Archivi del giorno: 17 novembre 2009

Antimafia Duemila – Scarpinato: Soldi Sporchi. Come riciclare con l’aiuto dello Scudo

Antimafia Duemila – Scarpinato: Soldi Sporchi. Come riciclare con l’aiuto dello Scudo.

di Roberto Scarpinato – 15 novembre 2009
Una legge a ‘maglie larghe’ che aggira le norme sulla trasparenza, va contro le direttive europee e aiuta le associazioni criminali.

Roberto Scarpinato è magistrato, sostituto procuratore presso la Procura antimafia di Palermo, autore assieme a Saverio Lodato de “Il Ritorno del Principe” per le edizioni Chiarelettere. Per comprendere le falle aperte dal recente scudo fiscale nel sistema di antiriciclaggio italiano, è bene avere presente il contesto in cui viene a incidere. Sarà pù difficile rilevare possibili reati Uno dei punti cardine della legislazione antiriciclaggio è l’obbligo imposto a tutti gli intermediari finanziari e ai professionisti di segnalare le operazioni sospette all’Uif (Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia), quando si hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. La Banca d’Italia elabora, aggiornandoli continuamente, gli indici di anomalia ai quali gli operatori finanziari devono attenersi nel valutare la natura sospetta di un’operazione. Taluni indicatori vengono inseriti anche nei sistemi informatici delle banche, in modo da attivare un rilevamento automatico delle operazioni sospette. Ove necessario, la Banca d’Italia può disporre la sospensione per cinque giorni delle operazioni sospette segnalate, in modo da consentire alla magistratura, prontamente allertata, di intervenire con tempestività. L’esperienza ha dimostrato come nella prassi operativa tale sistema sia carente, soprattutto nelle regioni meridionali, a causa dell’inquietante infiltrazione della criminalità mafiosa in vari punti nel circuito bancario. In alcuni casi è stato accertato che funzionari bancari avevano omesso di segnalare le operazioni sospette, perché complici o intimiditi. In altri è stato accertato che avevano addirittura manipolato il sistema informatico di rilevazione automatica, cancellando le tracce delle operazioni segnalate. Pur con tali limiti, quando le segnalazioni sono state effettuate, si sono spesso rivelate preziose per dare corso a indagini che si sono concluse con l’arresto di numerosi criminali e la confisca di ingenti capitali illegali. In questo difficile contesto, il recente scudo fiscale ha in parte cancellato e in parte affievolito l’obbligo di segnalare le operazioni sospette, rendendocosìcieco–ogravemente ipovedente – il sistema di rilevamento dei possibili casi di riciclaggio. Infatti l’art. 13 bis, comma 3, del Dl n. 78 del 2009 ha disposto che non si applica l’obbligo della segnalazione delle operazioni sospette per tutti i casi i cui i capitali rimpatriati o regolarizzati derivino da una serie di reati sottostanti che vengono estinti dallo scudo fiscale: i reati tributari di omessa dichiarazione dei redditi o di dichiarazione fraudolenta e infedele. Vengono inoltre estinti una lunga serie di reati quando siano stati commessi per eseguire od occultare i reati tributari, ovvero per conseguirne il profitto: alcuni reati di falso previsti dal codice penale (articoli 482, 483, 484, 485, 489, 490, 491 bis e 492), di soppressione, distruzione e occultamento di atti veri, nonchè dei reati di false comunicazioni sociali previste dal codice civile (articoli 2621 e 2622). Capitali di origine illegale immessi nel mercato a seguito di tale normazione e del regime di invisibilità assicurato ai capitali ‘scudati’, si è venuta a determinare per il vastissimo popolo degli imprenditori collusi l’opportunità di fare rientrare dall’estero capitali sporchi dei loro soci mafiosi occulti, spacciandoli falsamente come frutto di evasione fiscale per poi immetterli nel circuito produttivo. Si è aperta anche la possibilità di impiegare nell’attività economica capitali illegali in realtà detenuti in Italia, che possono essere fatti figurare come rientrati dall’estero. A tal fine è sufficiente infatti limitarsi a inviare per via telematica una semplice dichiarazione di rientro all’agenzia delle Dogane, senza alcuna possibilità di serio controllo, o ricorrere ad altri trucchi elementari. In una fase storica quale quella attuale, nella quale le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e migliaia di imprese operanti nella legalità sono boccheggianti, è dunque elevato il rischio che le imprese a partecipazione mafiosa, rifornite di capitali illegali freschi a costo penale zero, vengano a trovarsi in grado di sgominare la concorrenza, creando o irrobustendo indebite posizioni di oligopolio, con buona pace di tutte le prediche sulle virtù della libera concorrenza. Si è obiettato che le mafie non sarebbero interessate a fare rientrare capitali dall’estero. Ma l’obiezione non tiene conto della realtà dell’economia mafiosa nazionale, della possibilità di spacciare capitali detenuti in Italia come esteri, del riciclaggio operato in Italia dalle mafie straniere che da anni investono capitali sporchi in varie attività, nonché della concreta esperienza del precedente scudo fiscale. Per limitarci solo alla dinamiche di riciclaggio delle mafie nazionali, va infatti considerato che le imprese a partecipazione mafiosa si trovano sempre esposte al rischio di dovere spiegare, se individuate, l’origine dei loro capitali. Attraverso un’accurata analisi dei libri contabili, la magistratura può essere in grado di dimostrare che a un certo punto della vita dell’azienda sono stati immessi capitali che non trovano giustificazione nei profitti di impresa e nei redditi personali dei soci. Grazie a tale complessa e difficile attività di indagine, che si avvale spesso di perizie contabili, è stato possibile confiscare centinaia di imprese appartenenti ad imprenditori insospettabili, dotati di solida reputazione nel mercato. Avvalendosi dello scudo fiscale, l’imprenditore colluso avrà ora una duplice arma per paralizzare le indagini. In primo luogo potrà opporre lo scudo fiscale, sostenendo che i nuovi capitali, immessi nel circuito produttivo, sono frutto di evasione fiscale già sanata. In secondo luogo, ai magistrati che volessero comunque verificare, analizzando i libri contabili, se effettivamente i capitali scudati siano compatibili con i redditi di impresa e con il volume di affari, potrà opporre che ha distrutto i libri contabili e le scritture societarie. Naturalmente a costo penale zero, perché – come ho accennato prima – lo scudo estingue persino il reato (punito sino a 5 anni di reclusione) di occultamento o distruzione di scritture contabili per evadere le imposte sui redditi e l’Iva, o per impedire la ricostruzione dei redditi e dei volumi di affari. Quello citato è solo uno tra i tanti esempi di una casistica quanto mai ricca di opportunità di riciclaggio apertesi con lo scudo fiscale, ma, per ovvi motivi, non pare sia il caso di proseguire con altre esemplificazioni. Come se non bastasse avere eliminato l’obbligo di segnalare le operazioni sospette in tutti i casi sopra specificati, si è ritenuto di dover affievolire tale obbligo anche nei residui casi in cui è stato mantenuto in vita. Si tratta dei casi nei quali l’operatore bancario ha il sospetto che i capitali scudati non siano frutto di reati tributari,ma di altri ben più gravi reati, come estorsioni, traffico di stupefacenti e via elencando. Infatti, con la circolare emanata dall’Agenzia delle Entrate contenente le istruzioni per lo scudo fiscale, si è precisato testualmente: “Si ricorda che gli intermediari non sono tenuti a verificare la congruità delle informazioni contenute nelle dichiarazioni riservate, relativamente agli importi delle attività oggetto di rimpatrio, né la sussistenza dei requisiti oggettivi richiesti dalla norma per accedere alle operazioni di emersione delle attività detenute all’estero, né sono obbligati a verificare i criteri utilizzati dal soggetto interessato per valorizzare le medesime attività nella dichiarazione stessa”. L’entità dei soldi rientrati non è motivo di sospetto per coloro che non avessero familiarità con il giuridichese, in sostanza è stato ricordato agli intermediari che l’entità della somma scudata non costituisce di per sè motivo di sospetto. La segnalazione dovrà dunque essere effettuata solo se gli importi risultassero notevolmente sproporzionati rispetto al profilo economico-professionale del soggetto che intende accedere allo scudo fiscale (per esempio un artigiano a basso reddito che fa rientrare un milione di euro) o se sussistono altri e diversi motivi di sospetto. Si è così aperta un’altra significativa falla. Infatti le operazioni relative allo scudo possono essere effettuate anche allo sportello da persone che non sono clienti delle banche e di cui esse ignorano pertanto il profilo economico. Poiché l’entità della somma scudata non è da considerarsi motivo di sospetto e poiché non è possibile valutare se sussiste la sproporzione di cui si è detto, si è in sostanza conseguito l’effetto di de-potenziare in modo indiscriminato e incontrollato l’obbligo della segnalazione per tutte le operazioni effettuate allo sportello anche per cifre rilevantissime. Infine, per chiudere il cerchio, va considerato che la legge ha stabilito che le operazioni in questione sono coperte da assoluta riservatezza e non devono essere comunicate all’Amministrazione finanziaria; sicché neppure per tale via è possibile rilevare, a posteriori e in tempo utile, l’incongruità tra gli importi scudati ed il profilo economico del soggetto che ha fatto rientrare capitali dall’estero  Non c’è alcuna  tracciabilità delle  operazioni ‘scudate’  Ci si chiede perché mai non si è ritenuto di dovere coniugare le esigenze di liquidità di cassa dello Stato con l’esigenza di impedire l’indebita strumentalizzazione delle norme sullo scudo fiscale per riciclare capitali sporchi che, una volta immessi nel circuito economico, alterano la regole del libero mercato a discapito degli imprenditori onesti, già fortemente penalizzati dalla crisi economica.  Eppure sarebbe stato sufficiente garantire la tracciabilità delle operazioni scudate e la loro visibilità agli organi competenti (Amministrazione finanziaria e Magistratura), mantenendo inoltre fermo l’obbligo di segnalare tutte le operazioni sospette senza eccezioni di sorta. I cittadini intenzionati a regolarizzare capitali frutto di evasione fiscale non avrebbero avuto nulla da temere, in quanto lo Stato garantisce loro l’immunità fiscale e penale. Gli altri – i mafiosi ed criminali – avrebbero capito che “non era aria”. Resta infine da chiedersi se l’abolizione dell’obbligo di segnalazione delle operazioni             sospette previsto dallo scudo fiscale non costituisca una violazione della direttiva europea anti-riciclaggio (n. 60 del 2005) che ha imposto agli stati membri della Comunità europea di prevedere nei loro ordinamenti l’obbligo della segnalazione di tutte le operazioni sospette. Il decreto legislativo antiriciclaggio italiano n. 231 del 2007 che prevede tale obbligo, è stato approvato proprio per dare esecuzione alla suddetta direttiva europea. Secondo la giurisprudenza costante della Corte di giustizia europea, non solo qualsiasi giudice, ma – come è stato osservato – anche qualsiasi autorità pubblica è tenuta a disapplicare una norma interna (e tanto più una semplice circolare) contraria alla disposizione di una direttiva europea, applicando invece quest’ultima. Tra le pubbliche autorità rientra la Banca d’Italia. Sarebbe sperare troppo se almeno la Banca d’Italia, deputata a indicare agli intermediari finanziari i criteri ai quali attenersi per la segnalazione delle operazioni sospette, trovasse il modo di ricordare che la normativa europea è sovraordinata a quella nazionale e non prevede deroghe all’obbligo di segnalare le operazioni sospette?

