Archivi del giorno: 14 novembre 2009

Antimafia Duemila – Silenzio sulla trattativa

Fonte: Antimafia Duemila – Silenzio sulla trattativa.

A colloquio con Alfonso Sabella
di Lorenzo Baldo – 14 novembre 2009

Roma. Dopo la pubblicazione su Il Fatto Quotidiano dell’articolo “Un giudice stritolato dalla trattativa” l’amarezza del giudice Alfonso Sabella è sempre più tangibile. Amarezza e disillusione che emergono anche in questo colloquio.

Dott. Sabella stiamo assistendo ad una vera e propria accelerazione degli eventi in merito alle indagini sulle stragi del ’92 e del ’93. Da una parte giungono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino, dall’altra si materializzano le tardive dichiarazioni di esponenti delle istituzioni come Claudio Martelli, Luciano Violante o Liliana Ferraro. Come interpreta questi segnali che si intersecano nella ricostruzione delle sue vicende professionali pubblicate su Il Fatto Quotidiano?
Non c’è nulla di nuovo nella ricostruzione dell’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, semmai qualche piccolo dettaglio, magari non secondario, ma comunque minore all’interno di una logica globale. Questi fatti erano risaputi. Che Scarantino non fosse attendibile e che la strage di via D’Amelio fosse da attribuire agli uomini di Brancaccio l’avevo già scritto nel mio libro (Cacciatore di mafiosi – Mondadori 2008 ndr).
Nel capitolo sulla collaborazione di Giovanni Brusca spiegavo, magari in maniera un po’ più criptica, la vicenda Brugnano – Lombardo, così come la cattura di Totò Riina.
Ora però stanno cominciando a spuntare degli elementi di prova che non sono semplicemente logici come quelli che esponevo io, ma un po’ più concreti.
Bisognerebbe interrogarsi su chi ha fatto parlare Scarantino in quel modo. Bisognerebbe interrogarsi sul famigerato papello che finora era stato sostanzialmente un’ombra e che invece adesso acquista una veste reale. Ormai non si può più dire che non esiste. Io sono convinto che il papello che ha presentato Ciancimino sia la copia di quello autentico, poi magari gli eventi mi smentiranno, ma al momento ci credo fermamente. Ritengo che questi elementi messi insieme possano avere indotto qualcuno a riferire all’autorità giudiziaria solamente qualcosa di minimale rispetto a quello che sapevano. Siamo di fronte a persone che si ricordano di determinati episodi che potevano riferire in mille altre occasioni precedenti e lo fanno solo adesso dopo che è comparso il papello e dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino appunto. Dichiarazioni che ritengo molto importanti. Ciancimino racconta esattamente quello che noi investigatori prima avevamo solamente intuito.
Ma il nostro è un Paese immaturo. Io continuo a pensare che il gen. Mori sia un uomo dello Stato. Ha agito in virtù di quello che lui riteneva essere l’interesse superiore del Paese, secondo disposizioni avute dai vertici governativi dell’epoca.
Il problema riguarda il fatto di trattare prima con Riina e poi con Provenzano al fine di ridurre la mafia a quel livello di “tollerabilità” che si ritiene “sufficiente”. Sono convinto che chi ha trattato all’inizio ha determinato l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio, ingenerando nella mafia l’idea che alzando il tiro alzavano il prezzo.

Pensa che le sue dichiarazioni rese al Fatto Quotidiano siano rimbalzate contro un muro di gomma?
Se fossimo un Paese serio dopo le mie dichiarazioni sarebbe dovuto scoppiare un putiferio. C’è invece un silenzio totale. Mi rendo conto che in questo momento ci sono altre priorità come la riforma della giustizia, lo scudo fiscale ecc. Gli interrogativi che io pongo sono però molto gravi. Punto primo: il nostro Paese per 15 anni ha trattato con Cosa Nostra e alla mafia è stato riconosciuto il ruolo di interlocutore, punto secondo: si è tentato di concedere qualcosa alla mafia. Andiamo a vedere in concreto quello che è successo. Vorrei proprio vedere la “qualità” delle persone che sono al 41 bis non la quantità. Non mi interessano i dati, non voglio sapere quante persone sono al 41 bis, voglio sapere chi c’è al 41 bis. Io ho saputo di revoche del carcere duro a persone che per mio conto al 41 bis ci dovevano morire.

