Archivi del giorno: 21 ottobre 2009

Mafia. Genchi: Nel ’91 contatti tra Ciancimino Jr e governo

La notizia (vedi sotto) che Ciancimino nel 1991 avesse rapporti con la presidenza del consiglio non ci sorprende, anzi conferma i sospetti che tutti avevano.

Per tutto il 1991 il presidente del consiglio fu Giulio Andreotti (governi Andreotti VI e VII), dunque Ciancimino era il tramite tra lui e la cupola di Cosa Nostra. Che Andreotti fosse colluso con la mafia ce lo dice la sentenza che lo manda prescritto per concorso esterno in associazione mafiosa. Questi fatti però sono risalenti a 18 anni fa, e la prescrizione se non ricordo male è di 22 anni. Se si riuscisse a fare un processo rapido, forse si riuscirebbe ad avere una condanna, anche se simbolica, dato che vista l’età non credo che farebbe nemmeno un secondo di galera.

Secondo wikipedia al ministero di grazia e giustizia c’erano Vassalli fino al 2 febbraio e poi Martelli. Chi fosse il contatto di Ciancimino però è da scoprire.

Ministro Giuliano Vassalli (PSI) fino al 02/02/91
Claudio Martelli interim dal 02/02/91
Sottosegretari Franco Castiglione (PSI), Giovanni Coco (DC), Vincenzo Sorice (DC)

Per il ministero degli interni la situazione era quella indicata sotto. Anche in questo caso non sappiamo chi fosse il contatto.

Ministro Vincenzo Scotti (DC)
Sottosegretari Saverio D’Aquino (PLI), Franco Fausti (DC), Giancarlo Ruffino (DC), Valdo Spini (PSI)

Fonte: Mafia. Genchi: Nel ’91 contatti tra Ciancimino Jr e governo.

Palermo, 21 ott. (Apcom) – “Noi nell’indagine mafia e appalti, partendo dal ritrovamento di una agenda telefonica di un imprenditore arrestato per mafia, Benny D’Agostino, trovammo il numero di cellulare di Massimo Ciancimino segnato come ‘Massimo Rolex'”. Lo rivela al Tg3 Sicilia il consulente informatico Gioacchino Genchi che in passato si occupò anche delle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Dall’analisi dei dati di traffico del 1991, cioè prima delle stragi, sono emersi contatti con utenze riservate della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell’Interno e con cellulari e utenze fisse del ministero della Giustizia“. Genchi rivela anche che vennero riscontrate “frequentazioni romane che davano il quadro completo dei rapporti, non solo imprenditoriali, politici e affaristici di Ciancimino, ma davano contatti con apparati dello Stato”. Per quanto riguarda la presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, Genchi ha sottolineato che “non ha mai riguardato lo Stato nella sua interezza, lo Stato, fortunatamente è un’istituzione sana e non può essere intaccata. Ci sono alcuni soggetti – sostiene – che per fare carriera nel corpo o istituzione di appartenenza o partito politico nel quale militano vengono di volta in volta in contatto con la mafia”. A proposito dei ricordi, dopo 17 anni, sopraggiunti a molti protagonisti della vita italiana del 1992, Genchi ha detto che “non c’è da meravigliarsi di questo festival degli smemorati, qualcun altro ancora non ricorda, ma lo ricorderà presto”.

ComeDonChisciotte – ECCO COME MORIMMO

Fonte: ComeDonChisciotte – ECCO COME MORIMMO.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Il processo iniziò il 23 agosto del 1971 nella sale della Camera di Commercio degli Stati Uniti d’America, e arrivò alla sentenza il 31 maggio del 1975 nell’assemblea plenaria della Commissione Trilaterale a Kyoto. In quattro anni di dibattimento i Padroni della nostra vita decisero che l’imputato doveva morire. L’imputato si chiamava Sinistra, cioè diritti, cioè democrazia partecipativa dei cittadini comuni, cioè pace, tolleranza, interesse collettivo, amore libero e libero pensiero, cioè Un Mondo Migliore per ogni uomo o donna di questo pianeta, cioè il mondo che avremmo voluto avere e che oggi non abbiamo. Negli anni ’70 quel mondo appariva sul punto di realizzarsi, sospinto dallo straordinario vento di progressismo che aveva spazzato il mondo occidentale nella decade precedente. La sentenza decretò che l’imputato era colpevole, e ne dettò le modalità di esecuzione capitale. Oggi quello che vi appare come il Potere – dalle multinazionali alle guerre economiche, la P2, le mafie, il mostro mediatico commerciale, la Casta politica e le altre Caste, le lobby dell’attacco alle Costituzioni, l’impero dei consumi – non lo è. Queste manifestazioni aberranti sono solo il risultato di quella sentenza. Il Potere è la cupola dei mandanti di allora e di oggi, quella è l’origine di tutto.

Chi di voi è molto giovane stenterà a credere a queste parole, ma realmente fino all’epoca del processo di cui parlo esisteva una cosa chiamata Speranza. Era figlia di due secoli di lotte epocali di uomini e di donne comuni, un’epopea di sacrifici immani in difesa di idee stupefacenti, condotta dalla fine del ‘700 alla fine del ‘900 da persone che furono capaci di cambiare la Storia. E cambiare la Storia significava una sola cosa: strappare il potere ai pochi e darlo a molti, per il bene di tutti, per stare meglio tutti. I pochi, eredi di un potere gigantesco tramandato dalla notte dei tempi, subirono per oltre due secoli quel cambiamento in modi che oggi sono inimmaginabili, fino al giorno in cui decisero che era giunta l’ora di fermare la Storia. L’idea di giustizia secondo cui i molti avevano il diritto di decidere a scapito degli interessi dei pochi, cioè l’esser di Sinistra, doveva essere messa in stato di fermo ed estinta. Iniziò così il processo, una mattina di agosto del 1971.