Antimafia Duemila – Mafia, ennesimo tradimento del Governo

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia, ennesimo tradimento del Governo.

di Roberto Morrione – 16 novembre 2009
”Il disastroso emendamento alla Finanziaria è un regalo alle mafie”

Un tradimento, l’ennesimo di questo governo sulla strada della lotta alle mafie. L’emendamento della finanziaria votato a maggioranza dal Senato, che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, è  molto più grave di un segnale d’allarme. Mentre sulla Giustizia pende una legge discriminatoria pensata su misura dei guai giudiziari del premier, quando si attende ancora il passo indietro del sottosegretario Cosentino dinanzi alla richiesta di arresto per partecipazione esterna ai clan casalesi e a Fondi si rafforzano gli interessi criminali nonostante le reiterate richieste di scioglimento dell’amministrazione, si consuma un tradimento a più facce.

Come ha ricordato Don Luigi Ciotti, è tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel ’96 firmarono la proposta di legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro “restituzione alla collettività”. Se la Camera confermasse la decisione di vendere all’asta gli immobili confiscati, passati 90 giorni dalla confisca senza assegnazione, sarebbe enorme il rischio di restituirli alle stesse organizzazioni criminali. Le famiglie mafiose dispongono di un’enorme massa di denaro liquido,  in via di ripulitura all’interno dell’economia legale, mentre sono in grado di fare intervenire un sistema di prestanome e di intermediari finanziari, che in parte già agiscono nei territori ad alta densità mafiosa. E’ evidente fra l’altro che il fortissimo radicamento sociale dei mafiosi renderebbe più agevole la loro capacità di vincere un’asta attraverso “amici”. Sono numerosi gli episodi già avvenuti in Sicilia, in Campania e in Calabria che attestano questa capacità dei clan. Vi sono  comuni sciolti per mafia proprio per aver assegnato beni confiscati a prestanome dei mafiosi colpiti dalla confisca, come a Canicattì in provincia di Agrigento e a Nicotera in provincia di Vibo Valentia.

