Archivi del giorno: 11 ottobre 2009

Silvio sei mafioso? Così intitolava laPadania nel 1998! Poi il silenzio. « Kiriosomega’s Weblog

Fonte: Silvio sei mafioso? Così intitolava laPadania nel 1998! Poi il silenzio « Kiriosomega’s Weblog.



Scarica tutte le pagine de “La Padania” sull’argomento, anno 1998, in formato PDF (5.1 MB)

Salvatore Borsellino: “Dovevano parlare subito dopo la strage”

Fonte: Salvatore Borsellino: “Dovevano parlare subito dopo la strage”.

Scritto da Pierangelo Maurizio

Il fratello del magistrato ucciso dalla mafia commenta le ultime rivelazioni sulla strage. “Credo in questi magistrati che vogliono andare fino in fondo”.

Ha visto che cosa l’ex ministro Vizzini ha dichiarato al Tempo?
«Sì, ho letto».

Dice che nel loro ultimo incontro, tre giorni prima della strage, Paolo si soffermò in particolare sui rapporti tra mafia e appalti…

«In quel tempo gli interessi di mio fratello erano concentrati sul nesso mafia-appalti. E su quella trattativa con lo Stato, io ripeto. Comunque nelle carte, nell’agenda grigia di Paolo. Ho anche trovato tracce di questi loro incontri. E vorrei chiedere a Vizzini se Paolo gli parlò del dossier che aveva appena ricevuto dal sindacalista Gioacchino Basile riguardo alle infiltrazioni del clan Galatolo nel porto di Palermo. Così…»

E che cosa pensa delle rivelazioni di Claudio Martelli che l’ex sindaco Ciancimino nel giugno del ’92 si sarebbe offerto di collaborare in cambio di protezioni politiche?
«Penso quello che penso per Violante. Tante persone cominciano a ricordare cose che se avessero detto 16, 15 anni fa non ci troveremmo al punto in cui ci troviamo… Non vorrei che questi improvvisi sussulti di memoria avvengano ora, magari prima di essere sentiti da questi magistrati che stanno portando avanti le indagini adesso».

Salvatore Borsellino è il fratello del magistrato ucciso con la sua scorta a via d’Amelio il 19 luglio ’92. Ingegnere in pensione, vive a Milano da 40 anni. E io mi scuso con questo uomo mite, ma dalla volontà ferrea di fare chiarezza, se non tutto di quanto mi ha raccontato mi sembra condivisibile. Perché a volte il dolore può far aggrappare a certezze che tali non sono. Ma ci sono due o tre cose che ripete e che vanno ascoltate. Da tempo insiste che vuole vedere nelle vesti di imputato Nicola Mancino, divenuto ministro dell’Interno poco dopo la strage di Capaci in cui furono uccisi Falcone, la moglie e tre agenti della scorta e poco prima che fosse ucciso Borsellino, attuale vicepresidente del Csm. Perché?
«Perché è reticente. Perché sull’incontro con mio fratello, il primo luglio del ’92 a Roma, ha dato versioni inverosimili. Prima ha detto di non ricordarlo, l’incontro. Poi ha detto di averlo visto al ministero dell’Interno sì, ma di avergli solo stretto la mano. Cose diverse. Ogni tanto dice qualcosa in più. Se Paolo sull’agenda grigia al primo luglio scrive la parola “Mancino” è perché aveva un appuntamento preciso con lui. Un’agenda che compilava la sera, ora per ora con gli impegni della giornata, fino alla partenza da Fiumicino per tornare a Palermo».


L’agenda grigia è quella che non è sparita, il magistrato vi annotava gli appuntamenti. Ad essere scomparsa dopo l’attentato è invece l’agenda rossa, secondo l’opinione più diffusa – e Salvatore Borsellino l’ha fatta sua – perchè conteneva «i segreti sulla strage di Capaci» in cui fu ucciso Giovanni Falcone.
Ma Lino Jannuzzi su questo giornale ha acutamente osservato che è un’offesa per un servitore dello Stato come Paolo Borsellino pensare che potesse confinare «segreti» di quella portata in un diario senza tradurli in atti e provvedimenti giudiziari. E invece?

