Archivi del giorno: 20 ottobre 2009

Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice

Fonte: Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice.

Scritto da Marco Travaglio

Sbaglia Antonio Di Pietro quando chiede al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso di “fare i nomi di chi gestì questa indecente mercificazione dello Stato” con la mafia. E sbagliano le verginelle violate della commissione Antimafia, i vari Tassone, D’Alia e altri, che scoprono all’improvviso l’acqua calda, fingendo di non sapere che ciò che ha detto Grasso non è frutto di sue scoperte o intuizioni recenti, ma è tutto scritto nelle sentenze definitive di condanna degli esecutori materiali delle stragi: dopo Lima e Falcone, Totò Riina aveva in programma di eliminare una serie di politici (Martelli, Mannino, Andreotti, Vizzini e altri); poi però fu dirottato su Borsellino da un input esterno.

Così, invece dei politici, morirono il povero giudice e, un anno dopo, altri dieci cittadini inermi. Grasso non può invece conoscere i nomi dei politici che avviarono o coprirono quell’immonda e criminogena trattativa con la mafia: li stanno cercando i pm di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano che indagano sui mandanti occulti di via d’Amelio e delle stragi del ’93 a Milano, Firenze, Roma e sui patteggiamenti retrostanti fra Stato e Cosa Nostra. Sono altre le domande da porre al dottor Grasso. Riguardano la gestione quantomeno “minimalista” o “sbadata” del caso Ciancimino da parte della Procura di Palermo da lui diretta fra il 2000 e il 2005.

Perché la lettera di Provenzano a Berlusconi, sequestrata dai carabinieri nel 2005 a casa di Ciancimino jr., non fu trasmessa ai magistrati del processo Dell’Utri, non fu allegata agli atti del processo al figlio di don Vito, ma fu “dimenticata” in uno scatolone, per giunta strappata e dimezzata?

E perché Ciancimino jr. non fu mai interrogato su quella lettera del capo della mafia al capo del governo, né sulla trattativa del Ros con suo padre?

E perché Grasso, nel 2000, non avvertì i colleghi sulle riunioni in carcere fra l’allora Pna Vigna e i boss (Aglieri e altri) ansiosi di “dissociarsi“ a costo zero, riunioni di cui anche lui era informato, salvo poi dichiarare: “Se ci fosse stato quel patto ci saremmo dimessi tutti”?

E perché il pm Alfonso Sabella, che nel 2001 si oppose ai nuovi maneggi per la “dissociazione” dei boss, fu cacciato su due piedi dalla direzione delle carceri dove lavorava?

E’ troppo sperare in qualche risposta esauriente, o anche per il dottor Grasso e i suoi sostenitori a mezzo stampa fare domande è “delegittimazione”?

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni.

Roma – 20 ott. (Adnkronos)“Sono testimone vivente dei riscontri originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un’indagine a Palermo su mafia e appalti, un’indagine importante che secondo me rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della strage di via d’Amelio”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso dell’intervista rilasciata a Klaus Davi per il programma KlausCondicio, visibile su YouTube. “Segnalai alla procura di Palermo l’acquisizione e lo sviluppo di un cellulare di Ciancimino, quindi – ha aggiunto Genchi – sono testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell’Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu’ importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato”