Le righe che seguono vi dicono essenzialmente una cosa: combattere il Potere significa capire chi veramente è, poiché combattere i suoi pupazzi e i suoi tentacoli non serve a nulla. E’ necessario che qualcuno vi aiuti a comprendere innanzi tutto dove nacque ilnemico’, quali mezzi ha usato, con quali strategie, cioè capire il percorso che ha portato noi persone comuni contro il muro di oggi, per far sì che forse domani altri uomini e altre donne tornino a lottare contro il bersaglio giusto e con mezzi adeguati. I maggiori ‘antagonisti’ odierni non si curano di questo, e stanno sbagliando sostanzialmente tutto. Ricordatevi che ogni singola citazione che leggerete di seguito ha cambiato e sta cambiando tutta la nostra vita in tutto il mondo, perché sono le parole del Potere, il vero Potere. E allora bando alla ciance, ed ecco i fatti.

L’avvocato ‘del diavolo’.

Dunque, fermare la Sinistra, per sempre. I primi a porsi questa meta furono non a caso i businessmen americani dell’era Nixon a capolino degli anni ‘70, capitanati da Eugene Sydnor Jr. della Camera di Commercio USA. Ma come fare, si chiesero? La risposta fu chiara: con la forza delle idee, il potere immane delle idee. Non fu forse così che gli Illuministi vinsero la guerra contro tremila anni di assolutismi blindati? Un’idea spacca, sconvolge, vince. Bastò una telefonata alla persona giusta, un avvocato. Lewis Powell sedeva come legale nei consigli di amministrazione di svariate aziende, era uomo di grande cultura e acuto pensiero, gli fu affidato il compito di iniziare il processo per fermare la Storia.

Powell scrisse unMemorandum’ di undici pagine scarse, in un linguaggio da prima liceo, e forgiò così la prima arma storica per il contrattacco vincente delle nuove destre internazionali: la semplicità. Concetti semplici, sgrossati fino all’assoluto essenziale, una comunicazione diretta e comprensibile da chiunque – dal presidente della grande industria come dal taxista. Le destre comunicano così, sempre, e infatti sempre vengono recepite. Ed essere recepiti, significa vincere. Le sinistre invece non hanno mai capito neppure l’abc della comunicazione, né oggi vogliono capirlo.

Le regole di guerra.

Prima idea di Lewis Powell: all’alba degli anni ’70, è arrivata l’ora di cambiare tutti i valori figli di due secoli di rivoluzioni di sinistra, nientemeno.

La diagnosi: “(Noi delle destre economiche) non ci troviamo di fronte ad attacchi sporadici. Piuttosto, l’attacco al Sistema delle corporations è sistematico e condiviso. C’è una “guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale”. “E’ chiaro come il sole che le fondamenta stesse della nostra libertà sono sotto attacco massiccio”, perché “la minaccia al sistema delle imprese non è solo una questione di economia, ma colpisce la libertà dell’individuo”. E non c’è da discutere, poiché “l’unica alternativa al (nostro) sistema sono le dittature delle burocrazie socialiste o fasciste”.

La chiamata alle armi: “E’ arrivata l’ora per il business americano di marciare contro coloro che lo vogliono distruggere”.

Chi sono i virus da sopprimere? “Certamente la sinistra estrema, che è molto più numerosa, meglio finanziata e benaccetta di quanto non lo sia mai stata prima nella Storia. Ma le voci più preoccupanti provengono da elementi perfettamente rispettabili, come le università, i media, gli intellettuali, gli artisti, e anche i politici. La massima preoccupazione del Potere deve essere “l’ostilità delle sinistre e dei riformatori sociali”. Poi vengono gli studenti, infatti “quasi la metà degli studenti è a favore della socializzazione delle industrie americane fondamentali”. Le sinistre stanno portando un “vasto attacco al sistema stesso, che mina la fiducia del pubblico e lo confonde”.

Contate quelle parole; sono poco più di 170. Esse ci raccontano già tutto quello che è accaduto nei trentotto anni successivi, in tutto l’Occidente, nei campi sociale, economico, ideologico, politico, dell’istruzione, dei media, sindacale. Cioè la vostra vita. Ma continuiamo.

Lewis Powell dettò le regole di guerra, e i primi a doversi disciplinare erano proprio i Padroni del Vapore, che dopo una decade di successi dello Stato Sociale in Europa e anche negli USA, dopo cioè il decennio più di sinistra che il mondo avesse mai conosciuto, si percepivano come ridotti in uno stato di irrilevanza. IlMemorandum’ proclama infatti che “pochi elementi della società americana di oggi hanno così poca influenza sul governo come il business, le corporazioni, e gli azionisti… Non è esagerato affermare che… siamo i dimenticati”. Per sovvertire un’intera epoca ormai considerata trionfante, quella degli Stati Sociali, le destre dovranno avere la forza di “organizzarsi, pianificare nel lungo termine, essere disciplinate per un periodo illimitato, essere finanziate con uno sforzo unificato”. Ovvero, trasformarsi in un esercito di attivisti di micidiale efficacia. La conseguenza di questi semplici concetti sarà enorme: nacque così il mondo delle lobby moderne del potere economico, quelle che oggi eleggono i presidenti americani, che regolano le guerre in Medioriente, che decidono le politiche europee per noi tutti, che decidono chi può commerciare e che cosa in tutto il mondo e che infatti hanno portato “il business, le corporazioni, e gli azionisti” dall’essere “i dimenticati” allo strapotere di oggi. Powell fa qui una premessa scioccante, se letta in tempi moderni: “Il business deve imparare le lezioni messe in pratica dal mondo dei lavoratori, cioè che il potere politico è indispensabile, che deve essere coltivato con assiduità, e usato in modo aggressivo se necessario, senza imbarazzo”. In altre parole, questo passaggio ci rivela che le destre trovarono le vie del riscatto imitando precisamente quella che era la forza delle sinistre di quell’epoca. Loro la acquisirono, noi l’abbiamo perduta. E poi: “Chi ci rappresenta deve diventare molto più aggressivo… deve far pressione con forza su tutta la politica perché ci sostenga, e non dovremo esitare a penalizzare chi a noi si oppone”. Le lobby dovranno dedicarsi particolarmente al settore giudiziario, “sfruttandolo, come hanno fatto le sinistre, i sindacati e i gruppi dei diritti civili… che ebbero successi spesso a nostre spese”.