«Mancino ha sostenuto di non ricordare l’incontro perché non conosceva la fisionomia, fisicamente mio fratello, e Paolo non era uomo da andare ad omaggiare nessuno. È una menzogna. Dopo Falcone tutti si aspettavano che ammazzassero anche lui. Mancino, ministro dell’Interno, come fa a dire che non lo conosceva? Il suo predecessore al Viminale, Enzo Scotti, lo conosceva bene. Semmai sarebbe da chiedersi perché Scotti fu sostituito in fretta e furia…»


Cosa vuol dire?

«Che se Mancino sostiene ciò che non è credibile, sono portato a pensare che stia nascondendo qualcosa».

Da 3-4 anni Salvatore Borsellino – «ma è un’opinione personale» – si è convinto che quel giorno il fratello Paolo andò da Mancino a parlargli «della trattativa che i Ros avevano avviato con la criminalità organizzata per mettere fine all’offensiva stragista della mafia».
«In cambio lo Stato avrebbe dovuto ammorbidire i provvedimenti presi dopo la morte di Falcone. Con Paolo vivo quella trattativa non sarebbe andata avanti».


Ma ha l’onestà intellettuale di sottolineare che è «un’opinione personale». Al contrario di tanti mafiologi. Perché a distanza di anni e di molti processi la «trattativa» scellerata tra Stato e Antistato resta un teorema. Alla base del quale c’è il «papello» – ovvero l’elenco di richieste che sarebbe stato presentato dal boss Totò Riina – ma in origine lo ha visto e ne ha parlato solo Attilio Bolzoni di Repubblica, spalleggiato da Saverio Lodato dell’Unità, salvo poi non fare un’ottima figura nelle aule di giustizia una volta chiamati a darne conto. Aria fritta.
Ma torniamo ad ascoltare Salvatore Borsellino. Suo fratello lasciò trapelare qualcosa con i familiari?

«È quasi offensivo quello che mi sta chiedendo. Paolo era una persona seria, non parlava in casa del suo lavoro anche per la tutela dei familiari. Però aveva ripetuto più volte che avrebbe detto ciò che sapeva della strage di Capaci ai magistrati di Caltanisetta».

Ma non ne ha avuto il tempo?
«No, non ne ha avuto il tempo».


E bisogna seguire il ragionamento di quest’uomo che a distanza di 17 anni non ha visto diminuire, anzi, dolore e rabbia. Una rabbia, vissuta in modo molto borghese, molto composto, ma anche molto determinato.

«Vede, l’assassinio di Paolo era stato progettato dalla mafia ma non per quel momento. Come ha rivelato Giovanni Brusca (collaboratore di giustizia ndr) quando Riina disse che si doveva fare l’attentato di Capaci molti si opposero. Falcone era inviso all’interno della magistratura. Ma era molto sostenuto dall’opinione pubblica. La sua uccisione avrebbe provocato la reazione più forte dello Stato, come effettivamente fu».

Dopo il massacro di Capaci il Parlamento convertì in legge il cosiddetto decreto Falcone sui collaboratori di giustizia, furono trasferiti nelle carceri speciali 400 boss mafiosi.
«Nel luglio ’92 non era alla mafia che interessava l’eliminazione di mio fratello. La mafia doveva fare un favore a qualcuno. Quello che è accaduto non possiamo stabilirlo né io né lei. Io ho fiducia nella magistratura, in questi magistrati che ora stanno dimostrando di voler andare in fondo. E allora si capirà perché altri giudici, altri magistrati non hanno voluto vedere, non hanno voluto accertare, non hanno voluto capire».


Pierangelo Maurizio (
Il Tempo, 11 ottobre 2009)

Sandra Amurri intervista Agnese Borsellino

Sandra Amurri intervista Agnese Borsellino.

Scritto da Sandra Amurri

Senza la verità non sarà mai un Paese libero”

La vedova del magistrato dopo l’appello di Annozero “Sono una vedova di guerra”

Agnese Borsellino, vedova di Paolo, oggi assomiglia ad un’isola privata del suo mare che non ha perduto la speranza che le onde tornino a bagnarla. Parla di “Verità nascoste”, la puntata di Annozero. Delinea con la sua consueta signorilità il ritratto di chi ha perduto definitivamente la memoria e di chi la memoria la sta riconquistando pian piano. “Santoro e Ruotolo hanno fatto quello che i magistrati non sono riusciti a fare per 17 anni – dice – sulla bilancia sono stati messi i fatti e la bilancia ha smesso di pendere. Fatti che raccontano una storia molto pericolosa ancora da scrivere che sono stati affrontati con grande rigore etico. Credo che ora ognuno di noi abbia maggiori strumenti per accrescere la propria coscienza civica. Giovedì, a dimostrazione di quanto bisogno vi sia di un’informazione libera capace di spezzare la catena che protegge il muro di silenzio, sono saltati alcuni anelli”.

