Archivi del giorno: 24 ottobre 2009

Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”

Fonte: Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”.

C’é un collegamento tra la strage di via D’Amelio e le intuizioni di Borsellino sul “filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”.
E’ quanto scrive sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila, in edicola a novembre, Luigi de Magistris in un lungo articolo. L’ex pm sostiene inoltre che si sta oggi consolidando il progetto di “istituzionalizzazione” di Cosa Nostra, nato nel periodo della nascita di Forza Italia. “Per comprendere il livello impressionante di penetrazione delle mafie nello Stato e nel sistema economico-finanziario del Paese si deve capire che è accaduto in Sicilia ed in Italia tra la fine del 1991 ed il 1993”. Per De Magistris la strage di Capaci è, ad esempio, legata alla decisione della Cassazione di confermare le condanne del maxiprocesso. Capaci, scrive l’ex pm, “doveva avere effetti politici, in direzione soprattutto di coloro i quali venivano additati come i principali responsabili politici del mancato affossamento del maxiprocesso”. Via D’Amelio, invece, “é un omicidio politico” che risponde all’intento mafioso di “condizionare la politica con le bombe”, ma è anche dovuto al fatto che Borsellino “aveva intuito il filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”. Ricostruzione che “trova in questi giorni conferme, grazie soprattutto alle indagini che stanno conducendo le Procure di Palermo e di Caltanissetta”. Sulla trattativa, de Magistris sostiene che Borsellino “probabilmente ne era venuto a conoscenza ed è per questo anche che fu decisa la sua eliminazione”. L’ex pm si chiede anche quanto sapessero della trattativa la presidenza del Consiglio e i ministri dell’Interno e della Giustizia. Dopo le stragi in Sicilia e sul continente, comunque, nasce quello che de Magistris definisce “il progetto istituzionale di Cosa Nostra”, che oggi “é in fase di definitivo consolidamento da parte di colui il quale vuole diventare il capo di tutti ed anche il capo dei capi”. E’ in questo periodo che viene fondata Fi e fa riflettere “la coincidenza tra la nascita del partito e la cessazione della strategia della tensione militare della mafia”. La mafia, sostiene, “assume il volto delle Istituzioni e dello Stato”. Perciò il fine politico governativo è “far credere che la criminalità organizzata viene contrastata” mentre “lo stesso potere opera, nel silenzio della propaganda di regime, per consolidare la mafia di Stato”.

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Paese si prepari a verita”’

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Paese si prepari a verita”’.

“Le dichiarazioni del pentito Spatuzza confermano che si sta arrivando al cuore della verità in merito alla trattativa tra Stato e mafia. Una verità a cui il Paese deve, moralmente e politicamente, prepararsi”. Lo afferma in una nota Luigi De Magistris, europarlamentare dell’Italia dei Valori.

“La magistratura di Palermo e Caltanissetta sta cercando di ricostruire quel rapporto tra Stato, istituzioni e Cosa nostra nell’orizzonte del quale troverebbe spiegazione anche la morte del Procuratore Paolo Borsellino, che proprio a quel confronto indegno probabilmente si oppose. Un magistrato – prosegue De Magistris- che aveva anche intuito l’esistenza di una zona torbida di relazione fra Stato e politica, per esempio con riferimento a quel filone mafioso siculo-milanese rappresentato da personaggi come Mangano e Dell’Utri: il primo ‘ufficialmente’ stalliere di Berlusconi ad Arcore ed eroe, secondo il piduista capo del Governo, il secondo – conclude – suo braccio destro e padre fondatore di Forza Italia, già condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa”.

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”.