Genchi, nell’intervista, ha affermato anche che “fu il Ministero degli Interni a ‘trasferire’ Arnaldo La Barbera, stoppandone difatti le indagini, dopo che le stesse individuarono coinvolgimenti dei servizi. Di questo sono testimone vivente”. “Parlo da testimone e non per sentito dire – ha proseguito Genchi – Ero un giovane funzionario di Polizia molto valorizzato da Parisi all’epoca. Ricordo che a La Barbera furono affidate le indagini su Capaci e via D’Amelio”. “Ho toccato con mano quello che e’ avvenuto, ovviamente non pensavo che si trattasse di una trattativa – ha sottolineato Genchi – notai qualcosa di strano quando prima fui trasferito io ad ottobre dopo aver decodificato il databank Casio cancellato di Falcone da cui emersero una serie di elementi importantissimi e, a distanza di qualche mese, quando abbiamo imboccato proprio la pista sui servizi segreti, sulle collusioni interne alle istituzioni, ai rapporti con la magistratura di cui aveva parlato Mutolo e poi, infine, con le ultime verbalizzazioni di Paolo Borsellino su Mutolo, su cui molti temevano e che in molti cercarono di bloccare”. “Quando si imbocco’ questa strada La Barbera fu immediatamente trasferito, stranamente trasferito dal Ministero dell’Interno, eravamo sotto Natale. Il trasferimento fu ordinato dal Ministero degli Interni, certo sicuramente non da Parisi, perche’ Parisi ci aveva dato tutta la solidarieta’ e tutto l’aiuto possibile ed immaginabile”, ha concluso Genchi.

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini.

Roma, 20 ott. (Adnkronos) – “Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche’ San Giovanni e San Giorgio, perche’ non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu’ risalto? Perche’ non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perche’ proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e’ diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell’intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube.

Genchi parla poi della strage di via D’Amelio: “Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita’. Invece l’esplosivo utilizzato in via D’Amelio e’ un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe’ in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra”. “Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita’ che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio”, aggiunge Genchi, che conclude affermando: “Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche’ il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l’autista rimase indenne, vivo, l’unico, perche’ si trovava dentro la macchina”.

Come Berlusconi aiuta la mafia | ItaliaDall’Estero

Come Berlusconi aiuta la mafia

Articolo di Giustizia, pubblicato martedì 13 ottobre 2009 in Germania.

[Handelsblatt.com]

Per togliersi da dosso i giudici il primo ministro italiano Silvio Berlusconi progetta una riforma della giustizia. In questo modo mette in pericolo le efficacissime strategie degli inquirenti contro la mafia. Un rapporto delle proprietà che prima appartenevano all’associazione criminale segreta.

Il premier italiano Silvio Berlusconi vuole rendere più difficili le intercettazioni telefoniche.

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Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa

Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa.

“La trattativa c’è stata, ne sono testimone”, giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi super consulente delle procure (fino al caso dell’ “Archivio Genchi”), lavorò alle indagini sulla strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino, “Ma fummo fermati. Arrivò l’annuncio che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell’Interno a spiegare l’operato dello Stato”.


Le Primissime fasi dell’indagine.

“Sin dall’immediatezza della strage l’attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l’uomo di fiducia di Toto Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a Dicembre 1991”.

Qual era il suo incarico allora?
“Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e la zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l’attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta”.


Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?

“L’attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità delle dichiarazioni di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la “zona grigia” che aveva fatto da contorno a cosa nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al ministero dell’interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di Mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni”.


La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.

“La signora Borsellino, già molti anni fa, mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto”.


Ma chi c’era nel Castello?

“Si era installato un gruppo di persone che erano state all’alto commissariato per la lotta alla mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C’erano ufficiali che erano stati all’alto commissariato, dov’era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco ed altri soggetti su cui abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D’Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l’esplosivo”.


Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.

“Si. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell’edificio, hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti”.


Ma perchè proprio quella zona?

“Questo è l’interrogativo: perchè quell’attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perchè in via D’Amelio dove occasionalmente si recava dalla madre? Perchè in quella zona c’era quel “controllo” del territorio, perchè era stato possibile eseguire un’intercettazione telefonica sul telefono della madre e perchè c’era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto”.


Un’operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.

“C’è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a Cosa Nostra che si sono occupati dell’attentato. Per tutte le altre stragi di Mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di come è stato posizionato l’esplosivo, di come è stato operato. Per via D’Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla”.


La trattativa c’è stata?

“Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nella mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone-Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. Perchè aveva già la squadra mobile, la Criminalpol, e perchè i magistrati Cardella e Boccassini sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l’inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell’Interno, senza incarico, nell’immediatezza dell’arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina”.