Non ritiene che vi sia la possibilità di riscrivere pezzi di storia del nostro Paese?
No. Secondo me non c’è nessuna volontà. Io credo che siamo al solito momento in cui si alza il classico polverone e poi tra qualche mese il Paese dimenticherà tutto.
Chi conosce a fondo i fatti difficilmente vorrà parlare. E c’è anche chi, tra le parti “sane” del Paese, ha interesse che certe storie non vengano fuori perché potrebbero arrecargli qualche pregiudizio sul piano personale, di conseguenza non credo che si riuscirà a fare luce.
Le procure che stanno lavorando sulle indagini operano  sostanzialmente incrociandosi tra di loro su aspetti identici della stessa storia, varie facce della stessa medaglia. Chi cerca di ricostruire la strage di via d’Amelio non lo può fare a prescindere dalla trattativa. Chi cerca di ricostruire le stragi del ’93 non lo può fare a prescindere dalla trattativa e da quello che è avvenuto nel ’92. Chi vuole ricostruire quello che è avvenuto al Dap dopo che io vengo mandato via (Dap – Sisde, tentativo di inquinamento delle dichiarazioni di Giuffrè,  l’accordo sulla dissociazione, il tentativo di realizzarla ecc.), così come chi vuole ricostruire quello che avviene nelle vicende Mori-Tinebra-Leopardi, non lo può fare prescindendo dalla questione della trattativa o della dissociazione.

Un antesignano delle vicende legate alla trattativa resta indubbiamente il Pm Gabriele Chelazzi, scomparso nel 2003. Secondo lei Chelazzi avrebbe potuto completare il suo lavoro di ricerca sui mandanti esterni nelle stragi?
Indubbiamente si. Aveva le capacità professionali, la giusta autonomia da ogni tipo di condizionamento perché era libero. Era un magistrato assolutamente capace, un grandissimo conoscitore di mafia. Ho sempre pensato che fosse l’unico magistrato non siciliano che ne capiva di più di mafia. Paradossalmente anche più di Giancarlo Caselli, senza nulla togliere alla preparazione di Caselli che aveva però un altro ruolo. Gabriele era un investigatore puro. Ma forse anche il Padreterno è dalla parte di chi pensa che probabilmente per il nostro Paese sia meglio che certi fatti non vengano fuori. Un conto è che questi esistano, un altro è l’interesse del Paese a dimostrarli.

A un certo punto le indagini di Chelazzi si incrociarono con Mario Mori, poi poco prima di morire lo stesso Pm fiorentino scrisse una lettera all’ex procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci lamentando di essere stato lasciato solo a investigare sulle stragi. Come valuta questi due aspetti della vita di Gabriele Chelazzi?
All’epoca io non ero formale assegnatario del processo sulle stragi, però con Gabriele ci confrontavamo spesso. Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41 bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico.
L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: “Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato”.
Ubaldo Nannucci probabilmente non era molto d’accordo sul taglio globale che Gabriele dava all’inchiesta. Ma non credo che la solitudine di Gabriele fosse frutto di un disegno preordinato. Penso che l’isolamento di Gabriele fosse nato dal fatto che lui era diverso in quel contesto, nel senso che egli riteneva di aver capito. Mentre gli altri forse non erano così sicuri che quello che aveva capito Gabriele fosse corretto. Probabilmente il fatto di andare a toccare livelli istituzionali così alti avrà impaurito qualche magistrato. Ma se pur aveva avuto alti e bassi con l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, devo riconoscere che in quel momento Gabriele si sentiva supportato da Vigna.

Quali sono le sue considerazioni finali?
Ormai non ho più nulla da perdere, non posso più peggiorare la mia situazione oltre misura. Ritenevo che in questo Paese ci fosse qualche persona in più “libera”, ma non vedo reazioni neanche nelle correnti della magistratura sia da parte di MD, così come per MI e via dicendo. Il silenzio è uguale a morte diceva una canzone di Guccini…

Antimafia Duemila – Di Matteo: ”Ddl annulla processi vicini a reati di mafia”

Fonte: Antimafia Duemila – Di Matteo: ”Ddl annulla processi vicini a reati di mafia”.

Dopo l’intervento dell’Anm nazionale che ha definito il nuovo ddl sul processo breve “una riforma con effetti devastanti sul funzionamento della giustizia penale in Italia” esprimendo “forti dubbi di costituzionalità”.

