanzia non sarebbero che un’inutile farsa e l’ordinamento intero un vuoto castello di carte smontabili a piacere- Feltri l’ha già detto, “ se lo bocciano lo rifacciamo uguale”: sarebbe la terza volta, perché avevano già fatto il Lodo Schifani /Maccanico; a piacere della maggioranza- si intende proprio il contrario di ciò che esige il costituzionalismo, il cui obiettivo è porre limiti al potere”, senti che bello: il costituzionalismo ha, come compito, quello di porre limiti al potere. “ Nessuno credo che potrebbe pensarlo, anche se è già successo. Dichiarata incostituzionale la Legge Schifani nel 2004, nel 2008 è stata approvata la Legge Alfano, sulla quale adesso la Corte Costituzionale è chiamata a decidere. Nell’ipotesi, a mio avviso certa, che sia dichiarata illegittima – la Carlassare si rifiuta di pensare che entrino in Corte valutazioni politiche – il governo e la sua maggioranza potrebbero tentare per la terza volta? Bisogna rispondere con fermezza che la riapprovazione di una norma dichiarata illegittima non è consentita e dunque, se la Corte, pronunciandosi sull’Alfano, menzionasse tra gli altri anche questo motivo, il Presidente della Repubblica potrebbe, senza incertezze, non promulgare il Lodo terzo, che Feltri ci ha annunciato. Dove sta il problema? Il governo potrebbe sostenere che la legge è diversa dalla precedente, come già oggi sostiene: in giudizio e fuori il Ministro La Russa l’ha ribadito con vigore, affermando che la Legge Alfano è stata costruita tenendo conto di tutti i rilievi mossi al Lodo Schifani nella sentenza del 2004” e la stessa cosa, purtroppo, l’ha sostenuta anche il capo dello Stato quando ha firmato, ha detto “ firmo il Lodo perché recepisce le critiche della sentenza della consulta contro la Schifani”, ma non è vero e infatti scrive, la Carlassare, che “ puntuali rilievi sul Lodo Schifani sono stati bellamente ignorati nel Lodo Alfano: per esempio, la posizione di chi presiede il Consiglio dei Ministri e le Camere non può essere differenziata da quella degli altri membri del collegio. Il Presidente del Consiglio non ha uno status diverso da quello dei suoi Ministri e i Presidenti delle Camere non hanno uno status diverso dai parlamentari: sono primi inter pares , ma non sono sopra e conseguentemente non si vede perché loro siano immuni e gli altri no”. Qualche differenza comunque c’è: le alte cariche tutelate, invece di essere cinque come nel Lodo Schifani, adesso sono solo quattro, hanno tolto il Presidente della Corte Costituzionale. “Resta però immutato il vizio di fondo nel Lodo Alfano come nel Lodo Schifani: la sospensione dei processi per i reati comuni anche precedenti all’assunzione della carica deroga il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione, di fronte al quale non può prevalere l’esigenza di tutelare il sereno svolgimento delle funzioni pubbliche – questa è la scusa, no? Non bisogna distrarre Berlusconi perché sta lavorando per noi – quell’esigenza, pur apprezzabile, si scontra infatti con valori fondamentali di superiore livello: il proprio della parità di trattamento di fronte alla giurisdizione è alle origini della formazione dello Stato di diritto; la continuità tra le due leggi è chiara, di sereno svolgimento delle funzioni si parla nella relazione del Ministro Alfano, come si parlava a proposito della Legge Schifani, che è stata respinta dalla Corte Costituzionale, la quale ha detto che “ la sospensione dei processi, disposta durante il mandato, corrisponde al periodo di tempo che legislatore ha ritenuto sufficiente per consentire alla persona che riveste l’alta carica di organizzarsi per affrontare contemporaneamente gli impegni istituzionali di un eventuale nuovo incarico e il processo penale””. Questa, scusate, non è la sentenza della Corte: questa è la tesi dell’avvocatura dello Stato, che difende non lo Stato, ma Berlusconi. E allora come si fa a evitare che chi ricopre un’alta carica sia distolto dai suoi compiti di difendersi in sede penale? Basta concordare il calendario delle udienze: del resto Berlusconi non è mai andato alle sue udienze, salvo quando doveva fare le dichiarazioni spontanee. E’ quello che scrive la Procura di Milano.
“Vero è che l’effettiva e esclusiva finalità perseguita dalla Legge Alfano non è tanto quella di consentire all’Onorevole Berlusconi di organizzare le sue difese, ma di consentirgli di difendersi dal processo per frode fiscale e dal processo per corruzione in atti giudiziari. La Legge Alfano fu voluta dallo stesso Berlusconi per ritardare la celebrazione dei suoi processi penali. La Legge Schifani mirava a ritardare la celebrazione del processo Sme, la Legge Alfano – scrive sempre la memoria della Procura di Milano – mira a ritardare la celebrazione di almeno altri due processi, il processo Mills e il processo Mediaset” e adesso arriva pure il processo Mediatrade.
“ Lascia infine perplessi l’argomento – scrive la Carlassare – dell’avvocatura dello Stato che, qualunque sia il reato contestato, attinente o estraneo alle funzioni pubbliche, è la pendenza del giudizio a far sorgere il problema. Che un Presidente sia accusato di un reato grave e infamante non fa già sorgere il problema?”, domanda la costituzionalista, “ i mesi di comunicazione dai quali le notizie sono presentate nelle forme che suscitano maggiormente la curiosità del pubblico, utilizzando formule suggestive – perché questa è l’altra ragione accampata dall’avvocatura dello Stato, “i giornali ne parlano, se Berlusconi va sotto processo, eh, già, ne parlano! E’ un brutto affare la libertà di stampa”! – scrive “ queste cronache giornalistiche non sono una fissazione dei giornalisti, è che sono messe in moto dalle accuse gravi che pendono su Berlusconi, e non è che spariscano, quelle accuse, solo perché il processo è congelato dal Lodo, la stampa ha il dovere di parlarne anche se il processo è sospeso, di quelle gravi accuse, perché il problema sono le accuse a Berlusconi, non è il fatto che lui sia o meno, in questo momento, sotto processo. Quindi la sospensione non serve neanche al sereno esercizio delle funzioni, tant’è vero che, nella sentenza della Corte sul Lodo Schifani, era giudicato contrario al diritto di difesa, questo proprio di sospendere i processi alle alte cariche, perché non prevedeva la rinuncia dell’accusato alla sospensione per ottenere l’accertamento giudiziale che egli può ritenere a sé favorevole. E poi – conclude la Carlassare – per chi ricopre un’alta carica sarebbe conveniente affrettare i tempi del processo, dimostrare la propria innocenza e esercitare la funzione finalmente sereno, sempre – si intende – che innocente lo sia davvero”. Mi pare un’ottima precisazione. Speriamo di ritrovarci qua lunedì prossimo a commentare una bella sentenza della Corte che ci faccia sentire ancora cittadini di uno Stato di diritto, dove la legge è uguale per tutti senza eccezione alcuna. Continuate a leggere Il Fatto Quotidiano e continuate a seguirci su Passaparola. Buona settimana, passate parola!