Per non parlare della debolezza prevista nell’emendamento per il meccanismo di vendita degli immobili, affidato a funzionari locali del Demanio che, per la loro oggettiva esposizione ambientale ( come è già avvenuto in alcuni casi ) non sono nella posizione migliore per resistere a condizionamenti anche indiretti.
Un secondo aspetto del tradimento riguarda il famoso “piano sicurezza” ostentato dal governo, dal premier fino al ministro Maroni, che innumerevoli volte hanno rivendicato contro le mafie non solo gli arresti da parte delle forze dell’ordine, ma l’entità dei beni sequestrati e il fatto che il bene da sequestrare venga perseguito in quanto tale, indipendentemente dalla posizione processuale del mafioso coinvolto. Bene, se fosse confermato questo emendamento sarebbero più di 3.200 gli immobili non ancora assegnati che verrebbero posti in vendita, esponendoli alla rivincita delle organizzazioni criminali, oltre ovviamente alle nuove confische che arriveranno…C’è davvero da chiedersi che fine abbiano fatto finora quei “fini sociali” che costituivano l’essenza della legge del ’96 e l’obiettivo di quel milione di firme, mentre ancora aspettiamo l’applicazione della legge finanziaria del 2006 che riproponeva l’uso sociale dei beni confiscati, anche attraverso l’istituzione di un’Agenzia nazionale.

Sono traditi infine e non possono non sentirsi tali, i giovani volontari che sotto le bandiere di Libera con le loro cooperative strappano frutti alle aspre terre confiscate, da Corleone e S.Giuseppe Jato alla valle del Marro, dall’altopiano pugliese a Casal di Principe e Castelvolturno, dal basso Lazio alla periferia di Catania, trasformando in beni sociali per tutti il frutto di un crimine di pochi intriso di morte, corruzione, paura. E con loro le associazioni di volontariato e del terzo settore, che attendono da anni solo di superare le paludi burocratiche per trasformare immobili  sequestrati in centri sociali, di assistenza, di cultura. Questo sarebbe davvero il tradimento più  imperdonabile. Se nella sua disastrata gestione dell’economia il governo ha bisogno di “fare cassa”, non intacchi quei pochi diritti essenziali finora conquistati per sostituire legalità e sviluppo al dominio del crimine.

C’è allora necessità assoluta di non fare ulteriori regali alle mafie, di non far passare alla Camera quel disastroso emendamento, rispondendo con la stessa forza e con l’ unità d’intenti e di organizzazione che fu messa in campo il 3 Ottobre per la difesa della libertà dell’informazione. E’ ormai un appuntamento che investe in ogni campo la responsabilità di tutti, non solo certo della società civile e non possiamo mancare.

I MISTERI DELLA BANCA ARNER CON I DEPOSITI DI BERLUSCONI E FIGLI | BananaBis

I MISTERI DELLA BANCA ARNER CON I DEPOSITI DI BERLUSCONI E FIGLI | BananaBis.

di Valter Galbiati, La Repubblica

MILANO – Che la signora Teresa Macaluso e il premier Silvio Berlusconi abbiano i conti correnti presso la stessa banca non dovrebbe creare nessun problema. Ma se la banca si chiama Banca Arner, commissariata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti su indicazione della Banca d’Italia di Mario Draghi per operazioni sospette di riciclaggio, e la signora risulti essere la moglie di Francesco Zummo, costruttore di Palermo, considerato dalla procura vicino alle cosche mafiose, le cose si fanno un po’ più complicate.

Anche perché, come rivelato dalla puntata di Report trasmessa ieri, il premier ha depositato presso la sede milanese della piccola banca elvetica qualcosa come 60 milioni di euro, divisi tra un conto corrente personale (il numero uno della banca), sul quale giacciono circa 10 milioni, e conti riconducibili a società della sua famiglia, le holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, amministrate da Marina e Piersilvio Berlusconi, sui quali si trovano altri 50 milioni. La signora Macaluso, tuttavia, non è da meno perché da sola può vantare un deposito di ben 13 milioni. Quei soldi se fossero in Unicredit o in Banca Intesa, le due più grandi banche italiane con migliaia di sportelli, passerebbero inosservati, ma siccome si trovano presso la piccola Banca Arner, una sede a Lugano e tre filiali tra Milano, Nassau e Dubai, e rappresentano un quarto degli attivi della banca, destano un po’ di scalpore. Anche perché Arner è stata da sempre il crocevia di alcune operazioni sospette riconducibili alla galassia Berlusconi e di recente è di nuovo piombata al centro delle cronache giudiziarie per l’arresto di Nicola Bravetti, amministratore e membro della direzione generale della banca, nonché dirigente dell’Organo di contatto per la lotta contro il riciclaggio di denaro dell’Ufficio di controllo del Dipartimento federale delle finanze elevetiche. Con lui, a maggio 2008, sono finiti ai domiciliari, gli imprenditori Francesco e Ignazio Zummo, padre e figlio, tutti con l’accusa di concorso in intestazione fittizia di beni, aggravato dall’aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito alla moglie di Francesco, Teresa Macaluso appunto, di intestarsi tra il 2003 e il 2005 la somma di circa 13 milioni provenienti secondo l’accusa dagli affari della mafia. Il tramite tra gli Zummo e Bravetti, sarebbe stato l’avvocato milanese Paolo Sciumè.

Come Berlusconi, tuttavia, ci sono anche altri nomi celebri ad aver rapporti fiduciari con la banca. Qui hanno i conti correnti Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum, la famiglia dell’avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori e il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano di casa Fininvest. Qui vengono gestite due società anonime, la Centocinquantacinque e la Karsira Holding, che a cascata controllano due società amministrate dalla famiglia Acampora, quella dell’avvocato Giovanni Acampora condannato con Previti sempre per il Lodo Mondadori. E qui vengono gestiti i soldi della Flat Point, una immobiliare che sta costruendo ville ad Antigua e tra i cui acquirenti ci sarebbe anche Silvio Berlusconi. Report ieri ha parlato di un bonifico da 3,367 milioni del premier indirizzato proprio alla Flat Point.

La ragione del fitto intreccio tra Banca Arner e il mondo Fininvest sta nella storia stessa della banca. Uno dei fondatori della Arner, infatti, è un uomo di fiducia di Berlusconi, Paolo Del Bue, un romano trasferitosi in Svizzera, dove insieme con Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli ha dato vita a una fiduciaria che nel 1994 si è trasformata in Banca Arner. Non si sa se Del Bue, che ha lasciato la carica di amministratore nel 2005 è ancora tra i soci, ma era di certo in Arner quando, secondo la ricostruzione fornita agli inquirenti dall’ex presidente del Torino Gianmauro Borsano, la società panamense New Amsterdam, amministrata fiduciariamente da Arner, versò in nero 10 miliardi di lire al Torino per il passaggio del calciatore Gianluigi Lentini al Milan.

