PeaceReporter – Il salvataggio non è un reato

Fonte: PeaceReporter – Il salvataggio non è un reato.

Dopo cinque anni assolti Elias Bierdel e Stefan Schmidt, della Cap Anamur, la nave che il 5 luglio 2004 salvò la vita a 37 naufraghi nel canale di Sicilia

di Gabriele del Grande

Cap AnamurAGRIGENTO – Salvare vite umane non costituisce reato. Molti lo riterranno scontato, eppure è la notizia dell’anno. Anzi degli ultimi cinque anni. Tanto infatti è passato dal 12 luglio 2004, quando l’equipaggio della nave Cap Anamur della omonima ong tedesca, venne arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dopo aver salvato la vita a 37 naufraghi soccorsi nel Canale di Sicilia. Dopo un estenuante processo durato 5 anni e oltre 30 udienze in cui sono stati sentiti più di 40 testimoni, il Tribunale di Agrigento oggi ha assolto con formula piena gli imputati: Elias Bierdel e Stefan Schmidt, rispettivamente presidente dell’associazione Cap Anamur e comandante dell’omonima nave, perché “il fatto non costituisce reato”. Il primo ufficiale Vlasimir Dachkevitce, è stato invece assolto per non avere commesso il fatto. Una sentenza per niente scontata, che smonta l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l’accusa aveva chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di multa.

Finisce così il calvario degli imputati, finiti sotto giudizio per aver rispettato il diritto marittimo, che obbliga al salvataggio e all’accompagnamento dei naufraghi nel porto sicuro più vicino. Una norma che però stride con il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di cui si rende autore chiunque accompagni sul territorio italiano cittadini stranieri privi di un regolare visto d’ingresso. E infatti il caso Cap Anamur non è l’unico. In molti ricorderanno le vicende del cargo Pinar, che ad aprile rimase bloccato per giorni in mare con dei naufraghi a bordo, in attesa che l’Italia ne autorizzasse lo sbarco. Quanti invece ricordano il caso dei sette pescatori tunisini di Teboulbah? L’8 agosto 2007 salvarono 44 naufraghi e li sbarcarono a Lampedusa, dove vennero arrestati in flagranza di reato, con l’accusa – di nuovo – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per loro la sentenza è fissata al 17 novembre 2009.

Gli avvocati di Bierdel e Schmidt si sono detti soddisfatti. “Oggi viene ristabilito un principio di diritto internazionale tra i più antichi al mondo: quello del salvataggio in mare, già codificato ai tempi dei Fenici”. Così l’avvocato Liana Nesta commenta l’assoluzione dell’equipaggio della Cap Anamur dopo un processo durato 5 anni, e che ha visto l’audizione di oltre 40 testimoni in 30 udienze. “Salvare vite umane – continua l’avvocato – è sempre un dovere e mai un reato”. E l’avvocato Vittorio Porzio aggiunge: “Con questa sentenza viene ristabilito anche un altro principio di diritto internazionale: e cioè che il salvataggio non si esaurisce prendendo a bordo i naufraghi ma portandoli in un porto sicuro, e a decidere quale sia questo porto spetta unicamente al comandante della nave, come previsto dalle convenzioni internazionali”. Gli avvocati della difesa attendono adeso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per valutare eventuali azioni di richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta detenzione di 4 giorni dei loro assistiti successivamente allo sbarco nel 2004 e per il danno di immagine subito.

Ma dove sono finiti oggi i 37 naufraghi soccorsi? 35 di loro furono rimpatriati nei mesi successivi al salvataggio: 17 in Ghana e 18 in Nigeria. E soltanto 2 di loro rimasero in Italia. Tra i 35 rimpatriati ben 24 avevano ottenuto il riconoscimento dello status umanitario dalla commissione di Caltanissetta. Non solo. Come ha ricordato Elias Bierdel in conferenza stampa, subito dopo il salvataggio oltre 37 città italiane si offrirono per accogliere i naufraghi, ma la loro disponibilità non venne raccolta dal governo italiano. “Attenzione però a non censurare soltanto il comportamento del governo italiano – aggiunge l’avvocato Porzio –. Lo stesso deprecabile comportamento fu tenuto allora dal governo tedesco, il quale rifiutò di concordare il diritto di transito dei naufraghi verso la Germania per poter esaminare là le loro richieste di asilo”.

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