Marco Menduni (IL SECOLO XIX, 20 ottobre 2009)

Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri

Fonte: Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

IL COLONNELLO RICCIO RICORDA LE PRIME RIVELAZIONI DI UN PENTITO CHE FU SUBITO UCCISO

Al colonnello Mario Mori, guardandolo dritto negli occhi, aveva detto: ‘‘Certi attentati li avete voluti voi”. Una settimana dopo fu massacrato a colpi di pistola nel centro di Catania. Luigi Ilardo, il ”confidente” che aveva svelato al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso e che stava facendo i nomi dei nuovi referenti politici della mafia, fu assassinato il 10 maggio 1996 in circostanze misteriose e con un tempismo davvero sorprendente: otto giorni dopo il suo incontro al Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta GianCarlo Caselli e Giovanni Tinebra, e appena quattro giorni prima di formalizzare la sua piena collaborazione con la giustizia.
Chi lo uccise e perché?
Nessuno, all’interno di Cosa nostra, sapeva che Ilardo fosse un ”informatore” e che stesse raccontando agli investigatori tutti i dettagli dell’ultima fase della trattativa: quella proseguita dopo la nascita della Seconda Repubblica. Lo racconta Aurelio Quattroluni, il mafioso che era stato incaricato dell’eliminazione del ”confidente”. Qualcuno avvertì Cosa nostra del pericolo che Ilardo, reggente mafioso delle quattro province orientali della Sicilia, costituiva con le sue rivelazioni? Ne sono certi i pm siciliani che ipotizzano l’esistenza di una ”soffiata”, partita dall’interno delle istituzioni, per tappare la bocca all’ ”informatore”. Ne era convinto anche il capitano Antonio Damiano, che comandava il Ros di Caltanissetta, e che al suo collega Riccio aveva detto, preoccupato: ‘‘Mi sa che la notizia della collaborazione di Ilardo è uscita dalla procura di Caltanissetta”. Per questo gli atti dell’ inchiesta sull’omicidio Ilardo, conclusa con un’archiviazione, nei giorni scorsi sono stati acquisiti dalle procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa che, secondo i pm di Palermo, sarebbe all’origine anche della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, da parte dei carabinieri del Ros. Proprio su alcuni passaggi del negoziato tra Stato e mafia, nel processo al generale Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per aver lasciato fuggire Binu da quel casolare di Mezzojuso, ignorando le ”soffiate” di Ilardo, stamane è chiamato a deporre in aula l’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante.
Ma cosa stava raccontando di così pericoloso Ilardo?
Negli incontri con Michele Riccio, avvenuti a partire dal 1993, il ”confidente” aveva fatto il nome di Marcello Dell’Utri come del ”contatto stabilito da Bernardo Provenzano con un personaggio dell’entourage di Berlusconi”.
Un contatto che aveva dato ”assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa nostra nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali”. Un contatto che garantiva il nuovo dialogo tra la mafia e le istituzioni, attraverso Forza Italia. Ma non solo. Ilardo aveva fatto il nome del socialista Salvo Andò, ex ministro della Difesa nel periodo delle stragi. Di lui, il confidente aveva detto che ”i collegamenti di Riina nascevano dai suoi contatti con il Psi”. Ma nell’elenco di Ilardo, indicati come personaggi vicini a Cosa nostra, sono in tanti: Giulio Andreotti, Lillo Mannino, Giuseppe Grippaldi (ex deputato regionale di An in Sicilia), Mimmo Sudano (ex senatore catanese dell’Udc), il magistrato Dolcino Favi (il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a De Magistris l’inchiesta Why not). E Antonio Subranni, generale del Ros a quel tempo il diretto superiore di Mori. Il confidente disse a Riccio: ”Ho qualcosa da raccontare su di lui…”. Ma secondo Ilardo, Provenzano aveva una linea di rapporto con le istituzioni ”diversa e più segreta”, rispetto a Riina attraverso gli imprenditori: e a Riccio fece i nomi di Ligresti e Gardini. E ancora: il ”confidente” parlò del senatore Antonino La Russa, e del figlio Vincenzo, padre e fratello del ministro Ignazio La Russa, come di alcuni tra i ”tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di Cosa nostra e la direzione di Forza Italia per la Sicilia orientale”. Tutti nomi e rapporti ovviamente da verificare.
E per questo motivo, Riccio inviò a Mori una serie di relazioni con le ”confidenze” di Ilardo. Racconta Riccio: ‘‘Mori mi chiese di non inserire i nomi dei politici, ma io quei nomi li scrissi tutti, tranne quello di Dell’Utri”.
Perche’?