Ma l’importanza di Del Bue si capisce solo dalle carte del processo Mills, l’avvocato inglese condannato in appello per essersi fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi del premier. Nelle motivazioni della condanna il tribunale spiega che Mills si fece pagare per nascondere ai giudici italiani che le società offshore Century One e Universal One erano riconducibili non ai manager della Fininvest, ma “direttamente a Silvio Berlusconi”. I conti esteri di quelle due società erano gestiti proprio da Del Bue, che da quei conti prelevava anche ingenti somme in contanti. In tre anni Del Bue ha trasformato in moneta sonante ben 100 miliardi di lire.

Depistaggio targato Wind

Fonte: Depistaggio targato Wind.

Il capo della Security dietro ad un sistema per confondere le indagini

Un sistema congegnato per coprire alcune utenze telefoniche, affidate anche a uomini delle istituzioni, e mirato a confondere le indagini delle procure: questo il sospetto degli inquirenti di Crotone, supportato dalle dichiarazioni di un maggiore dei carabinieri indagato. È per questo che il pm Pierpaolo Bruni (nella foto a sinistra, ndr), nei giorni scorsi, ha disposto l’ispezione della Wind. Il principale sospettato, come vedremo, il direttore della Security Wind: Salvatore Cirafici. Parliamo dell’uomo che, come scrive la procura di Crotone, è “responsabile dell’organizzazione, gestione e adempimenti (…) delle richieste di intercettazioni telefoniche, di informazioni e ogni altra prestazione obbligatoria richiesta dall’Autorità Giudiziaria e dalle forze dell’ordine”.

Se il sospetto della procura venisse confermato, quindi, saremmo dinanzi al più grande scandalo che abbia mai coinvolto una compagnia telefonica italiana: attraverso le schede Wind, Cirafici avrebbe potuto creare buchi nelle inchieste di tutt’Italia. A partire dall’ormai famosa Why Not. Inclusi i rivoli che, due anni fa, hanno coinvolto il consulente informatico, Gioacchino Genchi. A spiegarlo, interrogato, il maggiore dei Carabinieri Enrico Grazioli. A sua volta indagato, sempre da Bruni, per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento. Dichiarazioni talmente delicate che lo stesso Grazioli, durante l’interrogatorio, fa mettere a verbale: “Adesso temo per la mia incolumità personale”.


ComeDonChisciotte – HONDURAS: LA VITTORIA DELLO “SMART POWER”

Fonte: ComeDonChisciotte – HONDURAS: LA VITTORIA DELLO “SMART POWER”.

DI EVA GOLINGER
mondialisation.ca

Henry Kissinger ha detto che la democrazia è “l’arte di frenare il potere”. In tutta evidenza, l’ideologo più influente sulla politica estera degli Stati Uniti del XX secolo faceva riferimento alla necessità di “frenare il potere” degli altri stati e governi allo scopo di mantenere la dominazione globale degli Stati Uniti. Presidenti quali George W. Bush hanno fatto ricorso allo “Hard Power” per raggiungere i propri obiettivi: armi, bombe, minacce e invasioni militari. Altri, come Bill Clinton, hanno fatto ricorso al “Soft Power”: guerra culturale, Hollywood, ideali, diplomazia, autorità morale e campagne per “vincere i cuori e gli spiriti” degli abitanti dei paesi nemici. L’amministrazione Obama ha scelto una variante di questi due concetti fondendo insieme la potenza militare con la diplomazia, l’influenza politica ed economica con una penetrazione culturale e manovre giuridiche. Chiamano ciò “Smart Power”. Applicato per la prima volta con il colpo di stato in Honduras, si può dire che, finora, ha funzionato a meraviglia.

Nel corso della sua audizione davanti al Senato per la sua nomina, il segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato che “noi dovremmo utilizzare quello che si chiama “smart power”, il ventaglio completo dei mezzi a nostra disposizione – diplomatici, economici, militari, politici, giuridici e culturali – e scegliere lo strumento giusto, o una combinazione di strumenti, adatto ad ogni situazione. Con lo “smart power” la diplomazia diventerà la punta di lancia della nostra politica estera”. Clinton ha in seguito precisato il concetto affermando che “la via più saggia sarà di ricorrere per prima cosa alla persuasione”.

Cosa c’è d’intelligente in questo concetto? Si tratta di una forma di politica difficile da classificare, difficile da scoprire e difficile da svelare.

L’Honduras è un esempio. Da un lato, il presidente Obama condanna il colpo di stato contro il presidente Zelaya mentre il suo ambasciatore a Tegucigalpa si incontra regolarmente con i golpisti.

La segretaria di Stato Clinton ha ripetuto a più riprese nel corso degli ultimi quattro mesi che Washington non voleva “influenzare” la situazione in Honduras – che gli Honduregni dovevano risolvere da soli la crisi, senza ingerenze esterne. Ma è Washington che ha imposto il processo di mediazione “condotto” dal presidente Oscar Arias del Costarica, ed è Washington che ha continuato a finanziare il regime golpista e i suoi sostenitori attraverso l’USAID, ed è ancora Washington che ha controllato e guidato le forze armate honduregne – colpevoli della repressione contro il popolo e che hanno instaurato un regime brutale – tramite una massiccia presenza militare nella base di Soto Cano.

In più, sono i lobbysti a Washington che hanno redatto “l’accordo” di San Josè e, in definitiva, è una delegazione di alti funzionari del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca che hanno “convinto” gli Honduregni ad accettare questo accordo. Malgrado la costante ingerenza degli Stati Uniti nel colpo di stato in Honduras – attraverso sostegno finanziario, logistico, politico e militare – la tattica dello “smart power” di Washington è riuscita ad ingannare l’opinione pubblica e a fare passare l’amministrazione Obama come il grande vincitore del “multilateralismo”.

Lo “smart power” è riuscito a far passare l’unilateralismo di Washington per multilateralismo. Fin dal primo giorno, Washington ha imposto il suo programma. Il 1° luglio, durante una conferenza stampa, alcuni portavoce del Dipartimento di Stato hanno confessato che erano al corrente dell’imminenza di un colpo di stato in Honduras. Hanno anche confessato che due alti funzionari del Dipartimento di Stato, Thomas Shannon e James Steinberg, si trovavano in Honduras una settimana prima del golpe per incontrare gruppi di civili e di militari coinvolti. Hanno dichiarato che il loro obiettivo era “d’impedire il colpo di stato”. Ma come spiegare allora che l’aereo che ha portato con la forza il presidente Zelaya in esilio sia decollato dalla base militare di Soto Cano in presenza di ufficiali militari americani?