I gemelli vincenti: Educationtelevision.

Lewis Powell intuì che in conseguenza proprio di questo attacco alla Sinistra, il futuro decisionale delle società moderne si sarebbe spostato dall’attivismo popolare tipico del dopoguerra ai colletti bianchi sfornati in numeri sempre maggiori dalle università occidentali. Ma gli atenei dell’epoca erano visti dall’autore delMemorandum’ come pericolosissimi covi di idee sovversive: “Vi sono apparsi oratori di sinistra ed estremisti a centinaia… ma non vi è stata alcuna parità di presenze dei sostenitori del sistema di governo americano e del business”. Dunque, la forza delle lobby di destra doveva colpire a tutto spiano le università. Le Scienze Politiche erano il primo bunker da espugnare, e le destre economiche dovevano creare un esercito di “docenti che credono fermamente nel sistema delle imprese”. Una volta raggiunta tale meta, “i nostri docenti dovranno valutare i libri di testo, soprattutto quelli di economia, scienze politiche e sociologia”. Ma il lavoro centrale delle lobby accademiche di destra era da destinarsi ovviamente agli insegnamenti di economia, dove “dobbiamo godere di un rapporto particolare con le facoltà”. Ecco spiegato con cristallina chiarezza da dove nasce il fondamentalismo del Libero Mercato, detto anche Neoliberismo, che da vent’anni domina ogni singolo insegnamento di economia universitaria dopo aver estirpato anche la più microscopica resistenza a tale dogma. E sappiano i lettori meno ferrati, che è dalle fucine universitarie Neoliberali che provengono le politiche di perenne impoverimento dei nostri servizi essenziali, del diritto al lavoro, del diritto alla salute, del diritto agli alloggi, del sistema pensionistico, del bene comune, ecc. Cioè le decisioni su come noi viviamo e moriamo. I nostri governi sono solo esecutori che non hanno scelta, e dunque non è a Berlusconi né a Prodi o a Tremonti che dobbiamo guardare per comprendere da dove viene il nostro (miserabile) tempo, e non è contro di loro che dobbiamo combattere.

Nel 1971, all’epoca degli sforzi di Lewis Powell, i media erano già centrali ai giochi del Potere, ma non come il Potere avrebbe voluto. E l’avvocato neppure qui si perse in giri di parole: “Le televisioni dovranno essere monitorate costantemente nello stesso modo indicato per i libri di testo universitari. Questo va applicato agli approfondimenti Tv, che spesso contengono le critiche più insidiose al sistema del business”. La stampa e la radio non sfuggono: “Ogni possibile mezzo va impiegato… per promuoverci attraverso questi media”; né le riviste popolari, dove “vi dovrà essere un costante afflusso di nostri articoli”; né le edicole, dove “esiste un’opportunità di educare il pubblico e dove però oggi non si trovano pubblicazioni attraenti fatte da noi”. Powell prescrisse qui il boom, realmente poi avvenuto, dell’editoria popolare straripante di rappresentazioni positive del consumismo, cioè dell’Esistenza Commerciale. Ma le sue parole preconizzarono anche l’avvento dei messaggi subliminali che i media moderni ci rifilano in ogni forma e salsa per rafforzare il Sistema, e infatti egli scrisse “Spendiamo centinaia di milioni di dollari in pubblicità… ma solo una frazione di essi pubblicizza il Sistema”.

Solo il meglio.

IlMemorandum’ che segnò il primo passo per l’esecuzione capitale della Speranza, si conclude con le direttive assolute impartite da Powell al futuro esercito dei padroni del mondo. Primo, essere sempre ultra finanziati, e qui, scrive l’avvocato, “necessitiamo di un sostegno finanziario da parte delle corporations molto superiore di quanto abbiano mai fatto finora”. Powell sapeva che l’essenziale lavoro di creazione del consenso non poteva essere affidato a ‘belle anime’ intellettuali o a volontari spesso impreparati (come invece è sempre stato nelle sinistre e ancora è), e infatti sancì che chi lavora al progetto di fermare la Storia deve essere “pagato allo stesso livello dei più noti businessmen e professori universitari”, e le loro competenze “dovranno essere eccezionalmente alte, nei settori chiave come la pubblicità e i media, il mondo intellettuale, l’avvocatura”. Il progetto di fermare la Storia deve essere perennemente controllato nella qualità e fedeltà, e “le nostre presenze nei media, nei convegni, nell’editoria, nella pubblicità, nelle aule dei tribunali, e nelle commissioni legislative, dovranno essere superbamente precise e di eccezionale livello”.

Undici pagine così scritte da un singolo uomo furono prese a modello dalle destre economiche di tutto il mondo occidentale, che, come chiunque di noi può verificare, le hanno messe in pratica sostanzialmente alla lettera. E il risultato si vede, in milioni di esseri umani benestanti ipnotizzati dai “valori del Sistema”; in milioni di studenti indottrinati in un’unica direzione; nella corrosione implacabile dei diritti fondamentali come lavoro, alloggio e salute causata dalla vittoria del “sistema delle imprese”; in una rete immensa di media che ossessivamente promuovono quel Sistema; nello strapotere delle sue lobby; e nella micidiale compattezza, competenza, abilità ed efficienza dell’implacabile macchina dell’Esistenza Commerciale. Quelle undici pagine di concetti dettati in estrema sintesi sono state il software che ha guidato le destre economiche per 38 anni in un lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette, unite, disciplinate, discrete, senza mai un dissenso e con una comunicazione studiata come null’altro al mondo. Cioè Il Potere, dedicatosi anima e corpo nella guerra alla Speranza, che fino al 1971 si chiamò Sinistra, e che, come preannunciato, fu definitivamente decapitata quattro anni dopo i primi sforzi di Lewis Powell. Ci volle infatti il lavoro di altri tre uomini per completare il processo, e altre poche pagine di parole scritte con grande semplicità.