Per questo Liofredi, direttore di Raidue, voleva che quelle “Verità” restassero “nascoste”?

Ne sono rimasta colpita ma non meravigliata. Tuttavia preferisco non fare commenti e lasciare a chi legge e ascolta di trarre le considerazioni che vanno tratte.

Alcune memorie continuano ad essere fuori uso. Altre, lentamente, iniziano a funzionare. Perché?
Perché i tempi sono cambiati. Forse ci si sente meno soli, nel senso di isolati, anche grazie al ruolo dell’informazione, almeno di una certa informazione onesta. Le parole smuovono le coscienze, agitano gli animi. Oggi la magistratura indaga in quella direzione. C’è una coscienza collettiva che sta prendendo consapevolezza e ricordare diventa più facile. Talvolta in questo Paese gli uomini tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi. Le loro coscienze sono troppo, troppo pesanti. E per volare nel cielo limpido della legalità bisogna essere leggeri dentro. Provo una certa tenerezza, sa, per loro. Mi appaiono bambini che balbettano parole appena imparate e muovono incerti i primi passi. Solo che, a differenza dei bambini, hanno perduto il piacere della scoperta, la freschezza della curiosità, il gusto di vivere in un Paese pulito.

Si è mai trovata faccia a faccia con qualche “smemorato”?
Sì. E’ accaduto. Hanno farfugliato qualche parola di giustificazione non richiesta che ho lasciato cadere. A cosa serve dire loro ciò che già sanno? Il coraggio della verità, se lo si vuole, lo si può conquistare nel tempo, ma non lo si può inventare lì per lì.

C’è da dire che all’ombra degli eroi antimafia sono fiorite brillanti carriere.
Non voglio sentir parlare di mafia e antimafia. Chiacchiere da tempo perso. Tutte vittime, tutti eroi, come se fossimo accomunati dalla stessa storia. Non è così. Io non mi sento una vittima della mafia, non sono una vedova di mafia ma piuttosto una vedova di guerra. Sono una donna che ha perduto suo marito in guerra. Dunque, se mio marito è un eroe, è un eroe di guerra, perché quella che si è consumata è una guerra  tra Antistato e Stato in cui ha vinto la ragion di Stato e…

E?
E ragioni, interessi diversi. Mio marito ha continuato a lavorare di fronte ad una morte annunciata che lo rincorreva come una persona colpita dal cancro che sa di avere ancora poco tempo a disposizione. La morte non l’ha sorpreso eppure non è fuggito. Ricordo bene quando disse in tv che il tritolo per lui era già arrivato.

Diversamente da Di Pietro, avvisato e mandato all’estero, a suo marito nessuno disse nulla.
Lui lo aveva appreso dalle indagini che stava conducendo. Ripeto: lo disse in tv. Ma non accadde nulla. Ha combattuto con il valore della sola arma che possedeva: il senso dello Stato, di cui si sentiva un umile servitore. Un soldato che in quel momento si stava sacrificando sopra ogni forza per restituire giustizia alla morte del suo compagno di battaglia, Giovanni Falcone. Ne è seguito un attacco preventivo. Ucciderlo voleva dire eliminare un ostacolo che impediva il raggiungimento del fine.

Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?
No. Non è finita. Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità. Come può esserci pace in un Paese popolato ancora da ricattatori e ricattati? La mia fiducia è tutta dentro quel viso pulito, fiero di Cecilia, la ragazza di 14 anni intervenuta ad Annozero. Sapere che la morte di Paolo ha un senso anche per chi non era ancora nato è una gioia immensa che spero possa provare presto anche chi ancora tace.

“Vi chiedo in ginocchio di parlare” ha scritto nella lettera inviata ad Annozero. Un appello disperato.
Vi prego di non dimenticare che non si è mai lontani abbastanza dalla verità per poterla trovare. Vuol dire che non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere: è giunto il tempo della verità.