I fatti svelano il vero ruolo di Washington nel colpo di stato in Honduras e dimostrano l’efficacia dello “smart power”. Washington sapeva che un colpo di stato era in preparazione, ma ha continuato a finanziare i cospiratori attraverso USAID e NED. Il Pentagono ha partecipato all’esilio forzato del presidente Zelaya e in seguito l’amministrazione ha utilizzato l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) – che all’epoca era moribonda – come una copertura per raggiungere i propri obiettivi. Il discorso del Dipartimento di Stato ha sempre legittimato i golpisti chiamando “le due parti .. a risolvere il conflitto politico in maniera pacifica attraverso il dialogo”. Da quando l’autore di una presa di potere illegale è considerato come una “parte legittima” interessata al dialogo? Nella realtà, un criminale che ha preso il potere con la forza non è interessato al dialogo. Con tale logica, il mondo dovrebbe incoraggiare l’amministrazione USA a “risolvere il conflitto politico con Al Qaeda in maniera pacifica attraverso il dialogo e non la guerra”.

Lo “smart power” d’Obama/Clinton ha riportato la sua prima vittoria nel corso dei primi giorni del colpo di stato persuadendo gli stati membri dell’OSA di attendere 72 ore per permettere al regime golpista in Honduras di “riflettere sui suoi atti”. Poco tempo dopo, il segretario di Stato Clinton ha imposto una mediazione condotta da Arias. Dopo questa fase, è stato concesso un tale spazio a Washington che gli Stati Uniti non hanno avuto alcuna difficoltà a prendere in mano i comandi. Quando il presidente Zelaya si è recato a Washington per incontrare la Clinton, era evidente che non aveva più il controllo. Ed è così che hanno manovrato, guadagnando sempre più tempo fino all’ultimo minuto, così bene che se anche Zelaya fosse tornato al potere non avrebbe avuto né lo spazio né il tempo per governare.

Il popolo, lui, è stato escluso dal processo. Mesi di repressione, violenza, persecuzioni, violazioni dei diritti dell’uomo, coprifuoco, chiusura dei media, torture ed assassinii politici sono stati ignorati. Che sollievo, ha dichiarato il sotto-segretario di Stato Thomas Shannon al momento della firma dell'”accordo” finale, che la situazione in Honduras si sia risolta “senza violenza”.

Dalla firma dell'”accordo” il 30 ottobre scorso, Washington ha tolto le poche restrizioni imposte al regime per esercitare una pretesa pressione sui golpisti. Ormai, questi ultimi possono di nuovo ottenere i visti e viaggiare negli Stati Uniti, e non devono nemmeno preoccuparsi dei milioni di dollari di aiuti accordati dall’USAID, aiuti che in realtà non erano mai stati sospesi … I militari USA di stanza a Soto Cano possono riprendere le loro attività – tranne quelle che non sono mai state interrotte. Il Southern Command (SOUTHCOM) del Pentagono ha affermato qualche giorno dopo il colpo di stato che “tutto era normale presso le nostre forze armate in Honduras, esse proseguono le loro attività abituali con i loro colleghi honduregni”. E Washington ha già preparato la sua delegazione di osservatori per le elezioni presidenziali del 29 novembre prossimo, sono già in marcia.

Allora dimenticate il torturatore della Guerra Fredda, Billy Joya, che complottava con i golpisti contro la resistenza. Dimenticate le forze colombiane paramilitari inviate per aiutare il regime a “controllare” la popolazione. Dimenticate il ricorso ai cannoni sonici LRAD destinati a tormentare gli occupanti dell’ambasciata del Brasile per far uscire Zelaya dall’edificio. Dimenticate tutto, non è successo nulla. Come ha detto Thomas Shannon, “ci felicitiamo con questi due grandi uomini per questo storico accordo”. E la segretaria di Stato Clinton che aggiunge “questo accordo costituisce una grande vittoria per gli Honduregni”. Aspettate un momento, una vittoria per chi?

Alla fine, l”accordo” tanto vantato e imposto da Washington non fa che chiedere al Congresso honduregno – lo stesso Congresso che ha falsificato la lettera di dimissioni di Zelaya per giustificare il colpo di stato, lo stesso Congresso che ha sostenuto l’insediamento illegale di Micheletti alla presidenza – di decidere se Zelaya debba tornare ad occupare il posto di presidente. Ma solo dopo aver ricevuto il parere della Corte Suprema dell’Honduras – la stessa corte che ha definito Zelaya un traditore per aver indetto una consultazione (senza impegno) su una eventuale riforma costituzionale futura, la stessa corte che aveva ordinato la sua brutale cattura. Anche se la risposta del Congresso fosse positiva, Zelaya non avrebbe alcun potere. L'”accordo” sancisce che i membri del suo governo saranno designati dai partiti politici implicati nel colpo di stato, e che le forze armate saranno poste sotto il controllo della Corte Suprema che ha sostenuto il colpo di stato, e che Zelaya potrà essere giudicato per il “delitto” di “tradimento” per aver chiesto un voto non vincolante su un’eventuale riforma costituzionale.

Secondo l'”accordo”, una commissione sarà incaricata di sorvegliare la sua applicazione. Attualmente, Ricardo Lagos, ex-presidente del Cile e fedele alleato di Washington, è stato nominato a capo della commissione. Lagos è co-direttore del Consiglio di Amministrazione del Dialogo Inter-Americano, un gruppo di riflessione di destra che esercita un’influenza sulla politica di Washington in America latina. Lagos è stato anche incaricato di creare la versione cilena del NED (National Endowment for Democracy) che si chiama “Fundaciòn Democracia y Desarrollo”, destinata a “promuovere la democrazia” in America latina, nello stile USA. Lasciando la presidenza del Cile, nel 2006, Lagos è stato nominato presidente del Club di Madrid – un club selezionato di ex-presidenti che si consacrano a “promuovere la democrazia” nel mondo. Molte figure chiave di questo club sono al momento implicate nella destabilizzazione di governi di sinistra in America latina, tra cui Jorge Quiroga e Gonzalo Sanchez de Lozada (ex-presidenti della Bolivia), Felipe Gonzales (ex-primo ministro spagnolo), Vaclav Havel (ex-presidente della Repubblica Ceca) e Josè Maria Aznar (ex-primo ministro spagnolo).