Scritto da Attilio Bolzoni

PALERMO – C’è un mafioso che parla dell’ultimo atto della “trattativa”. E di un altro attentato, di altri cadaveri, di altre protezioni politiche, dell’altro accordo che i boss cercavano con “con il nuovo partito”. Così la racconta un pentito, quello che ha fatto riaprire tutte le indagini sulle stragi.
La testimonianza di Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della “famiglia” di Brancaccio: “Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.
Era lui, Spatuzza, che avrebbe dovuto uccidere cento carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all’inizio del 1994. Dopo Falcone e Borsellino nell’estate del 1992, dopo le bombe di Firenze e Milano e Roma nel 1993, i mafiosi avevano bisogno di “fare morti fuori dalla Sicilia per avere poi benefici per i carcerati e anche altri”. L’ultimo massacro prima del patto finale.
Un verbale di 75 pagine riapre uno scenario che sembrava sepolto per sempre e fa scivolare ancora una volta – era già accaduto dopo il 1994 alle procure di Caltanissetta e di Firenze, procedimenti archiviati negli anni successivi – i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri “nell’ambito delle stragi”. Era la deposizione che mancava ai procuratori di Palermo nella loro investigazione sulla “trattativa” per legare ogni passaggio fra la prima e la seconda repubblica, fra Capaci e la nascita di Forza Italia, fra i primi contatti avuti dagli ufficiali dei Ros dei carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno del 1992 alla mediazione “del compaesano Dell’Utri” del gennaio 1994. Una trama – secondo i magistrati – che troverebbe appunto “conferme” nelle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, mafioso testimone delle manovre e dei giochi cominciati con l’uccisione di Giovanni Falcone. Dice Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava: “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione… e che non erano come ‘quei quattro crasti dei socialisti’.. “.

Il mafioso, che data questo suo incontro con Graviano a metà del gennaio 1994, ricorda dei socialisti – “crasti”, cioè cornuti – che avevano promesso la “giustizia giusta” nell’87 e che erano stati votati da Cosa Nostra. Poi parla ancora del patto riferito da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Graviano, ndr) il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. “.
Il racconto del mafioso fa un passo indietro. E riporta tutti i dubbi degli uomini d’onore su quello che era accaduto nell’estate del 1992 in Sicilia e, soprattutto, i dubbi sulla strategia stragista che i Corleonesi non volevano fermare: “Noi ci stavamo portando avanti un po’ di morti che non c’entravano niente con la nostra storia… per me Capaci… è stata una tragedia che entra nell’ottica di Cosa Nostra, però quando già andiamo su, su Costanzo (il fallito attentato al giornalista, ndr), su Firenze… su.. ci sono morti che a noi non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però terrorismo, sti cosi di terrorismo non ne abbiamo mai fatti”. E’ a quel punto che Gaspare Spatuzza manifesta altre perplessità a Graviano sulla strage che proprio lui – il mafioso di Brancaccio – sta preparando allo stadio Olimpico. Gli risponde il suo capo: “Con altri morti, chi si deve muovere si dà una mossa… significa che c’è una cosa in piedi, che c’è qualcosa che si sta trattando”. Gaspare Spatuzza è insieme a Cosimo Lo Nigro, un altro boss. E Graviano chiede a tutti e due “se capiscono qualcosa di politica”. E poi dice “che lui è abbastanza bravo, quindi è lui che sta trattando”.
Nelle ultime pagine del verbale Gaspare Spatuzza ricostruisce il suo pentimento, il primo colloquio con il procuratore antimafia Pietro Grasso: “Sulla questione di via D’Amelio… siccome si erano chiusi tutti i processi, quindi sapevo a cosa andavo incontro, però mi dicevo: ho prove schiaccianti, perché se c’erano solo le mie parole sarei stato un pazzo a muovermi in questa storia, siccome avevo delle cose, riscontri oggettivi, quindi andavo sicuro. “. E’ nell’aprile del 2008 che ha iniziato a parlare: “Il soggetto che io dovevo indicare aveva vinto le elezioni perché noi parliamo, aprile… Io arrivo fine, 17 aprile e quindi il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo come capo del Governo… Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire… la figura di Dell’Utri… “. Il verbale di Gaspare Spatuzza nelle pagine seguenti alla numero 61 è fitto di omissis.