Come riesce a gestire quel conflitto tra emotività e ragione?

Con l’aiuto della fede, la sola capace di quietare il dolore, facendo prevalere la logica per non smarrire la lucidità dell’analisi. Paolo non mi ha mai detto nulla e non ha lasciato documenti in casa volutamente per evitare di metterci in pericolo. Ma Paolo era mio marito, lo conoscevo bene, ci conoscevamo bene. Sapevo interpretare i suoi silenzi, i suoi umori, cogliere quella sua irrefrenabile voglia di vivere con una sola preoccupazione: fare la differenza. Lo ripeteva spesso, i miei figli sono intrisi delle sue parole: non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Ho rimesso assieme frammenti di ricordi: parole ascoltate da una telefonata, sguardi rubati tra porte socchiuse, silenzi improvvisi e immotivati, gioie spezzate dall’angoscia”.
L’eredità di Paolo Borsellino è una scuola di pazienza, come lo è il mare che insegna a mostrare mani che si sporcano su cui puoi contare, gesti che dicono da che parte sta il tuo cuore, respiri che regalano la sapienza del riconoscere l’anima di chi si incontra al di là delle vesti che indossa e le maschere che calza per essere altro da sé o per paura di non sapere volare.

di Sandra Amurri (in Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

PeaceReporter – Il salvataggio non è un reato

Fonte: PeaceReporter – Il salvataggio non è un reato.

Dopo cinque anni assolti Elias Bierdel e Stefan Schmidt, della Cap Anamur, la nave che il 5 luglio 2004 salvò la vita a 37 naufraghi nel canale di Sicilia

di Gabriele del Grande

Cap AnamurAGRIGENTO – Salvare vite umane non costituisce reato. Molti lo riterranno scontato, eppure è la notizia dell’anno. Anzi degli ultimi cinque anni. Tanto infatti è passato dal 12 luglio 2004, quando l’equipaggio della nave Cap Anamur della omonima ong tedesca, venne arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dopo aver salvato la vita a 37 naufraghi soccorsi nel Canale di Sicilia. Dopo un estenuante processo durato 5 anni e oltre 30 udienze in cui sono stati sentiti più di 40 testimoni, il Tribunale di Agrigento oggi ha assolto con formula piena gli imputati: Elias Bierdel e Stefan Schmidt, rispettivamente presidente dell’associazione Cap Anamur e comandante dell’omonima nave, perché “il fatto non costituisce reato”. Il primo ufficiale Vlasimir Dachkevitce, è stato invece assolto per non avere commesso il fatto. Una sentenza per niente scontata, che smonta l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l’accusa aveva chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di multa.

Finisce così il calvario degli imputati, finiti sotto giudizio per aver rispettato il diritto marittimo, che obbliga al salvataggio e all’accompagnamento dei naufraghi nel porto sicuro più vicino. Una norma che però stride con il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di cui si rende autore chiunque accompagni sul territorio italiano cittadini stranieri privi di un regolare visto d’ingresso. E infatti il caso Cap Anamur non è l’unico. In molti ricorderanno le vicende del cargo Pinar, che ad aprile rimase bloccato per giorni in mare con dei naufraghi a bordo, in attesa che l’Italia ne autorizzasse lo sbarco. Quanti invece ricordano il caso dei sette pescatori tunisini di Teboulbah? L’8 agosto 2007 salvarono 44 naufraghi e li sbarcarono a Lampedusa, dove vennero arrestati in flagranza di reato, con l’accusa – di nuovo – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per loro la sentenza è fissata al 17 novembre 2009.

Gli avvocati di Bierdel e Schmidt si sono detti soddisfatti. “Oggi viene ristabilito un principio di diritto internazionale tra i più antichi al mondo: quello del salvataggio in mare, già codificato ai tempi dei Fenici”. Così l’avvocato Liana Nesta commenta l’assoluzione dell’equipaggio della Cap Anamur dopo un processo durato 5 anni, e che ha visto l’audizione di oltre 40 testimoni in 30 udienze. “Salvare vite umane – continua l’avvocato – è sempre un dovere e mai un reato”. E l’avvocato Vittorio Porzio aggiunge: “Con questa sentenza viene ristabilito anche un altro principio di diritto internazionale: e cioè che il salvataggio non si esaurisce prendendo a bordo i naufraghi ma portandoli in un porto sicuro, e a decidere quale sia questo porto spetta unicamente al comandante della nave, come previsto dalle convenzioni internazionali”. Gli avvocati della difesa attendono adeso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per valutare eventuali azioni di richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta detenzione di 4 giorni dei loro assistiti successivamente allo sbarco nel 2004 e per il danno di immagine subito.