Alla fine, lo “smart power” sarà stato sufficientemente sottile per ingannare tutti quelli che attualmente salutano la “fine della crisi” in Honduras. Ma per la maggioranza dei latino-americani, la vittoria dello “smart power” di Obama in Honduras costituisce un oscuro e pericoloso presagio. Iniziative come l’ALBA hanno appena cominciato a raggiungere un livello di indipendenza di fronte alla potenza dominante del nord. Per la prima volta nella loro storia, le nazioni e i popoli dell’America latina hanno collettivamente resistito dando prova di dignità e di sovranità per costruire il proprio avvenire. Poi è arrivato Obama con il suo “smart power” e l’ALBA è stata colpita dal colpo di stato in Honduras e l’integrazione dell’America latina si ritrova indebolita dall’espansione USA in Colombia e la lotta per l’indipendenza e la sovranità nel cortile di casa di Washington sta per essere schiacciata con un sorriso cinico e una stretta di mano ipocrita.

E’ stato piegando la schiena davanti a Washington che la crisi in Honduras è stata “risolta”. Una crisi che, ironicamente, è stata fomentata dagli Stati Uniti stessi. Adesso si parla di analoghi colpi di stato in Paraguay, Nicaragua, Ecuador e Venezuela dove la sovversione, la controinsurrezione e la destabilizzazione si fanno sentire ogni giorno di più. Il popolo dell’Honduras è sempre in stato di resistenza malgrado l'”accordo” tra gli uomini di potere. La sua sollevazione e il suo impegno per la giustizia sono un simbolo di dignità. L’unica maniera di battere l’imperialismo – che sia dolce, duro o intelligente – passa per l’unione e l’integrazione dei popoli.

“L’illegale lo facciamo subito, per l’anticostituzionale ci vuole un po’ più di tempo”.
Henry Kissinger

Eva Golinger è un avvocato venezuelano-americano di New York che vive a Caracas, Venezuela dal 2005 ed è autrice di due bestsellers “The Chavez Code: Cracking US Intervention in Venezuela” (2006, Olive Branch Press) e “Bush vs. Chavez: Washington’s War on Venezuela” (2007, Monthly Review Press). Dal 2003, Eva Golinger, laureata al Sarah Lawrence College e alla CUNY Law School di New York, ha investigato, analizzato e scritto sull’intervento USA in Venezuela utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA) per ottenere informazioni sugli sforzi del Governo USA per destabilizzare i movimenti progressisti in America latina.

Eva Gollinger
Titolo originale: “Honduras: la victoire du Smart Power
Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=16022
11.11.2009

Scelto e tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

ComeDonChisciotte – TATTICHE E STRATEGIE DEL WTO

Fonte: ComeDonChisciotte – TATTICHE E STRATEGIE DEL WTO.

DI UMBERTO MAZZEI
globalresearch.ca

Il WTO (o OMC, Organizzazione mondiale per il commercio) è un forum multilaterale importante perché tenta di negoziare il futuro. Lo scopo non dichiarato della creazione del WTO era perpetuare, attraverso accordi internazionali, il modello di squilibri commerciali dell’economia internazionale. Lo stratagemma consiste nel convocare un forum per negoziare un emendamento fondato su principi di equità. La tattica consiste nello sfiancare la resistenza mediante un’immobilità evidentemente ripetitiva. Di conseguenza, il Doha Round, definito “ciclo dello sviluppo” e volto alla graduale eliminazione dei sussidi agricoli – che sono aumentati – ora riguarda solo la liberalizzazione del mercato, mentre la parola “sviluppo” è totalmente scomparsa.

L’ironia dei negoziati sta nel fatto che tutti i Paesi rivendicano il perseguimento di una maggiore apertura dei mercati mentre chiedono “flessibilità” per tenere chiuso il proprio.

I Paesi sviluppati – quelli che traggono i maggiori vantaggi dagli attuali squilibri – non vogliono rinunciare a nulla di tangibile, ma continuano a richiedere un maggiore spazio per i propri prodotti industriali (NAMA) e per l’esportazione dei propri prodotti agricoli sovvenzionati. Questo chiedere senza dare ha dato origine ad un’escalation, un imbroglio tecnico di complessità tale da non poter essere gestito dai Paesi che non dispongono del supporto di team specialistici. Il logoramento della resistenza è visibile; questioni che in passato erano state respinte con decisione dai Paesi in via di sviluppo sono ora nei testi negoziali. La retorica degli accordi “win-win” è svanita, lasciando spazio solamente alla volgare ambizione di vincere a spese altrui.

Gli obiettivi della negoziazione

C’è molta retorica, ma il fine originale e segreto delle negoziazioni è aprire i mercati alla produzione e al marketing dei cartelli internazionali. I cartelli non hanno Stato, ma controllano i governi dei Paesi sviluppati che parlano a loro nome; se avete dei dubbi, date un’occhiata alla gestione della crisi finanziaria. Il controllo dei cartelli internazionali incontra resistenze politiche in alcuni Paesi in via di sviluppo, nei quali il sostentamento delle industrie e di gran parte della popolazione dipende dall’agricoltura. Questo è il caso, con diverse sfumature, di Argentina, Brasile, Cina, India e Sudafrica.

L’agricoltura è essenziale alla sovranità politica, come sanno tutti coloro che hanno sofferto o soffrono – come Gaza e Cuba – fame e privazioni dovute a blocchi che sono atti di guerra genocida. Questa è la ragione per cui l’asse della negoziazione è costituito dai beni agricoli. Nel commercio agricolo c’è un’evidente iniquità e il problema principale è rappresentato dalle distorsioni di prezzo dovute alle sovvenzioni all’agricoltura, che in realtà finiscono più agli intermediari che ai produttori.

Per ragioni geografiche e per l’abbondanza di manodopera, i Paesi tropicali e subtropicali dovrebbero essere i principali esportatori di prodotti agricoli. L’Europa e l’America non sono efficienti nella produzione agricola, ma la sovvenzionano, e la proteggono elevando le tariffe. Fino a qui, si tratterebbe di una logica basata sui criteri della sovranità alimentare. Il fatto irrazionale è che l’Europa e l’America, grazie a tali sovvenzioni, sono i principali esportatori di prodotti agricoli con prezzi sottocosto nei Paesi in via di sviluppo: una pratica di dumping che sta rovinando i coltivatori e le economie locali.

Alcuni Paesi – Argentina, Australia, Brasile, Nuova Zelanda – sono molto efficienti e riescono ancora a competere ma con profitti inferiori, perché il mondo sviluppato abbassa i prezzi mondiali mediante le sovvenzioni. Ciò rende le sovvenzioni ai coltivatori uno strumento che previene la creazione di capitale nei Paesi agricoli. Queste pratiche sono etichettate come libera concorrenza, eliminazione degli handicap, o altri termini del gergo neoliberista.

