Minzoshow

Fonte: Minzoshow.

scritto da Martina Di Gianfelice

Siamo alla frutta. Il Direttore del Tg1 si è lanciato (senza l’amato contraddittorio) in una performance senza precedenti nella televisione pubblica (a parte i suoi naturalmente), attaccando senza pudore il Procuratore Aggiunto di Palermo (per l’occasione nominato Procuratore da Minzolini) Antonio Ingroia. Il Pubblico Ministero palermitano, reo di aver “giudicato pericolosa la politica del governo sulla giustizia”, ha fatto, secondo il saggio Minzolini, “un’analisi sorprendente per un magistrato”. Mi sembra giusto, un magistrato non deve occuparsi di giustizia, non ne ha l’autorità e la competenza, mica Ingroia è Direttore del Tg1, conduce Porta a Porta, Matrix o fa parte di uno dei tanti partiti che straparlano di italiani intercettati e giudici politicizzati!

Antonio Ingroia non puo’ permettersi di esprimere analisi di carattere giuridico basate sul rispetto di quanto stabilito nella Costituzione della Repubblica italiana, mi pare giusto che si dedichi ad altro, attività alternative tipo escort, trans, cocaina, salotti televisivi compiacenti, o al massimo, se proprio vuole fare il magistrato, che si dedichi alla cattura di pericolosi criminali di strada, quali sono i ladri di polli o di mele al mercato.

Il problema di Ingroia sta nella presentazione. Quando conobbe il Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ladies and gentlemen, non era sul posto per partecipare ad una festa organizzata dal padrone di casa con giullari di corte e intrattenitrici di turno, ma si era presentato, udite udite, per interrogarlo, per chiedere alcuni chiarimenti (prima delle dieci domande di “Repubblica”) su Mangano e la sua assunzione ad Arcore, sul ruolo di Dell’Utri, sui flussi finanziari nelle casse delle holding dell’impero Fininvest, sulle origini del denaro e su strani aumenti di capitale e movimenti di denaro.

Senza parlare del “cursus honorum” del magistrato palermitano. Ha svolto il suo periodo da uditore giudiziario con Giovanni Falcone, poi allievo prediletto di Paolo Borsellino e suo Sostituto Procuratore presso la Procura di Marsala, all’età di 30 anni. Quando Borsellino fu nominato Procuratore Aggiunto di Palermo, decise di portare con sé il giovane Ingroia che dopo la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), si dimise insieme ad altri sette magistrati della Procura palermitana protestando contro l’operato, non proprio limpido, dell’allora Procuratore Pietro Giammanco. Poi arrivò Caselli e i processi che non piacciono ai potenti con Antonio Ingroia Pubblico Ministero nel processo a Bruno Contrada (10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza definitiva), a Marcello Dell’Utri(9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, primo grado), a Mario Mori e Mauro Obinu (favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano, processo in corso) e titolare dell’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato, nonché colui che sta gestendo, insieme ad Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato e Paolo Guido, la collaborazione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco di Palermo, Vito. Sarà questo forse che non piace ai servi di turno?

Insomma Antonio Ingroia non si è mai lasciato corrompere da nessuno, non ha mai appoggiato logiche di partito, non ha mai partecipato a cene in casa di un suo imputato o del Presidente del Consiglio (spesso le due posizioni coincidono), non ha mai frequentato mafiosi o amici dei mafiosi.

Questo è il problema di Ingroia, è troppo pulito.

L’immunità parlamentare invece, nei Paesi europei in cui è prevista, viene applicata generalmente solo per tutelare i parlamentari nell’espressione di opinioni concernenti l’esercizio delle proprie funzioni (come previsto tra l’altro anche dall’articolo 68 della nostra Costituzione) e l’immunità per il Presidente del Consiglioo per il Primo Ministro non esiste nei Paesi del mondo occidentale, esiste in pochi Paesi quella per il Capo dello Stato che corrisponde al Presidente della Repubblica, non al Presidente del Consiglio. Capisco che per Minzolini & co. Berlusconi è l’ “unico supremo e assoluto capo sulla terra” (Enrico VIII), ma non è il Capo dello Stato.

Strano poi che Ingroia critichi un provvedimento come il disegno di legge sulle intercettazioni, che difatti non permetterà più ai magistrati di indagare a tutto campo, rallentando il processo investigativo e tornando indietro di almeno 20 anni, sia a livello investigativo, che di strumenti tecnologici utilizzati, della serie: i delinquenti parlano tramite Skype e i magistrati li spiano, origliando da dietro la porta o guardando dal buco della serratura.

“Siccome, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia con le indagini e coi processi. Dentro i palazzi di giustizia devi fare appunto le indagini e i processi. Con le prove, se ci sono e se non ci sono le prove non fai né l’uno né l’altro. Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un’organizzazione criminale, ma che è un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimento ampio, di opinione, della società ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase, che se noi dicessimo oggi saremmo accusati naturalmente di essere politicamente schierati, che il nodo – diceva Paolo Borsellino – della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia”.

(Antonio Ingroia – 7/11/09)

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