Questa mattina, sulle pagine di La Repubblica Palermo è intervenuto anche il pm palermitano Nino Di Matteo, recentemente eletto   presidente della giunta distrettuale dell´associazione nazionale magistrati. “Deve essere chiaro che con la normativa oggi proposta solo i processi per i reati cosiddetti bagatellari, a carico dei poveracci, potranno giungere a conclusione prima della prescrizione – ha detto il magistrato – Tutti gli altri processi, anche quelli per i reati più gravi, la cui linea di confine con i reati di mafia è assai sottile, andranno in fumo”. Ha quindi aggiunto provocatoriamente: “Probabilmente, in tanti, per vedere tutelate le proprie ragioni e per avere giustizia, preferiranno rivolgersi al mafioso piuttosto che alla magistratura”. L´Anm di Palermo ha già avviato un monitoraggio dei processi che potrebbero andare in fumo. “I tempi medi di celebrazione dei processi finiranno comunque per allungarsi – spiega Di Matteo – perché è ampiamente prevedibile che la concreta speranza della prescrizione indurrà qualsiasi imputato a non ricorrere più ai riti alternativi”.

Il digiuno del direttore Fao “Facciamo di più contro la fame” – esteri – Repubblica.it

Il digiuno del direttore Fao “Facciamo di più contro la fame” – esteri – Repubblica.it.

ROMA – Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, dalle 20 di ieri sera ha iniziato uno sciopero della fame di 24 ore per “sensibilizzare l’ opinione pubblica sul problema dell’insicurezza alimentare” in vista del vertice della Fao che si aprirà lunedì. Lo ha annunciato lo stesso Diouf intervenendo al forum della società civile per la sovranità alimentare dei popoli riunito alla Città dell’altra economia.

“Nel mondo ci sono ormai un miliardo di persone che vivono in condizioni di sottoalimentazione e ogni sei secondi muore un bambino – ha detto Diouf – noi siamo a Roma perché vogliamo creare le opportunità per aggredire il più fondamentale dei problemi per il genere umano: la fame”.

Diouf, che la scorsa notte ha dormito all’ingresso del palazzo della Fao a Roma su un materasso di gommapiuma come atto dimostrativo “per spronare i governi a fare di più per contrastare la fame nel mondo”, ha lanciato un appello “a tutti gli uomini di buona volontà ad aderire allo sciopero della fame”.

Falcone e Borsellino: Stragi di Stato o stragi di mafia?

Falcone e Borsellino: Stragi di Stato o stragi di mafia?.

Da una puntata di “laser”, un programma di attualità e cultura per la Rete Due della radio Svizzera italiana.

“Il 1992 e il 1993 sono stati anni difficili per la storia d’Italia e a tutt’oggi sono avvolti nella nebbia.

A 17 anni di distanza le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nascondono ancora misteri: ci sono state sentenze di condanna ma un dubbio ha sempre aleggiato su quegli attentati e riguarda la possibile presenza di mandanti occulti. Il sospetto è che gli uomini della mafia agirono anche per conto di qualcun altro, addirittura per conto di uomini dello Stato. Di recente lo stesso Totò Riina ne ha parlato attraverso il suo avvocato: “Con quelle stragi non c’entro nulla – ha detto – c’entrano loro”, lasciando intendere forse con quel “loro” una possibile implicazione di uomini delle istituzioni. Ne è convinto anche il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che lancia un’accusa forte: quelle stragi non furono omicidi di mafia, bensì omicidi di Stato. O entrambe le cose.

Ne parliamo con Salvatore Borsellino, Vincenzo Agostino (padre del poliziotto ucciso insieme alla moglie poco dopo il fallito attentato a Falcone all’Addaura), Carlo Palermo (magistrato scampato a un attentato di mafia a Trapani) e Giovanni Bianconi (giornalista del Corriere della Sera).”

Francesca Cocchi (da RSI Rete Due del 11 Novembre 2009)

Don Ciotti: «No alla norma sulla vendita dei beni confiscati alla mafia»

Fonte: Don Ciotti: «No alla norma sulla vendita dei beni confiscati alla mafia».

MILANO – Appello pubblico di don Luigi Ciotti a tutte le forze politiche affinchè «la Camera cancelli la norma sulla vendita dei beni confiscati» ai boss mafiosi introdotta dal Senato nella legge finanziaria. «Con l`emendamento votato oggi al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie – denunciano don Ciotti-  viene di fatto tradito l`impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull`uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività. Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l`obiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal “Fondo unico giustizia” alimentato con i soldi “liquidi” sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia». «Ma è – spiega don Ciotti- un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all` influenza dei clan. Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore “regalo” alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera».