La Democrazia va salvata, uccidiamola.

E’ sconsolante assistere in questi giorni agli sbraiti di alcuni demagoghi che denunciano l’attacco alla democrazia, portato oggi a sentir loro da alcuni pupazzi del Potere e dalle loro malefatte locali. E’ come se qualcuno ci gridasse allarmi per l’avvento del consumismo perché dietro casa sua è stato aperto un ipermercato. L’attacco alle democrazie fu pianificato 34 anni fa, e con tale efficacia da non lasciare speranza. Come si è detto in precedenza, esso fu l’atto finale della condanna a morte della Sinistra.

La Commissione Trilaterale nacque nel 1973 come libera associazione di cittadini americani, europei e giapponesi con l’intento di “incoraggiare una stretta collaborazione fra queste tre regioni sui problemi comuni, e di migliorare la comprensione pubblica di questi problemi”. Naturalmente questo proclama è una baggianata. Essa è un club esclusivo di potenti personaggi decisi a tutelare i propri interessi, ma che, contrariamente a quanto si crede, non sono affatto un crocchio di autocrati mafiosi e complottisti. La Commissione Trilaterale è invece il volto più che pubblico delle destre economiche moderne, cioè pieni sostenitori della democrazia, intesa però come strumento liberamente consegnato a pochi da parte di molti affinché poi i molti possano fare l’interesse dei pochi. Infatti, una delle acquisizioni fondamentali delle destre moderne è stata che le dittature non sono più il mezzo migliore per spremere i cittadini; esse sono affari sporchi, incontrollabili, che finiscono sempre col creare imbarazzanti contraccolpi sui media. Meglio la democrazia, teleguidata naturalmente. Ed ecco che se fino a ieri le destre occidentali esportavano colpi di Stato (Iran, Cile, Grecia ecc.), oggi esportano democrazia (Iraq, Afghanistan, Pakistan ecc.). Ma la democrazia ha un brutto vizio: tende a riportare l’interesse dei molti in primo piano, a scapito degli interessi dei pochi. Tende cioè a essere istintivamente di sinistra. E allora bisognava intervenire. La Commissione Trilaterale ha fatto questo negli scorsi trentaquattro anni, con la gentile partecipazione di personaggi noti e meno noti, come Zbigniev Brzezinski, Jimmy Carter, David Rockefeller, Giovanni Agnelli, Piero Bassetti, Francesco Forte, Arrigo Levi, Carlo Secchi, Edmond de Rothschild, George Bush padre, Dick Cheney, Bill Clinton, Alan Greenspan, Henry Kissinger e tantissimi altri.

Spiego meglio: la democrazia liberamente espressa fa giocoforza l’interesse dei cittadini, visto che sono i cittadini a governarla, e questo ha sempre combaciato perfettamente con l’ideale della Sinistra. Ciò, come si diceva, fu vero più che mai alla fine degli anni ’60, a compimento di due secoli e oltre di Storia. Il Potere non gradiva, ma si è anche detto che il Potere aveva compreso il valore della democrazia come veicolo supremo dei suoi interessi, e qui stava una forte contraddizione. I Padroni del Vapore, all’epoca del processo iniziato da Lewis Powell, dissero in sostanza: la democrazia sta consacrando la sinistra, dunque dobbiamo ucciderla; ma la democrazia ci serve, per cui dobbiamo salvarla. Soluzioni? Di nuovo partirono poche telefonate, questa volta a tre pensatori: Samuel P. Huntington, Michel J. Crozier e Joji Watanuki. Tre intellettuali, docenti universitari e consulenti di governi, rispettivamente americano il primo, francese il secondo e giapponese il terzo. Di nuovo essi stilarono le ricette in termini semplicissimi, nelle 227 pagine del loro The Crisis of Democracy, consegnato alla Commissione Trilaterale nel 1975. Di nuovo essi prescrissero la condanna a morte della Sinistra, ma con uno stupefacente ma. Esso era contenuto nella risposta alla contraddizione di cui sopra, una risposta che può apparire demenziale: se volete salvare la democrazia e ucciderla allo stesso tempo, dovete salvare la democrazia mentre la uccidete. Seguitemi e sarà chiaro.

La spiegazione dell’assurdo paradigma appena scritto si trova, in fondo, nelle parole a pagina 157 di The Crisis of Democracy, dove si legge che “la storia del successo della democrazia… sta nell’assimilazione di grosse fette della popolazione all’interno dei valori, atteggiamenti e modelli di consumo della classe media”. Cosa vuol dire? Significa che se si vuole uccidere la democrazia partecipativa dei cittadini (quella che per definizione fa l’interesse dei molti a scapito dei pochi privilegiati – la Sinistra) mantenendo in vita l’involucro della democrazia (quella che ci fa votare i pochi privilegiati che poi ci spremono come limoni) bisogna farci diventare tutti consumatori, spettatori, piccoli investitori. Che è quello che ci hanno fatto. Così ci hanno fregati, ci hanno annientati come protagonisti della democrazia. E’ stata la loro idea suprema, di suprema genialità. La massa dei cittadini che in seguito a due secoli di lotte dal basso aveva appena imparato a divenire partecipativa, è stata ridotta a Spettatori inerti, appunto consumatori, spettatori, piccoli investitori. L’involucro della democrazia fu salvato, il suo contenuto fu annientato. I tre autori scrissero le istruzioni in termini chiarissimi, ed esse furono messe in pratica per oltre trent’anni in tutto l’Occidente: “Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato (prima degli anni ’60 nda) ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene. Infatti, nel testo si legge che la minaccia alla democrazia americana proveniva “dalla dinamica stessa della democrazia in una società altamente istruita, mobilitata e partecipativa”, quella dove erano fioriti i “gruppi giovanili, etnici, e dove quei gruppi stavano assumendo una nuova consapevolezza”. Andavano disattivati, resi apatici, immobili, ed è accaduto precisamente questo ovunque, con il boom edonistico degli anni ’80 e con l’avvento della Tv commerciale.

