Antimafia Duemila – La giustizia di facciata e le bugie del ministro

Antimafia Duemila – La giustizia di facciata e le bugie del ministro.

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 5 ottobre 2009
Non c’è tregua. Da questa estate le agenzie rilanciano a raffica le dichiarazioni del ministro della giustizia Angelino Alfano e del premier Berlusconi sul tema della lotta alla mafia.

Lo scorso 2 luglio Angelino Alfano si vantava di aver varato “norme che costituiscono, per la prima volta dai tempi del giudice Falcone, un baluardo legislativo fondamentale per affondare il colpo definitivo a cosa nostra”. Il Guardasigilli spiegava poi che tali innovazioni avrebbero consentito a magistrati e investigatori “di dotarsi di strumenti straordinariamente efficaci, all’avanguardia fra le legislazioni mondiali in materia”.
Ma vediamo la realtà dei fatti: nel Ddl sulle intercettazioni varato da mesi e pronto per essere convertito in legge viene prospettato una vera e propria  “contro-riforma” nel sistema giustizia, richiesta e pretesa espressamente dal presidente Berlusconi e realizzata dal ministro Alfano.
Basta leggerne solamente alcuni stralci per rendersi conto del divario tra finzione e realtà.
Saranno 3 giudici e non più uno a decidere se concedere le intercettazioni, e solo «quando si riscontrino gravi indizi di colpevolezza e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine», e questo provocherà un’evidente rallentamento (per non dire paralisi), nelle autorizzazioni a procedere, per la carenza effettiva dei giudici in Italia.
Per poter utilizzare le intercettazioni per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni (ad es. per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica, la diffusione di materiale pedopornografico) il Ddl sancisce che serviranno «evidenti indizi di colpevolezza».
La maggior parte dei magistrati ha illustrato la pericolosità della definizione “evidenti indizi di colpevolezza”, per quanto riguarda i reati di mafia (e non solo) la percentuale dei casi in cui un procedimento ha avuto come causa investigativa iniziale e terminale un reato di mafia è solamente del 40-50%. Mentre c’è tutta un’altra galassia di indagini che approdano all’ipotesi di mafia pur nascendo da altre ipotesi di reato.
Per i reati di mafia e terrorismo ci vorranno “sufficienti indizi di colpa”, ma anche in questo caso sarà una guerra sui termini che aprirà uno scontro tra accusa e difesa. A tutto vantaggio dei tempi per la prescrizione.
Sempre nel Ddl si legge che le registrazioni audiovisive saranno autorizzate solo se c’è il «fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo attività criminosa», si tratta di un’altra assurdità visto che per scoprire un’attività criminosa molto spesso si parte da scarni indizi che con il tempo ne rivelano la reale portata.
Il Ddl, inoltre, mette un limite di tempo, con annessa proroga qualora siano emersi nuovi elementi (30 giorni +15 e 40 + 20 per mafia) e qui siamo davvero al paradosso, lontani anni luce da quelle norme che Alfano definisce “un baluardo legislativo fondamentale per affondare il colpo definitivo a cosa nostra”.

Se da una parte il ministro della giustizia rivendica di aver inasprito il 41 bis aumentando a quattro anni la durata dei provvedimenti restrittivi per chi è accusato di reati di mafia, si continuano a verificare falle pericolosissime, vedi l’esempio di un boss del calibro di Piddu Madonia che dal 41 bis continuava ad impartire ordini. E soprattutto quando si parla di 41 bis, quasi trasversalmente, la politica non accetta di rimettere in discussione la riapertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara. Dove il principale obiettivo del 41 bis, cioè l’isolamento al fine di recidere il legame con la famiglia mafiosa, era reale ed effettivo.
Silvio Berlusconi ha più volte arringato la folla con piglio mussoliniano: “aumenteremo la difesa dei cittadini contro la criminalità singola e anche contro la criminalità organizzata, impiegando altri militari”. Per poi passare alla summa dell’egocentrismo: “Io vorrei passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia”.
L’esercito è stato visto però presidiare solamente i siti destinati alle discariche dei rifiuti o quelli indicati per l’ampliamento delle basi americane in Italia; mentre per quanto riguarda la sicurezza nelle città si è tornati a parlare di “ronde”