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti Editoriale su Terra

Oggi ad Amantea la società civile scende in piazza per chiedere risposte e atti concreti. Perché la società calabrese ha memoria. E vive i segni della memoria sulla propria pelle, abbandonata in un limbo di inazione, il rifiuto di fatto del di intervenire, sola davanti alla devastazione del proprio territorio e dei propri mari. Perché tutti sapevano, da almeno 14 anni, che i mari di Calabria si sono trasformati in un cimitero di navi a perdere, di carrette fuori corso riempite di scorie e rifiuti tossici e affondate. Ottenendo due risultati: smaltire a basso costo rifiuti pericolosi e truffare le assicurazioni. Un mix di imprenditori senza scrupoli, trafficanti, mafiosi, pezzi di istituzioni che non hanno vigilato. Tutti sapevano. Perché ora non si può più negare l’evidenza, dopo il ritrovamento della Cunsky nelle acque di Cetraro nel Tirreno. Da quando la Rosso (già Jolly Rosso, dell’armatore Messina già coinvolto per traffico di rifiuti) spiaggiò sulle coste calabresi e nella cabina del comandante venne trovata un’agenda con longitudine e latitudine e accanto scritto: «La nave è affondata». Si trattava della Rigel. Una commissione d’inchiesta ottenne i fondi per ricercarla nello Jonio al largo di Capo Spartivento, ma l’azienda che aveva
ottenuto l’appalto, che più tardi si scoprì legata ai servizi, non riuscì a individuarla. Tutti sapevano che i rifiuti partivano dalla Liguria, in parte finivano nel Mare nostrum e in parte in Paesi come la Somalia. Si chiamano triangolazioni. Si prende un pezzo di mare o di terra (e mai fondali furono così propizi come quelli di Bosaso in Somalia), lo si paga a un signore locale della guerra con denaro e armi, finanziando così una bella carneficina. E chi sopravvive si becca gli effetti delle scorie. Tutti sapevano, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che proprio a Bosaso
girarono l’ultimo servizio sui traffici di armi e rifiuti. Un servizio che non è mai andato in onda. Uccisi perché sapevano. Depredati del loro perché scomodo, non raccontabile. Il legame è così palese, evidente. Oggi si saprà, finalmente, chi vuole la verità. Chi la vuole davvero. Anche nella politica. Oggi si conteranno più le assenze che le presenze. E quella del centrodestra, che ha deciso di nascondere la testa sotto la sabbia non aderendo alla manifestazione di Amantea dice più di tanti discorsi. Tutti sapevano, anche se adesso qualcuno cerca di negare. La storia delle navi a perdere è il paradigma di questo Paese, dove sapere non conta nulla. Se non quando la situazione è precipitata.

La separazione delle bugie – Marco Travaglio – Voglio Scendere

La separazione delle bugie – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò
da l’Espresso in edicola, 22 ottobre 2009

Puntuale come i primi freddi autunnali, riparte la manfrina della separazione delle carriere fra giudici e pm. Presentata come il toccasana per spegnere le polemiche e per garantire la ‘terzietà’ dei giudici rispetto ai pm. Poco importa se stavolta a dar fuoco alle polveri è il caso Mondadori, cioè una sentenza civile emessa al termine di una causa dove non esistono pm, ma solo avvocati. Nel civile non c’è nulla da separare (a parte i conti svizzeri della Fininvest, dei suoi avvocati e del giudice Metta, che ai tempi del lodo Mondadori erano comunicanti). Il problema esiste, teoricamente, nel penale. O meglio esisterebbe se si dimostrasse che l’appartenenza dei pm e dei giudici all’Ordine giudiziario influenza i secondi, rendendoli succubi alle richieste dei primi. Strano che chi lo sostiene non abbia mai commissionato una statistica per verificare se sia vero: ma forse strano non è, perché quella statistica dimostrerebbe che nel 30-50 per cento dei casi (a seconda dei tipi di reato) le richieste dei pm vengono disattese o ribaltate da quelle dei giudici.