Il Blog di Angela Napoli: Nave dei veleni L’Espresso – L’intervista

Il Blog di Angela Napoli: Nave dei veleni L’Espresso – L’intervista.

di Riccardo Bocca

Il governo cerca di nascondere la verità sull’inchiesta. L’accusa della parlamentare Pdl dell’Antimafia.
Colloquio con Angela Napoli

Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, lo dice apertamente:”Il governo sta cercando di nascondere la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato, e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi”. Parole che arrivano dopo giornate intense. La settimana scorsa Pippo Arena, il pilota del congegno sottomarino che il 12 settembre aveva filmato la nave sui fondali calabresi, ha dichiarato a “L’espresso” che “due stive erano completamente piene”. Poi è stato il turno del ministero dell’Ambiente, che ha pubblicato on line le immagini girate a fine ottobre su quello che ha presentato come il piroscafo Catania. Infine è spuntata, tra politici e ambientalisti, l’ipotesi che nel mare di Cetraro ci siano non uno, ma più relitti. “Il che potrebbe giustificare la fretta di voltare pagina del ministro dell’Ambiente”, dice l’onorevole Napoli.
Un’accusa pesante, la sua: su cosa si basa?
“Penso, per esempio, a cosa è successo il 27 ottobre quando è stato ascoltato dalla commissione Antimafia il procuratore nazionale Piero Grasso. Appena gli ho posto domande vere, scomode, il presidente della commissione Beppe Pisanu ha secretato la seduta…”.
Si può sapere, nei limiti del lecito, quali argomenti toccavano le sue domande?
“Chiedevo chiarezza sul ruolo dei servizi segreti in questa vicenda. Domandavo come potesse il pentito Francesco Fonti, che non è della zona, indicare il punto dove si autoaccusa di avere affondato una nave, e farlo effettivamente coincidere con il ritrovamento di un relitto. Volevo che superassimo le ipocrisie, insomma. Anche riguardo al memoriale del pentito, che è stato custodito per quattro anni, dal 2005, nei cassetti della Direzione nazionale antimafia senza che nessuno facesse verifiche”.
Il ministero dell’Ambiente ha pubblicato sul suo sito le riprese della nave affondata a Cetraro. Non basta?
«Può bastare un filmino in bassa risoluzione che, quando clicchi, si apre su YouTube? Non scherziamo. E aggiungo: poniamo anche che le stive risultino vuote. Dov?è finito il carico visto dal pilota il 12 settembre?». Un dato è certo: alle 12,56 del 27 ottobre, il ministro Prestigiacomo ha detto che il robot aveva già svolto «le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto».
Ed è stata smentita due volte: alle 13,12 dello stesso giorno dalla società Geolab che svolgeva il lavoro («Abbiamo fatto solo rilievi acustici»); poi in diretta a Sky da Federico Crescenti, responsabile del Reparto ambientale marino delle capitanerie di porto, il quale ha spiegato che le operazioni in acqua del robot sono iniziate la sera del 27.
«Dico di più. Sempre il 27 ottobre, la direzione marittima di Reggio Calabria ha trasmesso alla commissione Antimafia una mappa con i punti di affondamento di 44 navi lungo le coste italiane. Guarda caso, in Calabria ci sono nove croci senza nome…».

Rilancerà questo elemento in commissione Antimafia?

«Certo. Ma è difficile che un governo smascheri ciò che un altro governo ha occultato. C’è l’interesse bipartisan ad andare oltre, a dimenticare che il pentito Fonti parla di legami con ex democristiani e socialisti ancora attivi. Ricordiamo che il sottosegretario agli Esteri, in questo governo, fa di nome Stefania e di cognome Craxi».
Quindi?
«Basta con i segreti. Il governo vuole chiudere il caso Cetraro? Renda pubbliche le immagini satellitari dei traffici avvenuti nei mari italiani tra gli anni Ottanta e Novanta. La verità c’è già: basta avere voglia di vederla».

ComeDonChisciotte – IL COMMERCIO DELLE CLUSTER BOMBS E’ FINANZIATO DALLE PIU’ GRANDI BANCHE MONDIALI

ComeDonChisciotte – IL COMMERCIO DELLE CLUSTER BOMBS E’ FINANZIATO DALLE PIU’ GRANDI BANCHE MONDIALI.

DI NICK MATHIASON
guardian.co.uk/

Il commercio mortale delle bombe a grappolo è finanziato dalle più grandi banche mondiali che hanno prestato o concordato il finanziamento per un valore di 20 miliardi di dollari (12.5 miliardi di sterline [12.6 miliardi di euro, ndt]) ad imprese che producono le controverse armi, nonostante i crescenti sforzi internazionali per bandirle.