Divide et Impera

Il “divide et impera” (dividi e conquista) è un principio romano, ma è ben messo in pratica dagli Anglosassoni e da altri colonialisti. La mappa dell’Africa mostra antiche comunità nazionali separate da linee artificiali che ora dobbiamo rispettare. L’America spagnola fu frammentata dal sostegno dato ai signori della guerra regionali. Gli Inglesi e i Brasiliani divisero Rio de la Plata tra Argentina, Uruguay [1] e Paraguay. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna incoraggiarono il separatismo nella Great Columbia e intervennero per atomizzare l’istmo centroamericano.

Nel WTO i Paesi in via di sviluppo hanno una maggioranza schiacciante e è dunque necessario dividerli. La prima divisione avvenne al di fuori del WTO, quando i cartelli internazionali ottennero tutto ciò che poterono attraverso gli accordi di libero mercato (FTA) che gli Stati Uniti e l’Europa firmarono con Paesi di cui controllavano le classi governanti. I negoziati WTO si limitano quindi a quei Paesi in via di sviluppo fuori del controllo USA ed europeo.

Al WTO, un efficace strumento di divisione è il principio del “trattamento speciale e differenziale”, una sorta di “pagami poi”. Sulla base di questo principio esistono distinzioni arbitrarie quali i “Paesi meno avanzati” (PMA) e le “piccole economie”, che sono esenti – per ora – dal fare concessioni e quindi dalle questioni da negoziare. Quando vediamo che le PMA sono ex-colonie ancora dipendenti e che il concetto di piccole economie fu promosso (con alla testa il Guatemala) da Paesi che avevano firmato FTA con gli USA, sappiamo chi c’è dietro. Ci sono divisioni che risultano dal processo negoziale. Esistono cinque gruppi di Paesi legati solo al commercio agricolo: il Gruppo di Cairns, il G-20, il G-33, il G-10 e l’ACP [2]. Il Gruppo di Cairns (Paesi agricoli efficienti) [3] richiede l’eliminazione di tutte le sovvenzioni e l’apertura dei mercati. Il G-20 chiede la stessa cosa, con qualche riserva. I G-33 (prodotti speciali e salvaguardie) è composto da 45 Paesi in via di sviluppo che difendono settori di sussistenza vulnerabili, ma solo 8 sono ancora attivi, perché a 37 è stato somministrato l’oppio delle piccole economie. I G-10 sono Paesi industriali (prodotti sensibili) che proteggono i propri settori agricoli strategici. I Paesi ACP difendono le loro preferenze agricole europee dall’erosione dovuta alla liberalizzazione del commercio.
Nel NAMA – “Non-agricultural Market Access” (prodotti industriali), il gruppo NAMA 11 è l’unico a sostenere il diritto di proteggere la propria industria domestica. Di questi 11 Paesi, solo Argentina e Sudafrica sono molto attivi. Il Brasile sta cedendo.

L’America Latina nel WTO

L’America Latina non è una forza nel WTO. Alle negoziazioni sull’agricoltura non ci sono gruppi come il GRULAC o la Comunità Andina o il MERCOSUR, che risaltino accanto al profilo del Gruppo Africano e del Gruppo ACP. L’immagine è caotica, e alcuni Paesi latinoamericani appartengono contemporaneamente a gruppi in conflitto. Vediamo la loro coerenza:

– Gruppo di Cairns: Colombia e Costa Rica appartengono solo a questo gruppo.
– G-20: L’Ecuador appartiene solo a questo gruppo.
– G-33: Honduras e Nicaragua appartengono solo a questo gruppo.
– Gruppo di Cairns e G-20: MERCOSUR e Cile sono in entrambi.
– G-20 e G-33: Venezuela e Cuba sono in entrambi.
– Gruppo di Cairns, G-20 e G-33: Bolivia e Guatemala sono in tutti e tre.
– Piccole economie: Qui troviamo tutto il Centro America ad eccezione di Costa Rica, gli interi Caraibi, Ecuador, Paraguay, Bolivia e… il Venezuela richiede un simile trattamento nel NAMA!

Le politiche negoziali sono evidentemente assenti quando un Paese, nonostante le contraddizioni, appartiene a tutti i gruppi di Paesi in via di sviluppo, come ad esempio il Guatemala. Il vantaggio può essere solo la possibilità di raccogliere un sacco di informazioni.

Ci sono alcune strutture latinoamericane che potrebbero essere più utili. Un esempio è l’ALADI perché beneficia della “clausola di abilitazione” del WTO [4]”. Il GRULAC ha politiche miste, ma ci sono forum in cui ha una posizione distintiva. Alla Commissione Codex Alimentarius, il GRULAC, in quanto Comitato Codex dell’America Latina e dei Caraibi, è riuscito a neutralizzare le iniziative europee volte all’introduzione di standard sanitari sfavorevoli alle esportazioni latinoamericane.

Un gruppo latinoamericano che inizia a dimostrare un coordinamento efficace è l’ALBA [5]. Qualche giorno fa, in occasione di una proposta indiana sulla riforma e sulla trasparenza del WTO che conteneva una pericolosa ambiguità in riferimento alla volontà multilaterale, il gruppo ALBA ha imposto una clausola che afferma la necessità dell’unanimità [6] nelle decisioni. Nella stampa statunitense stanno già comparendo editoriali critici rispetto al requisito dell’unanimità nel WTO…

Ragioni per rifiutare i testi proposti.

Il WTO si è concentrato su riduzione di tariffe, apertura dei servizi e protezione della proprietà intellettuale, invece che sulla diminuzione delle distorsioni economiche. Tali priorità hanno lo scopo di mantenere e peggiorare le distorsioni esistenti. Vedendo che i Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria sono quelli maggiormente coinvolti nei mercati finanziari globali, è evidente che tale crisi ha mostrato i pericoli posti da rapide liberalizzazioni e azioni di deregulation. La crisi ha anche evidenziato la vulnerabilità dei Paesi che dipendono dal mercato mondiale per i bisogni primari, come il cibo.

I leader dei G-20 tenutisi a Washington, Londra e Pittsburgh, sembrano impantanati in una foschia irreale e ripetono, come un mantra, che dobbiamo concludere il Doha Round entro il 2010. All’interno degli stessi Paesi esistono chiare linee politiche che si stanno muovendo in direzione opposta: le decisioni di Argentina, Cina e India di frenare le esportazioni agricole affinché gli alimenti siano a disposizione del consumo domestico; l‘inflessibilità della posizione negoziale degli USA e l’urgente priorità della sua agenda interna; la proliferazione di misure per stimolare le industrie domestiche e conservare l’occupazione. Tutti questi segnali non sono lì per caso.