La prova che l’influenza dei pm sui giudici è una leggenda metropolitana. Conosciamo l’obiezione: “nel resto d’Europa le carriere sono separate”. Anche se così fosse, bisognerebbe ancora dimostrare che il nostro modello costituzionale è peggiore degli altri. Ma non è vero che nel resto d’Europa eccetera. La nostra vera specificità è l’indipendenza di tutti i magistrati – pm e giudici – “da ogni altro potere”. In Francia, giudici e pm appartengono a un’unica carriera, come in Italia. Ma il pm dipende dal governo, anche se l’autonomia delle indagini è garantita dal giudice istruttore indipendente. E così in Belgio. Il giudice istruttore indipendente c’è pure in Spagna, dove però le carriere sono separate e il pm è parzialmente soggetto all’esecutivo. In Germania e Olanda la formazione di pm e giudici è unitaria, dopodiché le loro strade si biforcano, ma nulla vieta il passaggio dall’una all’altra. La Gran Bretagna fa storia a sé: il pm non esiste, l’iniziativa penale è della polizia. Nemmeno gli Usa prevedono sbarramenti, anzi è naturale che i ‘prosecutor’ diventino giudici.

In Portogallo, in origine, le carriere erano separate. Le riunificò il dittatore Salazar, per mettere le mani sulle toghe. Per reazione, la Rivoluzione dei Garofani (1974) riseparò giudici e pm e li rese indipendenti. Risultato: sganciati dalla cultura dell’imparzialità, molti pm diventarono mastini più ‘accaniti’ di prima, tant’è che da anni la politica medita di riunificare le carriere per riportare un po’ di equilibrio. Il 30 giugno 2000 la Commissione anticrimine del Consiglio d’Europa ha approvato una ‘raccomandazione’: “Gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa”, per “la similarità e complementarietà delle due funzioni”. L’Europa vuole copiare il modello italiano e l’Italia se ne disfa. Complimenti.

Blog di Beppe Grillo – Il regalo di Berlusconi

Quello che ci spiega Peter Gomez difficilmente passerà attraverso le maglie della censura televisiva italiana…

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il regalo di Berlusconi.

Mills è stato condannato per corruzione. Ma per esserci un corrotto, ci deve essere un corruttore e degli ottimi motivi per corrompere. Perché Mills è stato corrotto? Nessuno ne ha parlato, scritto, dibattuto.. Perché i motivi sono stati ignorati dai media a favore delle puttane e dei calzini azzurri? Quanti sono coinvolti? Peter Gomez lo spiega in questa intervista e nel libro: “Il regalo di Berlusconi“.

Molto più di 600.000 dollari
Carta canta: i documenti del processo
Il segreto di Berlusconi
Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Molto più di 600.000 dollari

Sono Peter Gomez, un inviato de Il Fatto Quotidiano, il quotidiano che ormai da quasi un mese è nelle edicole di tutta Italia e, con Antonella Mascali, ho scritto un libro: Il Regalo di Berlusconi: comprare un testimone, vincere i processi e diventare premer, tutta la verità sul caso Mills. È un libro che nasce, ma un libro che non dovrebbe esistere in un Paese come questo, perché tutti gli italiani dovrebbero sapere esattamente di cosa racconta il processo Mills, il processo che Berlusconi ha tentato di bloccare con il Lodo Alfano. In realtà di questo processo si sa poco o niente, perché quotidiani e televisioni non l’hanno seguito e soprattutto tutti pensano che l’intera vicenda ruoti esclusivamente intorno alla famosa mazzetta da 600.000 dollari che Berlusconi avrebbe consegnato a Mills per dire il falso. Questo è vero, ma è anche non vero, i soldi che infatti Mills ha ricevuto da Berlusconi sono ben più di quei 600.000 dollari. I primi soldi che riceve Mills da Berlusconi risalgono al 1995, quando Silvio Berlusconi, dopo tre incontri a tu per tu, a faccia a faccia con il suo avvocato inglese, decide di versargli 10 miliardi di lire: perché? Berlusconi ha un problema in quel momento, sta quotando le sue aziende e ha addosso non solo la Guardia di finanza, i magistrati e l’Italia, ma anche il Garante per le televisioni. Il suo problema è che non deve fare risultare che, attraverso una serie di società off shore, lui ha controllato occultamente – e la legge non lo permetteva – l’intera o quasi proprietà di Telepiù, la mamma di Sky, la prima televisione criptata in Italia. Ebbene, Mills riceve da Berlusconi 10 miliardi estero su estero e si reca al fisco inglese dicendo: “le società off shore utilizzate in quest’operazione sono mie, non sono del Cavaliere”: questo a Berlusconi serve per evitare indagini anche da parte della Consob .