La maggioranza degli italiani disconosce i decreti di archiviazione di Firenze (1998) e di Caltanissetta (2002) per le stragi del ’92 e del ’93 nelle quali Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi vengono scagionati per mancanza di prove dalle accuse gravissime di essere complici di mafiosi “stragisti”, ma vengono altresì “segnati” in maniera indelebile per avere intrattenuto “rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto”. Una definizione che in un paese “civile” avrebbero impedito a chiunque di continuare la propria carriera politica.
E’ evidente quindi perché Berlusconi sia allarmato per quei magistrati che continuano a indagare sul biennio stragista ’92/’93. L’8 settembre scorso, intervenendo alla Fiera del Levante, aveva dichiarato di sapere che “ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del ’93, del ’94 e del ’92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese”.

Osserviamo attentamente come funziona la giustizia nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune città simbolo nella lotta alla mafia come Palermo, Caltanissetta e Trapani. Nel capoluogo siciliano mancano 17 magistrati, a Caltanissetta dopo le denunce e i ripetuti appelli del procuratore Lari ne sono arrivati 4, si è quindi in parte tamponata l’emorragia senza però risolvere del tutto il problema visto che allo stato i buchi d’organico per una procura come quella di Caltanissetta sono comunque del 30-35 %.

Dal 2001 ad oggi si sono succeduti governi di centro-destra, di centro-sinistra e poi ancora di centro-destra.
In nessun caso la lotta alla mafia è stata una priorità.
Non che avessimo alcuna illusione da parte di un premier pluri inquisito, il cui braccio destro è stato condannato in I° grado a 9 anni per mafia.
Dalla relazione presentata alcuni giorni fa dal presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, basata sull’ultimo rapporto del Censis, è emerso che almeno tredici milioni di italiani, pari al 22% della popolazione, vivono in comuni, questi sono 610, che hanno registrato infiltrazioni mafiose.
Dati forse anche prudenti che mettono il dito su una piaga vergognosa e aperta che il nostro Paese non riesce a risolvere e nemmeno a contenere da più di un secolo.
Torna alla mente Mussolini quando all’inizio del suo mandato dichiarava che “risolvere il problema del Mezzogiorno d’Italia è al sommo delle mie aspirazioni”. Dopo una decina d’anni preso atto che la questione era assai complessa e di non facile soluzione a causa anche della stretta commistione fra mafia e i signorotti del tempo di limitò a diminuirne l’importanza.
“La questione meridionale non è più all’ordine del giorno, perché l’abbiamo in gran parte risolta e la risolveremo completamente”.
Allo stesso modo Silvio Berlusconi, per dar sfogo alla sua mania di passare alla storia come colui che ha sconfitto la mafia, fra un po’ si limiterà a dire che non c’è più.

2 risposte a “Antimafia Duemila – La giustizia di facciata e le bugie del ministro

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  2. La giustizia di facciata e le bugie del ministro

    Voglio commentare qui il titolo dell’articolo, non credi sia una giustizia di facciata e si spiegano anche il doppio binario della politica che si sta facendo e che farebbe anche il pd se fosse al governo…
    Il tutto è in prefetta continuità con quando accaduto nella nostra penisola dopo l’Unità d’Italia…
    da una parte la dura repressione contro i briganti (di ieri e di oggi)
    dall’altra l’accordo dei piemontesi con la camorra (lo stato con le lobby)
    unica distinzione possibile: il brigante a modo suo delinque ma ridistribuisce le risorse nel suo territorio mentre i piemontesi lo portano via per far sempre più potente il proprio re a scapito del territorio conquistato.

    Da questo punto di vista ad esempio si spiega la vicenda Bassolino, non avrà tenuto per se che le briciole ma ha esportato dalla campania verso altre regione (non più solo il piemonte oggi, anche lombardia ed emilia romagna) tutto il possibile, quindi questo modello non può essere colpito perchè funzionale al “re”…
    possono essere invece colpiti tutti i “briganti” cioè coloro che sono visti in un certo qual senso come dei robin hood che con la violenza e il malaffare “rubano ai ricchi per dare ai poveri”…
    Ovviamente i briganti di oggi non sono affatto dei robin hood e il confine è molto labile ma lo schema è quello, collaudato ed inserito in un gioco a delinquere ben più vasto dei nostri semplici confini nazionali..
    ma questo è un’altro discorso.
    Ciao

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