Ma dove sono finiti oggi i 37 naufraghi soccorsi? 35 di loro furono rimpatriati nei mesi successivi al salvataggio: 17 in Ghana e 18 in Nigeria. E soltanto 2 di loro rimasero in Italia. Tra i 35 rimpatriati ben 24 avevano ottenuto il riconoscimento dello status umanitario dalla commissione di Caltanissetta. Non solo. Come ha ricordato Elias Bierdel in conferenza stampa, subito dopo il salvataggio oltre 37 città italiane si offrirono per accogliere i naufraghi, ma la loro disponibilità non venne raccolta dal governo italiano. “Attenzione però a non censurare soltanto il comportamento del governo italiano – aggiunge l’avvocato Porzio –. Lo stesso deprecabile comportamento fu tenuto allora dal governo tedesco, il quale rifiutò di concordare il diritto di transito dei naufraghi verso la Germania per poter esaminare là le loro richieste di asilo”.

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest.

Scritto da Peter Gomez

La nascita di Forza Italia

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest

Alla fine non è rimasto quasi niente: solo una condanna per corruzione e un giro milionario di fatture false. Le accuse di mafia sono cadute. Quelle per traffico di droga pure. Del presunto favoreggiamento al genero di Vittorio Mangano, Enrico Di Grusa, latitante a Milano negli anni Novanta, poi, è meglio non parlare. In cassazione è evaporato anche quello. Eppure la storia delle grandi cooperative di pulizie e servizi gestite a Milano dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, due buoni amici dell’ex fattore di Arcore, è centrale per capire che cosa è successo negli anni delle stragi. A sentire il pentito Giovanni Brusca, infatti, un pezzo della trattativa tra Stato e mafia (la seconda, da non confondere con la prima condotta dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino), è passata proprio attraverso quegli uffici dove, tra i quasi duemila dipendenti, lavorano pure due delle tre figlie di Mangano.



Brusca ne parla più di dieci anni fa. Racconta di aver convocato Mangano nel settembre del 1993 e di avergli chiesto di prendere contatto con Silvio Berlusconi. La prima trattativa è fallita: il 41 bis (il carcere duro) non è stato revocato, la pressione dello Stato su Cosa Nostra non si è allentata e, quello che è peggio, Totò Riina è in galera da 9 mesi. Discutere con i carabinieri come aveva fatto Ciancimino, non è insomma servito a niente. Così persino Luchino Bagarella, il cognato di Riina, quando gli si chiede come vanno le cose, allarga le braccia e dice: “Siamo in mezzo al mare”. Certo nè lui, nè Brusca sanno nulla dei legami politici che Riina aveva coltivato prima della sua cattura. L’altro corleonese, Bernardo Provenzano, che di rapporti ad alto livello ne ha molti, sembra poi sparito.


I fratelli Graviano, i boss del Brancaccio che per tutta l’estate avevano messo a ferro e fuoco l’Italia, sono latitanti al nord. E se anche hanno qualche filo per le mani, non lo fanno sapere. Per questo Brusca, dopo aver letto su “L’espresso ”
del 26 settembre ‘93 che Marcello Dell’Utri, per conto di Berlusconi, sta’ creando un partito, incontra Mangano: sul settimanale è riportata la storia dei suo antico legame con il braccio destro del Cavaliere. Una storia che lui non conosce, ma che adesso può essere importante.


L’ex fattore di Arcore prende appunti su un foglietto: deve dire a Berlusconi che “la sinistra (intesa come la sinistra Dc ndr) sapeva”, cioè era al corrente di tutti i retroscena delle bombe visto che tra Stato e mafia c’era stata una trattativa. Poi va a Milano e in novembre vede Dell’Utri (risulta da delle agende sequestrate al senatore azzurro). A far da tramite con l’ideatore di Forza Italia, spiega però il pentito, sono “dei suoi amici, dei suoi parenti, che avevano a che fare con una ditta di pulizie”. Attraverso di loro, secondo Brusca, vengono inviati messaggi alla Fininvest e, forse, per tutto il ‘94 giungono anche le risposte.