Sembra che il direttore del WTO, Pascal Lamy, non ne sia consapevole, ma molti governi ritengono che una crisi generalizzata e di durata incerta non sia il momento migliore per rinunciare agli elementari strumenti di politica economica. I più recalcitranti nelle negoziazioni sono stati, di certo, i grandi giocatori del mondo sviluppato. È assurdo cercare accordi multilaterali statici mentre le dinamiche globali suggeriscono importanti cambiamenti internazionali.

I Paesi in via di sviluppo che controllano le proprie politiche nazionali dispongono di una valida opzione di crescita in termini di sviluppo regionale e domestico, mentre attendono mutamenti geopolitici che renderanno il commercio internazionale uno scambio più equo, pagato in una valuta più solida.

Umberto Mazzei
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=16065
13.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciottre.org a cura di ORIANA BONAN

Note

1. L’Uruguay rappresenta un caso curioso. Non dichiarò l’indipendenza dalla Spagna come gli altri Paesi ispanoamericani. Esso dichiarò l’indipendenza dal Brasile che lo invase nel 1816 mentre era governato dal principe ereditario portoghese.
2. Ex colonie europee in Africa, nei Caraibi e nel Pacifico; comprende Cuba e la Repubblica Dominicana.
3. Argentina, Australia, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Filippine, Guatemala, Indonesia, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Tailandia; in totale erano 16. Il Pakistan ha aderito di recente.
4. Decisione del GATT del 28/11/1979 (doc. GATT L/4903), che esenta da compensazione ogni trattamento tariffario preferenziale tra Paesi Membri in via di sviluppo.
5. ALBA è un gruppo di Paesi in via di sviluppo composto da Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Cuba, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua & Barbuda e Honduras.
6. Significa che non c’è opposizione. È una regola fondamentale per il rispetto della volontà sovrana nell’ambito delle coalizioni tra Paesi. L’opposizione deve essere formale perché nel WTO il silenzio è considerato assenso. Unanimità significa che un solo voto contrario può fermare l’approvazione.

Aboliamo la FAO

Fonte: Aboliamo la FAO.

Ieri mattina il direttore generale della FAO (l’organizzazione deputata ad affamare i poveri) Jaques Diouf, ha ufficialmente aperto il vertice sulla “sicurezza alimentare”. Per chiunque ogni giorno passi almeno otto ore a guadagnarsi la sua “sicurezza alimentare”, sarebbe già sufficiente trovarsi davanti a questo ossimoro per voltare pagina e non dare troppo peso alle parole dell’ennesimo parassita al soldo di un’agenzia globalista. Ci sono però varie contraddizioni interessanti meritevoli di approfondimento.

Nel discorso di apertura è stata richiesta con fermezza la necessità di passare dalle promesse alle azioni concrete, perchè “Un miliardo di persone soffre la fame, vale a dire uno ogni gruppo di sei nel mondo, 105 milioni in più rispetto al 2008. Cinque bambini muoiono di fame ogni 30 secondi”. Evitando di addentrarsi in statistiche discutibili, a conclusione del discorso uno si aspetterebbe che il direttore generale ammettesse, numeri alla mano, il totale fallimento della sua agenzia, e dopo 15 anni di “onorevole” servizio… decidesse di rassegnare le proprie dimissioni per manifesta incapacità nell’affrontare il problema. Al contrario è stato richiesto esplicitamente di aumentare i finanziamenti alla FAO. Non solo, è anche stato richiesto un accordo globale legalmente vincolante sui cambiamenti climatici e la sicurezza alimentare.

In sostanza più soldi delle tasse di ognuno di noi in programmi di sviluppo che mirino a sfamare… chi? Numeri alla mano viene il dubbio che questi finanziamenti servano più che altro a saziare le fameliche delegazioni giunte a Roma. Nel biennio 2008-09 la FAO ha speso 784 milioni di euro. Una buona fetta di questa torta, diciamo la metà, non è finita nella pancia dei bambini sotto i 5 anni che rischiano di morire per malnutrizione, sempre presenti nelle locandine dell’agenzia, bensì nella gestione della struttura stessa. A dirlo non è un sito di controinformazione o un think tank al servizio delle sporche multinazionali guidate dall’avido uomo bianco, bensì la commissione Christoffersen, un comitato di valutazione esterna a cui è stato commissionato dalle Nazioni Unite un rapporto (470 pagine) sulla FAO. Per la sicurezza alimentare, tema al centro della conferenza che è partita oggi a Roma, è previsto uno stanziamento di 59 milioni di euro, per l’ufficio del caritatevole Diouf, 41,5 milioni di euro. Cifre che nemmeno De Benedetti o Romiti si sognerebbero.

Complessivamente, le voci del bilancio Fao strettamente alimentari, in cui compare la parola cibo, «food», sono tre, per un totale di 90 milioni di euro di finanziamenti, circa il 15% del bilancio generale. Un’organizzazione leviatanica, la cui burocrazia succhia tutti i finanziamenti. Il colmo per un’organizzazione che fa proprio il motto “Ricchezza e benessere hanno valore se largamente e equamente distribuiti”. Un concetto che oltre ad essere contraddetto dal bilancio stesso dell’agenzia, non ha nemmeno fondamento a livello economico. La ricchezza non è una torta per cui, se un individuo ne incamera di più, allora automaticamente l’altro ne otterrà di meno. Questo concetto molto probabilmente sarebbe valido se dal cielo piovessero in continuazione beni di consumo e di produzione. Ma, al contrario, rimanendo fedeli alla metafora, quella torta qualcuno, dopo aver sviluppato le giuste conoscenze, deve averla preparata e infornata.

In sintesi quindi la discrepanza di risorse alimentari dipende dalle capacità produttiva di un Paese. Prendere alle nazioni ricche per dare a quelle povere sarebbe null’altro che un placebo, una ricetta fragile che non andrebbe a incidere sulla spina dorsale dell’economia che è, per definizione, il settore privato. Anzi, il settore privato dei paesi del terzo mondo oltre a dover fronteggiare i propri limiti, si troverebbe anche in concorrenza con le merci regalate alla popolazione dalla FAO, senza essere in grado di svilupparsi. A sostegno di quest’ultima affermazione c’è un recente studio del Centre For The New Europe, che ritiene che circa 6600 persone al giorno perdano la vita a causa dei dazi e della politica agricola europea. Altre vittime della follia statalista e della pianificazione centrale.

Oggi sostenere la FAO significa dare carta bianca a una collezione di privilegi scandalosi che crescono alle spalle di chi muore di fame, affondando le proprie radici nella tragedia altrui, con il solo risultato di dilapidare denaro pubblico. A che serve continuare a dargli soldi e contributi? La fame del mondo resta uguale a prima. In compenso è stata saziata, in modo dignitoso, la fame dei delegati.