Vi chiedo di soffermarvi sulle righe qui sopra, perché se si comprende questo si comprende chi è il Potere, come hanno lavorato e chi veramente dobbiamo combattere. Cioè non Berlusconi, ma il Sistema che usa Berlusconi come uno dei suoi tanti strumenti per i suoi scopi finali. E’ infatti assolutamente inutile che oggi gli antagonisti di moda in Italia sbraitino contro la Casta, perché non fu la Casta a disabilitare la democrazia, e soprattutto non è sbraitando contro la Casta che si riattivano i cittadini spenti ormai da più di trent’anni dalle strategie di The Crisis of Democracy.

“Curare la democrazia con ancor più democrazia è come aggiungere benzina al fuoco.”

Il lavoro di Samuel P. Huntington, Michel J. Crozier e Joji Watanuki si spinse però molto oltre, per colpire ogni aspetto cruciale della democrazia partecipativa. Basta leggere a pagina 161 la lista di ciò che secondo gli autori ostacola la democrazia: “1) la ricerca dell’eguaglianza e del valore dell’individuo… 2) l’espansione della partecipazione alla politica… 3) la competizione politica essenziale alla democrazia… 4) l’attenzione che il governo dà all’elettorato e alle pressioni dalla società”. Ora, se pensate all’epoca che stiamo vivendo, vi trovate in ordine che : 1) sono stati distrutti l’eguaglianza e il valore dell’individuo attraverso la cultura della Visibilità (leggi Vippismo, sia nel Sistema che nell’Antisistema); infatti oggi, e nonostante ci troviamo nella modernità evoluta, chi non è ‘visibile’ nel potere o nei media o nello spettacolo/sport è uno zero sociale rispetto ai chi lo è – 2) l’apatia partecipativa nella polis è ai massimi livelli, così come nelle fabbriche o nella cultura – 3) l’eliminazione dei partiti minori a favore dei grandi schieramenti ha imbavagliato diverse forze politiche ed eliminato del tutto altre – 4) la sensazione a livello di cittadinanza è che il governo ignori sempre e cronicamente le istanze reclamate dai cittadini attivi e dai gruppi che non siano lobby di potere. Ergo, le istruzioni di Huntington, Crozier e Watanuki combaciano in tutto con il presente.

Essi dissero al Potere che “l’idea democratica secondo cui il governo deve rispondere ai cittadini, crea in questi aspettative di soddisfazione dei bisogni e di eliminazione dei mali che affliggono certi gruppi nella società”, e che “curare la democrazia con ancor più democrazia è come aggiungere benzina al fuoco”. Parole incredibili, ma hanno però di fatto modellato le nostre vite fino a oggi. Naturalmente ogni idea di Stato Sociale che “avrebbe dato ai lavoratori garanzie e avrebbe alleviato la disoccupazione” veniva tacciata di essere “una deriva disastrosa… poiché avrebbe dato origine a un periodo di caos sociale”. Nel testo si avvertono i potenti che “L’impulso della democrazia è di diminuire il potere del governo, di aumentare le sue funzioni, e di diminuire la sua autorità”, che è esattamente ciò che invece doveva accadere se le nostre democrazie fossero rimaste sane.

The Crisis of Democracy proclama che la risposta a questi ‘mali’ democratici doveva essere una sola: il ritorno al governo delle elite. Huntington, Crozier e Watanuki iniziano ricordando l’esempio illuminante del Presidente americano Truman, che “era stato in grado di governare il Paese grazie all’aiuto di un piccolo numero di avvocati e di banchieri di Wall Street”. Infatti, “la democrazia è solo una delle fonti dell’autorità e non è neppure sempre applicabile. In diverse istanze”, scrivono gli autori, “chi è più esperto, o più anziano nella gerarchia, o più bravo può mettere da parte la legittimazione democratica nel reclamare per sé l’autorità”. Faccio notare che queste parole scandalose furono nella realtà il fondamento ideologico di ciò che avverrà in Europa 34 anni dopo con la creazione della nuova Europa sancita dal Trattato di Lisbona, che infatti decreta che noi europei verremo tutti governati in futuro da una elite di burocrati super specializzati che nessuno di noi potrà eleggere, avendo appunto messo da parte ogni legittimazione democratica. Capite da dove viene l’attacco alla democrazia di oggi?

La trappola.