Quando invece era Mangano a muoversi, gli imprenditori telefonavano al gruppo del Biscione e dicevano: “Sono arrivate le arance ”. Brusca però non sa chi siano esattamente questi amici dell’ex fattore. A scoprirlo, grazie anche un nuovo pentito, saranno gli investigatori. Le indagini della Dia (Direzione investigativa antimafia) svelano come Dell’Utri ancora nel 1998 sia in contatto con Sartori, mentre l’analisi sui tabulati telefonici delle cooperative del super esperto informatico
Gioacchino Genchi, dimostrano che i legami sono molto antichi. Dell’Utri ha sulle sue agende un numero dell’imprenditore di Messina che risale a prima del 1990, e certamente, proprio come raccontato da Brusca, nel ’94 riceve a casa una sua telefonata. È un bel riscontro anche se non basta ancora per chiudere il cerchio.


Nessuno infatti può discutere i legami tra i vertici delle cooperative e la famiglia Mangano. Quando Vittorio viene arrestato, nel ’95, Sartori si precipita a
Palermo; in altri casi le indagini hanno evidenziato passaggi di denaro e, persino, festività trascorse in famiglia tutti assieme. Il problema è che le cooperative per Publitalia per le reti televisive del Cavaliere ci lavorano: le pulizie negli uffici le fanno loro. E così, dal punto di vista processuale, il fatto che Sartori dia un impiego pure alle figlie del boss e si sia ritrovato a difendersi dalle accuse di aver favorito la latitanza di suo genero, resta una coincidenza. A Milano le dichiarazioni del pentito Vincenzo La Piana non bastano per ottenere la condanna di Sartori e del suo socio Currò per mafia. E anche se La Piana parla di un traffico di cocaina che, a metà anni Novanta, doveva essere finanziato dal senatore azzurro, la storia a poco a poco si scolora. Nei faldoni restano a prender polvere pure le informative che descrivono Sartori come un uomo legato persino al boss-imprenditore di Bagheria, Michelangelo Alfano e alla mafia di Messina. In aula, invece, l’avvocato di Sartori esulta. “Questa è una vittoria anche per Dell’Utri”, dice. Il legale è un onorevole. Si chiama Gaetano Pecorella e di solito assiste Berlusconi. Ma anche questa è solo una coincidenza.


Peter Gomez (Fonte: il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

Carlo Vizzini: “Incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio”

Fonte: Carlo Vizzini: “Incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio”.

Scritto da Fabrizio Dell’Orefice

1 giugno 1992: ci siamo visti in Procura. Era lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte. Fu un colloquio franco e leale.
16 luglio 1992: Ci vedemmo al ristorante Moccoletto a Roma. Non era lo stesso, come se avesse coscienza che la sua vita era a rischio.

Va bene, procediamo con calma. Vizzini riprende fiato e ricorda: «Durante la trasmissione, Martelli ha sostenuto che Borsellino era a conoscenza della trattativa tra Stato e mafia. Non ho motivo di dubitare, anzi. Piuttosto, personalmente, ebbi un’impressione complessa». E si ferma.

La domanda è automatica. Lo incontrò? «Ci siamo rivisti il primo giugno del ’92. Proprio in mezzo alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Andai in Procura con il mio capo di gabinetto, il dottor Pietro Sirena. Stamattina, rimettendo a posto le carte, ho trovato il ritaglio di un quotidiano del giorno dopo. E mi ha fatto ricordare che durante quell’incontro arrivò anche una chiamata al 113, che ci allertava su una bomba messa nel Palazzo di giustizia».