Carta canta: i documenti del processo

Il bello di questo processo è che nulla viene raccontato dai testimoni, tutto viene raccontato da carte: che le cose siano andate così rispetto a quei famosi 10 miliardi che sono l’inizio del tutto, risulta non dalle parole di qualche pentito, ma dai documenti del fisco inglese. Quando entrano quei soldi in Inghilterra David Mills si presenta, infatti, davanti agli ufficiali del fisco inglese, che vogliono sapere come sono andate le cose e dice esplicitamente: “sì, è vero, Berlusconi mi ha dato quei soldi dopo un incontro che abbiamo avuto in aprile faccia a faccia per evitare l’intervento del garante per le televisioni”. Documenti quindi, un processo esclusivamente documentale che non nasce nel 2000, quando verrà versata la mazzetta a Mills, ma nasce molti anni prima: nel 1991, nel mezzanino di una metropolitana di Milano; siamo in novembre, due uomini con passo veloce scendono le scale della metropolitana, sono due fiduciari di Bettino Craxi, uno di loro si chiama Tradati e è detto, nel Partito Socialista, il “cuoco” di Craxi, per anni è stato vicino a Bettino e gli ha aperto e gestito conti esteri su conti esteri. Quel giorno – lo sappiamo – Tradati telefonò a Craxi e lo avvertì che, sui suoi conti esteri, sul conto Northern Holding, sono arrivati non 10 miliardi di lire come gli aveva preannunciato Bettino, ma 15. Craxi esplode, racconterà Tradati, in una grossa risata e dice: “ce ne sono cinque di troppo, mandali indietro”: nasce da qui il processo Mills, perché per dieci anni la magistratura milanese cercherà di capire di chi sono quei soldi. Nel 1994, durante il processo Enimont, Tradati incomincia a collaborare con i magistrati e parla di tutti i versamenti ricevuti da Craxi, tranne quei 10 miliardi, che dice di non sapere chi li ha versati e di cui dice che sa solo che sono arrivati. Nel 1996 si incomincia a capire di chi sono quei soldi, quei soldi di cui Tradati non voleva parlare, anche perché dirà: “aveva paura di parlarne“, non solo: “non lo sapevo“. Erano soldi che arrivano da All Iberian, un grande conto estero gestito da una società delle isole del Canale di proprietà di Silvio Berlusconi”.