I sindacati, e ogni altra forma di associazione di cittadini attivi, erano ovviamente un problema da affrontare. Qui gli autori diedero il meglio di sé, con una delle trovate più insidiose della storia politica moderna: la cooptazione. Compresero che nelle democrazie evolute era ormai controproducente mantenere uno scontro frontale con i sindacati o con altre organizzazione similari, e con le loro parole diedero inizio a una delle epoche più infami dei rapporti fra Potere e mondo dei lavoratori/cittadini, quella che nel giro di pochi decenni porterà i sindacati dalla loro storica tradizione di lotta per ottenere sempre maggiori diritti, alla miserevole condizione odierna, dove essi ormai possono solo contrattate sul ‘grado di abolizione dei diritti’. Huntington, Crozier e Watanuki scrissero: “Le richieste crescenti e le pressioni sui governi impongono una collaborazione maggiore. Potremmo escogitare mezzi per assicurarci sostegno e risorse… dai sindacati e dalle associazioni civiche. Si faccia attenzione: queste parole vengono scritte agli albori degli anni ’70, in un’epoca in cui la sola idea di un sindacato che “assicurasse sostegno e risorse” al governo avrebbe attratto derisione da una parte se non grida di alto tradimento e sommosse violente nelle fabbriche di tutta Italia. Ma è successo, ce l’hanno fatto fare, e non è necessario riassumere qui la vergognosa parabola in quel senso di CGIL, CISL e UIL perennemente impegnate a togliere le castagne dal fuoco a governi e imprese, o addirittura a finanziare partiti che saranno poi parte dei governi che dovrebbero monitorare. La medesima cosa è accaduta per le cosiddette organizzazioni di cittadinanza attiva, le ONLUS e altri, che oggi sempre più sono cooptati nella spartizione delle torte dei servizi alla cittadinanza, dimentiche che la loro funzione era di vigilare e di combattere le amministrazioni, non di banchettarvi assieme. Ma tornando ai sindacati, The Crisis of Democracy aveva in serbo un altro siluro. Gli autori compresero che la forza delle formazioni sindacali stava nell’ideologia radicale, poiché “quando essa perde forza, diminuisce il potere dei sindacati di ottenere risultati”. E quale potesse essere l’antidoto all’ideologia, gli apparve subito chiaro: la concertazione. Scrissero infatti: “(Essa) produce disaffezione da parte dei lavoratori, che non si riconoscono in quel processo burocratico e tendono a distanziarsene, e questo significa che più i sindacati accettano la concertazione più diventano deboli e meno capaci di mobilitare i lavoratori, e di metter pressione sui governi”. La concertazione nacque dunque per disabilitare i sindacati. Questi ragionamenti sono inseriti in un contesto più ampio nel testo, ma colpisce come un fulmine il fatto che quei germi della futura disgregazione sindacale fossero così lucidamente chiari a coloro che trentaquattro anni fa pianificavano l’esecuzione capitale della Sinistra in tutto l’Occidente. E non era solo necessario cooptare i sindacati e chiuderli nella trappola della concertazione; bisognava anche privilegiare quelli più grossi e autoritari nella leadership, poiché “nello Stato moderno i capi potenti dei sindacati… capaci di comandare i propri membri, sono una minaccia inferiore all’autorità dei leader politici e sono persino un aiuto ad essa”. Il motivo era chiaro: “Se i sindacati sono disorganizzati, se i membri sono ribelli, se le rivendicazioni estreme e gli scioperi selvaggi sono frequenti, l’applicazione di una politica nazionale dei salari diventa impossibile… contribuendo all’indebolimento del governo (non dei lavoratori!, nda)”, dunque ben venga il sindacato corporazione, più facile da domare.

Questi concetti raccontano, come in un percorso prestampato, tutto ciò che è avvenuto poi, fino alla miserrima condizione odierna dove i sindacati “potenti e capaci di comandare i propri membri” hanno svenduto il Diritto Umano al lavoro e hanno del tutto abbandonato il radicalismo necessario a impedire una tale sciagurata deriva. Di nuovo, ciò dimostra che se vogliamo combattere anche questo trionfo del Potere sul mondo del lavoro di oggi, è inutile prendersela con gli affari parrocchiali di questo o quel governo italiano, di questo o quel leader sindacale. Essi sono solo esecutori volenti o nolenti, nulla di più. Gli esempi si sprecano, come la cocciuta insistenza di ogni nostro esecutivo negli ultimi dieci anni nell’innalzamento dell’età pensionabile, a fronte del fatto che i contabili di Stato continuano a dire che i conti delle casse previdenziali sono invece sanissimi. Perché allora quell’insistenza? Perché devono eseguire ordini dall’alto, ordini concepiti più di trent’anni fa in altri luoghi del mondo. E allora vanno combattuti i mandanti, che oggi come allora non si chiamano Tremonti, Ichino o Epifani.

Social Control.

Come risulta chiaro, il Potere già allora possedeva una visuale cristallina dei problemi seri da affrontare, o di quelli irrilevanti nonostante le apparenze. Fra questi ultimi c’era la massiccia presenza comunista negli Stati europei come l’Italia, che veniva liquidata già nel 1975 con queste parole: “I partiti comunisti hanno perso terreno quasi ovunque nell’Europa occidentale. La loro ideologia è sbiadita, e appare come una Chiesa omologata il cui carisma è in parte scomparso. Perché mai partiti così sedati e moderati dovrebbero costituire una minaccia alla democrazia proprio quando ne rispettano le fondamenta?. Liberi dal pericolo di un’effettiva resistenza da parte dei ‘rossi’ (14 anni prima del crollo del Muro di Berlino), i Padroni del Vapore dovevano concentrarsi su elementi assai più moderni, come i media. La Tv fra tutti doveva essere controllata, poiché “vi sono prove massicce che ci dicono che lo sviluppo del giornalismo televisivo ha contribuito all’indebolimento dell’autorità dei governi”, e che anche la stampa “ha assunto un ruolo sempre più critico verso i governanti e i loro funzionari”. L’avvento dei media disposti a sfidare l’autorità era per gli autori una minaccia al funzionamento stesso degli esecutivi, poiché “ha reso quasi impossibile il mantenimento del distacco per governare”, e oltre tutto “l’etica democratica rende difficile oggi impedire (ai media) l’accesso e decurtare l’informazione”. Lamentabile era in particolare “il crescente potere dei giornalisti a discapito di quello degli editori o dei padroni”, e questo obbrobrio veniva affermato senza l’ombra della vergogna. Dunque qualcosa andava fatto, urgentemente, e The Crisis of Democracy decreta cosa: “Occorrono misure importanti per ristabilire il giusto equilibrio fra la stampa, il governo e altre istituzioni”, un concetto che suona come una bestemmia a chiunque abbia chiaro che imporre tale equilibrio significa imbavagliare il ruolo di controllo dell’informazione sui poteri. Superfluo elencare ora come questi precetti si sono di nuovo trasformati in realtà, e come gli esecutori come Murdoch o Berlusconi ancora oggi lavorino per eseguire quegli ordini.