Vizzini sorride, poi si rifà serio. «C’era il procuratore capo e il suo aggiunto, Paolo Borsellino appunto. Noi eravamo andati a incontrarli perché avevamo deciso di dare il nostro appoggio al governo Amato solo se vi fosse stata una netta presa di posizione a favore della lotta alla mafia. Andammo a spiegare il nostro pacchetto di proposte. Tra le altre, ricordo, c’era anche la riapertura del carcere dell’isola di Pianosa». L’allora segretario socialdemocratico ha un’immagine nitida di Borsellino, quel giorno: «Era iperattivo, lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte e mi colpì per il fatto che chiese l’intera documentazione e se la fotocopiò. Fu un colloquio franco e leale». Fu quello il primo incontro con il magistrato che sarebbe stato ucciso di lì a poco. Il secondo e ultimo avvenne il 16 luglio, tre giorni prima dell’eccidio di via D’Amelio. «Andò così – ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».

Il presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato rallenta. Parla più piano, scandisce le parole affinché il racconto sia il più preciso possibile: «Borsellino non era lo stesso che avevo incontrato prima. Era un altro uomo. Come se avesse piena coscienza del fatto che in quei giorni la sua vita era veramente a rischio». Quella sera si parlò a lungo. Spiega Vizzini: «L’attenzione di Borsellino fu tutta sul rapporto tra mafia e appalti. In altri parole: mafia, politica ed economia. Aveva perfettamente compreso quello che sarebbe stato raccontato dai pentiti tre o quattro anni dopo. E cioè che il rapporto tra i clan e le imprese era profondamente cambiato. Mentre prima gli imprenditori venivano in Sicilia e i mafiosi procedevano con le estorsioni, in quel periodo, nei primi anni Novanta, le industrie, soprattutto quelle grandi, si erano sedute al tavolo della spartizione assieme alla mafia».

Vizzini ricorda che quella sera raccontò di una denuncia che aveva fatto quattro anni prima, nel dicembre del 1988. «Ho ancora un ritaglio dell’Ora di Palermo. Il titolo era “Vizzini: imprenditori ricattati dalla pistola sul tavolino”. Borsellino fu molto colpito. Ci salutammo, a fine serata, con la promessa che ci saremmo rivisti anche la settimana successiva e avremmo approfondito questo tema». Ma allora perché venne ammazzato il famoso magistrato? Perché aveva scoperto qualcosa sulla trattativa mafia-politica o perché aveva compreso l’accordo mafia-imprese? Vizzini ci pensa un attimo. Poi spiega: «Penso che andrebbe fatta luce su tutti i punti oscuri. Ma credo che le due cose possono essere concorrenti. E comunque una non esclude l’altra. Parliamoci chiaro, andrebbe fatta luce sulla strategia della tensione, sulla stagione delle stragi. Parliamoci chiaro, io non credo che un mafioso da solo si faccia venire in mente di mettere una bomba al Velabro, a via dei Georgofili o a via Palestro. Per il semplice motivo che io, che sono un docente universitario, a stento so dove si trovano quelle strade».

Ma cosa poteva essere scoperto del rapporto mafia-imprese? Vizzini diventa più cauto: «Questo non lo posso sapere. Posso solo dire che nel ’96, Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici della mafia, parlò del sistema, raccontò come per esempio in alcune gare fosse stata favorita la Ferruzzi e addirittura ipotizzò che Gardini si fosse ammazzato per questo, per una cosa attinente alla mafia e non a Tangentopoli. In quel periodo c’erano grandi appalti. Sul fronte delle dighe. Sulle autostrade. Basta rivedere che cosa succedeva. E comunque ciò che è sicuro è che quella sera a Borsellino era tutto chiaro. Aveva capito che il rapporto tra boss e imprenditori non era occasionale, era stabile. Quasi organico. Il che dimostra che l’intreccio era mafia-politica-economia e forse occorre scoprire ancora il quarto livello: pezzi dello Stato deviato? Ma, attenzione, la nuova mafia sta ricostruendo i comitati d’affari senza sangue ma con tanti soldi».

Fabrizio Dell’Orefice (Fonte: Il Tempo, 10 ottobre 2009)

Mancino: “Nel ’92 nessuno mi parlò di trattative tra Stato e mafia” – cronaca – Repubblica.it

Fonte: Mancino: “Nel ’92 nessuno mi parlò di trattative tra Stato e mafia” – cronaca – Repubblica.it.