”Dopo quello che mi aveva detto Mori -spiego’ Riccio – sarebbe scoppiato il finimondo”.

Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti

Da non perdere l’intervista in video di Rainews24 a Massimo Ciancimino che conferma che mafia e politica hanno sempre fatto affari insieme.

Prima parte:

Seconda parte:

Fonte dell’articolo: Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Massimo Ciancimino continua a parlare e a fornire documenti agli inquirenti. Lo ha fatto ancora ieri per più di quattro ore in Procura a davanti ai pm del capoluogo e di Caltanissetta. All’interrogatorio hanno partecipato, infatti, il procuratore aggiunto di Antonio Ingroia, i pm Nino Di Matteo e , il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Domenico Gozzo. La presenza di entrambe le Procure significa che si è parlato non solo della trattativa e del famoso papello, ma anche della strage di via D’Amelio, di competenza del Tribunale di Caltanissetta. Poche ore prima si era lasciato sfuggire alcuni dettagli nuovi sulla vicenda della trattativa fra Stato e mafia, datandola nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio nel 1992. «La trattativa è iniziata – ha spiegato il figlio dell’ex sindaco – quando il capitano (Di Donno) in aereo mi avvicina e mi dice che vuole avviare una trattativa. Mio padre, tramite altri canali, volle sapere se davvero questi due soggetti (i vertici del Ros) erano accreditati e avevano le coperture tali per potere mantenere questi impegni». E poi ha spiegato perché la scelta come mediatore fosse caduta proprio sul padre, raccontando che «il rapporto costante tra e le istituzioni è stato duraturo e ha rappresentato la politica e l’imprenditoria degli ultimi anni in Sicila. Il ruolo di mio padre era di cercare un equilibrio e far sì che l’equilibrio reggesse». Queste dichiarazioni, quasi uno sfogo rilasciato a Rainews24, sono state probabilmente causate dalle “disavventure” della notte precedente, quando due uomini del reparto operativo dei carabinieri,
in borghese, sono stati identificati dalla scorta di Ciancimino sotto la sua casa. Strana coincidenza, anche se i carabinieri si sono affrettati a smentire che i due uomini stessero svolgendo qualche indagine relativa al figlio dell’ex sindaco di , anche perché ieri mattina, a poche ore dallo strano “incidente”, Ciancimino ha testimoniato proprio sul ruolo avuto dai Ros sulla trattativa fra Stato e mafia.
E sempre sui reparti speciali dell’Arma si attende per oggi in aula a la dichiarazione di Mario Mori, l’alto ufficiale indicato dai pentiti e da Ciancimino e oggi anche da alcuni esponenti del governo dell’epoca come uno dei protagonisti della presunta trattativa. E domani dovrebbe essere anche il giorno della deposizione in Procura di Luciano Violante che, all’inizio dell’estate, aveva ricordato alcuni dettagli mai resi pubblici su alcuni tentativi di abboccamento da parte di Vito Ciancimino con intermediario proprio Mori. Intanto si attendono gli originali del papello e degli appunti di Ciancimino, nonché le registrazioni effettuate dallo stesso ex sindaco durante i presunti incontri avvenuti con gli alti ufficiali dell’Arma. Tutti questi materiali sarebbero ancora in una cassetta di all’estero, ma dovrebbero essere nelle mani dei magistrati entro la fine del mese.

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