Il lavoro di cui stiamo trattando mantiene tuttavia la focale ben puntata sui cittadini di quell’epoca, che erano usciti dai turbolenti e rivoluzionari anni ’60 rinvigoriti nell’attivismo politico, gente che “siccome richiede (ai governi) maggiori interventi per risolvere i loro problemi, necessita di ancor più controllo sociale”. L’attivismo di quei tempi era democrazia partecipativa, ed essa era la Speranza, ovvero la Sinistra, che andava decapitata. Nel decalogo della riscossa del Potere di Huntington, Crozier e Watanuki, il controllo sociale è una delle ghigliottine. Anzi, più precisamente si parlò il controllo sociale indiretto sull’individuo, quello che sappiamo essere il più subdolo e il meno plateale, il più difficile da contrastare. Uno strumento già oliato in parte negli USA, ma semi sconosciuto in Europa, “dove la disciplina sociale non è adorata come in Giappone, e dove le forme indirette di controllo sociale sviluppate in America non sono presenti”, in particolare in Italia. Il pericolo di tale mancanza di controlli sociali è che “le classi lavoratrici non vengano del tutto assimilate nel ‘gioco sociale’, specialmente nelle nazioni latine”. In altre parole: se non li si include nel grande popolo dei consumatori, non li potremo controllare mai e continueranno a partecipare. E nelle nuove democrazie consumistiche, sentenziano Huntington, Crozier e Watanuki, sarà necessario “sperimentare metodi più flessibili che producano maggior controllo sociale con minore coercizione”. Dodici parole, dodici stringate parole che prescrivono al Potere uno dei processi di ingegneria sociale più devastanti della Storia, finalizzato al controllo di tutti noi: l’Esistenza Commerciale e la Cultura delle Visibilità, cioè le masse dei cittadini ridotti a consumatori/spettatori del tutto disattivati, e che infatti verrà rilanciato con immane potenza di fuoco a partire dalla decade successiva, fino a oggi.

The Crisis of Democracy fu discusso dall’assemblea plenaria della Commissione Trilaterale il 31 maggio del 1975. Le voci di dissenso a questo processo alla democrazia partecipativa vi furono anche in seno alla Commissione stessa, ma di fatto i tre autori diverranno da lì a poco membri dell’amministrazione di Jimmy Carter e le loro idee prenderanno il volo, per atterrare oggi sui davanzali delle nostre case, assieme a quelle dell’avvocato Lewis Powell. Ecco come morì la Sinistra, ecco chi veramente decide come la gente deve vivere. La lista dei manovratori del mondo non si ferma ovviamente a quelli menzionati, ve ne sono altri (WTO, IMF, gli investitori internazionali, le grandi banche d’affari come Goldman Sachs, la Commissione Europea, il gruppo Bilderberg, le Think Tank economiche ecc.), ma sono sempre membri dello stesso club, una elite ristretta che dopo due secoli di sconfitte è tornata sul trono. Ecco chi è il Potere, quello che telecomanda tutto ciò che i nostri politici e amministratori fanno di fondamentale.

Conclusione.

Cosa fare in concreto? Innanzi tutto, l’attivismo italiano deve essere meno egocentrico. Oggi in Italia viviamo una sciagurata deriva pilotata da approfittatori in malafede, che vorrebbero convincerci che i problemi capitali di sessanta milioni di italiani sono quelli percepiti da loro e dalla minoranza di borghesi o studenti col sedere protetto che li seguono, e cioè i problemi relativi a Berlusconi e ai sui guai giudiziari, o alle sue presunte connivenze con le mafie regionali, o al suo mediocre conflitto d’interessi ecc. Queste sono sciocchezze se paragonate a quanto sopra descritto, che al contrario domina in modo devastante la vita concreta degli italiani nei sei ambiti vitali: Lavoro, Alloggi, Sanità, (Non) potere di decidere la propria economia, Istruzione, e Possibilità di partecipare alla polis. Decine di milioni di italiani ogni mattina affrontano veri drammi in questi sei campi, drammi che ne decidono la vita e quella dei loro figli, che li angosciano, e che li hanno resi del tutto inerti e impotenti, esattamente come voleva il Potere. Chi si definisce attivista dovrebbe accettare che certe ‘manie’ di moda non sono i problemi capitali delle persone, che gli odiati target di moda non sono le cause primarie del male degli italiani, e infine che è del tutto inutile incitare i cittadini alla partecipazione se essi sono stati scientificamente disabilitati da più di trentacinque anni di lavoro dell’Esistenza Commerciale e della Cultura della Visibilità. Va trovato l’antidoto alla loro paralisi, inutile urlargli addosso con l’Industria della Denuncia e dell’Indignazione. O si comprende questo oppure siamo finiti.

La lotta va fatta con la stessa intelligenza e con la stessa immensa perizia con cui il Potere ha riconquistato il mondo, e che ho sopra descritto. Contro il bersaglio giusto.

Paolo Barnard
Fonte: http://www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=151
20.10.2009

Trattativa Stato e Mafia – Le verità di Violante : Pietro Orsatti

Fonte: Trattativa Stato e Mafia – Le verità di Violante : Pietro Orsatti.