La replica dell’ex ministro dell’Interno alle dichiarazioni fatte da Claudio Martelli ad “Annozero”
Dopo la puntata, Sandro Ruotolo e Francesco Viviano interrogati in procura a Palermo

Santoro: “La ricerca di un accordo c’è stata ed è continuata anche dopo via D’Amelio”

ROMA – “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, confermo che nel ’92 nessuno mi parlò di possibili trattative”. Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, replica così alle affermazioni fatte anche dal suo predecessore Claudio Martelli nella puntata di Annozero andata in onda ieri sera. Nel programma si è parlato della trattativa segreta tra pezzi dello Stato ed esponenti mafiosi, anche in relazione alle stragi del 1992 e, secondo Martelli, Paolo Borsellino sarebbe stato informato di questa trattativa una ventina di giorni prima di essere ucciso. Quella trattativa c’è stata, ribadisce oggi Michele Santoro, ed è “continuata anche dopo la strage di via D’Amelio” aggiunge il conduttore commentando le parole di Mancino.

La puntata di ieri sera ha ottenuto ancora una volta un ottimo risultato di ascolti: è stata vista da 5.844.000 spettatori con uno share del 23,32 per cento. E ha avuto un seguito in Procura a Palermo dove sono stati chiamati Sandro Ruotolo e Franco Viviano per alcuni chiarimenti in merito a quanto è emerso ieri.

Trattativa Stato-mafia, le rivelazioni in tv. Nel corso della puntata di ieri sera Sandro Ruotolo ha riferito quanto raccontato dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, secondo cui anche il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato a conoscenza del “dialogo” aperto dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che agiva come canale di collegamento tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Una circostanza che aggiunge ulteriori misteri alla vicenda del magistrato ucciso nell’estate del 1992 in via D’Amelio.

Ruotolo e Viviano interrogati a Palermo. Dopo le dichiarazioni fatte ieri sera, il cronista di Annozero Sandro Ruotolo e l’inviato di Repubblica Francesco Viviano sono stati interrogati questa mattina come testimoni in procura, a Palermo, proprio a proposito delle rivelazioni sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Ruotolo, ascoltato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, ha raccontato come sono andate le cose nel corso della preparazione della puntata, confermando quanto gli è stato riferito personalmente dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli e cioè che Paolo Borsellino fu informato da Liliana Ferraro del fatto che i carabinieri cercavano una copertura ‘istituzionale’ per un’eventuale trattativa con Cosa nostra attraverso Ciancimino. Ora saranno convocati anche Claudio Martelli e Liliana Ferraro: i due dovranno spiegare perché in questi 17 anni non sono andati in procura a riferire le notizie rivelate ieri sera, e dovranno spiegarlo ai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi del ’92, e a quelli di Palermo che cercano di far luce sulla trattativa.

La smentita di Mancino “Desidero far presente – dice l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino – che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del governo, il ministro dell’Interno o il ministro della Difesa. Per quanto mi riguarda, confermo che nel’92 nessuno mi parlò di simili trattative”. “Il riferito incontro, come ricostruito ad Annozero dall’onorevole Claudio Martelli – prosegue Mancino – fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca responsabile dell’ufficio del ministero della Giustizia già ricoperto dal giudice Falcone, incontro durante il quale il capitano De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche, si concluse con l’invito rivolto dalla dottoressa Ferraro al capitano De Donno di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini”. Quindi, si chiede Mancino, “è questa una trattativa?”. Da ministro dell’Interno, ricorda Mancino, diedi “immediato e decisivo impulso” a provvedimenti legislativi “adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla mafia” e a potenziare le forze di polizia impegnate contro la mafia. Mancino infine nega, come già fatto in passato, di aver incontrato Paolo Borsellino il 1° luglio 1992, giorno del suo insediamento al Viminale, o in altre, successive occasioni.

La replica di Santoro Le parole di Mancino provocano la replica di Michele Santoro: “La verità è tutta da accertare. Ma sicuramente bastano le deposizioni degli ufficiali che contattarono Vito Ciancimino, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, per essere certi che la trattativa continuò anche dopo via D’Amelio. Questo, per amore della verità”, ha detto il giornalista all’Ansa. “Data l’importanza dell’argomento – aggiunge Santoro – vorrei semplicemente sottolineare che l’intervento della dottoressa Ferraro precedette la strage di via D’Amelio. Come siano andate effettivamente le cose è tutto da verificare, anche se Massimo Ciancimino ritiene che proprio in quei giorni la trattativa sia entrata nel vivo”.