La HSBC [uno dei più grandi istituti di credito del mondo con sede a Londra,ndt], guidata dal prete ordinato Anglicano Stephen Green, ha fatto profitti più di ogni altro istituto con compagnie che producono bombe a grappolo. La banca britannica, con sede nell’importante distretto finanziario londinese Canary Wharf, ha guadagnato un totale di 657.3 milioni di sterline in parcelle stipulando obbligazioni e offerte di titoli per la Textron, che realizza munizioni a grappolo descritte dall’azienda statunitense come “quelle che lasciano un campo di battaglia pulito”.

Gli attivisti affermano che le armi mortali possono esplodere anni dopo i combattimenti, uccidendo o mutilando gente innocente.

La HSBC oggi dovrà vedersela con proteste davanti la sua sede centrale a Londra [29 ottobre 2009, ndt]. La Goldman Sanchs, la Bank of America, la JP Morgan e la banca con sede in Gran Bretagna Barclays sono state menzionate fra le peggiori banche in un dettagliato rapporto di 126 pagine realizzato dai gruppi di attivisti olandese e belga IKV Pax Christi e Netwerk Vlaanderen.

La Goldman Sachs, la banca statunitense che ha fatto 3.19 miliardi di sterline di profitti in appena tre mesi, ha guadanato 588.82 milioni di dollari per servizi bancari e ha prestato 250 milioni di dollari alla Alliant Techsystems e alla Textron.

Delle banche menzionate solo la Barclays era disposta a replicare. Questa ha detto: “Il gruppo Barclays fornisce servizi finanziari al settore della difesa all’interno di una specifica e circoscritta linea di condotta. E’ nostra politica non finanziare il commercio in armi nucleari, chimiche, biologiche o altre armi di distruzione di massa.

“La nostra politica proibisce esplicitamente anche di finanziare il commercio di mine terestri, bombe a grappolo o qualunque altro armamento designato per essere usato come uno strumento di tortura.” Un portavoce ha aggiunto che la Barclays ha stanziato soldi per la Textron, che realizza bombe a grappolo, ma che l’azienda statunitense era un produttore di armi diversificate fra loro.

Lo scorso dicembre 90 nazioni, inclusa la Gran Bretagna, si sono impegnate a mettere al bando le bombe a grappolo entro il prossimo anno. Ma gli Stati Uniti non erano una di quelle. Fino ad ora 23 nazioni hanno ratificato la convezione. La Gran Bretagna deve ancora farlo, ma il ministero degli esteri ha confermato che farebbe parte del programma legislativo del governo prima delle prossime elezioni.

Un portavoce del ministero degli esteri ha detto che è stato disposto ordine del più stretto controllo sull’esportazione di bombe a grappolo, il quale si estende alle banche che forniscono soldi ai produttori. Il governo era consapevole che l’ordine di controllo non stava funzionando e “sta lavorando su questo”.

Esther Vandenbroucke, della Netwerk Vlaanderen e uno degli autori del rapporto, ha detto: “La responsabilità di bandire le munizioni a grappolo è un responsabilità comune. Richiede coraggio, e richiede uno sforzo. Siamo a distanza di pochi mesi dall’entrata in vigore di un trattato internazionale ed è tempo che gli stati firmatari della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo agiscano nei confronti degli stati non firmatari e delle istituzioni finanziarie.”

Lo scorso dicembre, il fondo pensionistico del governo della Nuova Zelanda ha venduto azioni della Lockheed Martin a causa del suo legame con la costruzione delle bombe a grappolo. Simili azioni sono state intraprese dai governi irlandese e olandese.

Milioni di persone saranno in pericolo a causa di fino a dieci milioni di bombe a grappolo che non sono ancora esplose, cosa che è causa di un danno economico e sociale alle collettività in più di 20 nazioni nelle prossime decadi, hanno avvertito gli attivisti. La grande maggioranza di perdite di vite umane a causa delle bombe a grappolo avvengono mentre le vittime stanno portando avanti le loro vite quotidiane.

Lunedi, ad un libanese di 20 ani gli è stata amputata la gamba dopo che una bomba a grappolo è esplosa ad Houla un villaggio del sud del Libano. Una fonte del servizio di sicurezza ha detto che stava raccogliendo legna nel suo villaggio di confine quando è avvenuta l’esplosione.

L’esercito Israeliano ha fatto un uso intensivo delle bombe a grappolo durante la guerra nel sud del Libano tre anni fa. Le bombe a grappolo sono state usate più recentemente sia dai georgiani che dai russi nella controversia sull’Ossezia del Sud. Sono state usate anche nelle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Nick Mathiason
Fonte: http://www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/business/2009/oct/29/banks-fund-cluster-bomb-trade
29.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ANGELO