Nel giorno dell’audizione dell’ex presidente della Camera Violante, uno dei figli dell’ex sindaco conferma: «Mio padre era l’intermediario, Obinu e Mori la controparte»

di Pietro Orsatti su Terra

E’ stata una mattinata di quelle che non si vedevano da tempo a . L’aula del tribunale dove si sta svolgendo il processo Mori-Obinu era stracolma di giornalisti, fotografi, telecamere. Stiamo parlando del processo al generale dei , ex capo del Sismi e oggi prefetto Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso.
In aula era attesa l’audizione di Luciano Violante sugli incontri avuti con Mori e sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. Presente solo Mori, mentre l’altro imputato, Obinu, era assente. L’ex presidente della Camera ha confermato quello che già aveva lasciato trapelare negli scorsi mesi, ovvero di aver ricevuto per tre volte Mori nel ’93, quando era il numero uno della commissione Antimafia, che gli sollecitava un incontro riservato con l’ex sindaco di Vito Ciancimino. «La prima volta Mori mi disse che Vito Ciancimino, che viveva a Roma dalle parti di piazza di Spagna – ha raccontato in aula Violante – intendeva parlarmi riservatamente e che mi voleva dire delle cose importanti e che mi avrebbe chiesto qualcosa. In quell’occasione feci presente che non svolgevo colloqui riservati e che poteva chiedere un’istanza all’Ufficio di presidenza della commissione Antimafia, che avrebbe valutato la vicenda. Il 29 ottobre comunicai alla Commissione che Ciancimino voleva essere sentito». Nonostante l’insistenza di Mori, che ogni volta ripeteva la stessa richiesta, Luciano Violante respinse ogni appuntamento. I tre incontri e la richiesta di mettere in atto un approccio riservato con Ciancimino sono stati confermati anche dall’alto ufficiale che al termine dell’audizione di Violante ha rilasciato una dichiarazione spontanea e ha depositato una memoria scritta. Ma Mori ha negato che si trattasse di incontri finalizzati alla trattativa e anzi ha ribadito che il suo rivolgersi al presidente della commissione Antimafia testimonierebbe sulla sua buona fede e correttezza istituzionale. Ma, di fatto, Mori non ha spiegato per quale ragione così insistentemente si è fatto promotore di questo incontro come del resto Violante non ha dato conto di 17 anni di silenzio su questa vicenda nonostante ormai da anni si parli diffusamente della trattativa e di chi ne fu protagonista. Mori ha anche ricordato come ebbe «ripetuti contatti telefonici con , che conoscevo da tempo, finché il magistrato mi chiamò dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano De Donno. Decidemmo di vederci a il 25 giugno 1992, negli uffici del , perché il dottor Borsellino disse che non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro». Questo confermerebbe in parte le dichiarazioni sia di Claudio Martelli sia di altri dipendenti del ministero di Giustizia che nelle scorse settimane avevano riaperto anche questo capitolo, ma Mori ha negato che si trattasse di comunicare al magistrato l’esistenza di un’ipotesi di trattativa. Ma una frase della sua deposizione ha creato stupore: «Nel salutarci, il dottor Borsellino raccomandò ancora la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della Procura di », aprendo di fatto un nuovo capitolo di questa già intricata vicenda, ovvero l’ipotesi di un “traditore” nella magistratura palermitana.
Ma ieri non hanno parlato solo Violante e Mori, ma anche l’altro figlio di Ciancimino, Giovanni, che ha invece ribadito che la trattativa ci fu, che suo padre ne era intermediario e che Mori e Obinu ne sarebbero stati la controparte. «Ricordo che mio padre fino al giugno del ’92 diceva sempre “farò la stessa fine di Salvo” (il riferimento è a Salvo Lima ucciso nel marzo ’91, ndr). Ma poi, dopo l’incontro di giugno con i “personaggi altolocati” di cui parlava, ringalluzzì. È come se avesse avuto altra linfa vitale».
E ha poi così proseguito: «Mio fratello Massimo era a conoscenza dell’argomento, mentre io evitavo di parlarne. Fu Massimo a dirmi che un colonnello doveva andare a parlare con mio padre a Roma per dei racconti confidenziali». E sempre nella stessa sede Giovanni Ciancimino ha ribadito anche lui di essere stato messo a conoscenza dell’esistenza del famigerato “papello”.

Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del ’93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l’Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell’Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d’onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall’organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.

Tra mafia e Stato | L’espresso

Fonte: Tra mafia e Stato | L’espresso.

di Lirio Abbate

Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l’arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi

E’ la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: “Eh! Finalmente si sono fatti sotto”. Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: “Ah, ci ho fatto un papello così…” e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l’aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del “papello” Brusca le ricorda così: “Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino”.

L’uomo che uccise Giovanni Falcone – di cui “L’espresso” anticipa il contenuto dei verbali inediti – sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell’Interno, il politico che avrebbe “coperto” inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L’ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative”.

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al “papello”, le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell’Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre ’92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché “Mancino aveva preso questa posizione”. E quella è la prima e l’ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell’arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.

Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi “facili facili”, come l’uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell’incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell’eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell’allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi – e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del “papello” – è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: “Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha “bluffato” con Riina e questi se ne è reso conto, l’ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato”. In quel periodo c’erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: “Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?”. “Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo”, commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: “O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa”.

Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l’ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell’incontro di Natale ’92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: “Ma guarda un po’: quando un bugiardo dice la verità non gli credono”. La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest’ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l’ex ministro oggi dichiara di non ricordare l’incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno ’92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino “per un suo capriccio”. Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l’attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio ’93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l’ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l’arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: “Siamo a mare”, per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver “fatto il bidone”. E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L’attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall’ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del ’93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell’Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che “venne agganciato “, nella metà degli anni Novanta “il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”.

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: “Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel ’94, gli mandammo a dire “Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno”, non so se rendo l’idea…”. Spiega sempre il pentito: “Cioè sanno quanto era successo già nel ’92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del ’93”. I mafiosi intendevano mandare un messaggio al “nuovo ceto politico “, facendo capire che “Cosa nostra voleva continuare a trattare”.

Perché era stata scelta Forza Italia? Perché “c’erano pezzi delle vecchie “democrazie cristiane”, del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po’ conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un’arma ai nuovi “presunti alleati politici”, per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio”.

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.

(21 ottobre 2009)