Il segreto di Berlusconi

Del conto All Iberian non bisogna sapere niente, perché il conto All Iberian viene alimentato attraverso un ingegnoso sistema di cresta sui diritti televisivi: i film e i programmi televisivi che Mediaset, anzi la Fininvest comprava negli Stati Uniti non venivano comprati a prezzo esatto, questo ce lo dicono le carte; quello che costava 10 veniva comprato in Italia magari a 20 o a 30, si intermediava tra gli Stati Uniti e l’Italia una serie di società off shore, che facevano capo o a Berlusconi Silvio o a una serie di suoi prestanome e collaboratori, il prezzo veniva gonfiato e poi erano queste società off shore che vendevano in Italia, questo era il segreto di Berlusconi, il quale non doveva far sapere che rubava soldi al fisco e soldi alla sua società. Anche perché quei soldi finivano in gran parte, in quegli anni, su due altre società off shore, Century One e Universal One, due società particolari, due società tenute in mano da due trust.
Per anni non si sa di chi siano Century One e Universal One: quando partono le indagini sul caso Mills, finalmente nel 2003 si scopre chi sono i due proprietari, i due proprietari di Century One e di Universal sono i figli di Silvio Berlusconi, Marina e Piersilvio. I soldi e la cresta sui diritti finiscono sui loro conti, che però nessuno riuscirà mai a scoprire perché, prima che ci metta le mani la magistratura, arriva a Londra da David Mills, nelle società di David Mills un banchiere Svizzero, che si chiama Paolo Del Bue: è l’uomo più vicino alla famiglia Berlusconi. Si raccontano che ci sono dei prelievi di soldi che vengono infilati in capienti valige e quel denaro, quel tesoro, scompare, probabilmente alle Bahamas: c’è da chiedersi se oggi, con lo scudo fiscale, Berlusconi voglia fare rientrare anche quei soldi. Da una parte quindi evasione fiscale, dall’altra corruzione o finanziamento illecito, dall’altra ancora violazione delle regole del mercato: per questo viene pagato David Mills e per questo David Mills viene pagato nel 1995/1996. Da quel giorno Mills si trasforma in un testimone reticente e su cosa mente, in particolare? Su tante cose, una più importante di tutte: non dice di chi è la proprietà effettiva del gruppo di società estere della Fininvest non dichiarate al fisco. Nei suoi uffici viene infatti sequestrato un elenco di società, il cosiddetto Fininvest Group B, un lungo elenco di società off shore utilizzate per le operazioni più svariate.
Ve lo ricorderete tutti: il Cavaliere continua a ripeterci che nel 1994 ricevette un avviso di garanzia per le mazzette versate dal suo gruppo alla Guardia di finanza e sostiene, falsamente, che quell’avviso di garanzia lo mise fuori gioco e dire che è ancora più grave tutto questo, perché poi la Corte di Cassazione l’ha assolto. Ebbene, nella sentenza Mills, la sentenza che nessuno ha letto, la sentenza che io e Antonella Mascali alleghiamo al nostro libro: Il Regalo di Berlusconi, si dice con chiarezza che Berlusconi è stato assolto nel processo per corruzione alla Guardia di finanza in quanto Mills non ha detto che lui era il reale proprietario di quelle società off shore. Se Berlusconi fosse stato condannato, come meritava secondo i giudici che hanno condannato Mills, per quelle tangenti, oggi non sarebbe il Presidente del Consiglio.

Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Silvio Berlusconi è molto preoccupato per quello che può accadere: nel nostro libro io e Antonella Mascali scrivevamo già una cosa che sta accadendo adesso, la preoccupazione di Berlusconi è tutta processuale; se Mills verrà condannato in via definitiva nei prossimi mesi, come potrebbe accadere, la sentenza contro di lui avrà valore di prova e Berlusconi si troverà di fronte a un grosso problema: un processo che potrebbe essere molto semplice, nonostante che lui voglia fare ricominciare il suo processo da capo e voglia sentire centinaia di testimoni. Il giudice potrebbe decidere di non farlo perché una sentenza passata in giudicato dice: “quella mazzetta c’è stata, sono stati i soldi Fininvest e bisogna solo stabilire se davvero tu hai dato l’ordine”. Per questo è già in preparazione l’ennesima legge ad personam. Nella riforma del Codice di procedura penale messa in cantiere dal ministro Alfano ben prima dell’intervento della Corte Costituzionale, è stato previsto che le sentenze passate in giudicato non abbiano più valore di prova.